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Progetto editoriale: Piciul

IX   

Blanca sedeva a tavola, accanto a lei Luzia canticchiava e colorava di rosa un rinoceronte. Nella stanza si respirava il profumo di carne e verdure bollite del Ciorbă cucinato da Nonna Loreta.

«Il rinocerul este gri» disse Blanca.

«Ti ho detto che non la capisco la lingua di mamma» brontolò Luzia, continuando a disegnare.

Blanca sorrise e le accarezzò i capelli.

«Dai che la capisci…»

Luzia sbuffò. Si scostò i capelli dal viso, alzò il disegno verso Blanca e sorrise.

«Vedi che è più bello rosa?»

Blanca si fiondò su di lei e le fece il solletico.

«Allora vedi che la capisci…»

«Lasciami. Lasciami» ridacchiò Luzia.

Crollarono sul tavolo, l’una sull’altra, ridevano ancora, sotto di loro disegni e colori.

Arrivata ora di cena ogni gesto fu avvolto dal silenzio. Il solo rumore era quello della TV e del cibo masticato. Continua a leggere Progetto editoriale: Piciul

Progetto editoriale: La finestra chiusa

V

Maggio 1996

La prima volta che vidi Lia stavamo impiccando Ugo, e subito la trovai bellissima. Eravamo davanti alla pizzeria di Gigino ‘o suldat in Via Torino, uno dei tanti vicoli di Piazza Garibaldi in cui io, Checco e Ugo spadroneggiavamo, almeno a detta nostra.

Gigino inveiva contro di noi. Alcune persone ci prendevano in giro vedendoci a fatica issare Ugo su di un palo mentre lui rideva, al collo un cappio ricavato da un cavo elettrico.

Era la terza volta in due mesi che provavamo a impiccarlo, e solo perché ci annoiavamo, ma puntualmente non riuscivamo a tirarlo su più di una decina di centimetri.

Quando Ugo cadde culo a terra, sotto le risate dei presenti e le grida di Gigino che ci intimava di andare via perché gli rovinavamo la reputazione del locale, già poco solida a causa dei panzarotti e delle zeppole fetenti che friggeva in un olio rancido, davanti a noi passò un furgoncino carico di bagagli.

Lì dentro c’era Lia.

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Progetto editoriale: Piciul

II

Tutti pensavano che Damin sarebbe morto giovanissimo, e forse avevano ragione. Sfrecciava nella notte in sella a una motocicletta. Non aveva la patente, ma non gli importava. In fondo nemmeno suo fratello Floris, più grande di lui di quattro anni, aveva la patente, ma era stato proprio Floris a insegnargli a guidare, e gli aveva insegnato a picchiare e a rubare. Gli avrebbe insegnato anche a uccidere, se lo avesse ritenuto un uomo.

Una volta l’aveva portato persino a sparare nella discarica di Pianura, ma a Damin la pistola era subito caduta di mano.

«Femminuccia!» aveva esclamato Floris, deridendolo insieme ai sui amici. E ora Damin, a cavallo della moto che aveva rubato soltanto per sentirsi forte come suo fratello, sapeva solo di non voler essere una femminuccia.

Aveva già fatto due mesi a Nisida per furto, sapeva bene che se l’avessero beccato di nuovo stavolta sarebbe stata la galera vera, quella dei grandi. Ma in fondo Damin si sentiva già grande, sarebbe morto per dimostrarlo. Continua a leggere Progetto editoriale: Piciul

ROMANZO LA FINESTRA CHIUSA: PRIMO CAPITOLO

I

Ottobre 2017: Oggi

Erano più di dieci anni che non mettevo piede nella casa in cui ero cresciuto, eppure nel vedere mia madre a malapena l’avevo salutata, né avevo degnato di uno sguardo mio padre, ora così diverso dall’uomo forte che ricordavo. Posate le valigie nella mia vecchia stanza ero corso subito a chiudermi in bagno, come facevo da bambino quando loro due litigavano.

Fermo davanti al lavello continuavo a fissarmi allo specchio, cercavo con ogni forza di vedere qualcosa di diverso da un vecchio che a trentacinque anni aveva i denti anneriti dal fumo. Forse presto li avrei persi tutti, come mio padre, e come lui avrei messo su pancia e i miei capelli sarebbero diventati bianchi.

Mia madre, Lucia, più piccola di lui di undici anni, quando ero un bimbo mi diceva che mio padre, Onofrio, alla mia età non aveva più un dente sano in bocca. Non ricordavo di averlo mai visto da giovane, di Onofrio non avevo alcun ricordo da bambino, nessuna foto, quasi lui non avesse mai avuto un’infanzia.

Chinai lo sguardo e osservai la mano sinistra: le dita erano ingiallite dalla nicotina, come quelle di mio padre.

Immediatamente cercai di cancellare quelle macchie con un colpo di spugna, come facevo ogni giorno, da anni ormai, ma restava sempre un alone: un residuo di mio padre che non riuscivo a raschiare via.

Per tutta una vita avevo odiato l’immagine di mio padre, mi faceva schifo, con ogni forza avevo provato a scrostarla via dalla memoria. E adesso allo specchio era il volto di mio padre che vedevo.

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Progetto editoriale: Piciul

Da sei ore Horia aveva lo sguardo chino su una piallatrice a nastro. Non si era seduto un attimo, ma le gambe non gli facevano male: nemmeno le sentiva più. Persino la puzza di vernice, di colla, di segatura e di sudore attorno a lui gli era ormai indifferente. Spingeva una trave di legno dopo l’altra, come ogni giorno. I trucioli gli volavano sul viso, li avrebbe ingoiati se non fosse stato per la mascherina che indossava.

Trave dopo trave pensava solo ai soldi che avrebbe portato a casa da sua madre.

Alle sue spalle cataste di pannelli di legno formavano un labirinto alto fino al soffitto. Il sibilo delle seghe a nastro, il tonfo delle pialle a filo e il frastuono di un’arrugginita radiale trifase detta ‘A Zoccola formavano un unico, pesante e denso suono.

‘A Zoccola aveva tagliato tre dita a un operaio, due anni prima. Horia, all’epoca, aveva quattordici anni, e ancora non lavorava lì.

Quella era solo una delle tante storie che in fabbrica si raccontavano, una ripetizione infinita, senza sosta. Ogni giorno parole e gesti uguali, come le persone attorno a lui, tutti con addosso la stessa tuta blu.

La folla di corpi, l’uniformità delle facce, le parole degli operai sovrastate dal trambusto dei macchinari, il frastuono così ripetitivo da somigliare al silenzio. Continua a leggere Progetto editoriale: Piciul

ieri, oggi e domani

Il mio primo romanzo, Viola come un livido, edito nel 2013 dalla Damster edizioni in versione digitale e, posizionatosi terzo all’Eroxè Context, pubblicato in cartaceo nel 2014 è nato praticamente da solo, scritto in un paio di mesi con tutta la passione e la follia di un cuore innamorato ma tanto, davvero tanto, immaturo. Prima di allora scrivevo solo racconti acerbi e sgrammaticati, a dirla tutta, eppure già avevo dalla mia quella che dovrebbe essere una delle doti fondamentali per uno scrittore: la costanza.

Potrei definirlo un piacevole esperimento e, cosa più importante, lo strumento che mi ha fatto entrare nell’ottica di scrivere anche per un pubblico.

Una storia piacevole da cui traspare tutta la mia ingenuità, l’incapacità di chi è alle prime armi, la mancanza di un forte bagaglio letterario, ma anche il bisogno di dire qualcosa e usare la narrativa come mezzo per farlo.

Commovente per alcuni, romantico o divertente per altri, io lo vedo oggi, a distanza di sei anni, come un piccolo inizio che ho voluto lasciare in commercio, diversamente dalle seguenti pubblicazioni.

Come spesso succede, dopo l’uscita del mio primo romanzo sono stato preso dalla smania di pubblicare, nemica in agguato per ogni esordiente. Dal 2014 fino al 2016 ho pubblicato altri sette romanzi con tre diversi editori: Damster, Lettere animate e Meligrana; praticamente tre romanzi l’anno.

Oggi provo quasi tenerezza per l’autore frettoloso e incosciente che ero. Nel rileggere i vecchi testi, prontamente tolti dal commercio, vedo solo pagine e pagine di inutili digressioni atte a cercare di rappezzare una trama scarna e una prosa piatta.

C’è però da dire che quei due anni sono serviti a insegnarmi a scrivere ogni giorno.

Come ho già detto, prima ancora dei romanzi scrivevo racconti. Ho partecipato a diverse antologie e ne ho curate due, prima fra queste Zero, redatta insieme alle scrittrici Elisa Bellino e Maddalena Costa ed edita dalla Damster.

La seconda, invece, Macerie, pubblicata dalla Les Flâneurs Edizioni e di cui sono stato curatore insieme alla scrittrice Maddalena Costa e allo scrittore Claudio Santoro, aveva lo scopo di raccogliere fondi per le vittime del sisma avvenuto ad Amatrice nel 2016. È stata la mia ultima pubblicazione prima di iniziare gli studi presso la scuola di scrittura creativa Lalineascritta, fondata dalla scrittrice Antonella Cilento.

Nel 2016, iniziati gli studi presso Lalineascritta, ho smesso di rincorrere le pubblicazioni facili e mi sono concentrato soltanto sullo studio della scrittura creativa e sulla lettura dei grandi maestri della letteratura, seguito con zelo da Antonella Cilento.

Pur continuando a lavorare a nuovi romanzi, sono tornato a dedicarmi prevalentemente ai racconti, alcuni dei quali sono stati valutati da Antonio Franchini, Giulia Ichino, Manuela La Ferla e Bruno Nacci.

La prima pubblicazione dopo un silenzio editoriale di circa un anno è avvenuta del 2017 con due racconti brevi editi sul quotidiano Il Roma e intitolati dalla redazione Amoressia in punta di forchetta e Sagome nella notte nella camera azzurra, entrambi scritti come omaggio a due romanzi del maestro Georges Simenon.

Durante il triennio presso Lalineascritta tra i lavori a cui mi sono dedicato spicca Piciul, romanzo editato insieme ad Antonella Cilento.

Alcune pagine di un altro romanzo, La finestra chiusa, riscritto da zero ben tre volte e concluso in prima stesura al termine del mio percorso presso Lalineascritta, sono state lette al termine del terzo anno di scrittura creativa da Antonio Franchini che le ha valutate positivamente.

Allo stato attuale, oltre ai due suddetti romanzi, ho terminato altri tre romanzi, di cui uno in collaborazione con l’attrice e presentatrice Noemi Gherrero, e mi sto dedicando a un romanzo sperimentale. Convocato dall’amica e scrittrice Olympia Fox ho partecipato all’antologia Il grande racconto di Renoir, dando il mio contributo con il racconto Fotografie ingiallite.

Ho inoltre scritto tre drammaturgie, due sceneggiature cinematografiche e sto lavorando a un soggetto ideato dalla Gherrero per redigere trattamento e sceneggiatura di un Teaser.

IL PRINCIPIO DELL’ANTAGONISMO

Nella rubrica Consigli di lettura abbiamo più volte detto quanto per la buona riuscita di una storia sia necessario che i personaggi, dal protagonista alla più effimera comparsa, siano mossi da un conflitto interiore: un desiderio che, smosso da eventi esterni e interiori, mette in cammino ogni personaggio e così la storia.

Io desidero una donna, la amo e la voglio, ma di colpo il mio migliore amico si invaghisce di lei: fra me e il mio amico nasce una lotta, l’amicizia diventa antagonismo e siamo pronti allo scontro pur di raggiungere l’oggetto del desiderio.

Questo è un esempio banale, classico, ma quando scriviamo dobbiamo sempre sfruttare gli archetipi: sfruttare, non copiare.

Ma complichiamo le cose, facciamo che io desidero una donna, la amo, ma lei è amata anche dal mio migliore amico a cui devo la vita. Questo accende un doppio conflitto: voglio la donna che amo, sono geloso del mio amico, eppure non voglio tradire il senso di riconoscimento nei suoi confronti.

O ancora, io amo una donna, questa donna è amata anche dal mio miglior amico a cui devo la vita ma che in verità detesto, proprio perché salvandomi la vita davanti a una fiamma di gioventù ha dimostrato la propria forza e la mia debolezza, soffiandomi la ragazza.

Potremmo andare avanti all’infinito, coinvolgendo nella disputa fra i due uomini un ulteriore conflitto della donna da loro bramata, magari delle famiglie, degli amici.

Questo è il principio di antagonismo, una forza che non porta semplicemente un individuo a lottare con un secondo individuo per raggiungere un proprio desiderio, ma che smuove desideri contrastanti nella vita interiore di un personaggio, portandolo a compiere azioni, a fare scelte.

Più l’antagonismo con forze esterne e forze interiori sarà forte e complesso, più un personaggio risulterà interessante e la storia avvincente: ecco perché amiamo i personaggi borderline, gli anti-eroi, tutti quelli che sembrano in continua lotta non solo con gli altri, ma con se stessi.

Il principio di antagonismo è spiegato in modo magistrale in Story, manuale di scrittura creato da Robert McKee, una vera bibbia per chi desidera scrivere, che si tratti di scrittura narrativa o scrittura cinematografica.

Di seguito il capitolo in cui McKee insegna come sfruttare al massimo il principio di antagonismo.

Buona lettura. Continua a leggere IL PRINCIPIO DELL’ANTAGONISMO

trasfigurare i ricordi e creare nuove vite

Negli articoli su Pontiggia e Starnone abbiamo trattato un tema fondamentale quando si scrive narrativa: trasfigurare la propria vita a servizio della pagina. È il bisogno impellente di raccontare qualcosa di personale, di scavare in sé, intimamente, recuperare i tasselli di una vita e ricomporli sulla pagina scritta.

Spesso questo aspetto della scrittura ci porta a fare memoriale della nostra vita, in particolare rivolgendo lo sguardo agli anni della gioventù: i volti passati, i luoghi vissuti, esperienze che ci sono scivolate addosso, quasi al momento sembrassero inutili, sciocchezze, ma incise a fuoco nel patrimonio della nostra memoria.

Un atto di memoriale immenso, almeno da ciò che ho avvertito leggendolo, è contenuto nel libro Quando scriviamo da giovani, di Antonio Franchini, edito prima nel 1996 da Sottobraccia edizioni, poi nel 2003 da Avagliano editore.

Antonio Franchini è stato curatore della narrativa italiana per Mondadori dal 1993 al 2015, e attualmente è redattore per Giunti editore. Conosciuto come pilastro dell’editoria italiana, padre di diversi Bestseller e redattore che ha donato a Mondadori il maggior numero di vittorie al Premio Strega, Antonio, non è solo un fantastico redattore ed editor raffinato, ma anche uno scrittore eccezionale. Ha vinto il Premio Fiesole Narrativa Under 40 e il Premio Mondello Autore italiano nel 2003 e, le sue opere di narrativa, sono state pubblicate in prevalenza con Marsilio editore.

Antonio Franchini (© PIERGIORGIO PIRRONE / MARGOPHOTO / Lapresse)

Purtroppo dal 2011 Antonio non ci ha regalato più nulla di narrativo, concentrato sulla saggistica e sul suo importantissimo ruolo editoriale. Continua a leggere trasfigurare i ricordi e creare nuove vite

Lisario, una donna antica, una donna dei nostri tempi.

Oggi più che mai, soprattutto in ambito letterario, parlare di donne è pericoloso, si rischia di cadere nel più sterile populismo, o peggio ancora nella tentazione di dipingere la donna soltanto come vittima, alimentando un sessismo spacciato per femminismo in cui la donna resta comunque una razza, una specie, un oggetto: non un essere umano.

Quanto può essere complesso scrivere di una donna? Cosa dimora nel cuore di una persona che per millenni ha conosciuto ogni tipo di sottomissione e, ancora oggi, nell’era della grande libertà di pensiero, è associata soltanto a un’icona di bellezza fisica o a una fragile creatura da proteggere?

Un’icona, ecco cosa: un oggetto privo di identità, di pensieri, di desideri, contro cui vomitare il proprio credo. Continua a leggere Lisario, una donna antica, una donna dei nostri tempi.