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Non so più cosa fare

Arlinda ha ventisei anni, tutti la chiamano Linda e fa la puttana a Porta Nolana. Non usa altri termini, dice proprio così: «La puttana», con una cadenza albanese che rende aperte le vocali. Poi si corregge, sorride: «Facevo», aggiunge. Perché adesso Linda non lavora. A vederla così, i capelli raccolti in una coda di cavallo, jeans e giubbotto di pelle, ai piedi scarpette da mercato, non si direbbe che fa la puttana: sembra quasi una bambina; e sorride come una bambina, Linda: forse da quando ha lasciato Tropojë, quattro anni fa, ha imparato a non fare altro: una maschera di carne cucita sul suo vero volto.

Dice che qualcosa conservato ce l’ha, ma poco, e deve pagare l’affitto e le bollette; poi ci sono i soldi da mandare al paese.

Ecco perché fa la fila alla Caritas. Sì, ha letto l’articolo di giornale in cui dileggiavano le prostitute – le puttane – in fila alla Caritas, lo ha letto su Facebook.

Lei sorride: «Ma mo’ fuss pure tu no giornalista e mi metti in tv?».

Sorrido con lei, le dico di no. Non ho neppure il tesserino. Amo solo scrivere.

Linda sembra confusa, ma continua a sorridere. Mi dice che la gente è sempre curiosa, la guarda male. Alcune volte ha paura che qualcuno, preso da “e niervi pe ‘a situazione” la prenda a parolacce. Ma continua a sorridere, Linda. Nei suoi occhi un profondo terrore, la paura di una bambina che non capisce, che non sa più cosa fare.

È pericolosa la strada

Ahmed è marocchino, ma qui tutti lo chiamano Alì. Sono quasi sei anni che lo chiamano Alì, da quando ha messo piede in Italia: Lampedusa, poi su a Milano, da quattro anni è qui a Napoli. Ormai parla un goffo italiano misto al dialetto napoletano.

Ha ventiquattro anni, Ahmed, ma sembra più grande, e non perché per la sua altezza, non per le mani robuste e callose, ma per il suo volto duro, adulto, da uomo.

Ahmed ride quando glielo faccio notare. Nel suo paese, Khouribga, a ventiquattro anni sei già uomo, non è come qui; lui lo era già a diciott’anni, quando ha lasciato casa, dove aveva solo la mamma.

A Milano faceva il pittore, che è l’imbianchino; alzava muri, metteva le mattonelle: «‘Nu muro comm a chistu ca’ te lo aizo in mezza giurnata» dice, indicando il muro di un palazzo a cui è appoggiato, qui nei vicoli della Duchesca. A Napoli però si lavora meno, alcune volte nei cantieri, ma non quelli al centro, perché li ci sono i controlli. Gli dànno la giornata. Non importa quante ore fa, se dicono venti euro, venti euro sono. Adesso lavoro non ce ne sta. Passa le giornate a casa, dove vive con altre due persone: è una stanza sola, al piano terra, poco distante da dove siamo. Alcune volte non ce la fa proprio ed esce. Resta seduto sul gradino di un palazzo e fissa la strada. Non ha il coraggio di chiedere l’elemosina, si vergogna. Mangia alla Caritas, come i suoi coinquilini. Va a prendere i pasti dai volontari alla Stazione Centrale. Non ha soldi, Ahmed. Ha paura che presto il padrone lo sbatta fuori di casa. Ha già dormito in strada, Ahmed, e gli fa paura: è pericolosa la strada, si sta male.