Progetto editoriale: Cattedre, vicoli e polacche

Verso inizio serata finalmente feci la conoscenza dello zio Enzo. Il suo arrivo fu accolto nel Vico Cangiani al Mercato con urla di gioia, fischi, applausi e petardi fatti scoppiare in cielo. La bimba Rosaria, sul ballatoio, assieme alla bambina Tiziana, ora del tutto domata, saltava e batteva le mani mentre urlava il nome di zio Enzuccio, accanto alla dolce Nanà che stingeva la ringhiera con le sue delicate manone e guardava giù, in lacrime, il suo amato Totore pronto ad accogliere l’entrata in scena del tanto atteso zio Enzo.

Arrivarono due volanti dei carabinieri, ricevute subito da applausi e parole gioviali che incitavano il caro Enzo a farsi avanti e ai guardi di andarsene, possibilmente a fare i bucchini.

Non riuscii a scorgerlo bene, vidi solo una sorta di scimmione avvolto da una fiumana di persone che lo acclamavano, lo volevano toccare, gli porgevano bambini da accarezzare. Dai balconi donnone in pigiama e vecchie minute urlavano e battevano le mani, la chiattona bionda per l’occasione aveva messo su Carcerato di Mario Merola, Carletto penzolava da un paniere e applaudiva, il chiattone del garage corse ad abbracciare Enzuccio, senza curarsi della gente che calpestava. Nana’, dal proprio terrazzo, strillava: «Enzu’, Enzu’, ammor mio! Fratem carnale!»

Di Enzuccio inquadrai nitidamente solo una mano pelosa sbucare fra la folla, issata a salutare la sua sorella commossa.

Un istante dopo, nell’alzare lo sguardo, scorsi la polacca chiudere con forza la porta del balcone e correre a nascondersi sotto al tavolo, consolata – invano – dalla gatta, ma di Enzo non rimase che quella mano, almeno fino al giorno dopo, quando finalmente ebbi l’onore di vederlo faccia a faccia.

Zio Enzo si era insediato nella casa materna, ossia al quarto piano del palazzo della bambina Tiziana, da nonna Maria. Tutte le donne della famiglia si erano trasferite lì, pur di coccolare e servire il riapparso Enzo. Dalla casa di nonna Maria si udivano urla frapposte a padelle sbattute nel lavello, sedie sfregate con forza sul pavimento, folate di chittemmuort si alternavano minacce di sodomizzazione, e ancora la bambina Tiziana che pestava la bimba Rosaria, augurandole di fare una brutta morte, mentre Marina urlava contro entrambe can nun ‘e subiv chiù! Che avevano muri’ tutt ‘e doje. Le avevano scassato la fessa.

Nanà, dal balcone di nonna Maria, continuava a mandare avanti il suo commercio di sigarette. Calava ora ‘e ross, ora ‘e blu, pronta a soddisfare le esigenze dei lazzari che accorrevano a lei, al pari del bravo Carletto che saltava da una corda all’altra dei panieri penzolanti dai balconi.

Il nobile Totore era rimasto al primo piano, accorto a vegliare sulla loro dimora e, a dirla tutta, adesso che Enzuccio era tornato sembrava più allegro. Trascinava avanti e indietro nel vicolo la sua gamba zoppa, sorridente, a fare chissà cosa. Appariva rinato.

Zio Enzo lo si vedeva sempre affacciato al balcone. Sembrava un capitano sulla prua della propria nave, lo sguardo acuto fisso all’orizzonte.

Mi ricordava un po’ Achab, e anche Nemo. Nonostante il freddo stava a torso nudo, un petto abbronzato e villoso che lui ostentava con virile fierezza. La testa rasata e la folta barba nera gli davano un aspetto mediorientale, alla Sandokan, e di certo lo era, perché parlava in uno strano dialetto, molto simile a quello della sua genia, ma più veloce, il tono baritonale.

«Oh, ue’, che je’? ‘O fra’! Carle’, ma te piac’ ancora ‘o pesc?»

Di certo aveva viaggiato molto. Di sicuro era stato in India, in Polinesia, nella lontana Guinea e persino a discorrere con gli aborigeni, da loro additato come il nuovo Eddie Mabo.

Aveva un’autorità carismatica, le vecchie dai balconi non smettevano di ascoltare le sue storie, la chiattona lo fissava innamorata, Carletto penzolava da un paniere e lo guardava ammirato.

Ma le storie di Enzuccio non erano tutte rose e fiori, no, quell’uomo era stato temprato dal dolore. Povero caro.

Sicuramente era stato arrestato per motivi politici, non c’era dubbio alcuno. Rivoluzionario e sovversivo, di certo aveva preso parte alle proteste ad Haiti assieme al gruppo Batay Ouvriyé, e come non immaginarlo a guidare i Rohingya contri i Kachin della Birmania, o ancora in Nigeria a combattere con le unghie e con i denti contro l’organizzazione Boko Haram, e in Libia a tener testa agli uomini di Tobruk Khalifa Haftar.

Incarcerato ingiustamente, era costretto a restare a casa di sua madre, la nonna Maria, fino all’attesa dell’appello.

Ma non era geloso della conoscenza acquista, affatto! Ne’ si sentiva al di sopra del popolo per tutte le lotte intraprese. Lui stava con loro, con noi, con tutti, per ore e ore, per giorni. Intavolava discussioni e dibattiti dal balcone della nonna Maria, agitava le braccia al cielo come un profeta, si infervorava quando raccontava i giorni della prigionia a Poggioreale. I suoi compagni, le lezioni di vita apprese.

C’era quello di Sciacca, Totonno, che era una vera bestia. Nessuno gli parlava, pure le guardie gli stavano lontano. E ancora uno di Torre Annunziata, un tale Giuseppe Balzano, uno che aveva il vizio del gioco e che se non lo facevi vincere, dopo mandava qualcuno a prenderti in cella. E poi le guardie ti trattavano come animali, non ti davano a parlare, ti sputavano nel cibo, se poteva ci pisciavano dentro. Però c’erano anche le cose belle, come Francesco, Franceschino, il suo amico, quel caro ragazzo di Afragola che gli mancava tanto. Era sempre carino, dolce, fine, signorile. Parlavano a lungo, sapeva fare anche il pane, i dolci, i massaggi.

Le persone dai balconi lo ascoltavano commosse. Carletto, raggomitolato in un paniere, prendeva appunti. Tiziana e Rosaria litigavano in casa, percosse dalle urla di Marina e di Nanà, mentre nonna Maria serviva il caffè a tutti gli ascoltatori del suo figlio messianico, porgendo loro le tazzine tramite il paniere.

La polacca aveva riaperto il balcone, non sembrava tanto curarsi delle profezie di Enzuccio, la miscredente. A vagina scoperta, continuava a pulire casa, farsi le unghie, ballare con la gatta o accogliere le sue amiche.

Io la spiavo in cagnesco. Iniziai a convincermi che fosse anche lei una nemica del buon zio Enzo.

XIV   

Parlai persino alla psicologa Tammaro dei miei sospetti sulla polacca riguardo la faccenda di zio Enzo. Ma lei era diffidente, mi guardava con dubbiosa. Sorrideva e mi diceva che no, secondo lei la polacca non poteva essere amica di Kim Jong-un, né di Than Shwe o di Saparmyrat Nyýazow. E poi cosa c’entrava Putin, non avevo detto che era polacca? Forse mi stavo convincendo che fosse russa? E no, di sicuro, almeno a detta sua, la polacca non c’entrava nulla con gli attentati del 2005 commessi da Al Qaida in Gran Bretagna, né con gli atti terroristici multipli avvenuti in Francia nel 2015, tanto meno con il crollo delle torri gemelle. Sicuro che non volessi dello Xanax? E poi, questa polacca quante mani aveva? Camminava o volava? Magari un po’ di meditazione guidata mi avrebbe fatto bene. Non vuole scendere nella grotta con me? Lo vede il suo animale guida?

Nel lasciarla le dissi soltanto che quando la polacca avrebbe fatto crollare il Campidoglio allora sì che mi avrebbe preso sul serio.

A riguardo aveva ragione l’alunna Rosaria Potenza, chella era tutta stronza!

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