A mio dire esistono dei romanzi necessari, spesso nascono da un’urgenza animalesca che conserva qualcosa di primordiale, di violento. È questo il caso del romanzo Il fuoco che ti porti dentro, di Antonio Franchini, edito nel 2024 da Marsilio, casa editrice che ha pubblicato altre opere di quello che di certo è attualmente tra i più importanti e bravi redattori italiani e, a detta mia, uno degli scrittori più raffinati e potenti che abbiamo in Italia: uno scrittore che il premio Strega non dovrebbe farlo vincere solo agli altri ma merita di riceverlo lui, almeno di certo per questo capolavoro. Se in precedenza Franchini ha trattato per lo più reportage narrativi, mischiando la narrativa alla saggistica e alla cronaca, con questo nuovo libro si è addentrato in ciò di più difficile che uno scrittore possa fare: l’autobiografia.
Lo so, ormai gira più non-fiction e auto-fiction che fiction, per usare gli odiati termini anglosassoni, e infatti il panorama editoriale italiano è saturo di spazzatura. Non di meno, un uomo nella sua posizione, in una coraggiosa intervista ha dichiarato che la letteratura è morta.
Essere il miglior redattore capace di far schizzare i guadagni di una casa editrice, cui compito è vendere alle masse, non significa certo diffondere alta letteratura.
Quanti di voi conoscono Marosia Castaldi? Di certo pochi. Ebbene, io penso che se il Franchini scrittore avesse avuto la possibilità l’avrebbe pubblicata subito e pompata per il premio Strega; ma il Franchini redattore, dipendente di una multinazionale e dunque vincolato a dei risultati aziendali, cosa avrebbe fatto?
Continua a leggere: La letteratura non è del tutto mortaCosa avremmo fatto?
Questo per dire quanta poca conoscenza esiste del mondo editoriale e, soprattutto, quanto sia importante, fondamentale, scindere l’autore dall’opera.
Simenon era un uomo molto discutibile, eppure…
Ed è proprio qui la difficoltà nel creare un romanzo autobiografico come Il fuoco che ti porti dentro, storia che ripercorre la vita della madre di Antonio Franchini, Angela detta la Talpa, donna di una fierezza vichinga, brutale e aggressiva in modo gargantuesco tanto da risultare simpatica in quanto irreale, una macchietta. Eppure Angela è esistita davvero, una figura talmente ingombrante nella vita di Antonio Franchini al punto da dedicarle un romanzo; una necessità che posso ben comprendere ripensando a mio padre, Oreste, a cui ho dedicato un romanzo inedito a cui ho lavorato molti anni: genitori “pesanti”, figure che rasentano la mostruosa solennità dei Titani della mitologia di cui, chi scrive, non può fare a meno di parlane, perché a causa loro la propria vita non è stata solo condizionata, bensì infettata. E Angela è appunto mitologica, termine che le si addice: donna bella e sensuale che, tuttavia, sembra fottersene del sesso, dei maschi, della mondanità, di tutto. Ad Angela sembra interessi solo una cosa: essere al centro di ogni vicenda, essere celebrata; ogni aneddoto del passato, ogni ricordo, ogni traccia di sé che riporta a parenti, amici e sconosciuti ripetuta fino allo sfinimento appare come un battagliero e irrefrenabile bisogno non solo di restare viva, ma di rimanere nel tempo e al di sopra di chiunque: un tratto narcisistico che fa comprendere a un lettore attento tutta la solitudine e la sofferenza vissuta da questa donna, forse senza che se ne rendesse neppure conto, come mio padre. Ma attenzione, Angela non è il vero protagonista del romanzo, no, questa è la storia di un uomo che ripercorre la vita della propria madre, dunque il protagonista è il figlio, in questo caso l’autore, Antonio Franchini, voce narrante di questo capolavoro. Tuttavia Antonio è del tutto soverchiato da Angela, ed è appunto qui la difficoltà quando si scrive un romanzo autobiografico: si rischia di cadere nel misero melodramma che oggi piace tanto, nel vittimismo oppure nell’autocompiacimento.

Il solo modo è spostare il punto di vista, cosa difficile in quanto, quando si tratta di una materia così calda, intima, richiede una fortissima introspezione e la capacità di mettersi in discussione, cosa che nei contemporanei ho visto solo in Via Gemito di Domenico Starnone: libro che amo in modo viscerale e a cui un minuscola parte del mio romanzo sopra citato, dopo aver vinto una call della Oblique ed essere pubblicato su Retabloid, è stato paragonato.
E Antonio ci riesce eccome, diversamente da me che ho dovuto trasfigurare la materia reale in un romanzo che potremmo definire semi-autobiografico. Lui, come Mimi’ in Via Gemito, che segue le vicende di suo padre, Ferdinando Starnone, è solo un’ombra che analizza la vita di sua madre, Angela. E qui succede la magia: seguiamo Antonio, il suo punto di vista, eppure siamo con Angela, ci importa solo di lei, non esiste altro. Anzi, Antonio inizia a esserci antipatico col suo giudizio, la sua freddezza, il suo ostinarsi a non comprendere (almeno durante la prima metà del romanzo) che, a conti fatti, sua madre è una povera imperfetta come tutti noi.
Il protagonista, che normalmente è l’eroe della storia, in questo caso diventa un antieroe.
Meraviglioso questo occhio triste, cinico e in parte malinconico che si percepisce durante tutta la lettura perché, per chi ha conosciuto di persona Antonio, appare davvero come il suo sguardo: il modo che ha di guardarti.
Ma tornando al romanzo intendo partire proprio dall’attacco e da quanto segue dopo.
“Benché da molti sia considerata una bella donna, mia madre puzza.
Tra noi se ne parla senza allusioni.
«Pare ‘e trasì dint’ ‘a grotta d’ ‘o cane» dice mio padre uscendo dalla camera da letto alla fine del loro riposo pomeridiano.
Si riferisce a una passaggio sotterraneo nella solfatara di Pozzuoli, dove i miasmi di anidride carbonica ristagnano al di sotto del metro di altezza lasciando indenne l’essere umano ma soffocando il cane che s’avventuri incauto per quel budello.
Forse è la vasta cicatrice slabbrata, che come un cratere di carne devasta il suo ventre operato dopo la mia nascita, a giustificare il marciume che le fermenta dentro ed esala il fetore inconfondibile che rende vana l’ultima risorsa di chi scorreggia: addossare la colpa a un altro.
Lei del resto neppure ci prova, e a ogni sfiato, che l’allerta familiare immediatamente rimarca con risate e schiamazzi, fa sempre seguire una smorfia di rivendicazione soddisfatta il cui significato è: di questa putredine io mi sono liberata, adesso respiratevela voi.”

Ecco, il romanzo inizia in un modo brutale: mia madre puzza.
Già di suo l’attacco, ovvero il primo paragrafo, i primi due righi, è forte, violento, innesca una verità aggressiva che incuriosisce. Tuttavia quanto accade dopo non appaga la curiosità, bensì la stimola. Infatti, da un simile attacco, potremmo immaginare la storia di un figlio che dileggia la madre, più forte di lei al punto da dire apertamente che puzza; invece è il contrario, da subito vediamo la sovranità di Angela, è lei a permettere che ciò avvenga, se ne bea addirittura: una smorfia di rivendicazione soddisfatta; come scrive Antonio. Da subito ci appare la fiera ferocia di Angela, il suo ruolo dominante nella famiglia.
Ma c’è altro, molto altro: la lingua, la voce autoriale e il costrutto delle frasi; frasi lunghe, echeggianti, una scrittura che ti conduce in una galleria, in un budello come quello della solfatara citata da Antonio, ricca di aggettivi perfetti, unici, adatti al loro scopo.
Ecco, la differenza tra il redattore e lo scrittore. L’Antonio redattore, di sicuro sa che oggigiorno in Italia si predilige uno stile narrativo molto asciutto, paragrafi brevi, pochi aggettivi, avverbi meno che mai; ma l’Antonio scrittore è un uomo innamorato della letteratura, un autore che, a mio dire, merita di entrare tra i classici della letteratura per la sua voce autoriale, la sua lingua.
“La detesto da sempre, da quando la mia vita ha cominciato a staccarsi dalla sua e si è aperta sul mondo, perché ci ho messo poco a capire che il mondo giusto – quel luogo inesistente che i giovani sognano e alcuni adulti idealisti si impegnano a fargli credere che esista – faceva, diceva, pensava tutto ciò che mia madre non faceva, non diceva, non pensava.
Mi ha dato un’educazione a rovescio: i valori ai quali si ispira o li esprime in una forma riprovevole o sono disvalori veri e propri.
Detestare è il verbo più preciso. Non so se la odio, anche se spesso ho pensato di odiarla, ma forse erano sentimenti più miseri e meno radicali quelli che mi ispirava: irritazione, o rabbia. La detesto, neanche l’aborro, nel verbo aborrire c’è un’idea di fiera opposizione della quale il mediocre orrore che lei mi suscita non è degno. Nel detestare è invece implicita una presa di distanza, da un essere umano come da un’idea, e il desiderio di non volerci avere a che fare, di volersi spostare da ogni possibile linea di collisione. Un movimento evasivo facile, se la persona da tenere lontana non è la propria madre.
È infatti la sua concezione della vita che mi ha sempre fatto schifo; ma qualche sera fa, non so perché, forse la sentivo silenziosa da troppo tempo, mi sono issato alle inferriate della sua finestra e le ho guardato dentro casa.
Era stesa di traverso sul letto – ormai è ridotta a un nido di ossa e quando giace rannicchiata occupa poco spazio –, assopita o quasi, mentre il televisore andava, buttata là come un oggetto che, lasciato cadere, ha trovato una sistemazione sbilenca ma non può che rimanere dove sta, e non si è accorta che la fissavo.
Per una volta, scoprendola nella sua postura di cosa abbandonata, mi sono reso conto che è mia madre e che sta morendo e che tutto ciò contro cui ho lottato per tutta la vita si dissolverà con lei, nel vuoto, in un niente.
Non ha mai avuto una sola amica.
Non ha mai sentito in nessun modo questa mancanza.
Ha sempre creduto che gli amici ti invidiano, rubano il tuo tempo, in fondo vogliono il tuo male. Il primo insegnamento che avrebbe voluto passarmi è: gli amici non ti servono.
Sostiene che l’amicizia tra donne non può esistere, tanto meno quella tra maschi e femmine, perché i maschi dalle femmine vogliono una sola cosa.
Le amiche delle mie sorelle sono approfittartici o puttane, i miei scostumati e stronzi. A meno che non siano figlie o figli di quelli che definisce «professionisti»: medici, ingegneri, avvocati, o commercialisti come mio padre. In questi casi ritiene che la frequentazione – perché sempre di «frequentazione» si dovrebbe, più propriamente, parlare – possa addirittura esigere un tributo. Di quale genere non è chiaro, ma ama citare anche lei un detto che ha sentito da sua madre: «Fattéla cu chi è meglio ‘’e te e facci le spese!»
Questa specie di darwinismo sociale non vale in assoluto perché, quando la cronaca nera degli anni Sessanta e Settanta rivela i segreti più torbidi delle classi dominanti, è pronta a sfoderare un’altra legge che sia lei sia sua madre conoscono fin da bambine: «Chiù ricchi so’, chiù so’ fetienti.»”

Ecco l’Antonio Franchini scrittore, perfezione nel lessico, un dramma che non è mai melodramma, una tragedia che è persino ironica ma che non fa mai ridere davvero: solo il lieve e amaro sorriso di chi sta per morire, senza poterci fare nulla, una resa tanto dolorosa quanto pietosa da strappare un sorriso. Ed è la sua voce antica, potente, a fare la differenza.
Qui siamo a pagina nove, dieci e undici del romanzo. Infatti, il protagonista, Antonio, narra a ritroso le vicende di sua madre, alternando il passato al tempo presente, ovvero la vecchiaia di Angela, l’avvicinarsi della sua fine.
Anche l’odio qui non è mai estremamente violento, orrido, o diversamente malinconico o triste. No, è fragile, imperfetto, umano, proprio come la terribile Angela: brutale e aggressiva, eppure ridotta a un nido di ossa.
Un altro esempio magistrale di lingua e di come caratterizzare un personaggio indimenticabile lo abbiamo in questo estratto.
“Il primo aborto spontaneo sarebbe stato il suo primo figlio. L’ha perso durante il viaggio di nozze, a Roma. Il viaggio di nozze non so se avesse come meta Venezia o Milano, ma si ferma a Roma, preludio di ogni sua futura avversione agli spostamenti.
Del secondo aborto spontaneo sono testimone. È estate, siamo al mare, avrò una decina di anni e ricordo solo questo: lei stesa a letto, il vestito tirato su fino allo slip bianco sul quale una macchia rosa si allarga come un’infiorescenza. Vengo mandato in farmacia a comprare quelli che lei e sua madre chiamano «pannolini», ma io devo chiedere «un pacco di assorbenti per signora». Mia nonna mi fa ripetere la definizione, si accerta che la dica per bene e che non me la dimentichi.
Ripensandoci adesso non so che cosa sperassero di tamponare, ma la farmacia non è vicina e capisco che devo correre, che si tratta di un’emergenza, e per lungo tempo «un pacco di assorbenti per signora» è una definizione che trovo ridicola e, insieme, mi allarma, ricreandomi davanti agli occhi quel fiore rosso che si allarga in mezzo alle gambe di mia madre.
Quasi mai si è spinta oltre Roma, e di quelle sortite perigliose ricorda solo le fregature, il pesce marcio che le servirono un giorno a Venezia e, a Firenze, la bistecca rinsecchita davanti alla quale esclamò: «E questa me la chiamate una fiorentina?»
Viaggiare non le piace, cambiare abitudini le fa paura. Oltre alla porta di casa, di là dal suo quartiere della Ferrovia, a Napoli, c’è un mondo ostile del quale non sa niente, ma è convinta che viaggiare non le serva perché tanto lei conosce già tutto.
Non ha mai parlato con uno straniero in vita sua, ma ha opinioni precise su ogni popolo della terra.
Odia inglesi, francesi e tedeschi perché sono gli abitanti dei paesi forti dell’Europa e le fanno schifo per questo, perché credono di essere meglio degli altri. I tedeschi, poi, che hanno pure fatto i campi di concentramento…
Per la Merkel nutre un’avversione particolare. La aborre forse anche perché si chiama Angela come lei, ma è un’Angela tutta diversa, opposta: certo non è friccicarella, porta sempre lo stesso vestito e «pare Hitler femmina».
Non capisce perché la lingua franca debba essere l’inglese e non il latino, com’è stato per secoli.
Invece le stanno simpatici i russi, le piace Putin. E i cinesi. Perché a Napoli, dice, ci sta una «Salita cinesi», e a lei questo basta per dedurre che fin da tempi remoti noi eravamo loro amici. E forse perché le piace la cucina cinese, dove si mangia piccante e si frigge qualsiasi cosa.
In sintesi, le stanno sul cazzo i popoli governati da antiche democrazie. Quelli li ha in sospetto perché è convinta che siano presuntuosi e ipocriti, che parlino in un modo, ostentando perbenismo, e agiscano solo per il loro utile, come tutti gli altri, che perlomeno non si pretendono migliori.
È pronipote del «liberté, fraternité, tu futt’ a me e io fott’ a te», è erede dei sanfedisti scatenati contro i giacobini del cardinale Ruffo, è l’ennesima figlia, frustrata e invelenita, della reazione.
E in questo non è sola, non è mai stata sola, dalle nostre parti. Ancora mi ricordo con quanta voluttà un mio professore sosteneva che i rivoluzionari nel Novantanove, quelli della Repubblica partenopea, fossero troppo «infranciosati». E che in dialetto infranzesato significhi prima di tutto affetto dal mal francese, la sifilide, e poi malmesso, corrotto, è un’origine che dovrebbe conoscere anche lei, amante delle etimologie. Ma forse non l’ha messa bene a fuoco, perché altrimenti la citerebbe di continuo.
Se riuscisse ad argomentare un po’ oltre gli spurghi di rabbia e gli insulti che caratterizzano i suoi monologhi sui destini del mondo, verrebbe fuori che una mezza dittatura sarebbe la sua forma di governo ideale, con un uomo forte al potere, sicuramente non Hitler, anche perché un Hitler non tedesco è difficile immaginarlo, e non proprio Mussolini («Musulino teneva sempre ragione e guarda comm’è fernuto…»; ecco, se avesse preteso di aver ragione quasi sempre sarebbe andato benissimo), ma tipi come Putin, Erdogan o Xi Jinping sarebbero perfetti.”

L’immagine con cui Antonio ha creato l’aborto è tanto semplice quanto fortissima. I narratori inesperti avrebbero esagerato, cercato di rendere brutale l’accaduto, doloroso; invece lui con una semplice similitudine, il fiore per la macchia di sangue – infiorescenza – ha creato un’immagine straziante.
Oltre questo episodio fortissimo, nella parte che segue, se vediamo bene, non sono accadute azioni o svolte particolari: anzi, non ce ne stanno; eppure vediamo Angela nitidamente, la conosciamo, ne studiamo la mimica, ne sentiamo la voce.
In un alternarsi tra presente e passato, in un insieme di sbalzi temporali, proprio come in Via Gemito, Franchini ci dona una storia dove non esiste linearità, non un vero intrecciasi di sommari e scene, sono ritagli della vita di Angela dove lei prende forma sempre di più, al punto che basta la sua sola presenza a riempire il libro.
Forse, senza saperlo, Franchini le ha fatto un grande omaggio: ancora una volta Angela, la Talpa, è al centro della scena, potente e inscalfibile, soverchia tutto.
Antonio con questo libro incarna una società decaduta di cui Angela conserva gli ultimi gemiti, quelli vissuti negli anni 60 e 70, riesumati con un ultimo mostruoso urlo negli anni 80: la rispettabilità di un titolo di studio, i caroselli in tv, le tradizioni di un paese e quelle case che in ogni regione acquisivano dei tratti personali capaci di plasmare chi le abitava; ma mostra anche la vita dei vecchi che si rapportano con la perdita di un secolo e l’ingresso in una nuova era: le continue critiche di Angela su cose che neppure conosce, il suo mettere bocca su tutto pur senza avere la reale competenza per farlo, manie e giudizi nati da esperienze puramente soggettive ma spacciati come monito sacrale; tutte cose ordinarie, quotidiane, presenti in moltissime persone eppure in lei, così personali grazie alla scrittura di Antonio che riesce a tratteggiarla come un personaggio letterario, non come una persona reale, di carne, veramente vissuta: una icona.
Un ultimo estratto ancora, prima di chiudere questo articolo, direi che è dovuto. Ne potrei scegliere a decine, ogni parte di questo romanzo è eccelsa, ma non voglio rovinarvi il piacere di leggere questo capolavoro.
“Con la mia prima sorella questo non avviene. Lei le lascia campo libero, e Angela vi irrompe per radere al suolo la sua immagine presso le compagne, estirpare le sue amicizie, razziare la sua intimità.
Entra nella vita della figlia con la scusa di medicare la sua debolezza, di guarire la sua inettitudine, di aiutarla nelle cose di scuola per supplire alla sua pigrizia e timidezza.
Entra e devasta. Con l’idea incrollabile e la ferma convinzione di aiutare, di fare del bene: studia al suo posto, le fa i compiti. Se viene a sapere di qualche contrasto, di un diverbio tra ragazze, si scaglia a ribadire che sua figlia nemmeno le calcola le altre, non le considera, perché è più bella di loro, più intelligente, e proviene da una famiglia migliore.
Si accapiglia con le amiche della figlia e con le loro madri, se intervengono, e con le insegnanti, se ritiene che agiscano scorrettamente.
Se scopre che sua figlia le ha tenuto nascosta un’interrogazione andata male, un compito non svolto, un’impreparazione, la insegue attorno al tavolo di cucina e le urla: «Puozze murì accisa, ’sta zoccola puttana, nun puteva murì ’o Santobono! Ha dovuto campà pe’ m’accirere a me!»
Orgogliosa della sua licenza liceale classica, assiste mia sorella negli studi magistrali dedicandosi assieme a lei alla psicologia e alla pedagogia, materie per lei nuove ma che, grazie alla sua finezza nel decifrare le sfumature più delicate dei sentimenti, non ha problemi a comprendere profondamente.
Per aiutarla a prendersi un diploma che disprezza, lei che ha sempre considerato le maestre l’esempio più limpido della stupidità femminile, ha dovuto approfondire la psicologia, disciplina che l’ha aiutata a penetrare nella psiche elusiva e contorta di quella disgraziata della figlia.
Vedo questa mia sorella subire nella sua intimità l’irruzione di un erpice che le scava dentro solchi e mi chiedo perché non si ribella come facciamo io e l’altra sorella, che arriviamo a minacciare nostra madre, a metterle le mani addosso. Come del resto fa a sua volta Angela con sua madre, che vive con noi e secondo lei la tormenta da quando è nata, in una spirale di rancore tra generazioni che si passano il testimone dell’odio come la ricetta degli struffoli.”
“In una spirale di rancore tra generazioni che si passano il testimone dell’odio come la ricetta degli struffoli”. Ecco, questa frase crudele, violenta e geniale per la similitudine finale, incarna il cuore del libro. L’odio appreso, il rancore come patrimonio genetico, un tessuto famigliare fatto di aggressività che si tramanda di pelle in pelle, di sguardo in sguardo: lascito selvaggio incapace di morire. La violenza di Angela ma anche quella di Antonio. Una lotta che, infine, come in molti casi, non lascia vincitori ma solo sconfitti.
La Angela che vedremo accartocciarsi man mano che si va avanti nella lettura, consapevoli fin dalla prima pagina che è inevitabile, stiamo leggendo la storia di una donna morta, una donna morta vecchia, consumandosi come accade a tutti i vecchi, persino ad Angela.
Questo libro ti scava nel cuore, resta impresso per contenuti, lessico e immagini.
Questo libro, secondo me il migliore di Antonio Franchini, merita di restare nel tempo come un classico della letteratura.