romanzo la finestra chiusa: capitoli due e tre

II

Giugno 1996: Ieri.

Checco aveva sentenziato che se io non avessi fatto tutta la discesa della Doganella in bicicletta, senza pedalare né frenare, mia madre sarebbe stata per sempre, irrimediabilmente, additata come una bucchina.

Fra me, Checco e Ugo c’era una sorta di patto sancito senza proferire giuramento alcuno, mai pianificato né spiegato, una regola nata da sé con il fortificarsi della nostra amicizia e da noi riassunta in una sola frase: ‘E mamm’ nun se toccano!; veto indissolubile che preservava le nostre madri da essere troie, fesse rotte o appunto bucchine; termini che, invece, usavamo spesso e volentieri per identificare le madri degli altri ragazzi del quartiere. Eppure questa regola ferrea, talmente calcificata in noi da non doverla neanche proclamare, poteva essere infranta in un attimo, quasi non fosse mai esistita, se uno di noi si fosse rifiutato di accettare una sfida che ne attestasse coraggio e virilità: in tal caso sua madre sarebbe stata una bucchina a tempo indeterminato.
Non avevo scelta, decisi di accettare la sfida.

Checco, a bordo del suo Benelli, comprato da suo padre che aveva una negozio di detersivi e dove lui lavorava alla cassa, non mi toglieva gli occhi di dosso. Il suo volto ossuto, il capo rasato, il corpo tutto nervi e i suoi occhietti a spillo su di me davano alla nostra sfida un tono adulto, sacrale.

Ugo, sulla BMX nera comprata da sua madre, ‘A Bionda, come la chiamavano nel nostro palazzo, rideva soltanto.  Aveva quattordici anni, uno in più di me e Checco. Molliccio e con le gote rosee, sembrava un bambino dalla folta barba e vestito da vecchio. Anche ora, sebbene fosse giugno, indossava camicia e panciotto.

Non osava opporsi a Checco, anche se non perdeva occasione per millantare una forza che i suoi muscoli coperti dalla ciccia di certo non avevano, ma a lui attribuita dopo che nell’androne del nostro palazzo aveva battuto per puro caso Tonino Piscopo, quello del primo piano, soprannominato Bruce Lee perché, a detta sua, suo fratello Giovanni, un presunto maestro di Kung Fu che lavorava alla Fiat, gli aveva insegnato ogni mossa di Bruce Lee, anche a spaccare i mattoni con un colpo di mano.

Nessuno di noi aveva mai visto Tonino spaccare dei mattoni, ma guardando la discesa davanti a me, percorsa da decine di auto che si susseguivano veloci come fucilate, sapevo che magari presto avrei visto la mia testa spaccarsi.

Ma non avevo scelta. Checco mi guardava in attesa, come sempre in modo maligno. Da quando due anni fa aveva preso a bazzicare giù al palazzo in cui vivevamo io e Ugo, avevo subito capito che voleva comandare al posto mio, anche se, a dirla tutta, io facevo credere a Ugo che a comandare fosse lui, visto che in casa sua non faceva altro. Era persino riuscito a far buttare fuori dal garage di suo padre Ettore, detto da mio padre ‘O scurnacchiat’ chin ‘e corna, la sua Ford Sierra, così da adibirlo a tempio nazifascista con tanto di bandiere naziste, busto del Duce e fucili costruiti con bacchette di legno. Diceva che presto sarebbero tornati Hitler e il Duce, e io gli davo ragione, purché mi permettesse di fumare erba e bere birra nel suo garage. Ma Checco, invece, a bordo del suo motorino come fosse Napoleone a cavallo, aveva subito proclamato che le idee di Ugo erano solo stronzate e che noi a furia di andare avanti così, fra partite a pallone sotto ai garage e assalti a nemici immaginari brandendo fucili di legno, non avremmo mai toccato un pezzo di fica.

Aveva undici anni, e dopo due anni continuava a menarla con la solita storia, finché io, quel pomeriggio, nel cimitero del Pianto, dove eravamo soliti andare a fregare le statue dei santi per rivenderle a Banana il contrabbandiere di sigarette, gli avevo urlato in faccia: «E perché, tu quale figa hai toccato oltre a quella di tua madre?»

L’offesa non poteva restare impunita.

Checco dava gas al suo mezzo, io brandivo il manubrio della mia bicicletta come se stessi facendo altrettanto.

«Allora, ti muovi o no? O nun tien ‘e palle?»

Guardai fisso in avanti. Una BMW 320 mi sfrecciò di fianco.

Strinsi il manubrio e sputai a terra.

«Tu non hai mai toccato una figa!» proclamai solenne, e in un lampo mi spinsi sulla discesa, fra auto che mi filavano attorno.

Quasi sfiorai il cofano di una Ford Escort, clacson rimbombavano nelle mie orecchie insieme a urla, ma io avanzavo senza toccare i freni, i piedi nel vuoto, mentre Checco e Ugo mi guardavano sbalorditi.

«Chill s’accir!» strepitò Ugo, ma Checco parve non sentirlo nemmeno: i suoi occhi congelati su di me, inerme dinnanzi a quel mio atto di coraggio che aveva messo in discussione in un attimo, senza preavviso alcuno, il suo dominio.

Ingranò la marcia e diede gas.

«Chill è tutt strunz!» esclamò.

Si fiondò su di me, gli occhi iniettati di sangue. Checco sulla sua BMX lo seguiva come un protervo Sancio Panza.

Io scendevo in picchiata, terrorizzato fra le auto in corsa, quando ecco che il paraurti di una Fiat Tempra urtò la mia bici.

La bicicletta s’impennò sulla ruota anteriore e in un attimo mi trovai a terra. Senza mollare il manubrio, avvinghiato con le cosce alla carcassa della bici, scivolai sull’asfalto cocente fino a schiantarmi contro un cassonetto al termine della discesa.

Fu Checco a tirarmi su.

«Dai, mammet non è ‘na bucchina» disse, tenendomi in piedi mentre Ugo sistemava la mia bici.

«La tua però sì» esclamai, togliendomelo di dosso.

Ma lui non disse nulla, sapeva di aver perso.

Salì sul suo motorino. Io cavalcai la mia bicicletta e Ugo la sua.

In una attimo svanimmo lungo il Corso Garibaldi, le auto urlavano ancora contro di noi.

III

Tornammo al nostro palazzo come reduci da una sfibrante battaglia. Il cancello automatico era aperto, rotto per l’ennesima volta da Ugo che ne aveva fatto saltare in aria il motore con cariche esplosive fatte in casa, attirando su di sé i sospetti dell’amministratore Giannino Vitagliano, padre di Alfonso, sordomuto dalla nascita e nostro amico.

Sfrecciammo sulla discesa che conduceva ai garage e in un lampo ci fiondammo nel box di Ugo. Gli occhi duri di Hitler sembravano accusarci di un fallimento, mentre lo sguardo impenetrabile del Duce ci invitava a nuove avventure.

Zoppicai verso un armadietto dove Ugo, oltre a vernici e colla per i suoi diorami militari, conservava anche medicinali da usare in caso di attacco terroristico o catastrofe nucleare.

Appena versai l’alcool sul ginocchio sbucciato una fiammata inondò il mio corpo.

«Eccheccazzo!» urlai, gettando la bottiglia contro Ugo «Ma non ti puoi preparare alla tua sfaccimma di guerra con della cazzo di acqua ossigenata? No, eh?»

A un tratto una pallonata rimbombò contro il muretto lungo la discesa, e poi un’altra, e ancora un’altra.

Erano Tonino Piscopo e Mimmo Aruta, per noi solo fastidiosi vassalli del nostro regno, a volte utili e altre volte inutili.

Tonino, tarchiato e muscoloso, scuro di pelle e dai capelli simili a un cinese, si affannava a rincorrere Mimmo Aruta che, con il suo corpo slanciato, le sue gambe lunghe e il petto largo, dribblava come un angelo fra le nuvole. Aveva anche il volto di un angelo. Lui, fra tutti noi, era il solo che poteva vantare la prova tangibile di aver avuto più donne: tali Margherita Ascione e Annamaria Posabello.

Proprio per questo io, Checco e Ugo, vergini fino al midollo, nonostante Ugo raccontava di avere ragazze sparse ovunque, l’odiavamo dal profondo; ma al tempo stesso ce lo tenevamo buono perché lui conosceva le ragazze e, cosa principale, sua sorella Flora era una gran porca e noi ci massacravamo di seghe spiandola ogni volta che lui ci faceva salire a casa sua.

Checco invece aveva anche un altro motivo per detestarlo, perché gli aveva soffiato sotto al naso Margherita.

Non perse tempo. Accelerò e si fiondò fuori al garage. Tagliò la strada a Tonino, quasi investì Mimmo. Poi sgommò, girò il mezzo e tornò alla carica, sorridendo allucinato.

Tonino non si lasciò turbare, abituato a quelle sparate che puntualmente finivano in fumo. Si pose davanti al mezzo, gli occhi fissi su di lui come l’eroe di un film di Kung Fu.

Checco sterzò bruscamente e si fermò davanti a Tonino, sorridendo con aria di sfida, ma lui subito lo afferrò alla gola.

Tonino, Kung Fu o non Kung Fu, aveva le mani come tronchesi, probabilmente allenate non dal fratello, ma dalle serate passate in pizzeria per aiutare a casa, visto che sua madre era paralitica e suo padre Francesco, detto da tutti Ciccillo, non lavorava, proprio come suo figlio Lello, disoccupato a tempo pieno.

A parte Bruce Lee e il suo maestro nessuno lavorava in casa. Anche per questo Tonino, che non aveva neppure una bicicletta, detestava Checco e quel dannato mezzo.

Mimmo invece restò in disparte, il pallone sotto al piede. Temeva di avvicinarsi perché le prendeva da tutti, tranne da Salvatore Cozzuto, additato come puttana di Ugo.

Io e Ugo uscimmo dal garage come uno squadrone della morte. Ugo aveva persino afferrato una baionetta arrugginita appartenuta a suo nonno.

Tonino, nel vederci, lasciò la presa. Checco indietreggiò sul mezzo, mentre io e Tonino ci scrutavamo, faccia a faccia.

«Perché non dici al tuo amico di calmarsi?» sbottò Tonino.

Non feci in tempo a parlare che intervenne Ugo, la baionetta in mano come fosse davvero un’arma e non un ferro vecchio.

«Noi non prediamo ordini da quelli che non sono del partito!»

Sospirai e tornai a guardare Tonino.

«Senti, ce lo giochiamo anche oggi a pallone il posto?»

«E se perdete ve ne tornate subito in quel cesso di garage?»

Calmai la foga di Ugo e sigillai l’accordo. Stavolta, visto che non c’era con loro Alfonso Vitagliano, potevamo sperare di batterli, essendo tre contro due, ma quella effimera aspettativa fu spazzata via da uno strepitio di passi lungo la discesa.

Era Alfonso Vitagliano. Correva sorridendo. Indossava il completino del Milan, unico fra noi ad avere una divisa perché la sua famiglia aveva cinque case nel palazzo, fra cui la mia.

Alfonso era il solo erede della famiglia Vitagliano, ma a noi non fregava un cazzo. In quei garage non era l’erede di nessuno né un ragazzo con problemi di udito, ma solo Alfonso, e come tale potevamo spaccargli il culo in modo democratico, e a lui stava bene.

«Aghettate, goco pure io…» urlava, precipitandosi su di noi: tarchiato, cosce robuste e naso aquilino.

Il suo arrivo aveva rotto i miei piani. Cercai di temporeggiare, dissi che stavolta ci voleva un arbitro, ma lo scelse subito Tonino, e quella scelta si chiamava Salvatore Cozzuto.

Fu Ugo ad andare a chiamarlo. Salvatore non scendeva mai. Amici non ne aveva, a scuola tutti lo prendevano in giro. Se non stava con noi passava le giornate a guardare la TV, a vedere il suo papà elettricista al lavoro o a subire le angherie di sua sorella Mariangela: sogno erotico di noi tutti assieme alla sorella di Mimmo Aruta.

Scuro di pelle e magro come un bimbo del Biafra, le scarpe sfondate perché sua madre era una taccagna, si presentò a noi apatico come sempre.

Così adesso eravamo tre giocatori veri contro tre coglioni che avevano un motorino e un garage nazista, e nel mezzo un arbitro che si cagava sotto al pensiero di far perdere una delle due squadre, perché comunque fosse andata le avrebbe prese.

La partita andò come era normale che andasse: ci batterono ventiquattro a due.

Io ero in porta, perché incapace in qualsiasi sport. Mimmo Aruta volava da un lato a un altro del campo, nessuno riusciva a togliergli la palla, quando la passava a Tonino la spavalderia di Checco svaniva e questi in un attimo segnava.

Ugo, che era in attacco solo perché era grosso, riusciva a volte a spazzare via Mimmo, ma appena tirava, la palla o volava in cielo oppure Alfonso la parava senza sforzi.

Quando lasciammo il campo ci dovemmo portare dietro anche Salvatore. Lui non diceva niente per paura di prenderle. Nessuno di noi parlava. Avevamo perso ancora una volta.

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