Progetto editoriale: Cattedre, vicoli e polacche

Zio Enzuccio sorrideva fiero di entrambe. Con le nipotine non lesinava in affetto, pensava a loro in ogni momento.

Appena vedeva la corpulenta Tiziana sfrecciare nel vicolo, seguita dalla minuta Rosaria, si aggrappava alla ringhiere e urlava: «Perniacchie’, te buò movere a sagli’ nngopp?»

La bambina Tiziana e la bimba Rosaria non si esimevano dallo scherzare con lui. Mentre continuavano a correre di vicolo in vicolo, la voce appena altina della bambina Rosaria si scagliava contro i palazzi: «‘O zio, ‘o zio, ‘o zio…», e nel preciso istante in cui il forzuto zio Enzo si protendeva nel vuoto e strillava un gioviale: «Che è, Rose’?», subito interveniva la bambina Tiziana che urlava: «Par ‘o cazz!», e un secondo dopo delle due bambine non restavano che risate disperse nei vicoli, mentre il caro zio Enzo brontolava bonario: «Sti’ doje cess!»

Si mostrava particolarmente legato alla piccola Rosaria, la bambina apprendeva avidamente da lui. Che si trovasse in strada a rincorrere la carismatica Tiziana, oppure al primo piano a rallegrale la solitudine di suo nonno con grida e risate isteriche, o ancora nella casa della nonna a sfuggire dalle minacce di morte o di pene corporali propinate da sua madre Marina, quando lo zio Enzuccio dal balcone diceva qualcosa o magari chiamava qualcuno, lei subito lo imitava. Ovunque fosse la si udiva ripetere le parole di zio Enzuccio con la sua voce stridente: «‘O Ge’, ‘o Ge’. ‘E bucchin! ‘E bucchin! Carle’, Carle’, te piacc ‘o pesc, te piacc ‘o pesc.»

Zio Enzuccio sorrideva commosso nell’udirla, talvolta pure io, anche se Marina nel sentire le grida di sua figlia non appariva altrettanto partecipe alla nostra gioia, forse invidiosa dell’affetto che la figlia riversava sullo zio Enzo, anziché su di lei.

«Rosa’, te ‘a sta zitt! Zitt! Nun c’a facc chiù a te suppurtà! Schiattete cu chella sfaccimm ‘e capp nnfacc ‘o mur!»

Oltre a lei, anche un’altra persona non pareva rallegrarsi del tenero e fanciullesco rapporto che univa zio Enzo alla bimba Rosaria: la polacca!

A dire il vero sembrava non gioire di nulla. Non girava neppure più a vagina scoperta, indossava il pantalone di un pigiama, rosa o bianco, sempre con su disegnato qualche ridicolo pupazzo.

Puliva casa controvoglia, con una dolorosa lentezza. Non si faceva più le unghie. Non parlava al telefono. Quando veniva la nipponica, la sola amica che le era rimasta, scoppiava in lacrime e l’abbracciava. Se invece stava da sola, dopo aver ordinato casa, sedeva al tavolo a parlare con la gatta: gesticolava e inveiva, diceva cose russe, strane, non la capivo.

Dengui, bank, zavtra, pamaguite, pizdorvànka, suka.

Iniziai a convincermi che c’entrasse la polaccona, e perché no, magari anche quella vile della polacchina. L’avevano lasciata sola! Oppure che si trattasse di problemi economici?

In effetti non andava più a dormire presto, restava sveglia fino all’una a discorrere con la gatta, spesso bevevano assieme della birra, del vino. Alcune volte piangevano e si abbracciavano, mentre io attento le spiavo al buio, senza più annotare nulla, desideroso solo di comprendere i sentimenti di quella creatura polacca.

Come avevo fatto a essere così stupido? Stupido e cieco, ecco cosa! Mi ero concentrato sulla mente, sulla lingua, sulla vagina, senza pensare a ciò che davvero contava: i sentimenti!

Una polacca può amare, soffrire, ridere, piangere? Non ha occhi una polacca? Non ha mani, organi, statura, sensi, affetti, passioni? Non si nutre anche lei di cibo? Non sente anche lei le ferite? Non è soggetta anche lei ai malanni e sanata dalle medicine, scaldata e gelata anche lei dall’estate e dall’inverno come un cristiano? Se la pungete non sanguina? Se le fate il solletico, non ride? Se l’avvelenate, non muore?

Abbandonai la scienza per la fede. All’editor che continuava a ossessionarmi per il romanzo risposi soltanto che c’era una polacca da salvare, e lui replicò infuriato che la dovevo finire con ‘sti cazzo di scrittori russi, che volevo fare il Dostoevskij? ‘O Cechòv’ ‘e ‘stu cazzo! Ma secondo me mo’ ‘sto Cechòv’ vendeva più di un giallista? E già! Mo’ Tolstoj è meglio di un erotico che ti fa centomila copie, eh?

Lo ignoravo. Mi ero praticamente trasferito di sotto e dormivo nel salotto, a terra, sempre al buio, attento a ogni movimento della polacca che pareva consumarsi giorno dopo giorno.

Mi misi persino in malattia a scuola, sotto il silenzioso e sommesso consenso del preside e l’indifferenza dell’alunno Renato Curcio, ancora sovrano indiscusso dell’interminabile occupazione, ma troppo preso a intavolare dibattiti filosofici e religiosi con l’alunna Monica Luce, ormai sciolta dalla dittatura della Perpetua.

Il professor De Blasio ne gioiava. Sì, secondo lui Curcio sarebbe riuscito a farsi la santarellina prima della fine dell’occupazione e lui avrebbe vinto la scommessa.

Non mi importava. Che vincesse pure! Al diavolo i miei dieci euro! Avevo una polacca a cui pensare.

Mi erano indifferenti persino le grida della bambina Tiziana e della bimba Rosaria, così come le urla notturne e improvvise della giovane Marina, seguite da minacce di morte da parte di Totore, sedie fracassate contro le pareti, scudisciate e le strilla di Nanà che auguravano alla sua bambina di fare una brutta morte, chella bucchin!

Spiavo la polacca seduta a tavola, il capo riverso su di esso e gli occhi persi nel vuoto, mentre neppure avvertiva la gatta leccarle il viso.

Anche se si trattava solo di una polacca, il suo dolore mi dilaniava. Sentivo di dover fare qualcosa, ma cosa?

L’idea mi venne una notte, a circa una settimana dalla ferie natalizie che di certo avrebbero messo fine all’occupazione.

Marina dava testate contro la porta del balcone e urlava che voleva uscire, che doveva uscire! Che non ce la faceva più, ma che sfaccimm vulevem ‘a ess? ‘A vuleven lassà? Se ne vuleven ie ‘a fa ‘nu poc nnmoc a chill’er muort? Mentre Totore cercava di tirarla via e urlava che era una disgraziata, bucchina e merdaiola, e soprattutto puttana, e Nanà si stringeva forte le mani gridandole che era una n’zevata ‘e sfaccimma, una zozzossa, approvando la tesi di suo marito Totore che classificava la loro bambina come una puttana.

«Putta’ ‘Sta puttana bucchin ce sta accerenn a nuje! Putta’!»

La polacca sembrava non curarsene. Il suo appartamento era avvolto dal buio, pareva inghiottito da un palpabile silenzio.

La immaginavo a letto, rannicchiata, a tapparsi le orecchie e a piangere mentre la gatta le leccava le lacrime.

Non ne potevo più!

In fondo ero uno scrittore, no?

Presi carta e penna, un bel foglio nuovo di zecca, una bellissima penna blu, e scrissi.

Cara polacca…

Scrissi tutto di getto, col cuore, come Joyce. Poi, al pari di Balzac rilessi ogni parola e ragionai e ragionai e ragionai.

No, la similitudine fra la polacca e un cane non andava bene, meglio una scimmia, o forse un furetto. Sì, i furetti erano animali graziosi, e in fondo lei ce l’aveva un po’ la faccia da furetto. O magari si trattava di un lemure? Una talpa? Una faina?

Eliminai anche la parte in cui avevo scritto che seppur polacca era comunque una creatura vivente, mi sembrava inadeguato darle della creatura vivente quando di lei sapevo solo che era polacca. Sulla vagina, non misi bocca. Neppure della danza con la gatta, o della polacchina, della polaccona e della nipponica. A conti fatti cancellai quasi mezza lettera e poi la riscrissi in stampatello. La firmai e misi il mio numero di telefono. Infine appallottolai tutto. Disegnai sulla pallottola di carta un faccino sorridente e, seguito dal gatto che mi fissava incuriosito, spalancai la finestra del balcone e uscii sul terrazzo.

C’era un silenzio piacevole. Marina aveva smesso di gridare, probabilmente le avevano dato i tranquillanti. A stento si udiva di tanto in tanto qualche auto sfrecciare al di là del vicolo, sul Corso Umberto.

Alzai il capo e osservai il cielo scuro, così denso da sembrar muoversi su di me, chiamarmi per nome, parlarmi: «Fallo! Tu sei il prescelto. La polacca! La polaaaaccaaaaaaaa.»

Un amaro sorriso mi rigò il viso. Serrai le palpebre, sospirai, strinsi la pallina in mano e, appena riaprii gli occhi, la lanciai all’interno del balcone della polacca.

La vidi fendere l’oscurità, il silenzio, la sofferenza della polacca e fermarsi davanti alla porta del balcone, in attesa che lei la raccogliesse.

Poi guizzai subito in casa. Ero felice, commosso. Immaginavo la gioia che lei avrebbe provato l’indomani nel leggerla.

Era una polacca, sì, ma adesso avrebbe saputo che non era sola.

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