Tratto dal romanzo: Piciul

XII

Blanca dormiva nel letto di Piciul, come quando era bambina. Lui sedeva accanto a lei, non osava neppure guardarla, quasi avesse paura di violare l’intimità di quella figura esile, pallida, delicata: un simulacro di verginità.

Ne spiò appena le forme da sotto le coperte, la curva dei fianchi, un piede nudo che penzolava nel vuoto.

Distolse subito lo sguardo. Il cuore gli batteva forte, non sapeva nemmeno dare un nome a ciò che provava, avvertiva la pelle bruciare, sotto di essa si muovevano milioni di invisibili insetti.

Dalla cucina proveniva il profumo della camomilla preparata da sua madre. Di tanto in tanto si udivano colpi di tosse, quasi grattassero contro la porta della stanza.

Mosse appena la mano verso Blanca per accarezzarla, ma si fermò, non ci riusciva.

Da piccoli dormivano sempre abbracciati, in quello stesso letto, ma adesso stare lì con lei, in quell’intimità assoluta, travolto dal suo profumo, così vicino alla sua pelle, gli faceva paura, tutto era così diverso da quando erano bambini.

«Horia, io e te staremo sempre insieme, vero?»

«Ma certo che sì! Che lo chiedi a fare?»

«Così…»

I passi e i colpi di tosse di sua madre lo fecero sobbalzare, quasi denti affilati gli avessero sfiorato il collo.

La vide entrare a passo lento, in mano un vassoio e su di esso una camomilla.

«Dorme ancora?»

«Sì…»

Ada lasciò la camomilla sul comodino, accarezzò Blanca e sorrise, poi si rivolse a Piciul.

«Andiamo di là» gli disse a bassa voce.

Piciul seguì sua madre in cucina. Si mise a sedere a tavola, lei rassettava la cucina.

Per qualche minuto solo il silenzio li avvolse, pesante come un manto di pece, rotto ogni tanto dai colpi di tosse di Ada.

«Ora mi dici cosa l’è successo?»

Piciul aveva gli occhi chini su un centrotavola a forma di cuore. Era stato lui a regalarlo a sua madre, sei anni prima, lei non sapeva che l’aveva fregato in un negozio, insieme a Damin.

«Non lo so, stavamo giocando e si è sentita male» le rispose, quasi assente.

Ada sospirò, si mise a sedere accanto a lui e gli strinse la mano.

«Che ti succede ultimamente?»

Ma ancora una volta Piciul rimase zitto. Cosa gli stesse accadendo, nemmeno lui lo sapeva. Rivedeva di continuo se stesso, Blanca e Damin correre nella casa segreta, da bambini: un’immagine che non lo abbandonava, come una scheggia conficcata nelle carni, troppo vicina al cuore per estrarla, ma troppo lontana per ucciderlo: lì e basta!

«C’entra forse Damin?» riprese sua madre.

Piciul mosse le labbra, ma non disse nulla.

Avrebbe voluto urlarlo, gridare che era tutta colpa di Damin: Blanca lì a letto, Dorin e Vali chissà dove. Eppure non riusciva a dire quel nome, farlo gli sembrava un tradimento a tutto ciò che aveva sempre sognato fosse Damin, e che mai era stato.  Ma al tempo stesso gli era impossibile cancellare l’immagine di Damin su Blanca, le urla di lei che come aghi gli trafiggevano il cervello, ripetutamente.

«Il papà di Damin ritirava il pizzo nella fabbrica dove lavori tu e tuo padre, lo sai, no?» aggiunse Ada.

«Lo fa ancora!»

«So che vuoi bene a Damin, ma lui non è più un bambino. È stato anche in galera…»

«Solo due mesi! E non aveva fatto niente di grave.»

«Horia, Damin non è più quello che conoscevi.»

Mano nella mano di sua madre, in silenzio, Piciul udiva ancora la voce di Blanca:

«Non lo capisci che Damin è cambiato, vero?»

Ada si alzò lentamente e raggiunse i fornelli. Rimase immobile. Sembrava che cercasse soltanto qualcosa da fare per eludere quel momento, una tana in cui fuggire lontano dal passato che tornava ad aggredirla, nascosto dietro l’immagine di suo figlio, ora cresciuto.

«Tu avevi sei anni, quella sera dormivi da Blanca. Tuo padre era corso fuori per una commissione, e il padre di Damin, mentre lo attendeva qui, provò a mettermi le mani addosso.».

Chinò subito lo sguardo. Le grida nella camera da letto, Petru su di lei, le mani sotto ai suoi vestiti.

«Dai, che poi te piace!»

«Cezar tornò indietro, fortunatamente aveva dimenticato una cosa…» riprese, voltandosi verso Piciul. «Due giorni dopo vennero qui i poliziotti, di certo mandati dal papà di Damin.»

Piciul non disse nulla, ma ricordava tutto. Ricordava la porta di casa sfondata, i poliziotti che correvano ovunque, due di loro che trattenevano suo padre, sua madre che urlava.

«Per questo tuo padre non ha mai voluto che tu frequentassi Damin.»

Un manto di silenzio li avvolse, una pesante nebbia che si insinuava ovunque. In entrambi solo chiazze, immagini che non riuscivano a confessare né a dimenticare.

A un tratto dalla camera di Piciul si udì Blanca tossire.

«Horia…»

Piciul si alzò preoccupato. Sua madre sorrise, travolta da una tenerezza che sembrava aver cancellato ogni brutto ricordo.

Blanca sedeva sul letto, la tazza fumante fra le mani.

«Come ti senti?»

Lei posò la tazza sul comodino, lo sguardo ancora basso, i capelli le cascavano sul viso.

«L’hai preparata tu?»

«Mia madre…» rispose Piciul, avvicinandosi.

Blanca sorrise.

«Dovevo immaginarlo. Tu che fai una camomilla è impensabile.»

Piciul si sedette accanto a lei.

«Stai meglio?»

Ma lei neppure si voltò. Sfiorò i libri sul comodino. Aprì I miserabili, notò l’orecchietta su una pagina e sorrise.

«Allora l’hai iniziato.»

«Jean Valjean è davvero un tipo cazzuto! Voglio dire, si redime e poi fa tutti quei fatti per Cosette e Fantine.»

«Fatti?»

«Sì, lui poteva farsi i cazzi suoi, invece si prende cura di Fantine e va a cercare Cosette.»

Blanca sorrise ancora. Chiuse il libro e si alzò dal letto.

Guardò attorno a sé: i fumetti di Piciul, le foto di famiglia su pareti e mensole, i giocattoli d’infanzia in uno scatolone.

«Sembra quasi di essere entrata in una tomba.»

«Blanca…»

Adesso entrambi non sorridevano più, come se di colpo fossero invecchiati, e con loro quella stanza in cui erano cresciuti.

Blanca afferrò un pupazzo di un cowboy senza un occhio.

«Questo è Bill, giusto?»

Non diede nemmeno il tempo a Piciul di rispondere.

«Era il tuo preferito. Quando ci giocavo mi dicevi sempre di stare attenta.»

Lasciò il giocattolo e tornò a Piciul.

«Sembra passata una vita…»

«Blanca, che hai intenzione di fare?»

Lei sospirò e si lasciò cadere sul letto.

«Per favore, non voglio parlarne.»

Dal corridoio si udirono i passi di Ada. Blanca balzò in piedi, imbarazzata.

«Finalmente ti sei ripresa!» esclamò sorridente Ada.

«Sì grazie, signora…»

«Signora?» ridacchiò Ada.

Si avvicinò e afferrò la tazza dal comodino.

«Ma non l’hai finita…»

La lasciò lì e si rivolse nuovamente a Blanca.

«Sta tranquilla e riposa, ho pensato io ad avvisare tuo padre.»

Nell’udire quel nome Blanca rimase pietrificata, i suoi occhi spalancati sembravano vedere uno spettro alle spalle di Ada: suo padre!

«Ha detto qualcosa?» sussurrò a malapena.

«Non è arrabbiato, se è questo che vuoi sapere. Ma era molto preoccupato.»

Blanca era incredula, le parole di Ada le erano arrivate addosso come una secchiata d’acqua gelata, non riusciva più neanche a respirare.

Suo padre che aveva chiesto di lei, suo padre preoccupato per lei, suo padre capace di provare qualcosa: un sentimento, come ogni essere umano.

«Ha detto che se vuoi può venire a prenderti, io gli ho risposto che se a te va puoi restare a dormire qui.»

Blanca non fece in tempo ad aprire bocca. Si udì la porta di casa sbattere, poi subito dei passi.

Nella stanza entrò Cezar, indossava la tuta da lavoro.

Scrutò la camera, Piciul e Ada. Osservò la tazza di camomilla sul comodino, poi Blanca, ancora pallida.

«Blanca…»

«Buonasera, signor Lupescu. Mi scusi, io non volevo…»

«Caso mai buonanotte.»

«Stavo giusto per andare via.»

Cezar sorrise.

«Non c’è bisogno. Resta. Poi ti accompagniamo io e Horia. Basta che non mi chiami ancora signore. Che c’è, è passato così tanto tempo che non ricordi il mio nome?»

Blanca rimase zitta, intimidita.

Piciul non aveva neppure il coraggio di guardare suo padre, sperava solo che andasse via subito, che non rovinasse tutto.

Eppure in quel momento suo padre sembrava mite, persino felice, somigliava all’uomo che Piciul aveva sempre e solo visto nelle foto di famiglia.

«Era da un bel po’ che non ti facevi vedere» riprese Cezar.

Blanca annuì goffamente, anche se ricordava bene di aver cavalcato decine di volte le spalle di quell’uomo, e Piciul con lei, anche se lui da quando suo padre era uscito di galera non ne aveva più parlato, quasi avesse scordato tutto.

«Allora a dopo, Blanca…»

«Grazie, signor…»

Cezar sorrise.

«Ehm, grazie, Cezar…»

Cezar uscì dalla stanza, nessuno fiatò. Ada sorrideva.

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