Domani

Fissavo la birra davanti a me e non riuscivo a ricordare quando tutto aveva avuto inizio: l’alcool, la prima volta che ero rimasto da solo con una bottiglia.

Era accaduto dopo la morte di mio padre?

La vuotai in un fiato. Quanto tempo era passato dalla sua morte? Cinque anni? Dieci anni?

Feci cenno al cameriere fuori al bar Strega e subito lo vidi affrettarsi verso di me, attraversato da studenti e turisti che si lasciavano alle spalle Piazza San Domenico.

Mi si avvicinò sorridente, sul vassoio aveva già pronta un’altra birra.

Bazzicavo quel bar da cinque anni, da quando avevo mollato mia madre a casa delle sue sorelle per trasferirmi al centro di Napoli a fare lo scrittore.

Appena il giovane andò via accesi una sigaretta, alla prima strippata la tosse mi soffocò e un rivolo di saliva precipitò sulla pagina del quaderno davanti a me.

Non c’era scritto niente, era vuota. La penna mi tremava fra le dita.

Scrissi appena: “Ventotto gennaio, lunedì. Giovedì ho da pagare l’affitto”. 

Mi fermai all’improvviso.

Era lunedì?

Guardai decine di ragazzini seduti ai tavoli del bar, tutti sorridevano, parlavano di spiritualità o di come salvare la Palestina. Fra di loro vidi avanzare una bambina minuta di forse sei anni, sul volto olivastro e sudicio le cascavano lunghi capelli color grano.

Guardava in avanti, implorante, la minuscola mano tesa verso ragazzi che neppure la vedevano.

Si avvicinò a me. Mi fissava con occhi tristi, muoveva le labbra come recitasse una triste novena.

«Dai una moneta, per favore?»

Confuso, le posai sul palmo qualche spicciolo. Poi, senza capirne il motivo, le accarezzai il viso.

La pelle morbida, il calore della carne: avevo dimenticato quella sensazione. Era come se accarezzassi Lisa.

«Come ti chiami?»

Lei mosse a stento la bocca, sembrava faticasse a parlare, come se non avesse altre parole oltre a quella frase imparata a memoria.

Poi in un fiato, quasi fosse emersa di scatto da un abisso, con tono fiero esclamò: «Petra!»

Non altro. Andò via così com’era venuta. Corse fra le persone sedute ai tavolini e sparì all’interno del bar Strega.

Dopo qualche secondo ne uscì strattonata dal cameriere. Si divincolò e in una folata entrò nel bar accanto.

Mi alzai di colpo, raccattai la mia roba e veloce raggiunsi il bar.

Petra passava leggera fra persone che bevevano e mangiavano al bancone, aveva la mano tesa, le sue parole erano a malapena mimate.

Appena le toccai la spalla si voltò spaventata.

Sorrisi e le indicai una vetrina piena di dolci.

«Dai Petra, scegli quello che vuoi…»

Mi guardò spaesata. Poi, con occhi attenti, fissò la bacheca e si sfiorò il mento con le dita sozze.

Intimidita, indicò una sfogliatella al cioccolato.

«Vuoi questa, Petra?»

Annuì decisa. Le persone attorno a noi ci guardavano incuriosite, alcune disgustate.

Sentii la piccola mano di Petra toccare la mia, la sfiorò appena.

Mi chinai. Lei, goffa, avvicinò il viso e mi bisbigliò qualcosa in un orecchio.

Sorrise quando mi vide ordinare al barista un succo di frutta a pera, come mi aveva chiesto.

L’osservai prendere il dolce incartato e il succo di frutta. Poi arraffò delle cannucce colorate dal bancone.

Mi guardò, sorrise e guizzò via dal locale.

Per un istante rimasi imbambolato a fissare la soglia. Non capivo neppure se davvero l’avessi vista.

Corse in fretta fuori da lì. Mi guardai attorno, scrutai fra la folla, ma di lei non c’era traccia.

***

Tornai a casa dopo qualche ora, ubriaco. Non avevo scritto niente.

Entrato in cucina, nemmeno accesi la luce. Afferrai una bottiglia di vino e andai in camera da letto.

Sul pavimento c’erano vestiti colmi di pedate, mozziconi di sigarette, bottiglie vuote e fogli appallottolati. Il materasso era a malapena coperto dalle lenzuola: erano quelle arancione e giallo, le preferite di Lisa.

Non le cambiavo da giorni, forse da una settimana.

Lisa quando era andata via?

Udivo ancora le sue urla, i vestiti gettati via dall’armadio, la cerniera della valigia chiudersi velocemente, come un taglio alla gola.

«Sei solo un fallito! Un ubriacone. Non ce la faccio più a vivere con uno come te.»

Poi il fracasso di una porta sbattuta, e il ricordo delle sue labbra, il primo sorriso che mi aveva donato durante la presentazione del mio primo libro, lì dove ci eravamo conosciuti.

Andai alla scrivania, sedetti davanti al PC e accesi una sigaretta. La tosse mi ricordava mio padre che vagava nel corridoio di casa, ridotto a uno scheletro, divorato dal cancro.

Diedi un sorso al vino, ancora un tiro alla sigaretta, la cenere cadeva sulla tastiera, le mie dita che picchiavano sui tasti. I caratteri prendevano forma sulla pagina, ma nelle pupille avevo solo Petra.

***

Il giorno seguente fui svegliato dal trillo del telefono. Era il mio editore, il signor Frattini.

Da mesi non lo sentivo. Quattro anni prima, dopo la pubblicazione del mio romanzo, ci scambiavamo tre mail a settimana. Dopo un po’ rispondeva una volta a settimana. Poi una volta al mese. Infine non si era fatto più sentire.

Adesso era entusiasta. Diceva che non gli era mai capitato un racconto buono come Petra. Voleva pubblicarlo subito.

Non rammentavo nemmeno ciò che avevo buttato giù. Ricordavo solo di aver scritto tutta la notte, sorso dopo sorso, sigaretta dopo sigaretta, Petra dopo Petra.

Quando riaprii gli occhi, Petra era ancora lì, davanti a me, il suo nome inciso su di una pagina bianca.

Non c’era scritto altro. Nessun racconto. Nessuna mail di Frattini.

Intorpidito, appena mi alzai iniziai a tossire così forte da non riuscire a respirare. Sentivo un sibilo nella testa, le immagini attorno a me erano sbiadite, il cuore mi batteva in petto all’impazzata.

Mi vestii senza neppure lavarmi e sedetti al PC. Provai a scrivere qualcosa, ma tossivo ancora e sputavo moccio sulla tastiera. Per quanto provassi a muovere le mani, le dita erano paralizzate sulla tastiera.

Ansando, posai lo sguardo su alcuni ritagli di giornale: primo classificato al Buk Festival di Modena; promessa al Salone del libro di Torino; il pupillo di Frattini primo in classifica per oltre tre mesi; Tony Gargiulo è il degno erede di John Fante; la Beat Generation rinasce grazie a Gargiulo.

E poi una lettera di Lisa, l’ultima.

Ti amo tanto, so che ce la farai”.

Strappai quel foglio e mi alzai sbotto. Con un gesto ferino tirai via le lenzuola dal letto, mi parve di respirare il profumo di Lisa, ma rapido spalancai la finestra e le gettai via.

Un attimo dopo ero fuori casa. Avanzavo rapido sul pianerottolo, dagli appartamenti provenivano il vocio dei televisori accesi, urla e risate sguaiate. Ma Udivo solo Lisa ridere, stretta a me, bocca a bocca.

«Quando lo facciamo un figlio?»

Corsi per le scale, neppure la puzza di pesce fritto riusciva a strappare via il suo profumo. Nell’incrociare un indiano sordomuto che, sorridente, mi salutava con la mano, quasi lo spazzai via. Non gli lasciai altro se non con colpi di tosse.

Giunto in strada, superai la bottega di un pakistano e arrivai al bar in cui ogni giorno prendevo il caffè. Posai con forza una moneta da un euro sul banco e subito un uomo panciuto mi preparò il caffè.

Mi guardava e sorrideva. Parlava. Parlava a me. Le sue labbra mollicce si muoveva a rallentatore, ma non una parola gli usciva dalla bocca.

Svuotai in un sorso la tazzina, accanto a uno scontrino con sopra dieci centesimi.

Per un attimo ebbi voglia di afferrarli alla svelta. Ma li lasciai lì, come sempre.

«Grazie, dottore…»

Quanto mancava a giovedì?

Salii a passo lesto Via Tribunali. Gente entrava e usciva dai negozi, la strada era piena di turisti e motorini. Nessuno camminava da solo. Nessuno stava zitto.

Un trillo dalla tasca del mio giubbotto mi fece trasalire.

Non era Frattini! Era un messaggio di mia madre, mi chiedeva come stavo.

Da cinque giorni non mi facevo sentire. La immaginavo sola, accerchiata dalle sorelle che le raccontavano sempre i loro problemi e nessuno che ascoltasse i suoi.

Non ricordavo neppure la sua età.

Le scrissi che tutto andava bene, l’avrei chiamata domani, ero solo preso dalla stesura di un importante romanzo. Roba grossa! Stavolta ce l’avrei fatta, sì.

Mia madre rispose subito, come se non aspettasse altro che il mio messaggio. Scrisse di volermi bene, di essere fiera di me.

Io non le scrissi altro. Camminai fino a Piazza San Domenico, a testa bassa ed evitando di sfiorare persino la fiumana di persone che attraversava il Decumano. Arrivato, sedetti al solito tavolo del bar Strega. Quasi mi venne da sorridere. Lo conservavano a me, sempre. Ovunque erano seduti gruppi di studenti allegri, ma quel tavolo in disparte era libero. Era mio.

Una volta, a quello stesso tavolino, Lisa mi aveva detto che io le ricordavo John Fante. Sentivo ancora i suoi gemiti di piacere contro la mia bocca mentre mi ripeteva quella stessa cosa in camera mia, in camera nostra.

«Scopami, John. Scopami!»

Sbattei con forza il quaderno sul tavolo. Il cameriere mi si fece vicino, sorridente.

«Il signore prende il solito?»

Lo guardai di sottecchi. Mio padre aveva lavorato tutta una vita in fabbrica, per poi morire ridotto pelle e ossa senza che nessuno l’avesse mai chiamato signore.

Ordinai una birra e gli lasciai cinquanta centesimi di mancia. Ne mandai giù una dopo l’altra, per ogni birra il ragazzo si fece un tre euro. A ogni moneta ricevuta mi ringraziava, sottomesso, e io lo fissavo con superba soddisfazione.

Avevo comprato il diritto a farmi chiamare signore, ma il quaderno davanti a me era vuoto.

Il cielo era ormai scurito, orde di giovani avevano affollato la piazza, ovunque echeggiavano risate e il suono di qualche jambe, l’aria era intrisa del fetore di marijuana.

A un tratto vidi Petra correre fra la folla. Mi alzai di scatto e la seguii fra la gente, il suo piccolo corpo si perdeva fra i passanti, sembrava non li urtasse neppure, come fosse fatta d’aria.

La raggiunsi e la tirai per un braccio.

«Petra…»

Lei mi guardò smarrita, quasi spaventata.

Mosse appena le labbra e tese la mano verso di me.

«Dai una moneta, per favore?»

In ginocchio davanti a lei, pietrificato, la fissavo con occhi sbarrati. Poi di colpo le strinsi le spalle e la scossi.

«Petra, sono io! Quello del dolce! Possibile che non ricordi?»

Ma lei mi osservava intimorita. Sgusciò dalle mie mani e indietreggio lentamente, senza smettere di guardarmi.

Poi si voltò e guizzò via.

La rincorsi fra la folla, appariva e svaniva di continuo. Quando all’improvviso non la vidi più. Era sparita, come se non fosse mai esistita.

Fermo nel mezzo di un andirivieni di persone, affannato e scosso dalla tosse, con fare agitato mi guardavo attorno. Scrutavo ogni negozio, ogni vicolo. Ma nulla. Su di me avvertivo mille occhi, ma non quelli di Petra.

***

Appena entrato in casa precipitai sulla libreria. Decine di libri caddero e mi travolsero. Il loro franare si mischiò alla mia risata. Non riuscivo a smettere. Steso sul pavimento, immerso fra tomi e fogli, ridevo e tossivo contemporaneamente.

Mi trascinai fin nell’altra stanza e mi issai sul letto, cascando a peso morto su di esso, ansante, gli occhi rivolti al soffitto.

Vidi crepe, macchie di umidità, e poi Lisa sempre annoiata, i giorni in cui restava zitta, le notti in cui a stento mi stringeva.

«Non facciamo mai niente! Pensi solo a scrivere.»

«Io sono uno scrittore, Lisa.»

«E io sono la tua donna!»

E poi urla, oggetti scaraventati a terra e contro le mura.

«Ma quando ti decidi a cambiare? A me non ci pensi?»

Era andata via che pioveva. Mentre usciva di casa io pensavo solo che si sarebbe bagnata.

Mi alzai e raggiunsi il frigo per prendere del vino.

Frattini non si era fatto sentire, io non avevo scritto niente, mia madre si illudeva che tutto andasse bene mentre io fissavo il vuoto, senza niente, senza Lisa, senza mia madre, senza Petra. In mano solo una bottiglia.

Il grande scrittore!

***

Il giorno seguente non accesi nemmeno il PC, non controllai la posta, non feci niente se non vestirmi e uscire di casa.

Entrato nel solito bar giù, da me, trovai il solito bar.

Non dissi nulla, lui sorrise e mi preparò il caffè.

«Zuccherato in vetro, vero Dotto’?»

Controllai i soldi nel portafoglio: avevo con me due pezzi da dieci e delle monete. Non sapevo neanche quanto mi restava sul conto, ma non mi importava, presto Frattini mi avrebbe dato un cospicuo anticipo per il mio romanzo. Dovevo solo finirlo. Mancava così poco. Per ora avevo trovato il titolo.

Bevuto il caffè, lasciai dieci centesimi sul banco e andai via, senza voltarmi. Scrissi a mia madre che l’avrei chiamata domani, ero solo impegnato con un grande editore. Dovevamo sistemare delle cose. Il contratto. L’anticipo. La distribuzione.

Mi rispose di volermi bene.

Poco prima di giungere Piazza San Domenico mi fermai a un bancomat e prelevai tutto quello che avevo sul conto: centoventi euro.

Mi precipitai al tavolino del bar Strega. Era sempre libero. Il mio tavolo. Mio e di Lisa.

Ordinai subito una birra, poi un’altra, e un’altra. Lasciai due euro di mancia al ragazzo. Avrei voluto dirgli che quei soldi glieli lasciava un grande scrittore, ma di sicuro lo sapeva. Tutti lo sapevano. Anche Frattini lo sapeva.

Dimezzai la birra in un colpo. Poi mi voltai, sorrisi: lei camminava fra la folla, bellissima, i capelli color grano mossi dal vento.

Appena mi si fermò davanti le misi una moneta in mano.

«Petra, mi riconosci?»

Si gettò su di me e mi strinse il collo. Sentii le sue labbra sulla guancia. Erano morbide, calde, come quelle di Lisa.

Poi alla svelta mi tirò per un braccio. Superammo tavolini pieni di giovani. Lei guardava in avanti come se seguisse una visione solo sua.

Sorrideva.

«Petra, ma perché sei scappata l’altro giorno?»

Non disse nulla. Entrammo nel bar Strega e lei si fiondò sulla vetrina dei dolci.

Aveva i palmi delle mani schiacciati contro al vetro.

Ci batté più volte contro l’indice, indicando una bomba al cioccolato.

«Quella! Quella!»

Gliene comprai due, e due succhi di frutta a pera.

«Sì, a Petra piace a pera. E le cannucce, mi raccomando!»

Uscimmo da lì fianco a fianco. Petra mangiava la sua bomba. Sorrideva a ogni morso. Mentre io fissavo il suo piccolo viso sporco di cioccolato, la punta del naso coperta di zucchero a velo.

«Ti piace?»

Lei sorrise soltanto. Poi, finito di mangiare, si pulì le mani sul vestito e si infilò in bocca la cannuccia immersa nel succo di frutta. Continuava a bere e mi scrutava attentamente. Dopo l’ultimo sorso, le sue labbra si arcuarono di nuovo in un sorriso, gli occhi le brillavano.

Balzò su di me e mi si aggrappò al collo, fino a farmi cadere in ginocchio. Lo schioccò del suo bacio cancellò ogni altro rumore.

La mano ancora sulla guancia, la vidi scivolare da me e sorridermi ancora. Poi, senza dire nulla, in un lampo andò via. Svanì fra la folla. Di lei rimase solo un bacio che sapeva di cioccolato.

Mi alzai e la rincorsi. Urtavo corpi, gente mi urlava contro, ma io continuavo a correre e a fissare in avanti. Non volevo che andasse via, non di nuovo. Ogni volta che la sua sagoma svaniva dietro a qualche persona, temevo le svanisse per sempre.

Neppure vidi il piede in cui inciampai. Caddi in ginocchio. Ansavo e tossivo. Il cuore pulsava forte. Attorno a me un brusio di voci e di risate.

Una moneta mi precipitò davanti.

«Comprati da mangiare, amico.»

Quando sollevai il capo, lei non c’era più. Ma sentivo ancora il profumo del cioccolato sulla mia pelle, così vicino alle labbra da avvertirne il sapore.

Afferrai alla svelta la moneta e la gettai via, fra la folla.

Alzatomi, mi precipitai nel primo bar che trovai. Neppure mi accorsi che era lo stesso in cui tante volte era andato con Lisa.

Lei inizialmente era felice. Batteva le mani, mi ascoltava. Poi aveva cominciato a stare zitta. Non mi guardava neppure. Dopo un po’ aveva deciso di non mettere più piede in quel posto.

«Ma non lo vedi come ti comporti? Quando bevi non sei più tu!»

 Corsi al bancone e ci piazzai sopra un biglietto da venti. Offrii da bere a tutti, a chiunque. La gente mi si accalcava attorno. Qualcuno mi dava pacche sulle spalle. Tutti ridevano, e io ridevo con loro, pur non udendo nemmeno la loro voce. Man mano che bevevo il volto di Petra si ingigantiva, non esisteva altro che lei, e Lisa che rideva assieme a me, batteva le mani.

«Ma almeno lo sapete chi avete oggi in questo cesso?

Un milione di copie! Tradotto in otto lingue.

Mia figlia parla sempre di me. Voi ce l’avete una figlia che parla sempre di voi?

E mia moglie mi ama da morire. Vostra moglie vi ama, eh? Vi ama o è andata via?

E mia madre è fiera di me! Vive a Roma, a pochi passi da San Pietro. Quando si affaccia sul balcone vede il Papa che si lava i denti.

Voi l’avete mai visto il Papa che si lava i denti?»

Ero avvolto da un vortice di voci, urla, risate e fischi.

«Bravo Gargiulo! Dai, recitaci un’altra poesia.»

E poi delle mani sul mio corpo, delle spinte, fiati ubriachi sul mio viso.

«Vai poeta, vai! Facci ridere ancora.»

Mi issarono sulle mani e mi lanciarono verso il soffitto, ripetutamente. Sotto di me ancora le loro risate, le loro grida, e Lisa seduta a un tavolino che batteva le mani.

Che giorno era?

***

Rincasai che era notte. Afferrai una bottiglia di vino dal frigo e, arrivato in camera da letto, tirai fuori dall’armadio i vestiti lasciati da Lisa e li gettai dalla finestra.

A un tratto mi bloccai, in mano avevo delle sue mutandine. Le indossava la prima volta che avevamo fatto l’amore.

Le portai al viso, le annusai.

«Amore, ma se fosse femminuccia come la chiameresti?

Tu ci pensi mai?

Amore, ma mi senti o no?»

E poi un pugno sulla scrivania, una bottiglia che rotolava sul pavimento.

«Vuoi star zitta, cazzo!»

Le mutandine mi scivolarono di mano. Nel fissarle riverse sul pavimento, per un istante al posto loro mi parve di vedere un corpo morto, appena un feto, un abbozzo di vita.

Fracassai al suolo la bottiglia e mi lasciai cadere sul letto. Strinsi a me il cuscino: profumava ancora di Lisa, e di Petra.

Mi sembrò di stringere entrambe, ma loro non c’erano.

***

Il giorno seguente, uscito di casa, trovai attaccato alla porta un biglietto: c’era scritto “Giovedì”.

Lo strappai e uscii di corsa dal palazzo. Arrivato al bar Strega ordinai una birra e una sfogliatella al cioccolato da portare via, poi corsi febbrile fra la folla. Mi guardavo attorno frenetico, la cercavo, la vedevo in ogni volto.

A un tratto mi paralizzai: la gente mi attraversava, ma c’era solo lei.

«Petra…»

Petra si fiondò su di me e mi strinse. Sorrideva. Non la smetteva di baciarmi il viso.

Le afferrai la faccia fra le mani, la sua fronte era contro la mia, ne sentivo il respiro fino in bocca.

«Sono qui, Petra…»

Lei mi agguantò la mano e mi tirò su. Mangiava il dolce che le avevo dato e mi trascinava a sé.

«Mi porti alle giostre?»

«Certo, Petra…»

«E mi porti anche in Francia?»

«Sì, Petra, andiamo anche in Francia. Andiamo dove vuoi tu.»

Entrammo spediti in un bar, le persone ci fissavano imbambolate, ma a noi non importava.

Petra rideva, toccava le vetrine piene di dolci, arraffava cannucce dal bacone mentre i camerieri, impotenti, mi vedevano mettere mano al portafoglio.

«Due bomboloni al cioccolato. Al cioccolato, non alla crema, mi raccomando! E due succhi di frutta a pera. A Petra piace a pera. E le cannucce! Non dimentichi le cannucce…

Sì, brava. A Petra non piace lo zucchero a velo sulle bombe. Le sporca il nasino.

È vero, Petra?»

Lei sorrideva e mi teneva la mano.

«Come dici, Petra? Vorresti un giocattolo?»

Corremmo in strada, incuranti delle persone. Sfrecciammo lungo Via Mezzocannone, ridendo e agitando le mani al cielo, senza fregarcene degli studenti che ci fissavano incuriositi.

Arrivato sul Corso Umberto, Petra si fiondò davanti a una vetrina colma di pupazzi.

Le presi la mano e la tirai nel negozio. Ci addentrammo fra scaffali colorati pieni di giochi. Peluche sorridenti si inchinavano al nostro passaggio, bambole profumate ci salutavano con la mano.

Petra toccava tutto. Sorrideva. Le brillavano gli occhi.

«Vuoi questo, Petra?

Ti piace questo?

Dai, scegli quello che vuoi. Non preoccuparti dei soldi!»

Uscimmo di corsa dal negozio, come se stessimo fuggendo da tutto, dal mondo.

Ci lasciammo cadere sul gradino di un palazzo, senza smettere di ridere. Petra stringeva una grossa bambola. Io con una mano mantenevo una busta piena di giocattoli, nell’altra una birra.

Mi alzai e le sorrisi.

«Dai, andiamo…»

Lei mi guardò confusa, teneva ancora stretta la bambola al petto, quasi non fosse capace di alzarsi.

La tirai a me.

«Petra, vedrai, nessuno riderà più di te.»

Entrammo in un negozio di vestiti. Petra adesso non sorrideva più, sembrava stanca.

Mi tirò il braccio. Io mi chinai e le baciai la fronte.

«Non preoccuparti, Petra, abbiamo i soldi.»

Passai di gruccia in gruccia, trascinandola dietro di me.

«Questo ti piace?

E questo? Guarda, Petra, questo è da vera principessa!»

Tornati in strada, Petra indossava un abito rosa e bianco, calzava scarpette di vernice e in testa portava un fiocco.

Era uguale alla bambola che stringeva, ma diversamente da lei non sorrideva.

Euforico la trascinai fra la folla.

«Guarda là, Petra» le dissi, conducendola verso la vetrina di un negozio di animali.

Cuccioli di cane si alzavano su due zampe e leccavano la gabbia, gattini miagolavano spaventati.

«Petra, lo vuoi un cucciolo? Dai, ti piace il cane o il gatto?»

Lei chinò il volto, i suoi occhi tremavano.

«Ho paura…»

Mi inginocchiai e la baciai ancora.

«No no, niente cane, niente gatto: hai ragione! Sì, hai ragione…»

Le cinsi il fianco ed entrammo nel negozio, per poi uscirne insieme, ancora mano nella mano; attorno a un gomito avevo le buste con giocattoli e vestiti, in una mano stringevo la birra e nell’altra un sacchetto con dentro un pesciolino rosso.

«Hai visto che bello, Petra? Ha gli occhi grandi come i tuoi.»

Avanzai il passo, lei neppure alzò lo sguardo dal selciato.

«Dai Petra, ora un altro dolce! Ci vuole un altro dolce, no?»

Attraversammo una calca di giovani. Mi mancava il fiato, ma sorridevo. Quasi ridevo.

«Dai che sei bellissima, Petra.»

Tornammo a Piazza San Domenico e subito mi precipitai nel bar Strega, ma Petra ora non toccava più le vetrine. Era immobile sull’uscio, muta.

Mi chinai su di lei e le strinsi le spalle.

«Cosa c’è che non va, Petra?»

Di colpo udii la voce di Lisa urlare dietro di me: «Ma vedi che non abbiamo un soldo? Ti decidi a trovare un vero lavoro?»

Veloce tirai dalla tasca il portafoglio ed estrassi delle banconote: non rimanevano che venti euro.

«È per i soldi, vero? Lo vedi? Ci sono! Abbiamo i soldi, amore mio.»

Denaro ancora in mano, raccolsi buste e pesce rosso e afferrai Petra per un braccio.

«Ho capito, vuoi andare in un altro posto.»

Ci rimettemmo in strada, attorno a noi una ressa di corpi, ovunque risate. Eppure esistevamo solo io e lei. Io, Petra e il nostro pesciolino rosso.

«Ora ti compro qualcosa di buono…»

Ma Petra non si mosse, era come se trascinassi un macigno.

Mi abbassai e le agguantai le braccia.

Aveva gli occhi lucidi, le sue labbra tremavano.

«Che c’è, Petra?»

Mosse appena la bocca, una lacrima le rigò il viso.

Le baciai la fronte e la strinsi a me.

«Dai, non piangere, non fare così…

Andiamo in un altro posto, okay? In Francia! Hai detto che vuoi andare in Francia, no?»

Lasciai a terra le buste e, pesciolino ancora in mano, cercai di prenderla in braccio, ma lei si dimenò e cominciò a strillare.

«Amore, che hai? Il tuo papà ti vuole bene…»

«Non sei mio papà!» urlò.

Si divincolò e corse fra la folla, fino a rannicchiarsi dietro a un’auto.

Gridai il suo nome e feci per raggiungerla, ma una mano mi afferrò la spalla e mi rivoltò.

«Cosa vuoi dalla bambina?»

E poi una spinta, e ancora un’altra. Crollai contro al petto di un uomo, ma fui spazzato subito via. Urtai con la schiena contro qualcosa di duro. Attorno a me solo corpi, volti, occhi. Un brusio di voci mi assordava, confuso da un sibilo sempre più intenso nelle mie orecchie.

«Allora, che cazzo volevi farle?»

«Io, io…»

Qualcuno mi spinse da dietro, un uomo mi colpì al viso con uno schiaffo.

«Puzzi d’alcool da fare schifo!»

Poi ancora un pugno, un calcio ai reni, qualcuno che mi tirò per i capelli.

«Pedofilo di merda!»

La busta con il pesciolino mi cadde di mano. La vidi schiantarsi al suolo, acqua ovunque, il pesciolino che si dimenava sul selciato, il suo occhio tondo fisso su di me, come quello di Lisa quando la scacciavo per continuare a scrivere; l’occhio di mia madre che mi vedeva sempre da solo, a bere e a scrivere; l’occhio di mio padre seduto a tavola, davanti a lui solo una bottiglia di vino. L’occhio di Petra che mi fissava spaventata, nascosta dietro a un’automobile.

Un altro pugno mi colpì al volto e mi fece cadere a terra. Con le mani cercai di proteggermi dai calci, con l’altra provavo ad afferrare il pesciolino rosso.

«Sono uno scrittore! Sono uno scrittore!»

Poi un calcio mi beccò in faccia, un fiotto di sangue mi schizzò dalla bocca fino a coprire il pesciolino, e fra la folla, fra calci e urla, Petra mi guardava e tremava.

Un altro calcio mi colpì alla schiena. Avvertii una fitta lancinante al petto e digrignai i denti, ma non riuscivo a muovermi, quel sibilo nelle orecchie mi spaccava il cervello.

Del sangue mi colò dalla bocca. Non sentivo neppure più i colpi. Non avvertivo niente. Vedevo solo gli occhi lucidi di Petra, udivo mia madre che mi cantava la ninna nanna quando ero bambino, e Lisa che piangeva quando di notte la lasciavo sola.

Per un attimo pensai soltanto che avrei dovuto chiamare Frattini, ma non avevo la forza di fare nulla.

Sorrisi, mentre un rivolo di sangue mi colava sul mento e la gente si allontanava, bisbigliando fra loro.

Poi a un tratto solo sirene in lontananza. Infine più niente. Nemmeno Petra.

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