Romanzo Piciul: Capitolo otto

VIII  

Damin correva di vicolo in vicolo, attorno a lui palazzi scrostati, minuscoli negozi cinesi e alimentari pakistani.

Non vedeva altro che suo fratello Floris, era scolpito nelle sue pupille, pulsava come un ascesso.

Avanzò veloce, calpestò rifiuti, vetri rotti, immondizia lasciata a marcire ai piedi di cassonetti straboccanti.

Schiacciò la carcassa di un gatto: gli tornò in mente la volta in cui Floris l’aveva portato in un cimitero a dissotterrare un morto per fregargli l’oro. Allora avrebbe voluto gettare suo fratello in quella fossa, invece ci era caduto lui, sotto le risate di Floris.

Continuò a correre, respirava puzza di muffa, palazzi cadenti si susseguivano irregolari, di tanto in tanto da una cappella nel muro il volto triste della vergine Maria sembrava compatirlo.

Sfrecciò davanti un edificio distrutto, gli parve di vedere il presepio che aveva costruito a otto anni. Era stata sua madre, quando era ancora in casa, a insegnargli a farlo. Una volta finito, Floris gliel’aveva distrutto, poi ci aveva pisciato sopra e aveva steso lui con un pugno.

«Frocio! Tu giochi cu ‘e bamboline?»

Suo padre rideva, mentre Damin, in lacrime, rimpiangeva il fratello che un tempo lo aiutava a costruire quello stesso presepio, insieme alla loro mamma.

Travolse un mucchio di cianfrusaglie fuori la minuscola bottega di un vecchio rigattiere. Sedie, lampade e specchi caddero al suolo in un enorme frastuono.

Il vecchio non riuscì neppure ad alzarsi dalla sedia, urlò e basta.

Una volta a casa, si precipitò in cucina. Il lavello era pieno di piatti sporchi, i mobili sfondati.

Suo padre dormiva sul divano, un filo di bava gli colava dalla bocca, la pancia villosa gli usciva dal maglione sporco di sugo e fetido di birra, i calzoni erano macchiati di piscio.

Damin, silenzioso, raggiunse il divano, raccolse sotto di esso un vecchio Tablet e uscì dalla stanza.

Si chiuse in bagno e si fermò davanti allo specchio.

Estrasse il coltello dalla tasca: la lama era lucida, pulitissima, l’aveva usata solo contro sacchi di patate e pneumatici. Gliel’aveva dato Floris due mesi dopo la scomparsa di sua madre.

«Tu nun ‘e ave’ paura di nisciuno! Manco ‘e me!»

Lo conficcò in una saponetta. Per un attimo immaginò fosse la pancia di Blanca.

Udiva ancora la risata di Blanca, vedeva Piciul incapace di guardarlo mentre andava via con lei, e lui fermo, zitto.

Estrasse il coltello e sputò contro lo specchio.

Corse alla tazza del bagno, si calò calzoni e mutande, ci si mise a sedere sopra e iniziò a masturbarsi: gli occhi fissi su figure pornografiche, le labbra contratte in una smorfia rabbiosa, sussurri incomprensibili che gli uscivano di bocca.

Digrignò i denti, serrò le palpebre e pensò a Blanca. Un fiotto di sperma schizzò sul Tablet.

A un tratto udì scatarri e colpi di tosse dalla cucina, poi un forte tonfo, e subito dopo ancora tosse, passi pesanti nel corridoio. Infine violente mazzate contro la porta.

«Deschis imediat!»

Damin sobbalzò, nascose il Tablet, si rivestì e corse ad aprire la porta.

Suo padre lo afferrò per la maglietta e lo scagliò via, si precipitò subito al lavello e ci vomitò dentro.

Damin, spalle al muro, sapeva che avrebbe fatto bene a scappare, eppure non riusciva a smettere di fissare suo padre: i pantaloni che gli cascavano, la pancia che fuoriusciva dal maglione, il vomito che gli colava sulla barba.

Gli faceva schifo. Lo desiderava morto, proprio come le volte in cui l’aveva visto maltrattare sua madre, o quando anni dopo che lei era andata via, portava a casa donne volgari e le scopava sul divano, mentre lui attendeva in corridoio o sul pianerottolo per andare a dormire, perché Floris non lo voleva più in camera.

Appena suo padre si voltò, Damin distolse lo sguardo.

«La ce naiba te uiți?»

In un attimo gli fu addosso. Lo colpì alla faccia con uno schiaffo, poi gli mollò un pugno allo stomaco.

Nemmeno lo guardò piegarsi a terra. Andò via come se nulla fosse successo, come faceva sempre.

Damin, in ginocchio, le mani sulla pancia, si sforzava di non piangere: sapeva che se lo avesse fatto suo padre l’avrebbe massacrato.

Si rialzò a fatica e barcollò contro la parete, infilò la mano in tasca, estrasse il coltello e lo guardò. Ma appena udì suo padre sbraitare dalla cucina lo mise via e veloce usci di casa.

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