Progetto editoriale: Cattedre, vicoli e polacche

Al termine delle due infinite ore nella 3ͣ F fui condotto in spalla dall’alunno Salvatore Petrone che, sia per pietà, sia perché gli avevo permesso di percuotere avidamente Gennarino Piscopo e Sisto De Mare, mi abbandonò su una sedia nell’aula professori. De Blasio mi sosteneva, mi rimpinzava di caffè rubati dal distributore automatico, mi diceva che andava tutto bene, ci erano passati tutti, la sezione F, la terza classe in particolare, era l’oscuro segreto dell’Istituto Isabella D’Este. I ragazzi venivano nascosti a ogni attività pubblica. Fatti sparire durante le visite dell’ispettorato. Dovevo solo lasciarli fare. Per Gennarino Piscopo non dovevo preoccuparmi, non sarebbe morto, era abituato a prenderle, lui lo sapeva bene, perché durante gli allenamenti di boxe in palestra lasciava che i ragazzi lo usassero come sacco. E no, non era uscito scemo per i cazzotti, era sempre stato così, con le fate, i cinghiali, i satiri, i maghi e le sirene. La psicologa della scuola, Rossella Tammaro, diceva che si trattava di un trauma infantile. Piscopo stava solo reprimendo la propria sessualità, ne era certa, diversamente dall’erotomane Gioacchino Vitale che nei suoi continui atti di autoerotismo – pubblici e non – cercava di riconciliarsi con la figura materna. Dunque li lasciassi liberi di esprimersi! La professore di storia dell’arte, Licia De Sanctis, lo diceva sempre che i ragazzi si devono esprimere. E avevo fatto bene a lasciare che Petrone pestasse De Mare, si stava esprimendo pure lui contro ‘a chillù strunz ‘e merda! Quella palla di lardo che, inchiavicato di soldi com’è, minaccia sempre di farci finire in strada, a pulire i cessi. E che non mi preoccupassi di tornare subito in classe, era accorso il supplente Orazio Giotto.

Dio mio, ero salvo! Potevo riprendere fiato. Almeno un’ora.

Ma come diavolo avevano fatto? Quel Giotto era un santo, un vero eroe, un angelo piovuto dal cielo.

Di certo la versione raccontata da De Blasio fu meno romantica. Orazio Giotto aveva cinquantadue anni ed era supplente da sempre. Era stato adottato dall’Isabella D’Este dopo che De Mare, chillù strunz’, aveva fatto cacciare via la precedente professore di storia dell’arte, la vetusta Amanda Pirozzi, perché la donna aveva osato costringerlo a rispondere a una domanda sul rinascimento. Però pure lei, doveva saperlo che a De Mare il rinascimento gli fa schifo, a casa sua solo opere moderne c’hanno. Così la Pirozzi era stata fatta sparire da un giorno all’altro. Alcuni vociferavano che il padre di Sisto De Mare l’avesse fatta seppellire viva in uno dei suoi innumerevoli cantieri sparsi nel casertano, altri che l’avesse fatta sbranare dai suoi cani, la versione meno credibile sosteneva che fosse stata struprata più volte da decine di uomini e poi sciolta nell’acido. Leggende dichiaravano che fosse stata gettata nelle caldaie nei sotterranei della scuola e che il suo fantasma aleggiasse ancora lì, condannata a vedere in eterno la stronzaggine di De Mare.

La sua oscura sparizione aveva reso necessaria la tempestiva presenza di un supplente, almeno prima del misterioso e fulmineo ingaggio della bella, formosa, biondissima De Sanctis, precedentemente stagista in una delle aziende del De Mare padre, e quel supplente era proprio Orazio Giotto.

Il preside aveva voluto mantenerlo a servizio perché gli era piaciuto da subito, sin da quando, nell’allora 1ͣ F, non aveva aperto bocca quando De Mare gli aveva dato dello stronzo e del fallito, tanto meno quando Petrone gli aveva conficcato un paio di forbici sul dorso della mano. La totale sottomissione di Giotto al cospetto della furia – o della necessità espressiva – degli alunni, in particolare della sezione F, aveva commosso il preside Sodano al punto da nominarlo supplente fisso. Ecco dunque che a ogni assenza, a ogni infortunio, a ogni malattia vera o fasulla, il primo a essere chiamato era Orazio Giotto. E lui era sempre disponibile, costantemente pronto. Accorreva subito e nessuno capiva come fosse possibile. C’era chi vociferava che il preside lo tenesse rinchiuso nello sgabuzzino di Geppino il bidello, lì dove nessun essere vivente aveva mai messo piede. Altri mormorano che Giotto vivesse negli scantinati, assieme allo spettro della Pirozzi. Una teoria cui origine non era mai stata chiarita sosteneva che Giotto non fosse altro che un cyborg ideato dal preside Sodano, un prototipo, lo schiavo perfetto atto a soppiantare tutti i professori del globo.

In ogni caso potevo star tranquillo per Giotto, gli era andata sin troppo di lusso, doveva sostituirmi nella 2ͣ A, cuore pulsante della migliore sezione dell’istituto perché lì era gelosamente custodita l’icona vivente dell’Isabella D’Este: l’alunna Monica Luce, pupilla e di certo erede della professoressa di religione Maria Addolorata Della Croce, da tutti chiamata la Perpetua.

Ma il discorso folcloristico e avvincente di De Blasio fu interrotto dal rumore della porta improvvisamente spalancata, seguito da una folata d’incenso lucente che quasi ci accecò e da cui, lenta, il volto chino e le mani congiunte, si fece strada proprio lei: la Perpetua.

Era alta, aveva la forma di un frigorifero e indossava un lungo e pesante abito nero che le nascondeva i piedi. Sembrava volasse. Neppure il collo le si vedeva. La sua enorme testa quadrata, avvolta da bisunti capelli color stoppa racchiusi in una crocchia, era praticamente immersa fra le spalle. Tutto il suo corpo conservava una rigidità tanto lugubre quanto solenne. A occhi chiusi, le labbra ringrinzite su cui sorgeva una lieve peluria che avrebbe fatto invidia ai baffi di Hitler – e dunque a quelli del professor De Blasio – si muovevano lente sussurrando una muta novena.

Quando mi passò accanto rabbrividii. De Blasio si fece il segno della croce, ma lei non badò minimamente a noi. Eppure pareva vedesse tutto.

Arrivata al distributore sussurrò qualcosa a mezza bocca, infilò nella fessura qualche spicciolo, prese con devota cura la camomilla fumante e, così com’era apparsa, ci passò accanto e fissò con aria colma di sofferente pena i bicchieri dei caffè illecitamente trafugati da De Blasio.

Poi svanì. La stanza era calcificata in un greve silenzio.

«L’hai vista anche tu?» farfugliò De Blasio. Ma io guardavo l’uscio davanti a me e non sapevo cosa avevo visto.

Un attimo dopo la porta fu sfondata da Gennarino Piscopo che volò in aria per poi strisciare ai nostri piedi, subito seguito da Salvatore Petrone che, con passo greve, visibilmente annoiato, l’afferrò per un piede e lo trascinò via.

«Scusate, prufesso’.»

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