Progetto editoriale: Piciul

Piciul uscì di corsa da scuola, quasi non notò Blanca che lo aspettava.

«Ehi, ma dove vai?»

Blanca lo seguì a passo svelto.

«Allora, che ti ha detto il professore?»

Ma Piciul era strano, scostante, sembrava rinchiuso in un mondo tutto suo dove nessuno poteva entrare.

Proseguirono in silenzio lungo il Corso Garibaldi, camminavano senza meta fra studenti rumorosi e persone che andavano per negozi. Avevano ancora un’ora prima che Piciul dovesse andare in fabbrica.

Arrivarono al Parcheggio San Francesco, un enorme piazzale di cemento. Ragazzini giocavano a pallone, ubriaconi sedevano su muretti a bere vino in cartone, un vecchio lanciava molliche di pane ai piccioni.

Alcuni rom rovistavano in cassonetti arrugginiti ai bordi del piazzale: tiravano fuori vestiti o altre cianfrusaglie e li gettavano in scatoloni posti su vecchi carrozzini.

Una di loro alzò lo sguardo verso Blanca: aveva forse la sua età, le somigliava. Indossava un maglione verde sotto a un pullover marrone coperto da un giubbotto giallo, una lunga gonna simile a una tenda terminava su calzettoni rosa che coprivano piedi affondati in zoccoli mezzi rotti.

Gli occhi di entrambe si unirono in una sola palpabile e liquida pupilla, poi in un attimo quella giovane ragazza svanì in una folata di piccioni.

Blanca affrettò il passò e affiancò Piciul. Oltrepassarono un imponente arco di pietra e avanzarono nei giardinetti di Porta Capuana, i muretti che cingevano le aiuole erano coperti da cartoni pieni di carabattole, gente vendeva o comprava merce di ogni tipo.

Lasciarono la piazza, costeggiarono la Duchesca, proprio di fronte ai vicoli dove c’era il Fatima Phone Center.

A un tratto Piciul si fermò.

Dall’altra parte della strada vide Damin e Vali sgattaiolare in un vicolo, poi subito svanire nella tana di Taiwo.

Blanca lo tirò per un braccio.

«Per favore, non dargli retta…»

Piciul sembrava incapace di vederla. Guardò di nuovo il garage di Taiwo, poi subito Blanca.

«Ma hai visto o no dov’è entrato? E si è portato pure Vali!»

Non diede il tempo a Blanca di dire nulla.

«Se si vuole fottere la vita, okay! Ma che cazzo c’entra Vali?»

Fece per attraversare la strada, ma Blanca lo afferrò nuovamente.

«Ma che vuoi fare?»

«Lasciami!» sbottò, scostandosi.

Superò Blanca a passo svelto, seguito da lei.

«Ora dove vai?»

«Non lo so. Ovunque.»

Camminarono lungo la stazione della metropolitana. Lavoratori e studenti scendevano e salivano le scale mobili, barboni camminavano lenti verso la Stazione Centrale trascinando cartoni e bustoni, poco distante un vecchio scavava in un cassonetto, mentre ai tavolini dei ristoranti e dei bar persone sorridenti mangiavano o consumavano aperitivi.

«Ma perché non provi a dimenticarlo?»

Piciul si volse lesto verso lei.

«Assurdo! Sembra quasi che non ti fotta di ciò che ti ha fatto!»

Si lasciò Blanca alle spalle. Lei, attonita, lo fissò allontanarsi fino a svanire in un vicolo.

Lo trovò seduto sul gradino di un palazzo, la sigaretta accesa fra le dita.

Si sistemò accanto a lui e ne seguì lo sguardo: fuori a un balcone un bambino giocava con una macchinina, dalla porta alle sue spalle giungevano le urla di un uomo e una donna.

«Ci penso ogni secondo a quello che mi ha fatto Damin» sussurrò Blanca, ora a testa bassa.

Piciul la guardava confuso, non la capiva. Blanca era così cambiata. Complicata.

«Ma vorrei solo dimenticare tutto ‘sto schifo.»

Strappò la sigaretta dalle dita di Piciul e la portò alla bocca.

«Pensi mai di andare via da qui?»

Piciul annuì soltanto. Vide il bambino muovere in aria la macchinina: somigliava a lui da piccolo.

Quante volte, da bambino, aveva desiderato andare via insieme a sua madre, dopo che suo padre era uscito di prigione. Crescendo aveva desiderato che con loro venisse Blanca. Loro e tre e basta.

Anche adesso avrebbe voluto andare via con lei, lontano, ma non sapeva se davvero ci fosse un posto per loro al di là di quei vicoli.

Erano nati e cresciuti lì, non conoscevano che quelle pietre, il resto del mondo era qualcosa di ignoto, frammenti di vita che si intrecciavano al di fuori di quei vicoli.

Rimasero in silenzio. Era un silenzio intimo, sacro, soltanto loro, come quando da bambini restavano ore seduti nella loro casa segreta a leggere i libri della mamma di Blanca.

«Spesso vorrei andare via con Luzia» riprese Blanca.

Chinò il capo e sorrise.

«Sai, chiede spesso di te.»

«Con tuo padre va sempre uguale?»

Blanca si tirò su veloce.

«Stranamente ieri mi ha chiesto come stavo.»

«Gli hai detto quello che è successo?»

«E a che sarebbe servito!»

Si lasciò cadere spalle al muro.

«Tanto ieri è stato solo un caso! Sta sempre sul divano a guardare la TV. Non degna di una parola manco a Luzia.»

«Anche in fabbrica non parla con nessuno.»

Blanca lo guardò frastornata, era così strano pensare che Piciul, con cui era cresciuta, adesso lavorava nella stessa fabbrica in cui da bambina aveva visto lavorare suo padre. Ricordava quando a sei anni andava a trovare suo padre a lavoro. Lui la prendeva in braccio, tutti gli operai le volevano bene.

«È arrivata ‘a principessa!»

«Signuri’, ma quando te fai grande ce spusamm io e te?»

Suo padre era così orgoglioso di lei. E invece, subito dopo la morte di sua moglie, era come se Blanca neppure esistesse.

Tornò a sedere, la mano le scivolò su quella di Piciul, lui gliela strinse.

Al di là del vicolo un campanile rintoccò le tre del pomeriggio.

«Devo andare a lavoro» sospirò Piciul.

Si alzarono insieme e s’incamminarono, ancora mano nella mano.

«Horia…»

«Sì…»

«Niente…»

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