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A casa non ci posso stare

Luca ha trentadue anni ma sembra averne quarantacinque. Ha le gambe magre ma la pancia grossa, di quelle tonde, tutto fegato. È aprile ma già sta a mezze maniche, perché sta sempre in giro nei vicoli di Piazza Mercato. Ha due figlie, Luca, una di sei anni e una di tre. Sua moglie la chiama “muglierema”, in dieci minuti di chiacchiere non l’ha mai chiamata per nome.

Luca da quando è iniziata la quarantena è rimasto soltanto due giorni a casa. Non può #restareacasa, Luca, non ha soldi per restare a casa. Luca non ha il posto fisso, non ha santi in paradiso, non ha la spintarella e non è figo come Raul Bova. Luca si alzava ogni mattina all’alba per andare “a vendere”. Vendeva i calzini sui treni regionali, gli accendini, quando gli andava bene piazzava qualcosa ai turisti. Un giorno dieci euro, un altro venti, un altro ancora nulla. Degli amici che fanno il gioco delle tre carte a Piazza Garibaldi volevano metterlo a fare “la parte”, quello che finge di giocare, ma Luca dice di non saperle fare queste cose: ha paura, non sono cose per lui.

Il reddito di cittadinanza, sì, te lo danno pure, ma mica ci pensano a farti lavorare? Ti fanno l’elemosina – dice Luca – ma come ci campi quando hai cinquecento euro di pigione ogni mese e due bambine e una moglie a cui devi dare da mangiare?

Gli assegni di cento euro Luca non li prende, perché ha già il reddito, è già qualcosa che lo stato gli dà, dunque non ha diritto a niente.

Adesso si arrangia. Fa le consegne. A trentadue anni fa il garzone ora del lattaio, ora del fruttivendolo, ora del macellaio. Gira su di un Free scassato che se la polizia lo ferma glielo sequestra pure, perché non ha i soldi per l’assicurazione. Lo usa per lavorare – dice – non fa altro che lavorare, a casa non ci può stare.