Progetto editoriale: La finestra chiusa

XVIII

Poco dopo, andato via il nonno e le zie, finalmente fui libero da quella recita. Come ogni vigilia c’era la partita a carte a casa di Ugo, puntualmente trasformata in una nottata a guardare film porno, visto che sua madre e le sue sorelle andavano a mangiare fuori e poi a ballare, e suo padre era come se non esistesse.

Seduta sulle scale del proprio piano trovai Lia. Leggeva un libro di Dickens, i capelli le cadevano sul viso in un triste sipario.

«Ehi, auguri…» le dissi, sedendomi al suo fianco. Ma lei neppure scostò lo sguardo dalle pagine.

«Se’, auguri…»

«Ma che hai? Tutto bene?»

Sbuffò e chiuse di colpo il libro.

«Si può sapere perché ogni volta che a Natale uno non sorride gli si fanno mille domande?»

Non risposi, non sapevo che dire. Lei, seccata, si scostò una ciocca di capelli dal viso e tornò subito al romanzo.

«Che poi vorrei sapere cosa c’è di tanto speciale a Natale…»

Per un attimo pensai a Maria Mangiacapra e a Rosa Marra che la prendeva in giro perché non festeggiava il Natale. Osservai la porta dell’appartamento di Lia, cercai di udire qualche rumore, della musica, una risata, una misera parvenza di vita, ma si udiva solo il fracasso del televisore acceso, come da me.

«Non lo festeggiate il Natale a casa tua?»

Lia sbuffò nuovamente e voltò ferina una pagina.

«Se essere costretti a stare a tavola fino a mezzanotte, muti, significa festeggiare, allora lo festeggiamo. Contento?»

«Hai ragione, anche a me non piace…» dissi alzandomi e colpendo col piede la ringhiera in modo goffo e a sguardo basso. «Quest’anno ho anche fatto cadere mia sorella nel presepio.»

Improvvisamente le dita di Lia si bloccarono sui fogli, sgranò gli occhi su di me e di colpo scoppiò a ridere.

«Cosa hai fatto?» ridacchiò, tirandosi su.

«Non ridere! La tenevo in braccio perché doveva mettere il pastore di Gesù bambino nella grotta e m’è cascata.»

Con lei adesso ridevo anche io. Poi, a un tratto restammo in silenzio, come inghiottiti dall’imbarazzo, sul viso di entrambi oscillava solo un piccolo sorriso.

Faticavamo a guardarci, lì da soli nella notte, faccia a faccia.

Lia mi sbatté il librò contro al petto e spazzò via quel silenzio.

«Tieni! Se vuoi puoi prenderlo, io l’ho già letto.»

«Grandi Speranze…» parlottai, osservando la copertina.

«È quello in cui c’è Estella, ricordi? La tipa che secondo me somiglia a mia sorella.»

Scrutai il libro, poi la porta di casa di Lia e di nuovo lei.

«Tua sorella non c’è?»

Lia fece spallucce e accese una sigaretta.

«È a ballare o a scopare con chissà chi.»

«E tu invece ora che fai?»

Restò zitta, sembrava cercasse le parole giuste da dire, ma sapevo che voleva solo una scusa per non restare con suo padre.

«Senti, io sto andando da Ugo» ripresi «Di certo ci sono tutti, tranne Checco. Potresti venire pure tu, no?»

«Se’, come no. Sicuro passerete la notte a vedere porno e dovrò scrollarmi di dosso quel malato di Aruta, ubriaco.»

Sorrisi. Lia aveva ragione, sì, sarebbe andata proprio così.

Poi in un lampo di furbizia mi si illuminò il viso.

«Ascolta, potremmo fare così…»

Mi avvicinai a lei e le sussurrai in un orecchio. Man mano che sbiascicavo, il sorriso di Lia cresceva, i suoi occhi brillavamo.

Mi diede un pacca sulla spalla, entusiasta.

«Dai, facciamolo!»

Scendemmo veloci le scale. Per un attimo le strinsi la mano.

*

A casa di Ugo c’erano tutti tranne Mimmo Aruta e Checco: il primo era andato a ballare con la sua nuova fidanzata, il secondo aveva detto che noi sembravamo degli sfigati segaioli. Era venuto pure Renato Ricci, per l’occasione indossava una divisa da facchino comprata da un robivecchi e che lui aveva acconciato a divisa nazista. Ugo si era autoproclamato croupier, addosso aveva una uniforme fascista appartenuta al nonno e fumava un grosso sigaro. Davanti a lui, sul tavolo della cucina, fra birre, vino e dolci c’erano carte da gioco e fiches vecchie di quarant’anni.

Tonino fissava serio le proprie carte. Salvatore, seduto accanto a Ugo, sbirciava le carte di Alfonso, ma questi lo scacciava sempre urlando: «A guo’ finire o ti bebbo cassare ‘o culo?»

Io e Lia fingevamo di giocare, in verità eravamo concentrati solo sul mobiletto dei liquori nel soggiorno.

Dopo nemmeno dieci minuti mi alzai per andare in bagno e, attento a non farmi notare, fregai una bottiglia di whisky e la lasciai vicino alla porta di casa. Trascorsi dieci minuti Lia fece lo stesso. Poi con una scusa ci volatizzammo da lì, ridendo mentre correvano giù per scale con le nostre bottiglie in mano e del cibo nascosto nella borsa di Lia. Sfrecciammo nel garage di Ugo, di cui avevo una copia della chiave per custodire la sua base durante le sue assenze. Ci barricammo lì dentro a bere e ad ascoltare musica dalla vecchia radio che lui conservava nella vana speranza di captare Radio Londra o emittenti partigiane.

Il tempo sembrava volare su di noi. Divorammo dolci e tramezzini e svuotammo mezza bottiglia. Non la smettevamo di ridere. Avevamo praticamente devastato il garage di Ugo.

Lia sfilò dal muro una bandiera nazista e se la mise a mo’ di mantello. Con la cioccolata di un dolce si dipinse dei baffetti e subito alzò la mano destra.

«Io essere Ugo, grante tedesco scemo, ja! Io intento conquistare monto con miei fucili di legno.»

Mi trattenevo la pancia dalle risate. Lia marciava al passo dell’oca, il braccio alzato e il volto serio.

A un tratto udimmo passi e grida provenire dalla discesa.

Lia si tolse di dosso la bandiera e spense subito lo stereo. Da fuori si sentì la voce di Ugo inveire: «Chi siete? Uscite fuori o sparo.»

In fretta raccattammo bottiglie e dolci e filammo via, guizzammo nel buio e scavalcammo il muretto che separava il palazzo da una fabbrica abbandonata.

Nascosti, vedemmo Ugo fiondarsi nel garage, un fucile di legno in mano. Accanto a lui Renato Ricci, anche lui armato di fucile di legno. Dietro di loro Tonino, Salvatore e Alfonso che, annoiati, guardavano il garage ridotto a un disastro.

L’urlo disperato di Ugo echeggiò nella notte.

«Maldetti comunisti! Io vi uccido! Vi brucerò tutti!»

Decine di finestre si illuminarono e subito si udirono strilla e vaffanculo diretti a Ugo.

Io e Lia faticavamo a trattenere le risate.

«Vieni…» sussurrai, afferrandole la mano.

Lei rideva ancora. Scavalcammo il cancello della fabbrica e uscimmo in strada. Facemmo il giro, entrammo nel palazzo e in fretta giungemmo sul mio pianerottolo.

Ci sedemmo sui gradini e restammo in attesa, dall’androne si udivano ancora le urla di Ugo, poi il grido di una vecchia: «Tu c’hai rutt ‘o cazz cu Mussulìni, Hitlèr e a bucchin ‘e mammet!»

Gli fracassò il fucile in testa mentre, invano, Ricci cercava di fermarla.

Ugo, trascinato a casa da Tonino e Alfonso, minacciava la donna di mandarla alla corte marziale.

Io e Lia continuavamo a ridere, vicinissimi come mai lo eravamo stati prima. Le nostre mani erano ancora unite.

Quando cessò ogni rumore, ancora ridendo, ci guardammo negli occhi; poi, come storditi, fissammo le nostre mani congiunte.

Le sciogliemmo immediatamente e abbassammo lo sguardo, imbarazzati. Il tempo si era calcificato su di noi, i secondi non scorrevano più, persino l’aria che respiravamo si era fermata.

Alzammo il capo, intimiditi. I nostri occhi si sfiorarono, quasi spaventati, e lentamente i nostri volti si avvicinarono sempre di più, millimetri che svanivano in una calda intimità che ci avviluppava.

Sentii il suo respirò contro la bocca, vidi i suoi occhi chiudersi.

Poi a un tratto udii una porta aprirsi e subito udii la voce di mia madre: «Miche’, ma che fai lì? So’ le quattro! Tuo padre ha detto che se non vieni esce lui.»

Io e Lia eravamo fermi, occhi negli occhi, le nostre labbra vicine.

«Ci vediamo domani…» mi sussurrò, il suo respiro sfiorò la mia bocca. Poi si tirò su e scese veloce le scale. Neppure si voltò. Nel vederla mi sembrò che stesse svanendo per sempre.

«Miche’, ti muovi o no?»

Entrai in casa a testa bassa, dalla cucina udivo mio padre urlare: «Ma che sfaccimma c’ha nella testa chill omm ‘e merda? Pure mi deve far passa’ nu’ guaio a me!»

*

Il giorno successivo, Ugo aveva affisso nell’androne del palazzo un cartello con su scritto: “A tutti i gentili condomini, nel caso fra voi ci fosse un comunista, è pregato di consegnarsi subito e morirà solo lui. Altrimenti tutta la sua famiglia pagherà il gesto vile commesso la scorsa notte”.

L’aveva firmato: Fuhrer.

Da allora non vidi Lia per diversi giorni. Quando la rincontrai aveva un livido sul collo, nascosto da una sciarpa.

«Ma che fine avevi fatto?»

«Niente…»

Trascorremmo il resto delle vacanze insieme a leggere, mentre Ugo e Renato Ricci setacciavano il palazzo in cerca di comunisti. Per deviare la sua ricerca inventammo che la sera della vigilia avevamo visto due losche figure scavalcare il cancello.

Queste cose, le nostre letture e i momenti passati insieme facevano sorridere Lia, ma nei suoi occhi continuava a esserci una traccia di malinconia, come una macchia, un alone incancellabile di tristezza che non riuscivo ad afferrare.

Ogni volta che cercavo di capire, di parlarne, lei mi fermava dicendo: «Dai, leggiamo quest’altro libro!»

Non parlammo mai di ciò che era successo fuori da me.

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