ROMANZO LA FINESTRA CHIUSA: PRIMO CAPITOLO

I

Ottobre 2017: Oggi

Erano più di dieci anni che non mettevo piede nella casa in cui ero cresciuto, eppure nel vedere mia madre a malapena l’avevo salutata, né avevo degnato di uno sguardo mio padre, ora così diverso dall’uomo forte che ricordavo. Posate le valigie nella mia vecchia stanza ero corso subito a chiudermi in bagno, come facevo da bambino quando loro due litigavano.

Fermo davanti al lavello continuavo a fissarmi allo specchio, cercavo con ogni forza di vedere qualcosa di diverso da un vecchio che a trentacinque anni aveva i denti anneriti dal fumo. Forse presto li avrei persi tutti, come mio padre, e come lui avrei messo su pancia e i miei capelli sarebbero diventati bianchi.

Mia madre, Lucia, più piccola di lui di undici anni, quando ero un bimbo mi diceva che mio padre, Onofrio, alla mia età non aveva più un dente sano in bocca. Non ricordavo di averlo mai visto da giovane, di Onofrio non avevo alcun ricordo da bambino, nessuna foto, quasi lui non avesse mai avuto un’infanzia.

Chinai lo sguardo e osservai la mano sinistra: le dita erano ingiallite dalla nicotina, come quelle di mio padre.

Immediatamente cercai di cancellare quelle macchie con un colpo di spugna, come facevo ogni giorno, da anni ormai, ma restava sempre un alone: un residuo di mio padre che non riuscivo a raschiare via.

Per tutta una vita avevo odiato l’immagine di mio padre, mi faceva schifo, con ogni forza avevo provato a scrostarla via dalla memoria. E adesso allo specchio era il volto di mio padre che vedevo.

Scostai subito lo sguardo, avrei voluto stracciarmi dalle ossa la faccia ma, immobile, neppure ero capace di issare il capo, come se temessi che Onofrio fosse proprio lì, davanti a me, a due centimetri dal mio respiro, pronto a sputarmi in faccia che mai mi avrebbe concesso di essere diverso da lui.

Uscii di corsa dal bagno, soffocato dalla tosse: un suono con cui ero cresciuto, una cantilena ridondante che odiavo, perché indicava la presenza di Onofrio.

Appena entrava in casa, prima della sua voce, dei suoi passi, udivamo la sua tosse. Quasi non riusciva a parlare senza tossire. Eppure nessuno avrebbe mai pensato che Onofrio potesse ammalarsi, Onofrio alle malattie ci pisciava sopra, ripeteva sempre. Per tutta una vita aveva fumato le sue sessanta Multifilter al giorno che non gli facevano ‘nu cazz’, come diceva lui, e adesso quelle sessanta sigarette al giorno lo stavano uccidendo.

Cercai di affrettare il passo lungo il corridoio, quasi potessi fuggire dalla mia tosse, dalla voce di mio padre che m’inseguiva, mentre da una fotografia alla parete mio fratello maggiore Rino rideva di me, e Anna, la mia sorellina, mi fissava con occhi gonfi di pena, così diversi da quelli della bambina che facevo giocare quando ero piccolo.

Scappai via fino a precipitare sulla soglia della cucina. L’orologio segnava le due del pomeriggio e, come sempre, la tv era accesa, unica voce che scorreva sugli stessi mobili visti ogni giorno da quando avevo diciassette anni, scelti da mia madre e fatti comprare da mio padre a suon di strilli e imprecazioni, cinque anni dopo la nascita di Anna.

Onofrio non aveva potuto dire niente, perché quando si trattava di qualcosa per la casa sapeva che gli toccava mettere mano al portafogli. Aveva sposato una ragazza diciottenne per poi relegarla in quattro mura, costringendola a consacrarsi alla casa e a lui, dunque chilli mobili ‘e sfaccimma, come li aveva battezzati, poteva anche comprarglieli, ma non prima di qualche urla, giusto per far pesare a Lucia quanto lei dipendesse da lui.

«Sono io che porto gli sfaccimma di soldi a casa. Senza di me chi vi darebbe a mangiare, ‘a Maronna e Gesù Cristo?»

Quando gli operai li avevano montati, supervisionati da lui che si credeva il padreterno del legname e non era certo fesso da lasciare sua moglie sola in casa con due maschi, le aveva detto: «Tie’, mo’ c’hai la Reggia da’ regina Elisabetta. E verimm’ mo’ in cosa me scassa’ ‘o cazz’!»

A distanza di dieci anni Lucia era sempre lì, nella propria reggia, ma non aveva l’aspetto di una regina. Era in piedi ai fornelli. Ricordavo di averla vista sempre lì, in quella identica posa e con addosso lo stesso grembiule a fiori, come se non avesse altri abiti.

Era smagrita, i seni cascanti, la pelle rugosa, i capelli sottili resi rossicci dalla tintura a cui non aveva mai rinunciato: unica parvenza di donna a lei concessa.

Si era consumata lentamente, violentata giorno dopo giorno dalla presenza opprimente di Onofrio ora seduto a tavola senza avere davanti una bottiglia di vino né i conti della sua fabbrica di cornici, fra le dita non c’era più alcuna sigaretta, la sua enorme pancia era quasi svanita, i capelli bianchi erano ridotti a chiazze e la sua pelle era pallida, non più rossa come quella degli ubriaconi.

Onofrio non urlava più, nemmeno parlava, fissava il televisore ma sembrava che non vedesse nulla, o forse vedeva tutto, qualcosa che noi altri non potevamo osservare: un mondo celato dietro il costante silenzio di mio padre infranto solo per proferire urla e insulti contro me e mia madre.

Accesi una sigaretta e mi trascinai in cucina, la tosse annunciò la mia presenza e in una ventata gli occhi di mio padre, smunti ma duri come un tempo, mi trafissero.

«E brav! Fuma, fuma! Il grande fumatore!»

Ero tornato a casa per lui, ma come in passato neppure osai incrociare il suo sguardo. Lo superai e raggiunsi i fornelli.

Afferrata la tazzina di caffè scorsi un sorriso soddisfatto sul volto di mia madre, quasi un tratto di velata dolcezza.

«L’ho appena fatto…»

Le concessi appena un cenno col capo, mentre lei tornò subito a pulire, quasi lo sporco si rigenerasse sotto ai suoi occhi: batteri invisibili che incrostavano le pareti, muffe sepolte nelle sue pupille.

Le sue sorelle, zia Imma e zia Assunta, dicevano che era fissata con la casa. Onofrio inizialmente la sfotteva, poi aveva cominciato a darle della pazza, poi a urlare che era una pazza di merda superba come la sua famiglia di sfaccimma, infine non si parlavano neanche, fra loro c’era solo la voce di un televisore sempre acceso, l’odore di una cucina così pulita da sembrare un obitorio.

Io soltanto dopo, andato già via da Napoli, avevo capito che Lucia non era fissata con la casa, semplicemente non aveva altro da fare per non impazzire. Quella non era solo la sua cella, era la sua vita: l’esistenza concessa da Onofrio e da lei accettata; sottomissione che un tempo mia madre, nei suoi momenti di isterismo, faceva pagare a me e a mio fratello a colpi di cucchiarella, di zoccoli, con unghie e morsi.

«Padreterno, ma che ho fatto di male? Perché non mi chiami?»

Cercai all’istante di divellere l’immagine del ricordo di mia madre e lasciai la tazza sul lavello.

«Ti cucino qualcosa?»

«Fra poco esco» risposi, avviandomi verso la porta. Ma a ogni passo, a ogni respiro, sentivo lo sguardo di mio padre conficcarsi dentro di me.

«E mo’ quando riprendi a lavorare?» sbottò.

Impietrito sull’uscio, udii la mia voce giungere da lontano, quasi non mi appartenesse.

«Fra qualche giorno…»

«E ti pagano meglio che su?»

«Sì…»

Mentii, e sentivo che mio padre l’aveva capito, perché i suoi occhi continuavano a scavarmi nelle carni come vetriolo.

Quando mia madre mi aveva detto che Onofrio era peggiorato avevo chiesto il trasferimento da Torino, e adesso che stavo lì non ne capivo più il motivo.

Mio padre stava morendo e io non avevo nulla da dirgli.

Andai via. In camera mia la finestra era chiusa, come la tenevo da ragazzino. Sottili lame di luce cadevano su vecchi mobili, rigorosamente puliti da mia madre, conservati da un velo di sacralità infantile che avrei voluto scrostare via. Sulle mensole c’erano persino i diorami militari che costruivo insieme a Ugo, uno dei miei amici, e alcuni libri che avevo letto con Lia, la mia migliore amica.

Estrassi il portatile da una valigia, lo posai sulla scrivania e lo accesi. Il mio editore, Massimo, mi aveva scritto che il romanzo procedeva bene, a giorni mi avrebbe mandato il nuovo editing. Era fiducioso, a detta sua il libro sarebbe uscito prima di Natale.

Mi sembrava quasi di udirlo sorridere.

Lo ringraziai a stento e chiusi il pc. Nel farlo avvertii un crampo alla pancia, una lacerazione, e la voce di mio padre urlare: «‘O scrittor ‘e ‘stu cazz’!»

Lo rivedevo camminare nel corridoio, avevo diciassette anni e andavo a scuola il meno possibile. Più volte mio padre aveva minacciato di portarmi in fabbrica con lui, ma io me ne fregavo. Se non vagabondavo ero in bagno a leggere, o in camera mia, quando Rino non c’era. Avevo deciso di sfidare in tutto mio padre. Mettevo voce su ogni cosa, lo contraddicevo sempre, anche solo quando faceva un apprezzamento volgare su qualche soubrette alla tv.

«Maro’, che culo ca’ ten’!»

«Ma puoi fare meno schifo?»

«Che cazz’ buo’? Che sei ricchione? ‘O filosf’ ‘e ‘stu cazz’!»»

Volevo provare a ogni costo che non ero come lui, eppure tremavo quando mi fissava. Non temevo che mi picchiasse, non avevo paura che mi uccidesse, ero terrorizzato dall’idea che avesse ragione, che fossi io a essere sbagliato, non lui.

«‘O professore ‘e ‘stu cazz’! ‘O filosof’! Vatti a guadagna’ tu ‘o magna’, va’! Mo’ nun pozz manco parla’ comm sfaccimma mi pare?»

Cazzo, sfaccimma, il mangiare, i soldi: nel tempo avevo immagazzinato anche io la voce di mio padre, tenendola a bada come si fa con un cane feroce. La voce di mio padre era diventata il mio vocabolario, un lessico che avevo odiato con tutto me stesso, ora inciso in ogni mia cellula: Onofrio che restava vivo grazie alla mia esistenza.

Stracciai via quei ricordi, in fretta raccolsi la tracolla e ci infilai dentro dei libri. Sapevo che in giro non avrei avuto il tempo di leggerli, ma non riuscivo a fare a meno di portarli con me, come fossero la mia sola identità: documento tangibile, visibile e reale che mi allontanava dalla pelle di Onofrio.

Feci per uscire, quando notai una valigia sull’armadio. Era lì da quasi vent’anni, credevo che mia madre l’avesse buttata. Forse quasi lo speravo.

La tirai giù e fui subito travolto da una ventata di polvere. Quella mia madre non l’aveva pulita, non aveva osato sfiorarla, forse perché era una prova capace di ricordarle quel figlio che sperava fosse svanito dietro una laurea, volatilizzato al di là di un posto sicuro come docente. Ma quella valigia, quel sarcofago, era ancora lì a testimoniare la mia esistenza.

La combinazione era sempre la stessa: 82 – 82 – 81: l’anno di nascita mia, di Checco e di Ugo.

Vederla aperta mi portò alla mente quando, a quattordici anni, ero entrato nella stanza e avevo trovato mia madre seduta sul mio letto, davanti a lei c’era quella stessa valigia, spalancata, strabordante di giornaletti porno, stecche di sigarette, coltelli, dosi d’erba e ogni altra cosa racimolata insieme a Checco e a Ugo.

Piangeva, le tremavano le labbra.

«Michele, ma tu mi vuoi uccidere?»

Ero andato via senza dirle nulla.

Affondai la mano nel pozzo della mia infanzia e frugai fra marosi di ricordi. I giornaletti erano ormai ingialliti, i coltelli erano rossi di ruggine. Poi a un tratto sorrisi, c’era anche la corda con cui una volta io, Checco e Ugo avevamo legato a un pilastro dei garage sotterranei Salvatore Cozzuto, quello del terzo piano, da tutti additato come ricchione e schiavo personale di Ugo.

Rovistai fra vecchie foto divorate dall’umidità, fluivano sulle mie mani come foglie secche. Una rimase conficcata fra le mie dita, incisa nelle mie pupille: Checco sedeva sul suo Benelli giallo e nero, accanto a lui c’era Ugo, come sempre in camicia, e al loro fianco io e Lia sulle nostre biciclette.

Sfiorai lentamente il volto ossuto di Checco, la barba irsuta di Ugo, i grandi occhi verdi di Lia.

Mi sembrava ancora di sentire le nostre risate.

In fretta infilai la foto in tasca, come un ladro scoperto sul fatto. Chiusi la valigia e la issai sull’armadio, poi uscii dalla stanza, furtivo, senza capirne il motivo, solo un’abitudine che mi riportava a quando da adolescente sgattaiolavo di notte per fregare i soldi dal portafogli che mio padre celava sotto al letto.

A un tratto la porta di casa si spalancò. Nelle mie iridi tremava una gracile ragazza poco più che ventenne, una sconosciuta. Lunghi boccoli biondi le cascavano sulle spalle minute, i suoi grossi occhi azzurri erano su di me, la copia malriuscita di quelli di mio padre.

Non vedevo Anna da oltre dieci anni e la sola cosa che riuscii a dirle fu: «Ciao…»

Lei mi guardò imbarazzata. Non sorrise neppure.

«Ciao…»

Mi superò, poi si perse nella penombra, fino a svanire nella camera in fondo al corridoio, alla destra di quella dei miei genitori.

Per un attimo respirai il suo profumo, lo stesso di Lia. 

Estrassi di nuovo la foto e la fissai. Sorridevamo. Eravamo felici.

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