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Speramm ca ‘o Patatern ce fa sta’ buon

Oggi ho conosciuto Carmela: la signora Carmela, visto che forse ha sessant’anni. Non è stata lei a dirmi il suo nome, ma un’altra signora a un metro da lei, in fila come lei, come altre signore fuori al Banco dei pegni: volti nascosti da mascherine bianche, verdi, nere.
Le ho chiesto l’orario di chiusura del Banco dei pegni – Fino ‘e sei, ma a volte fa chiù tardi – ha risposto lei.
Non dovevo pignorare nulla, non ho niente da dare in pegno, ho solo libri. In quel momento ne avevo uno proprio fra le mani, un libro a lungo desiderato e che non volevo acquistare presso la grande distribuzione, né tanto meno su Amazon.
Nel vedere quelle donne mi sono sentito in colpa per averlo comprato.
Valutano bene l’oro? – le ho chiesto. Lei mi ha guardato sospettosa, poi ha osservato il libro ed è sembrata tranquillizzarsi.
Nun ‘o saccio – ha risposto – Io tengo ‘na collana che era ‘e mammem, spero e ce fa almeno ‘na semmana.
Avrei voluto piangere. Avevo in mano un libro da venticinque euro, un sacrificio, sì, perché tolti i soldi dell’affitto e delle bollette mi resteranno sì e no centocinquanta euro per campare un intero mese, ma il candore di quella donna minuta nel confessarmi il suo sacrificio mi ha fatto sentire un vile per aver speso quei soldi.
Io ho una collana del battesimo – ho mentito. Lei mi ha scrutato dalla testa ai piedi, infine ha fissato gli occhi sul mio libro.
Te vinn l’oro e poi t’accatt ‘e libri? – ha chiesto. Io non ho risposto. Non sapevo che dire, ero confuso.
Prima che aprissi bocca la signora dinnanzi a lei l’ha chiamata per nome: Carme’, muovete ca poi trasimmo nuje.
Ho salutato la signora Carmela, lei mi ha salutato a sua volta: Bonasera, giuvinò. E accattete ‘o magna’ invece dei libri, ca sije sicco sicco. E speramm ca ‘o Patatern ce fa sta’ buon.
L’ho salutata di nuovo e sono andato via. Non so se il Padreterno ci farà star bene, so soltanto che per colpa di questa situazione le persone stanno vendendo i propri ricordi, il proprio cuore.

A casa non ci posso stare

Luca ha trentadue anni ma sembra averne quarantacinque. Ha le gambe magre ma la pancia grossa, di quelle tonde, tutto fegato. È aprile ma già sta a mezze maniche, perché sta sempre in giro nei vicoli di Piazza Mercato. Ha due figlie, Luca, una di sei anni e una di tre. Sua moglie la chiama “muglierema”, in dieci minuti di chiacchiere non l’ha mai chiamata per nome.

Luca da quando è iniziata la quarantena è rimasto soltanto due giorni a casa. Non può #restareacasa, Luca, non ha soldi per restare a casa. Luca non ha il posto fisso, non ha santi in paradiso, non ha la spintarella e non è figo come Raul Bova. Luca si alzava ogni mattina all’alba per andare “a vendere”. Vendeva i calzini sui treni regionali, gli accendini, quando gli andava bene piazzava qualcosa ai turisti. Un giorno dieci euro, un altro venti, un altro ancora nulla. Degli amici che fanno il gioco delle tre carte a Piazza Garibaldi volevano metterlo a fare “la parte”, quello che finge di giocare, ma Luca dice di non saperle fare queste cose: ha paura, non sono cose per lui.

Il reddito di cittadinanza, sì, te lo danno pure, ma mica ci pensano a farti lavorare? Ti fanno l’elemosina – dice Luca – ma come ci campi quando hai cinquecento euro di pigione ogni mese e due bambine e una moglie a cui devi dare da mangiare?

Gli assegni di cento euro Luca non li prende, perché ha già il reddito, è già qualcosa che lo stato gli dà, dunque non ha diritto a niente.

Adesso si arrangia. Fa le consegne. A trentadue anni fa il garzone ora del lattaio, ora del fruttivendolo, ora del macellaio. Gira su di un Free scassato che se la polizia lo ferma glielo sequestra pure, perché non ha i soldi per l’assicurazione. Lo usa per lavorare – dice – non fa altro che lavorare, a casa non ci può stare.