Romanzo La finestra chiusa: parte del capitolo diciannove

Poco dopo, andato via il nonno e le zie, finalmente fui libero da quella farsa. Come ogni vigilia c’era la partita a carte a casa di Ugo, puntualmente trasformata in una nottata a guardare film porno, visto che sua madre e le sue sorelle andavano a mangiare fuori e poi a ballare, e suo padre era come se non esistesse.

Seduta sulle scale del proprio pianerottolo trovai Lia. Leggeva un libro di Dickens, i capelli le cadevano sul viso.

Mi sedetti accanto a lei.

«Ehi, auguri…»

Neppure scostò lo sguardo dalle pagine.

«Se’, auguri…»

«Ma che hai? Tutto bene?»

Sbuffò e chiuse di colpo il libro.

«Si può sapere perché ogni volta che a Natale uno non sorride gli si fanno mille domande?»

Non risposi, non sapevo che dire. Lei, seccata, si scostò una ciocca di capelli dal viso e tornò subito al romanzo.

«Che poi vorrei sapere cosa c’è di tanto speciale a Natale» aggiunse.

Per un attimo pensai a Maria Mangiacapra, e a Rosa Marra che la prendeva in giro perché non festeggiava il Natale. Osservai la porta dell’appartamento di Lia, cercai di udire qualche rumore, della musica, una risata, ma si udiva solo il fracasso del televisore acceso, come da me.

«Non lo festeggiate il Natale a casa tua?»

Lia sbuffò nuovamente e voltò ferina una pagina.

«Se essere costretti a stare a tavola fino a mezzanotte senza dirsi niente significa festeggiare, allora lo festeggiamo. Contento?»

«Hai ragione, anche a me non piace…» dissi alzandomi e colpendo goffamente la ringhiera col piede, a sguardo basso. «Quest’anno ho anche fatto cadere mia sorella nel presepio.»

Di colpo Lia scoppiò a ridere, gli occhi sbarrati su di me.

«Cosa hai fatto?» ridacchiò, tirandosi su.

«Non ridere! La tenevo in braccio perché doveva mettere il pastore di Gesù nella grotta e m’è cascata.»

Con lei adesso ridevo anche io. Poi a un tratto restammo in silenzio, sul viso di entrambi solo un piccolo sorriso. Faticavamo a guardarci, lì, da soli nella notte, faccia a faccia.

Lia mi sbatté il librò contro al petto.

«Tieni! Se vuoi puoi prenderlo, io l’ho già letto.»

«Grandi Speranze…» lessi a tono basso.

«È quello in cui c’è Estella, ricordi? La tipa che secondo me somiglia a mia sorella.»

Osservai il libro, poi la porta di casa di Lia e di nuovo lei.

«Tua sorella non c’è?»

Lia fece spallucce e accese una sigaretta.

«È a ballare o a scopare con chissà chi.»

«E tu?»

Restò in silenzio, sembrava cercasse le parole giuste da dire, ma sapevo che voleva solo una scusa per non restare con suo padre.

«Senti, io sto andando da Ugo» ripresi «Di certo ci sono tutti, tranne Checco. Potresti venire pure tu, no?»

«Se’, come no. Sicuro passerete la notte a vedere porno e dovrò scrollarmi di dosso quel malato di Aruta, ubriaco.»

Sorrisi. Lia aveva ragione, sì, sarebbe andata proprio così.

Poi di colpo mi si illuminò il viso.

«Ascolta, potremmo fare così…»

Mi avvicinai a lei e le sussurrai in un orecchio. Man mano il sorriso di Lia cresceva, i suoi occhi brillavamo.

Mi diede un pacca sulla spalla, entusiasta.

«Dai, facciamolo!»

Scendemmo veloci le scale. Per un attimo le strinsi la mano.

*

A casa di Ugo c’erano tutti tranne Mimmo Aruta e Checco: il primo era andato a ballare con la sua nuova fidanzata, il secondo aveva detto che noi sembravamo degli sfigati segaioli. Era venuto pure Renato Ricci, per l’occasione indossava una divisa da facchino comprata da un robivecchi e che aveva acconciato a divisa nazista. Ugo si era autoproclamato croupier, addosso aveva l’uniforme fascista appartenuta al nonno e fumava un grosso sigaro. Davanti a lui, sul tavolo della cucina, fra birre, vino e dolci c’erano carte da gioco e fiches vecchie di quarant’anni.

Tonino fissava serio le proprie carte. Salvatore, seduto accanto a Ugo, sbirciava le carte di Alfonso, ma questi lo scacciava sempre urlando: «A guo’ finire o ti bebbo cassare ‘o culo?»

Io e Lia fingevamo di giocare, in verità eravamo concentrati solo sul mobiletto dei liquori nel soggiorno.

Dopo nemmeno dieci minuti mi alzai per andare in bagno e, attento a non farmi notare, fregai una bottiglia di whisky e la lasciai vicino alla porta di casa. Dieci minuti dopo Lia fece lo stesso. Poi con una scusa ci volatizzammo da lì, ridendo con le nostre bottiglie in mano e del cibo nascosto nella borsa di Lia. Corremmo nel garage di Ugo, di cui avevo una copia della chiave per custodire la sua base durante le sue assenze. Ci barricammo lì dentro a bere e ad ascoltare musica dalla vecchia radio che lui conservava nella vana speranza di captare Radio Londra o emittenti nemiche.

Il tempo sembrava volare su di noi. Divorammo dolci e tramezzini e svuotammo mezza bottiglia. Non la smettevamo di ridere. Avevamo praticamente devastato il garage di Ugo.

Lia sfilò dal muro una bandiera nazista e se la mise a mo’ di mantello. Con la cioccolata di un dolce si dipinse dei baffetti e subito alzò la mano destra.

«Io essere Ugo, grante tedesco scemo, ja! Io intento conquistare monto con miei fucili di legno.»

Mi trattenevo la pancia dalle risate. Lia marciava al passo dell’oca, il braccio alzato e il volto serio.

A un tratto udimmo passi e grida provenienti dalla discesa.

Lia si tolse di dosso la bandiera e spense subito lo stero. Da fuori si sentirono le grida di Ugo: «Chi siete? Uscite fuori o sparo.»

Raccattammo bottiglie e dolci e filammo via, guizzammo nel buio e scavalcammo il muretto che separava una fabbrica dismessa dal palazzo.

Nascosti, vedemmo Ugo fiondarsi nel garage, un fucile di legno in mano. Accanto a lui Renato Ricci, anche lui armato di fucile di legno. Dietro di loro Tonino, Salvatore e Alfonso che guardavano il garage ridotto a un disastro.

L’urlo disperato di Ugo echeggiò nella notte.

«Maldetti comunisti! Io vi uccido! Vi brucerò tutti!»

Decine di finestre si illuminarono e subito si udirono strilla e vaffanculo diretti a Ugo.

Io e Lia faticavamo a trattenere le risate.

«Vieni…» sussurrai, afferrandole la mano.

Lei rideva ancora. Scavalcammo il cancello della fabbrica e uscimmo in strada. Entrammo nel palazzo e in fretta giungemmo sul mio pianerottolo.

Ci sedemmo e restammo in attesa, dall’androne si udivano ancora le urla di Ugo, poi il grido di una vecchia, la signora Caiazza: «Tu c’hai rutt ‘o cazz cu Mussulìni, Hitlèr e a bucchin ‘e mammet!»

Gli fracassò il fucile in testa mentre, invano, Ricci cercava di fermarla.

Ugo, trascinato a casa da Tonino e Alfonso, minacciava la donna di mandarla alla corte marziale.

Io e Lia continuavamo a ridere, vicinissimi come mai lo eravamo stati prima. Le nostre mani erano ancora unite.

Quando cessò ogni rumore, ancora ridendo, ci guardammo negli occhi; poi, come storditi, fissammo le nostre mani congiunte.

Le sciogliemmo immediatamente e abbassammo lo sguardo, imbarazzati. Il tempo si era calcificato su di noi, i secondi non scorrevano più, persino l’aria che respiravamo si era fermata.

Alzammo il capo, intimiditi. I nostri occhi si sfiorarono, languidi, quasi spaventati, e lentamente i nostri volti si avvicinarono sempre di più, millimetri che svanivano in una lentezza pesante e calda di intimità che ci avviluppava.

Sentii il suo respirò contro la bocca, vidi i suoi occhi chiudersi.

Poi a un tratto udii una porta aprirsi, e subito la voce di mia madre: «Miche’, ma che fai lì? So’ le quattro! Tuo padre ha detto che se non vieni esce lui.»

Io e Lia eravamo fermi, occhi negli occhi, le nostre labbra vicine.

«Ci vediamo domani…» sussurrò lei, sfiorando la mia bocca con il suo respiro.

Scese veloce le scale. Neppure si voltò. Nel vederla mi sembrò che stesse svanendo per sempre.

«Miche’, ti muovi o no?»

Entrai in casa a testa bassa, dalla cucina udivo mio padre urlare: «Ma che sfaccimma c’ha nella testa chill omm’ ‘e merda? Pure mi deve far passa’ nu’ guaio! Mo chi ‘o sape che cazz’ ha combinato!»

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