Piciul: seconda parte del capitolo 1

Blanca sedeva alla finestra del bagno, fissava il libro poggiato sulle proprie ginocchia. Sotto di lei c’era un abisso così profondo da farle male, le sembrava di precipitarvi.

Negli appartamenti di fronte un vecchio guardava la TV, una famiglia cenava in silenzio, un uomo urlava contro una donna.

A un tratto qualcuno bussò alla porta del bagno.

«Blanca, tuo telefono sta squillando.»

«Sosire, bunica.»

Blanca sospirò e chiuse il libro. Sentì i passi di sua nonna Loreta allontanarsi.

Nel corridoio, illuminato appena dalla luce del tinello, si udiva solo la voce del televisore e il suo telefono che trillava.

Entrò nella camera che divideva con sua sorella Luzia e sua nonna, fra giocattoli e vestiti raccolse dal letto il cellulare.

«Oh, sto scendendo» strepitò.

Sbuffò e chiuse. Si lasciò cadere sul letto, le lenzuola profumavano di lavanda, sul comodino c’erano i libri che sua madre Kira le leggeva da bambina.

La ricordava a malapena. Sua madre era morta da sette anni, un paio di mesi dopo la nascita di Luzia, Blanca aveva solo otto anni.

Guardò una foto al muro, lei era in braccio a sua madre. Aveva sei anni, la stessa età di Luzia.

Calzò in fretta le scarpe, prese la propria roba e uscì dalla stanza.

Il tinello era illuminato da una lampada e dal televisore in fondo alla camera. Vecchi mobili di legno erano colmi di foto di famiglia e statuette rumene. C’era odore di fiori di campo e di carta rinsecchita.

Nonna Loreta lavava i piatti, fasciata in una vestaglia a fiori che la faceva sembrare ancora più grossa e attempata. Luzia sedeva al tavolo e canticchiava, i piedi le penzolavano nel vuoto, boccoli castani, come quelli di Blanca, le cascavano sul viso. In una mano teneva una bambola dai capelli bruciati, nell’altra una pupa dagli occhi scarabocchiati.

«Mamma, mammina mia» biascicò in falsetto, facendo baciare le due bambole.

Blanca le si avvicinò e la strinse.

«Te iubesc» sussurrò.

Luzia si scostò seccata.

«Uffa! Non la so la lingua di mamma e nonna» borbottò.

«Però ti ho insegnato cosa vuol dire, no, scemotta?» disse Blanca, baciandole la fronte.

Fra le risate di Luzia, in fondo alla sala si udì un colpo di tosse. Blanca alzò lo sguardo: suo padre, Emil, ancora in tuta da lavoro, le braccia sporche di trucioli di legno, come ogni giorno sedeva sul divano e fissava la TV.

Erano da quando era morta sua madre che Blanca non aveva altra immagine di suo padre. Lo vedeva immobile davanti al televisore per ore e ore, in silenzio. Non ricordava di aver più udito la voce di suo padre dal giorno in cui aveva sentito l’ultima parola di sua madre.

Luzia le tirò il braccio.

«Dove vai, Blanca?»

«In giro…»

Le accarezzò il capo e si avviò verso la porta, Nonna Loreta la seguì con lo sguardo.

«Esci ancora? Vedi che ora è?»

«Ci sta Horia giù.»

Uscì di casa e scese in fretta le scale: sulle pareti scritte oscene, dagli appartamenti giungeva fetore di pesce bollito, al di là di una porta si udivano grida e bestemmie.

Piciul era fermo davanti a un’auto parcheggiata.

«Potevi avvisare che saresti passato» brontolò Blanca, avvicinandosi.

Lui scosse le spalle e si accese una sigaretta.

«Perché, ti saresti fatta bella?»

Blanca gli strappò la sigaretta dalle dita.

«Coglione!»

Il fumo volò in aria come un manto di nebbia su di un fiume, separando i loro volti.

«Dove si va?» chiese Blanca «da Alì?»

«E dove sennò! Di sicuro Vali e Dorin già stanno là.»

Blanca rimase zitta. I suoi occhi erano fissi sul selciato, come se fra cumuli di rifiuti si muovesse qualcosa di vivo, visibile solo a lei.

«E quello si è fatto vedere?» aggiunse, appena un filo di voce.

Piciul si scostò dall’auto, sbuffò e diede un calcio a una latta.

«Ma si può sapere che ti piglia ultimamente? Ogni volta che c’è Damin ti incazzi e diventi una palla!»

«Forse è lui che si comporta come uno stronzo?»

«Ma dai, mo’ esageri.»

«Esagero?  L’ultima volta ti ha quasi convinto a fregare uno stereo da un’auto. E l’avresti fatto se non mi fossi messa in mezzo io.»

Blanca gettò la sigaretta a terra, Piciul la spiava in silenzio.

Conosceva Blanca da quando lei aveva quattro anni, ma il suo volto adesso gli sembrava così diverso da quello della bambina con cui era cresciuto, insieme a Damin.

«Prima o poi ti trascinerà in qualche casino» riprese Blanca.

«Io so badare a me stesso.»

Blanca non rispose, rimase zitta, il vento le scompigliava i capelli, il suo volto cereo perso nel buio, lo sguardo offeso.

Piciul nel vederla ricordò i giorni in cui da bambini, loro due e Damin, correvano e giocavano in quegli stessi vicoli. Blanca li seguiva ovunque, sorrideva sempre, persino Damin rideva.

Erano passati sei anni da quando lui, Blanca e Damin si erano giurati amicizia eterna. Era estate, il giorno del primo anniversario della morte della mamma di Blanca. Piciul e Damin avevano deciso di farle una sorpresa. Insieme a lei filavano come schegge nei vicoli della città. Ridevano. Damin era davanti, Piciul cercava di raggiungerlo, Blanca faticava a stargli dietro.

«Ehi, aspettatemi vi ho detto…»

Erano corsi fino alla loro casa segreta, come l’aveva battezzata Blanca, una palazzina diroccata lì nei vicoli della Duchesca.

Nascosto da un logoro drappo, fra rovine, carcasse di animali e merda di piccione, sorgeva un dozzinale altare di legno, su di esso c’era una vecchia Bibbia, alla parete era attaccata l’icona della vergine Maria.

Era stata Blanca a chiedere a Piciul e a Damin di costruirlo, per ricordare sua madre; ci avevano lavorato tutta la notte per accontentarla.

Si erano inginocchiati davanti l’altare, con il coltello di Damin si erano tagliati il palmo e avevano mischiato il loro sangue.

La mano di Piciul sulla Bibbia, quella di Blanca sulla sua, e quella di Damin ad accogliere entrambe.

Si erano giurati amicizia eterna. Poi Damin, con lo stesso coltello, aveva inciso sull’altare: Damin, Horia e Blanca amici per sempre; ma dopo appena un anno, a tredici anni, si era presentato lì, il volto pesto, e con un calcio aveva quasi sfasciato l’altare.

«Sono stanco ‘e ‘sti giochi da muccusi!»

A Piciul sembrava fosse passata un’eternità da allora, e non se ne faceva una ragione. Rivoleva quei giorni. Rivoleva Blanca.

Afferrò Blanca per un braccio, sorrise, si sforzò di farlo.

«Andiamo, dai…»

Mano nella mano corsero di vicolo in vicolo. Non udivano neppure i propri piedi battere sul selciato di pietra, in pozze d’acqua o sui rifiuti. Quasi travolsero un marocchino ubriaco, sentirono le sue urla rimbombare nel vicolo finché svoltarono ad angolo di un Donner Kebab e uscirono in strada.

Si lasciarono alle spalle un cinema porno sui cui brillavano tre grandi X, davanti a loro le luci dei lampioni e i fari delle auto sembravano apparse dal nulla.

Attraversarono di corsa la strada, il frastuono dei clacson echeggiava fino in cielo.

«Figli di puttana!» urlò un tizio da un’auto.

«Fottiti tua madre» gridò Piciul.

Blanca rideva come una bimba.

Entrarono in un altro vicolo, passarono davanti a un trans fuori a un cinema porno dismesso e sgattaiolarono in un negozio pakistano.

Un uomo emaciato e dallo sguardo truce lì fissò da dietro la cassa. Piciul e Blanca corsero fra scaffali colmi di cianfrusaglie, presero due birre, pagarono, uscirono da lì e svelti varcarono una porta su cui brillava l’insegna “Fatima Phone Center”.

Il posto puzzava di marcio. Dietro un vetro c’era un altro pakistano, la faccia tonda e l’aria annoiata.

Piciul e Blanca gli passarono davanti senza fermarsi.

«Alì, apri il sette e l’otto» strepitò Blanca, trascinata da Piciul verso una scala di ferro in fondo alla sala.

«Sette e otto occupati, tu capito?» urlò Alì «tu prima venire qui, pagare, e io dire quale tu prendere.»

Piciul sorrise.

«Ma vaffanculo Alì, e apri due vicini, dai» strillò.

Si udirono le grida di Alì mischiarsi al battere dei piedi di Piciul e Blanca sui gradini di ferro. Poi solo risate e schiamazzi.

Il soppalco cadeva a pezzi, le mura erano sporche e piene di scritte, fumo di marijuana e di crack si addensava sul soffitto.

Quindici minuscole e lerce postazioni internet erano incollate in un quadrato angusto. Fili si intrecciavano su vecchi computer, ovunque cartacce, latte e bottiglie vuote.

Un enorme algerino, il viso sfregiato, sedeva a una postazione e preparava una dose di crack. Accanto a lui Milon, un albanese spigoloso con due sole dita a una mano, seguì con lo sguardo Piciul e Blanca.

Vali e Dorin, avvolti dal fumo di spinelli, sedevano a due postazioni al centro della sala: la numero cinque e la numero sei, come sempre.

«Ora ti rompo ‘o culo!» strepitò Vali, gli zigomi ossuti e il capo rasato, fissando il monitor in cui correvano soldati, esplodevano auto e crollavano palazzi.

Dorin, eccitato, batteva le dita grassocce sulla tastiera, le sue guance paffute ciondolavano, lisce come quelle di un bambolotto: aveva persino gli occhi tondi di un enorme pupazzo.

Vali urlò euforico.

«Si’ fottuto, palla ‘e merda!» ridacchiò.

Il sorriso di Vali era enorme, gli tagliava il viso scheletrico in due. Gli mancava un incisivo, un premolare e un canino, perché da piccolo aveva cercato di difendere sua madre Mariana da un cliente: l’uomo gli aveva fatto saltare i denti, poi l’aveva lasciato a terra a guardarlo violentare sua madre.

Erano così assorti nel gioco da non badare a Piciul e Blanca.

Dorin e Vali erano cresciuti insieme, da bambini abitavano nello stesso palazzo, prima che la mamma di Vali fosse sfrattata per il via vai di uomini a casa sua. Avevano incontrato Piciul, Blanca e Damin a nove anni, sette anni prima. Damin li aveva salvati da un gruppo di bulli.

Passavano ore a giocare a quel videogioco, “Call off Duty”. Era stato Damin a farglielo conoscere, ma erano stati invece loro due a insegnare a Damin che si poteva giocare in squadre: prima di allora Damin giocava da solo contro tutti, uccidendo e basta.

Vali esultò e si tirò su, afferrò la testa di Dorin e se la schiacciò contro ai genitali.

«Te l’aggio mise ‘nmocca, ricchio’!»

Dorin lo spinse via: «E lasciami!»

Blanca rideva, ora seduta alla postazione accanto a quella di Vali. Preparava la sua guerriera: lunghi capelli castani raccolti in una coda di cavallo, la frangetta che usciva dall’elmetto, intensi occhi nocciola come i suoi e come quelli di sua madre. Si chiamava persino come sua madre, Kira.

Piciul, in piedi contro il muro rollava uno spinello. In fondo la sala, dietro a postazioni colme di computer smontati notò Omo, un ghanese che sedeva sempre lì, come una statua abbandonata.

Le spalle larghe, il volto ossuto coperto da treccine nere, la barba irsuta: sembrava stesse dormendo, ma chiunque in quel posto sapeva che, dopo aver ammazzato un tale di nome Atu, ghanese anche lui, guidava il giro della droga nella zona, contendendolo agli italiani.

Vali tirò Piciul per un braccio.

«E dai, muovete.»

Al di là delle loro postazioni un manto di fumo volò in aria. Si udì l’algerino tossire e battere il piede sul pavimento.

«Alì, figlio di puttana, aprire altra mezz’ora numero nove» urlò.

Da giù Alì strillò: «Tu pagare prima, pezzo di merda.»

«Mocca a mammeta. Tu aprire, io dopo pagare!»

Milon scoppiò a ridere, l’algerino brontolò qualcosa.

Piciul prese posto accanto a Blanca. L’osservava preparare Kira. Da undici anni conosceva Blanca, eppure ora le sembrava così diversa: le labbra carnose, i capelli che le cadevano sulle spalle, le mani talmente delicate da sembrare di cristallo.

Ogni volta che ne incrociava lo sguardo sentiva nella pancia un brutale calore, una stretta che gli faceva male ma a cui non riusciva a rinunciare, come una gamba che va in cancrena ma di cui non ci si vuole privare. 

Vali lo strappò via dai suoi pensieri.

«Dai, che faccio ‘o culo prima a te e poi alla tua guagliona.»

Blanca si alzò furiosa.

«Ue’, io ti spacco la faccia, ‘e capit’?»

Spinse Vali sulla sedia. Dorin scoppiò a ridere.

«Prima o poi dovreste dichiararvi. State sempre insieme» disse.

«Mo’ ti ci metti pure tu?» replicò Blanca, rivolta a Dorin. «Pienz’ a te che a furia ‘e sta’ cu ‘stu scem sembrate ‘na coppietta.»

Dorin chinò il capo e non disse nulla. Blanca sbuffò e tornò a sedere, continuò a sistemare Kira.

«Io non sono la ragazza di nessuno!»

Iniziarono a giocare: gli occhi fissi sui monitor, le dita veloci sulle tastiere. Ridevano, urlavano. Omo li guardava e sorrideva.

«Chiattone, buo’ spara’ a quella? Muov ‘o culo!»

«Oh! Non mi spingere e gioca.»

«Horia, che cazzo fai? Questi mi fanno la pelle.»

«Mo’ ci penso io. Vi piace, eh?»

Dalle cuffie spari ed esplosioni, attorno a loro grida e risate.

Kira uscì allo scoperto e sparò all’impazzata. Il soldato di Piciul le passò davanti, con una capriola attraversò la strada, si nascose dietro un’auto, fece fuoco e abbatté il soldato di Vali.

«Rupt în fund!» strepitò Vali, gettando in aria il mouse.

Dorin sorrise, continuando a giocare.

«Veramente il culo te l’ha rotto lui.»

Vali gli diede una spallata.

«Tu c’hai ‘o culo rotto, no io!»

Si lasciò cadere sulla sedia, sbuffò e rivolse lo sguardo a Piciul.

«E Damin manco stasera viene?»

Blanca impallidì. Si udì una granata esplodere. Dorin balzò in piedi ed esultò.

Nei monitor giaceva il corpo di Kira ridotto in mille pezzi.

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