Tratto dal romanzo Piciul

IX   

Blanca sedeva a tavola, accanto a lei Luzia canticchiava e colorava di rosa un rinoceronte. Nella stanza si respirava il profumo di carne e verdure bollite del Ciorbă cucinato da Nonna Loreta.

«Il rinocerul este gri» disse Blanca.

«Ti ho detto che non la capisco la lingua di mamma» brontolò Luzia, continuando a disegnare.

Blanca sorrise e le accarezzò i capelli.

«Dai che la capisci…»

Luzia sbuffò. Si scostò i capelli dal viso, alzò il disegno verso Blanca e sorrise.

«Vedi che è più bello rosa?»

Blanca si fiondò su di lei e le fece il solletico.

«Allora vedi che la capisci…»

«Lasciami. Lasciami» ridacchiò Luzia.

Crollarono sul tavolo, l’una sull’altra, ridevano ancora, sotto di loro disegni e colori.

Arrivata ora di cena ogni gesto fu avvolto dal silenzio. Il solo rumore era quello della TV e del cibo masticato.

Nonna Loreta mangiava lentamente, Blanca sedeva vicino a Luzia e la imboccava mentre lei disegnava. Suo padre aveva il volto chino sul piatto, mangiava meccanicamente, non masticava nemmeno il cibo, lo ingoiava e basta.

Luzia sorrise e alzò il disegno.

«Guardate quanto è bello» ridacchiò.

Mostrò un leone colorato di verde.

Tutti sorrisero, tranne Emil, assente, una statua di carne e ossa: continuava a mangiare, gli occhi persi nel vuoto.

Blanca balzò in piedi.

«Si può sapere perché fai così? Potresti almeno guardarli!»

Suo padre non disse nulla, neppure si mosse, congelato in quella resa che durava da quando aveva perso sua moglie.

Blanca sbatté la mano sul tavolo e corse via, Luzia ancora canticchiava e disegnava. Prese la borsetta dall’attaccapanni e fece per andare in camera sua.

Quando nonna Loreta la raggiunse, Blanca, il giubbotto addosso, aveva le mani ferme sul comodino accanto al letto, gli occhi fissi sui libri di sua madre.

«Non lo sopporto più…»

Sua nonna le arrivò alle spalle e le accarezzò i capelli.

«Blanca…»

Ma Blanca si scostò rapida.

«Cosa diavolo ha in corpo?»

«Ma cosa dici? Tuo padre vuole bene a te e a Luzia.»

«Ma se neanche l’ha degnata di uno sguardo! L’hai visto, no?»

«Tuo papà amava tanto tua madre, lo sai…»

Blanca si voltò lesta.

«E allora avrebbe dovuto salvarla!»

«Blanca… Ma nessuno poteva.»

Blanca, gli occhi lucidi rivolti a sua nonna, rivedeva sua madre alettata, sempre più magra e pallida. Sua madre ogni volta che la vedeva si sforzava di sorridere; suo padre, invece, non sorrideva più, non parlava neanche, stringeva la mano di sua moglie, gli occhi fissi su di lei come se quella unica cosa viva nelle sue pupille si stesse dissolvendo respiro dopo respiro. E dopo il funerale, tornato a casa, era andato a sedersi sul divano, ed era rimasto due giorni lì seduto senza aprire bocca.

Blanca superò sua nonna ed entrò in cucina. Suo padre adesso era sul divano, proprio come il giorno del funerale di Kira, mentre Luzia continuava a disegnare.

Si diresse verso l’ingresso, sua nonna la seguì.

«Blanca, dove vai?»

Luzia, il capo sui disegni e matita in mano, canticchiò: «Va dal suo fidanzatino Horia.»

Scoppiò a ridere e mostrò un disegno.

«Questi sono Blanca e Horia.»

Nel disegno Blanca e Piciul si tenevano la mano e sorridevano, davanti a loro c’era Luzia, felice.

Blanca chiuse gli occhi, cercò di frenare le lacrime e uscì di corsa, ma nel suo cuore, nelle sue vene, nelle sue cellule si muoveva ancora la risata di Luzia e l’immagine di lei e Horia.

Avanzò spedita di vicolo in vicolo, dai balconi, battute dal vento, come spettri lenzuola volteggiavano attorno a lei. I palazzi sembravano sbriciolarsi al suo passaggio. Superò un barbone rannicchiato su un gradino, un cane si fermò a fissarla davanti a un cumulo di immondizia, un gatto guizzò via al suo passaggio.

Correva sempre più veloce, desiderava solo fuggire da tutto lo squallore che la circondava da quando era morta sua madre. Far finta di non essere lì, ma altrove: dove, nemmeno lo sapeva.

Giunse fino alla casa segreta e vi entrò veloce. Il telefono le trillava nella borsa, ma neppure gli diede retta.

Avanzò nel buio come se ci vedesse. Calpestò macerie e rifiuti, raggiunse l’altare e si precipitò su di esso: le mani congiunte, il volto chino, lacrime che le rigavano il viso.

«Non ce la faccio più…»

Chiuse gli occhi, il capo poggiato sulla vecchia Bibbia. Continuava a singhiozzare.

«Mamma, aiutami…» sussurrò.

A un tratto il rumore di una latta rotolata sul pavimento la fece trasalire. Si voltò fulminea, gli occhi palpitanti, in mano un pezzo di vetro raccolto dal pavimento.

Damin uscì dall’oscurità, le mani in tasca, il sorriso sul viso e lo sguardo fisso su Blanca.

«Che fai, piangi?»

Blanca lasciò cadere il vetro e si asciugò velocemente le lacrime.

«E a te che cazzo importa?»

Si tirò su in fretta.

«Che ci fai qui?» chiese infastidita.

Damin fece spallucce.

«Passavo di qua.»

«Se non ti spiace vorrei stare sola, okay?»

«Che c’è, ‘a casa mo’ è tua?»

Blanca avanzò furente verso Damin, lo superò e arrivò alla porta.

La voce di Damin parve spaccare il silenzio.

«Aspetta…»

Era una voce così calma da non sembrare la sua.

Blanca lo guardò confusa, ai piedi di Damin c’era la bambola che lui aveva usato per insegnarle a colpire col coltello.

«Tu ‘e fa così, ‘e capito? Pure che sei femmina devi impara’ a te difendere, ca mica ci siamo sempre io e Piciul!»

Damin calciò la bambola e si ficcò in bocca una sigaretta.

«Resta tu se vuoi, vaco via io.»

Blanca non sapeva che pensare. Adesso Damin le sembrava il bambino che la difendeva dai bulli. Lo rivedeva a undici anni, lei ne aveva otto, alcuni ragazzi non volevano che lei giocasse a pallone sotto casa loro.

«‘E femmen’ nun giocano ‘o pallone.»

Damin a suon di pugni aveva messo in fuga quei balordi, poi si era chinato su Blanca e le aveva accarezzato il viso.

«‘A prossima volta tu chiava mazzate per prima, okay?»

Poi, due anni dopo, Damin era cambiato, a un tratto Blanca non era più la sua sorellina da difendere.

Blanca lo superò e tornò all’altare.

«Resta se vuoi.»

Sistemò la Bibbia, gli occhi fissi sulla scritta incisa nel legno.

Damin si mise a sedere su mobili sfasciati e accese la sigaretta.

«Piangevi per tua madre?»

«Tu alla tua non ci pensi mai?» rispose Blanca, ancora voltata.

Damin calciò la carcassa di un gatto, Blanca si girò verso di lui, fece appena un passo.

«Ho sempre pensato che fosse strano. Hai perso tua madre alla stessa età in cui ho perso la mia.»

Damin si tirò su e avanzò nella stanza.

«Non so manco se è morta!»

«Ma la cosa che mi hai detto quando eravamo bambini? L’ultima volta che l’hai vista! Il sangue sul viso. Lei che urlava.»

Damin, mano contro al muro e sguardo fisso su una voragine che dava sulla strada, rivedeva ancora l’immagine di sua madre che camminava lenta nel corridoio, di notte, il volto ridotto a una maschera di sangue, la mano tesa verso lui, e quel grido senza voce: quelle parole, le ultime parole di sua madre che lui non aveva mai sentito.

Un attimo dopo solo le grida di suo padre, Floris che dormiva nel letto accanto al suo e gli stringeva forte la mano: «Statte zitto ‘o quello viene e ce vatte a tutti e due. Tanto mamma è abituata.»; e qualche anno dopo, a dodici anni, quando aveva osato chiedere a suo fratello di sua madre, aveva ricevuto solo un pugno in faccia:

«T’aggio detto ca’ nun devi chiu’ pensa’ a lei! Lei non c’è!»

Serrò gli occhi, gettò la sigaretta e tornò a sedere a terra.

«Mio padre ha detto ca se n’è andata.»

Tirò fuori dal giubbotto una bustina con dentro una dose di crack e poi una latta vuota.

Blanca gli si avvicinò, smarrita.

«Che stai facendo?»

«Non lo vedi?» le rispose, la fiamma accesa sotto la latta.

Infilò una cannuccia nella lattina e la porse a Blanca.

«Vuo’ fumare?»

Blanca rimase immobile, Damin sorrise beffardo e portò la cannuccia alla bocca.

«Meglio ‘e no, o il tuo nammurato si incazza.»

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