Tratto dal romanzo In cerca della Morte

I

Quando appresi che la Morte era scomparsa stavo a letto tormentato da un devastante dopo sbornia. Dalla persiana calata lame di luce fendevano la semioscurità fumosa e mi precipitavano sul viso, le urla sguaiate di una bambina mi giungevano dalla strada e si mischiavano al miagolio del gatto che, ostinato, picchiettava con la zampa sulla mia faccia.

Senza neppure aprire gli occhi mi voltai di scatto e sbattei il micio al suolo, fra vestiti sporchi, pacchetti di sigarette appallottolati e bottiglie vuote. Affondai la testa nel cuscino, soffocato dalla tosse, rivoli di bava mi colavano sulla barba.

A un tratto il trillo del telefono parve spaccare ogni rumore, un urlo che mi giunse nel cervello come un proiettile.

Mi rivoltai nel letto a occhi chiusi e senza smettere di tossire. Allungai la mano e tastai il vuoto in cerca di quel dannato cellulare, dal comodino caddero dei libri e una bottiglia di vino.

Feci appena in tempo a respirare un pungente tanfo di piscio prima che, afferrato il telefono, un possente grido frantumò ogni mia speranza di starmene a casa a smaltire la sbornia.

«Dove Cristo di un Dio sei, Gargiulo? Lo vedi che cazzo di ore sono, eh? Lo vedi? Lo vedi o no, brutto pezzo di merda?».

No, non lo vedevo. Non vedevo nulla. Tossivo ancora, mentre dall’altra parte del telefono il mio capo continuava a urlare. Incurante della tosse, dell’ora e del capo agguantai il pacchetto di sigarette, me ne ficcai una in bocca e l’accesi.

«Mi ascolti o no, lurido aborto mancato? Te lo dico io che ore sono, sono le tre del pomeriggio! E tu dovevi essere qui alle due. Alle due, Gargiulo! Stavolta quale cazzo di scusa hai?».

La tosse rispose per me. Con occhi assonati scrutai la stanza: il micio che mi fissava da un mucchio di vestiti, la bottiglia caduta dal comodino dalla quale scorreva del piscio, a terra i frammenti di un bicchiere e la foto stracciata di Vera.

Sospirai rassegnato e mi tirai su.

«Sto morendo, capo…».

«Sarebbe pure ora che ti decidessi una buona volta a crepare, patetico ammasso di vomito. Ogni settimana, ogni cazzo di fottuto giorno te ne esci che stai per morire e manco crepi.»

«Stavolta credo sia vero, capo…» risposi, barcollando seguito dal mio gatto.

«Stronzate! Tu non puoi morire, schifoso pederasta dalle palle mosce. Tu purtroppo, per mia immensa sfortuna, non puoi crepare, non oggi e neppure domani se non alzi subito quel tuo flaccido culo e vieni qui. E sai perché non puoi morire, testa di cazzo? Te lo dico io perché cazzo non puoi morire! Perché Lei è andata via, ecco perché!».

La sigaretta mi cadde di bocca. Le parole appena udite mi avevano colpito al petto come una palla da demolizione. Persino le urla del mio capo erano sparite. C’era solo il vuoto e il gatto che mi fissava e miagolava.

«Mi hai sentito o no, testa di cazzo? Allora, ti sbrighi a portare il tuo culo moscio qui?».

Misi giù, non c’era altro da dire. Lento, seguito dal gatto, raccattai la mia roba e avanzai nella stanza. Mi fermai dinnanzi la foto di Vera, la guardai, lei mi sorrideva, aveva un’aria così candida, quella fotografia gliel’avevo scattata io due anni prima, quando ci eravamo conosciuti.

Lo tirai fuori e ci pisciai sopra. Al primo schizzo il gatto scappò via, mentre al di là della finestra la bambina urlava contro chissà chi: «Ce rutt’ ‘a fessa!».

Mi vestii in fretta e uscii sul pianerottolo, ancora barcollando. Nel vedere i fiori freschi fuori la porta della signora Torelli, la mia vicina di casa, mi dispiacque di aver appena svuotato la vescica sulla foto di Vera. Quella vecchia troia non faceva che spiarmi, di certo lo stava facendo anche adesso, e io sciocco avevo riversato tutto il mio malessere su Vera.

Non potei fare altro che sputarle sullo spioncino e lasciare il palazzo, avvolto da incomprensibili urla che giungevano dagli appartamenti, fetore di pesce bollito e di piedi sporchi.

Appena in strada, prima di raggiungere la mia vecchia Fiat Uno bianca parcheggiata nel vicolo, a ridosso di un cassonetto straboccante di rifiuti, la voce della bambina udita poco prima in camera mi arrivò addosso come una putrida folata.

«Va a fa n’mocc nu’ poc’ a chi te muort!» strillò, rivolta a sua madre affacciata al balcone che subito, risoluta e impiegabile replicò con una voce da baritono: «Mo’ che tuorn’ a casa te strapp’ a faccia.»

Ma lei, Tiziana, un soldo di cacio di appena sei anni, non sembrò curarsene. Decisa avanzava nel vicolo, i lunghi boccoli neri le ondeggiavano sulle spalle macilente.

Mi arrivò faccia a faccia e mi passò a rassegna da capo a piedi. Ebbi paura di non essere di suo gradimento, come al solito. Forse il mio jeans era troppo vecchio, il giubbotto di pelle troppo logoro, la barba troppo lunga e i capelli come sempre disordinati.

Mi sforzai di sorridere, anche se conoscevo bene quella sua espressione, da anni ormai.

«E tu va a fa ‘e bucchin’!» mi disse, per poi svanire avvolta dai rifiuti trascinati dal vento.

Salii in auto e andai via, alla piccola Tiziana avrei pensato dopo, magari in nottata, pisciando suoi sui vestiti stesi sul balcone di fronte al mio.

Adesso avevo altro in testa.

 

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