Tratto dal romanzo La finestra chiusa

VIII  

Dopo quel giorno, Lia era stata accolta nel garage di Ugo. Checco aveva dovuto accettarla, tollerarla era il compromesso per non restare da solo.

Il loro primo vero dialogo avvenne quando lui ci convinse che al cimitero del Pianto avremmo fatto un affare. Stavolta statue e tutto il resto non le avremmo date a Banana, ma a Vincenzo ‘A Zoccola, uno spacciatore che lui bazzicava, e in cambio non ci avrebbe dato sigarette o erba, ma coca.

Né io né Ugo volevamo sniffare, ma Checco aveva minacciato di additarci come senza palle.

Lia non aveva aperto bocca, sorprendendo Checco. Arrivati sul posto era stata proprio lei a farci entrare.

Giunti lì, Checco e Ugo sul Benelli, io, Lia e Salvatore sulle biciclette, trovammo il cimitero chiuso per chissà quale festività, o forse solo perché il papà di Lia era troppo ubriaco. Lei, senza perdersi d’animo, ci mostrò delle sbarre piegate da cui passare.

Così fummo dentro grazie a Lia, non certo per merito di Checco, ora più risentito di prima. Non era nemmeno lui ad andare avanti, ma io e Lia, come se il piano fosse nostro.

Fra lapidi, cappelle di marmo, statue di santi e di angeli, avanzavamo lenti in un silenzio rotto soltanto dal verso degli uccelli. Piccole fiammelle danzavano davanti a foto da cui volti di uomini, donne e bambini ci guardavano sorridendo.

Checco indicò la prima tomba da attaccare, un mausoleo con statue di angeli sulla facciata.

Ugo fu mandato avanti, desideroso di mostrare la propria forza.

Sferrò un calcio al cancello e subito la porta si spalancò.

Entrammo tutti, zaino in spalla e guardandoci attorno furtivi. Non c’erano che lapidi, candelabri di ottone pieni di fiori, altri volti sorridenti che ci fissavano dalle foto funebri.

«E ora che facciamo?» farfugliò Salvatore, terrorizzato.

Ugo lo afferrò per il collo e lo sbatté contro una lapide.

«Si’ nun te stai zitto nun to mett chiu’ n’gul, ‘e capit?» ridacchiò.

Salvatore tremava. Io lasciai cadere lo zaino a terra.

«Bella scelta del cazzo!» sbottai, rivolto a Checco.

«Perché, tu hai scelto di meglio?»

Ma l’espressione d’entrambi mutò di colpo quando vedemmo Lia infilare nella fenditura di una tomba un piede di porco.

«Invece di fare i coglioni muovetevi e darmi una mano!»

Ci fiondammo su di lei, le nostre mani sulle sue unite a tirare quel ferro vecchio, mentre la lapide scricchiolava davanti a noi.

Quando franò al suolo facemmo appena in tempo a scansarci. Dalla tomba uscì un’ondata di putrido fumo. Salvatore piangeva. Ugo era stupefatto. Io e Checco, accanto a Lia, attendevamo col cuore in gola che quel fumo si diramasse, e appena diminuì, lei, senza indugiare, si precipitò sul loculo e frugò il cadavere.

«Dai, aprite le altre.»

Confusi, io e Checco forzammo le altre lapidi, mentre Ugo provava a sfondarle a calci e Salvatore piangeva.

Uscimmo dalla cappella carichi di un vero bottino. Correvamo nei cunicoli del cimitero e ridevamo, mentre il sole calava attraversammo distese di terra colme di croci. 

Lia strappò un crisantemo e, ridendo, me lo gettò in faccia. I petali volarono al vento insieme alla sua risata.

La inseguii, ne strappai a mia volta uno e la colpii alla schiena. Checco strappò due crisantemi e rincorse me e Lia: colpì entrambi e noi colpimmo lui che, ridendo, rispose gettandoci addosso altri fiori, subito aiutato da Ugo e da Salvatore, ora allegro, nonostante gli occhi ancora lucidi.

Correvamo di lapide in lapide, raccoglievamo palle di fiori e ce le lanciavamo addosso. Su di noi una pioggia di petali.

Poi a un tratto dei rumori, dei passi, una voce dura.

«Chi c’è?»

Scappammo via, i petali volavano ancora su di noi.

Lia indicò una misera cappella fra quelle che cingevano il piazzale.

«Di là!»

Il cancello era aperto. Ci calammo in una minuscola cripta che puzzava di terra e di morte. I loculi erano tutti anneriti, su di essi niente nomi né foto, e fuori di lì ancora passi.

Acquattati, in silenzio, spiavamo il padre di Lia ora avvicinarsi ora allontanarsi.

«Tuo padre?» le sussurrai.

Lei annuì, gli occhi fissi sulla grata.

«Se ci trova a voi vi uccide e a me mi ammazza di botte.»

Appena i passi si allontanarono, Salvatore, terrorizzato, fece per uscire, ma Lia lo bloccò giusto in tempo.

«Aspetta! Lui è ancora lì.»

Salvatore tremava. Tutti noi tremavano. La sola a non tremare era Lia, i suoi occhi acuti fissi sull’inferriata.

Quando uscimmo era ormai buio. Camminammo lenti fra cunicoli di marmo su cui oscillavano le fiamme dei lumini.

Arrivati al cancello vedemmo una luce giallognola in una palazzina e la sagoma di un uomo seduto al di là di una finestra.

Lia ci fece cenno di seguirla. Uscimmo da dove eravamo entrati. Raggiungemmo i mezzi e volammo via da lì.

Pedalando fianco a fianco, io e Lia ridevamo.

IX

Lia si era rifiutata di dare la merce a Vincenzo ‘A Zoccola in cambio della coca, e Checco non aveva osato aprire bocca. Grazie a lei avevamo ricevuto trecentomila lire: sessantamila lire a testa! Inoltre, seppur suo padre aveva scoperto la cappella distrutta, Lia ci aveva assicurato che proprio grazie a lui avrebbe trovato le tombe in cui venivano sepolte persone con la grana. Le sarebbe bastato segnare i nomi, noi dovevamo fare solo attenzione a non spaccare le lapidi, anche se questa cosa non emozionava particolarmente Ugo. Eppure anche lui sembrava cambiato da quando c’era Lia. Aveva fatto sparire i fucili di legno dal garage. Addirittura Mimmo e Tonino erano diversi. Tonino, sempre sciatto, ora si improfumava; Mimmo, che prima ci evitava come la peste, ora non perdeva occasione per sfidarci a partite di calcio.

Alfonso, invece, quando vedeva Lia arrossiva e saliva di corsa a casa. Ogni volta Checco gli urlava contro: «Ti vai a fa ‘na sega?»

Soltanto Salvatore appariva rattristato dalla presenza di Lia. Sempre in disparte, sembrava rimpiangere le attenzioni che prima Ugo gli rivolgeva, addirittura quando, deridendolo, gli diceva: «Ue’, ja’, sei fai il bravo to mett’ nu poco n’gul.»

Erano finiti persino i sega party, e solo quando Lia non c’era facevamo commenti spinti su Flora e Mariangela.

Anche a casa mia la presenza di Lia non era passata inosservata. Non era mai venuta da me, ma i miei, e anche mio fratello, mi avevano visto spesso con lei.

Mia madre, felice, scorgeva in Lia la mia futura fidanzata che mi avrebbe tenuto lontano dai Ugo e Checco, da lei detestati. Mio padre mi guardava confuso, non capiva se io e Lia scopassimo, o se io fossi un ricchione che amava stare con le femmine.

Rino mi guardava e sorrideva. Lui aveva capito, proprio come sempre: sapeva che non avevo scopato, sapeva che avevo il terrore anche di chiedere un solo bacio a Lia, e questo pensiero lo rendeva forte, invincibile, ancora il monarca della casa al cospetto di un piccolo, insignificante e debole verginello.

Ora, di notte, andavo sempre meno in cerca delle videocassette di Onofrio. Ogni volta che mi masturbavo vedevo il volto di Lia, e ne soffrivo.

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