Progetto editoriale: La finestra chiusa

VII

Dopo quel giorno Lia fu accolta nel garage di Ugo. Checco aveva dovuto accettarla, tollerarla era il compromesso per non restare da solo, visto che oltre a noi non aveva nessuno.

Il loro primo vero dialogo avvenne quando lui ci illustrò il suo piano: stavolta il bottino fregato nel cimitero del Pianto l’avremmo dato a Vincenzo ‘a zoccola, uno spacciatore che lui bazzicava, e ci avrebbe pagato in coca.

Né io né Ugo volevamo sniffare, ma Checco aveva minacciato di additarci come senza palle. Dunque non avevamo scelta.

Lia, invece, non aveva aperto bocca, lasciando di stucco Checco. Anzi, fu proprio lei a farci entrare nel cimitero.

Giunti lì, Checco e Ugo sul Benelli, io, Lia e Salvatore sulle biciclette, trovammo il cimitero chiuso per chissà quale festività, o forse solo perché il papà di Lia era troppo ubriaco. Lei, senza perdersi d’animo, ci mostrò delle sbarre piegate da cui passare.

Così fummo dentro grazie a Lia, non certo per merito di Checco, ora più risentito di prima. Non era nemmeno lui ad andare avanti, ma io e Lia, come se il piano fosse nostro.

Fra lapidi, cappelle di marmo, statue di santi e di angeli, avanzavamo lenti in un silenzio rotto soltanto dal verso degli uccelli, mentre piccole fiammelle danzavano davanti a foto di uomini, di donne e di bambini che ci guardavano e sorridevano.

Checco indicò la prima tomba da attaccare, un mausoleo dalla facciata intarsiata di statue di angeli.  Ugo fu mandato avanti. Desideroso di mostrare la propria forza, senza farsi pregare, sferrò un calcio al cancello e lo sfondò in un sordo boato.

Entrammo tutti, zaino in spalla e guardandoci attorno furtivi. Non c’erano che lapidi, candelabri di ottone pieni di fiori e altri volti sorridenti che ci fissavano da dietro fiammelle oscillanti.

Salvatore Cozzuto, terrorizzato, gli occhi ridotti a lucciconi pronti a esplodere, si aggrappò al braccio di Ugo.

«E ora che facciamo?» farfugliò.

Ugo lo afferrò per il collo e lo sbatté contro una lapide.

«Si’ nun te staje zitto nun to mett chiu’ n’gul» ridacchiò.

Io lasciai cadere lo zaino a terra e, seccato, mi rivolsi a Checco.

«Bella scelta del cazzo!» sbottai.

«Perché, tu hai scelto di meglio?»

Ma l’espressione d’entrambi mutò di colpo quando vedemmo Lia infilare nella fenditura di una tomba un piede di porco.

«Invece di fare i coglioni muovetevi e darmi una mano!»

Ci fiondammo su di lei, le nostre mani sulle sue unite a tirare quel ferro vecchio, mentre la lapide scricchiolava davanti a noi.

Quando franò al suolo facemmo appena in tempo a scansarci, travolti da un’ondata di putrido fumo. Salvatore piangeva aggrappato a una lapide. Ugo, invece, era stupefatto, mentre io e Checco, accanto a Lia, attendevamo col cuore in gola che quella fetida nebbia si diramasse.

Diminuita, lei si precipitò sul loculo e frugò il cadavere.

«Dai, aprite le altre.»

Confusi, io e Checco ci guardammo per qualche istante, poi corremmo a forzare altre lapidi, mentre Ugo provava a sfondarle a calci e Salvatore piangeva raggomitolato in un angolo.

Uscimmo dalla cappella carichi di un vero bottino. Correvamo nei cunicoli del cimitero e ridevamo. Seguiti dal sole che calava su di noi attraversammo distese di terra colme di croci lasciandoci alle spalle fiammelle giallognole e volti ora sbiaditi. 

Lia strappò un crisantemo e, ridendo, me lo gettò in faccia. I petali volarono al vento insieme alla sua risata. Subito la inseguii, ne strappai a mia volta uno e la colpii alla schiena. Checco, nel vederci, ora sul volto i tratti di un bambino, afferrò due crisantemi e ci rincorse, per poi colpirci in pieno volto, immediatamente seguito da Ugo che affondava le mani nella terra strappando persino i fili d’erba, tallonato da Salvatore, ora illuminato da un sorriso ancora madido di lacrime.

A un tratto dei rumori ruppero ogni nostro respiro, poi udimmo nitidi dei passi, una voce dura.

«Chi c’è?»

Scappammo via, i petali volavano ancora su di noi, ora in una pioggia silenziosa.

Lia, fra una muraglia di cappelle che cingevano il piazzale ne indicò una che pareva cadere a pezzi.

«Di là!»

Il cancello era aperto. Ci calammo nell’oscurità, fino ad addentrarci nel ventre di una minuscola cripta che puzzava di terra e di morte. I loculi erano tutti anneriti, su di essi niente nomi né foto, e fuori di lì ancora passi.

Acquattati, muti, spiavamo il padre di Lia ora avvicinarsi ora allontanarsi, tramutato in un’ombra che si ingigantiva nelle nostre pupille, per poi ritrarsi all’improvviso e di nuovo apparire.

«Tuo padre?» le sussurrai, a pochi centimetri dal suo volto.

Lei annuì, ma non smosse gli occhi dalla grata, sembrava fiutasse i movimenti di suo padre.

«Se ci trova a voi vi uccide e a me mi ammazza di botte.»

Appena i passi si allontanarono, Salvatore, terrorizzato, fece per uscire, ma Lia lo bloccò giusto in tempo.

«Aspetta! Lui è ancora lì.»

Salvatore tremava. Tutti noi tremavano. La sola a non tremare era Lia, i suoi occhi acuti e inamovibili sull’inferriata.

Quando uscimmo era ormai buio. Camminammo lenti fra cunicoli di marmo su cui oscillavano le fiamme dei lumini, ma quel posto adesso ci appariva per quello che era, non più un campo da giochi.

Arrivati al cancello vedemmo una luce giallognola in una palazzina e la sagoma di un uomo seduto al di là di una finestra.

Lia ci fece cenno di seguirla. Uscimmo da dove eravamo entrati. Raggiungemmo i mezzi e volammo via da lì.

Io e Lia pedalavamo fianco a fianco, ridevamo.

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