Piciul: prima metà del capitolo 1

Da sei ore Horia aveva lo sguardo chino su una piallatrice a nastro. Non si era seduto un attimo, ma le gambe non gli facevano male: nemmeno le sentiva più. Persino la puzza di vernice, di colla, di segatura e di sudore attorno a lui gli era ormai indifferente. Spingeva una trave di legno dopo l’altra, come ogni giorno. I trucioli gli volavano sul viso, li avrebbe ingoiati se non fosse stato per la mascherina che indossava.

Trave dopo trave pensava solo ai soldi che avrebbe portato a casa da sua madre.

Alle sue spalle cataste di pannelli di legno formavano un labirinto alto fino al soffitto. Il sibilo delle seghe a nastro, il tonfo delle pialle a filo e il frastuono di un’arrugginita radiale trifase detta ‘A Zoccola formavano un unico, pesante e denso suono.

‘A Zoccola aveva tagliato tre dita a un operaio, due anni prima. Horia, all’epoca, aveva quattordici anni, e ancora non lavorava lì.

Quella era solo una delle tante storie che in fabbrica si raccontavano, una ripetizione infinita, senza sosta. Ogni giorno parole e gesti uguali, come le persone attorno a lui, tutti con addosso la stessa tuta blu.

La folla di corpi, l’uniformità delle facce, le parole degli operai sovrastate dal trambusto dei macchinari, il frastuono così ripetitivo da somigliare al silenzio.

Una sirena squarciò ogni rumore, la fabbrica parve rallentare come un esercito di pupazzi dalle batterie scariche.

Horia si tolse le cuffie e le poggiò sulla combinata a filo accanto a lui. I macchinari ora sibilavano lenti. Gli operai si allontanavano in gruppo, chiacchieravano e ridevano.

«Chist’ ann’ ‘o Napoli ‘o vence sicuro ‘o scudett’.»

«Staser’ muglierema ha fatto ‘o spezzatin’ cu ‘e patane.»

«Ma ‘e vist’ ajere a Belen? Quant’ è bona!»

Horia si passò uno straccio sul viso, polvere e trucioli volarono sul suo camice. Superò una catasta di pannelli di legno e a sguardo basso avanzò in un corridoio che conduceva agli spogliatoi. La tenue luce di un neon illuminava mura scrostate, camici sporchi e volti sudati. Nessuno gli rivolse la parola, quando lo facevano era solo per deriderlo o insultarlo.

«Ma overamente tieni sedici anni? Oh Gesù! Cu’ chella faccia par’ nu’ criaturo.» 

Persino lì dentro il suo nomignolo l’aveva seguito: Piciul, fanciullo. Horia aveva otto anni quando Damin, il suo migliore amico, l’aveva battezzato così.

«Con ‘a tua faccia pulita par’ nu muccuso.»

Dopo avevano fatto a pugni.

Ormai Horia non se ne curava più di quel nome, gli si era incollato addosso, come la polvere sul suo viso.

«Piciul!»

Piciul si voltò di scatto. Un uomo grande e grosso, dalla barba ispida e le braccia villose avanzava verso lui.

Gli parve di vedere suo padre quando rincasava da quella stessa fabbrica, sempre arrabbiato, addosso una tuta identica alla sua.

Era Capasso, uno dei masti.

Gli si fece sotto, faccia a faccia.

«Dimane ‘o bbuo’ fa’ ‘o straordinario ‘e matina?»

Piciul non aveva il coraggio di guardarlo in viso, proprio come quando incrociava suo padre.

«Mi spiace, ma domani devo andare per forza a scuola, che non ci vado da tre giorni.» 

Un sorriso rigò il viso di Capasso.

«E che ‘nce vaje affa’ ‘a scola? Ca nun ce sta fatica pe’ nuje, figurammece pe’ ‘e rumeni comme ‘a te.»

Piciul era stanco di dire d’essere nato in Italia e che sua madre era italiana, tanto per tutti era rumeno e basta.

«Posso restare qualche ora in più la sera.»

«Nun me ne facc’ nu’ cazz’ d’ ‘o straordinario ‘e sera.»

Capasso affondò la mano nella tasca e tirò fuori dei soldi.

«Ringrazia ‘o patatern ca patet fatica ca’ a quasi dieci anni.»

Erano meno soldi del solito, ma Piciul li prese senza obiettare, sapeva di non avere scelta. Pensava solo a sua madre, Ada. La immaginava in casa, dopo una giornata passata a lavare le scale dei palazzi, ferma ai fornelli, la tosse che la martoriava, pallida e gli occhi tristi.

L’avrebbe aiutata a cambiare vita, sì.

Capasso andò via. Piciul entrò negli spogliatoi e si cambiò in fretta. Alcuni di quelli che avevano cominciato il turno con lui erano già vestiti, altri uscivano con addosso ancora la tuta da lavoro, tutti ridevano e scherzavano fra armadietti sfasciati che puzzavano di sudore.

Era entrato in fabbrica con la luce del sole e ora ne usciva con il cielo buio. 

I lampioni e i fari delle auto a malapena illuminavano la strada. Da un lato, miseri palazzi e fabbriche, dall’altro un reticolato di ferro arrugginito seguiva i binari della ferrovia. Fuori a una pompa di benzina dismessa, in un’auto parcheggiata un trans si rifaceva il trucco e cantava canzoni napoletane.

Svoltò l’angolo, si strinse nel giubbotto e raggiunse Piazza Garibaldi. 

Un cielo di cemento sovrastava la Stazione Centrale. Su di un muretto due tizi dal viso sporco mangiavano riso al pomodoro in contenitori di alluminio, un marocchino beveva vino in cartone, e una vecchia avvolta da una lercia trapunta contemplava i propri piedi penzolare nel vuoto.

Passò davanti alle porte a vetro della stazione, gli ultimi viaggiatori uscivano trascinando trolley. A terra, avvolti in luride trapunte, dormivano barboni dai volti gonfi e arrossati.

Lasciò la stazione e si addentrò nella piazza. Superò il fast food arabo “Istanbul”, ai suoi tavolini dei negri affondavano le mani in ciotole di riso e pollo, altri mangiavano bankou bollente.

Incrociò lo sguardo di una giovane prostituta che usciva dal Jolly Hotel, gli parve di vedere Blanca: i grandi occhi color nocciola, l’aria sempre pensierosa, la testa china sui libri:

«Dovresti leggere di più, cretino.»

Guizzò oltre la statua di Garibaldi, svanì nel labirinto di vicoli della Duchesca: ovunque c’era puzza di rifiuti, le finestre dei palazzi erano quasi tutte buie, i portoni arrugginiti o sfondati.

Svoltò di vicolo in vicolo, fino a fermarsi, ansimante, davanti a un vecchio edificio.

Alzò lo sguardo, si scostò i capelli biondi dal viso.

Fra i vestiti appesi ai fili di ferro brillava una finestra. Blanca era lì: le gambe che penzolavano nel vuoto, i capelli al vento.

Piciul si poggiò su di una macchina, gli occhi fissi su Blanca.

Per un attimo sorrise.

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