Deridere il mondo per mostrare la dolorosa verità: ‘E ppatane so’ bbone cotte!

Raccontare un’epoca in cui regna il disincanto e dove il perseguimento di un ideale è pura illusione di avere un ideale da rincorrere, non è facile, l’ho detto più volte, si rischia di diventare melensi, di esagerare. Allora si cerca sempre di renderla affascinante questa nostra realtà e nel farlo la si camuffa, la si contorce. Qui a Napoli, poi, siamo pieni di scribacchini che campano di luoghi comuni, di pizze, sfogliatelle, il vicinato gentile e ‘o Vesuvio ‘e ‘stu cazz!

O camorra o speranza che affiora anche nel più misero vicolo: criminalità oppure Peppeniello cu ‘a pizza a portafoglio n’man e magari ci mettiamo pure ‘o barbone saggio ca’ dice: «Comme ven’, accussì c’ha pigliammo, diceva ‘a nonna».

Non è il volto di Napoli, non è il volto della nostra epoca appiattita, svuotata e ridotta a un freddo dedalo di cunicoli in cui tutti corrono e corrono inseguendo il bisogno di sentirsi speciali, quando invece non esistono lotte, rivoluzioni, passioni epiche e grandi imprese da raggiungere, che siano esse materiali o intellettuali. Esistono invece i soldi che sono indispensabili, lavori odiati da svolgere per portare “il piatto a tavola”, anni e anni di vita che scorrono per poi non lasciare alcuna traccia.

Dunque o si sfocia in tragedie colme di affabulazione, oppure si punta all’individualismo: raccontare il singolo dramma famigliare di un individuo e ridurre la società a un ristretto numero di persone.

Il lettore debole tende a godere di una scrittura puramente individuale, perché accontenta ciò che cerca: un piacere unicamente emotivo capace di stimolare solo il proprio mondo interiore, di rievocare le proprie esperienze, sentimenti e aspirazioni. Diversamente, il lettore forte cerca qualcosa in più nella narrativa. Non gli basta un appagamento soltanto personale, ama scoprire ciò che lo circonda, portare se stesso in un contesto non strettamente famigliare, ma sociale, e qui porsi domande su se stesso e sul mondo in cui vive.

Ma, ripeto, in un tempo disincantato come il nostro è difficile avere onestà intellettuale nel mostrare la società, almeno senza voler esibire eventi epici che non hanno comunque inerenza con il nostro quotidiano.

E se la strada fosse deriderla questa società, e con essa noi stessi? Raccontarne l’aspetto comico e nel farlo mostrare una realtà tragica.

Giuseppe Montesano in questo eccelle in modo divino.

Abbiamo già parlato di lui, ma per coloro che ancora non lo conoscono lo ripresento. Giuseppe Montesano, autore napoletano classe 1959, è a mio dire una delle voci autoriali più potenti del nostro tempo. Romanziere, critico letterario e traduttore, è stato finalista al Premio Strega, ha vinto il Premio Viareggio sia per la narrativa che per la saggistica, nonché il Premio Selezione Campiello e il Premio Napoli. Numerose le sue collaborazioni con Il Messaggero, Il Mattino, Diario e Lo Straniero; Montesano ha inoltre curato l’edizione delle Opere di Charles Baudelaire per I Meridiani, assieme a Giovanni Raboni.

Autore di diversi romanzi e saggi, Montesano è un avido lettore e, a mio dire, ama la letteratura come pochi; ciononostante non è per nulla simile ai tediosi e superbi scrittori da salotto che spesso amano le passerelle più dei libri, anzi, è un uomo ricco di una pungente ironia di cui ho gioito più volte nell’ascoltare le sue lezioni magistrali presso la mia scuola di scrittura, Lalineascritta.

La stessa ironia acuta e raffinata la troviamo nei suoi libri.

Il romanzo di cui voglio parlarvi è Nel corpo di Napoli, edito da Mondadori nel 1999, vincitore del Premio Napoli e finalista al Premio Strega.

Narra delle rocambolesche vicende di Tommaso (voce narrante) e di Landrò, perdigiorno quasi trentenni che impiegano il tempo a perseguire una sorta di conoscenza universale, ovviamente guardandosi bene dal lavorare.

Già questo ci fa capire quanto sia attuale la scrittura di Montesano, però, attenzione, lui è uno scrittore troppo raffinato per mostrarci i tipici vitelloni e fricchettoni che giocano a fare gli intellettuali, o gli sballati che fra canne e centri sociali parlano di filosofia o di rivoluzione. No, Montesano fa ben altro, crea una ragnatela in cui si intreccia tutta la sua cultura letteraria e filosofica, il più grottesco umorismo, figure arcaiche subito riconoscibili e un toccò di gergo popolano che rende i suoi personaggi reali, vicini a noi.

Il romanzo inizia così:

Eravamo arrivati a una questione secondo noi fondamentale, e ci stavamo chiedendo se la verità faceva bene alla vita o se invece la vita era fondata sulla menzogna, quando la porta della stanza di Landrò si aprì sbattendo sul muro, e entrò un uomo basso e rotondo, con i capelli bianchi e un elegante vestito blu. Landrò aveva appena finito di sostenere che nel crollo di tutto il vecchio mondo la verità dei filosofi contemporanei “esprimeva solo armonia e miseria”, quando l’ometto con voce stridula lo interruppe.

«Sì, sì… lui vuole sapere “la verità”… ‘A verità? ‘E ppatane so’ bbone cotte, è vero o no? Le patate sono buone cotte, chesta è ‘a verità! Tieni quasi trent’anni e non ti sei laureato, chesta è ‘a verità!»

Landrò ammutolì, e sembro fisicamente ritrarsi, come faceva davanti ai piatti che non gli piacevano.

«È vero o no? Mo’ è pure domenica, e a messa non ci sei andato, eh?» disse rivolto a Landrò, e subito, picchiando a terra un bastone da passeggio che finiva con una punta di metallo, riprese. «Ehhh! ‘E ppatane so’ bbone cotte… Ma mio figlio non tiene rispetto per niente, e si crede di capire la verità. Lui pensa, lui pensa! Sempre questo Nicce… Ma chi è ‘stu Nicce, che ‘a fatto? Uno che è uscito pazzo, è!»

Da questo esilarante attacco capiamo subito chi sono i due personaggi principali e qual è la posta in gioco: sono due trentenni che non vogliono lavorare ma solo filosofeggiare, e il mondo – qui incarnato da Landrò padre – glielo ricorda.

Una situazione ordinaria vissuta chissà quante volte, ma a renderla speciale è la capacità di Montesano di presentarla come qualcosa di importante, con un fare quasi sacrale mostrato dai due personaggi, ma subito sbeffeggiato, dissacrato, dall’intervento realistico del padre: ‘E ppatane so’ bbone cotte, è vero o no? Le patate sono buone cotte, chesta è ‘a verità!»

È proprio questo alternarsi di questioni apparentemente elevate, vitali, a situazioni talmente ordinarie da apparire persino grezze a dar vita non solo all’ironia della scrittura di Montesano, quanto a una realtà che non appare mai noiosa né esagerata, pur gonfiandosi a dismisura e toccando picchi di inarrivabile fantasia. Tutto ci appare reale, eppure grottesco, proprio per questa stratificazione: l’illusione della grandezza fusa alla miseria della nostra quotidianità, della nostra realtà.

Il padre di Landrò in realtà non lesinava sui soldi, ma ogni volta che glieli dava cercava di umiliarlo ripetendogli il suo ritornello: «‘E ppatane so’ bbone cotte» o dicendogli che non andava a messa, non si laureava e voleva pensare? Il risultato era che Landrò aveva quasi meno soldi in tasca di me, cosa che ci rendeva difficile qualsiasi progetto, e soprattutto quello del piano di approfondimento “poetico, scientifico e filosofico”.

Da anni giravamo per le facoltà di Mezzocannone sottoponendo i professori che ci sembravano intelligenti alle domande più contorte e impensate, ridendo apertamente di fronte a quelle che ci sembravano solo – come diceva disgustato Landrò – “meschine fughe dal problema della verità”. Ma eravamo odiati da tutti. Una volta a un corso su Platone gli studenti erano insorti contro di noi (“Qua ci dobbiamo prendere una laurea!” “Cafoni!” “Un po’ di rispetto!”) perché avevamo fatto piangere la professoressa di Storia della filosofia antica mettendo in dubbio che “il suo corpo voglioso” potesse mai essere in grado di capire la teoria delle idee. E a un corso di Logica ci avevano quasi picchiati quando ci eravamo abbandonati a un irrefrenabile attacco di sghignazzi di fronte ai tentativi secondo noi “irresponsabili e meschini” di dimostrare l’inutilità della metafisica. Insomma il progetto di studi comparati non era più attuabile in quella città, e, a detta di Landrò, “forse nemmeno in Italia”.

E ancora…

Ma il tempo? Quanti anni o mesi ci volevano per ogni singola disciplina? Il tempo da dedicare al progetto si dilatava oltre ogni possibile prospettiva. E come avremmo vissuto in quei “dieci anni minimo” di studio? Era certo impossibile pensare di lavorare. Così io avevo aderito con vero entusiasmo al progetto di Landrò di vivere alle spalle del padre, progetto nel quale mi ero incluso pensando che in fondo non fosse più assurdo usare i soldi del vecchio Landrò piuttosto che mettersi a lavorare. Il lavoro mi sembrava un’assoluta follia. Credevo ciecamente nelle parole di Rimbaud: Non lavorerò mai! E mi esaltavo quando ripetevo che nei confronti del mondo io ero in sciopero, o quando pensavo a Rimbaud che in un tema alle elementari aveva scritto che non voleva imparare niente perché di “posti” lui non ne voleva: “Vivrò di rendita”, aveva detto, e noi interpretavamo alla lettera quelle parole.

Anche qui la forza del testo sta – oltre che nella grandezza della lingua di Montesano – nel porre a livelli altissimi una situazione ordinaria, bassa: due cazzari fannulloni che anziché laurearsi si perdono dietro seghe mentali, al punto da attribuire la loro voglia di non lavorare a Rimbaud. Geniale!

Il loro aggrovigliarsi in pensieri e citazioni filosofiche o poetiche non li porta a nulla se non a quella verità che ci accompagnerà per tutto il libro e incarnata dalla voce di Landrò padre: «‘E ppatane so’ bbone cotte!». Eppure loro continuano a giustificarsi di cercare qualcosa, si illudono di essere speciali, grandi pensatori, ma al tempo stesso non disdegnano di vivere scroccando Landrò padre e nel farlo asservirsi proprio a un sistema da loro accusato.

Con Gala andammo a molti concerti. Ma quasi mai restavamo fino alla fine. Brahms le faceva venire la tachicardia, Wagner era un pericolo mortale, sulla sorte di Schumann come si faceva a non piangere? Landrò invece scopriva invariabilmente negli esecutori quelli che definiva “la malattia del nichilismo”.

«Lo vedi? Lo vedi? È inequivocabile: il nichilismo è alle porte!»

Al San Carlo, all’Auditorium, dovunque andassimo era sempre la stessa solfa. Una battuta, un attacco, una frase, scatenavano i nostri commenti.

«Io veramente la musica non la capisco. Anzi, mi dà fastidio.»

«Come! Io non potrei vivere, senza musica…»

E insomma, la musica c’entrava con la verità? Nietzsche aveva detto di no, e questo risolveva la cosa. Ma no, ribatteva Gala, non era vero, e poi senza Wagner come si poteva capire Nietzsche? Allora la discussione si accendeva, ci dimenticavamo completamente di quelli che stavano suonando, e finivamo col suscitare l’ira del pubblico. Era fondamentale l’accusa di Wagner a Nietzsche? E il fatto che Nietzsche fosse vegetariano e scopasse poco o niente, eh? Non era questo quello che Wagner gli aveva rimproverato?

Continuavamo per le scale, in strada, in autobus. Ma da qualsiasi punto partissimo, le discussioni arrivavano sempre a girare intorno alle stesse ossessioni: Cos’era la volontà? Come si definisce il coraggio? E la realtà? Ed era già finita la nostra giovinezza? E Nietzsche era veramente pazzo oppure era tutta una montatura?

«Se aveva la sifilide già da prima, allora la sua filosofia non vale niente.»

«E chi te l’ha detto che ce l’aveva? Non c’è nessun dato scientificamente valido.»

«Ma così allora è tutto ciò che ha pensato, a non essere valido.»

«Anche Baudelaire aveva la sifilide, è una cosa da considerare. E se ci fosse un collegamento?»

Allora io e Landrò cominciavamo a ragionare su questa ipotesi: c’era forse una particolare forza conoscitiva nella sifilide? Quasi certamente anche Van Gogh ce l’aveva, e probabilmente lo stesso Kierkegaard.

«Ma non vorrete sostenere che è necessario avere la sifilide per pensare!»

No, non volevamo dire esattamente questo, ma erano veramente casuali tutti quei segni?

Finito questo meraviglioso estratto, ancora ridendo, la prima cosa che viene da dire è: «Ma quali cazzo di segni?»

Esilarante! Sembra quasi di vedere le loro facce mentre discutono.

Vi rendete conto che ci troviamo davanti a tre coglioni quasi trentenni incapaci persino di ascoltare in santa pace le migliori opere musicali?

Come li sbeffeggia Montesano è magistrale. Li vediamo gesticolare, udiamo la loro voce, siamo con loro mentre si perdono dietro mille congetture e nel farlo cercano una verità quando, a conti fatti, continuano a non fare una cazzo.

Sublimi!

Per creare personaggi simili ci vuole una cultura immensa. Infatti, altra caratteristica di questo capolavoro sono i personaggi: tantissimi e tutti caratterizzati, sia che tratti di personaggi principali sia soltanto comparse, come ‘a polacca, badante di Landrò padre denominata dalla corpulenta Zinaida ‘a tetesca, solo perché chiara di carnagione, bionda e dagli occhi azzurri. Tanti personaggi perché diverse sono le situazioni in cui finiscono Tommaso e Landrò creando un intreccio di personaggio che appaiono, scompaiono e poi ricompaiono, a partire dall’energico don Sossio Sesamo, sacerdote fondatore dell’associazione dei Fratelli d’Italia e dei salutisti della salvezza, ovvero le SS, saggio uomo contro cui si scontrerà il violento Ciro Morvo, amico di Tommaso e di Landrò. Rocambolesche vicende che ci porteranno a conoscere un vecchio amico di Tommaso, ‘O Tolomeo, quarantenne ed ex filosofo, diventato un imprenditore di stampo camorristico dopo aver sposato la ricca tedesca Elsa. E ancora i fratelli di ‘O Tolomeo, lo svogliato e squallido Zaccariello e il famelico e viziato Baronetto, nonché il perenne ospite Andrè, chiamato il Maestro, in verità solo un fricchettone donnaiolo; e ancora il basso e folle mago Fulcaniello che condurrà i nostri eroi fin nelle viscere di Napoli assieme a sua moglie, la corpulenta e famelica medium Zinaida, in verità la popolana Pasqualina Pozzi, in arte Zizzì, creduta dal marito la reincarnazione di Zinaida Nikolaevna Gippius. E non finisce qui, ma non voglio rovinarvi la sorpresa; inoltre c’è ancora altro da farvi gustare di questo sensazionale libro.

Passiamo proprio a ‘O Tolomeo, vediamo alcuni passaggi del brillante dialogo che avviene a casa sua, durante il primo pranzo a cui partecipa Tommaso, rifugiatosi lì per motivi che non vi svelo.

I pranzi da ‘O Tolomeo avevano da sempre la caratteristica di sembrare, se pure preparati in anticipo e con grande spreco di mezzi, assolutamente casuali e improvvisati. Almeno questo era l’andazzo quando era ancora viva sua madre e lo costringeva a mangiare in cucina per non sciupare “la stanza buona”. Ma questo pranzo di capodanno non sembrava presentarsi sotto diversa forma, perché fin dall’inizio ‘O Tolomeo cominciò a gridare che si erano scordati di preparare l’antipasto, che lui li avrebbe licenziati tutti, e che la tedesca non era buona a niente. Così furono portati a tavola i barattoli con le olive, un prosciutto enorme che ‘O Tolomeo cominciò a tagliare senza nemmeno toglierci la cotica, un vaso enorme di alici ancora da dissalare, buste di taralli col pepe e di noccioline, vasetti di maionese, e un’anguria.

«L’anguria? L’anguria? Vi avevo detto il mellone! Quello di pane!»

«Ma non ti agitare» disse il Maestro, «sono sciocchezze.»

«Sì, sì, è vero» borbottò lui, cominciando a mangiare rumorosamente accompagnandosi con un’enorme fatte di pane. Il Maestro invece non toccò niente, limitandosi a sfiorare con un dito l’anguria. Poi furono serviti gli spaghetti.

«Vermicelli coi frutti di mare… Mi so’ costati cari, ma è roba di prima scelta, mangiate, mangiate!» disse ‘O Tolomeo e, in piedi a capotavola, cominciò a fare i piatti dalla zuppiera. Ma già ai primi bocconi cominciò a trovare che i vermicelli non erano cotti bene: o forse avevano sbagliato misura e avevano preso gli spaghetti sottili? C’era qualcosa che non andava.

«L’olio!… ‘O ssapevo, è colpa tua, è! Ci hai fatto mettere l’olio di semi, perché ti devi mantenere la linea, eh? E dici ‘a verità! E parla…»

«Tolò, io non parlo con i tuoi servi.»

«Non sono servi! E non sono miei, e non mi chiamare Tolò!»

«Ich…»

«Parla italiano! Te l’ho detto un milione di volte che devi parlare pulito!»

«Papà, mi semprano puoni i spachetti…»

Era il fratello di Elsa che aveva parlato, timidamente. Ma ‘O Tolomeo aveva sentito.

«Tu nun parlà!… I spachetti! E non mi chiamo papà! Io non ti sono niente, a te, te lo vuoi mettere in quella testa nazista?»

Intervenne la moglie, aggressiva.

«Non spaventare il piccolo Hans!»

«Il “piccolo Hans” tene diciassett’anni, e non fa un cazzo dalla mattina alla sera. E non vuole nemmeno venire sul cantiere…»

«Certo, se tu e i tuoi fratelli lo trattate da schiavo!»

«Schiavo? Io? E che c’entra, lui si deve fare le ossa, deve fare la gavetta, ‘stu vichingo… Guarda là, tutto muscoli e poeti tedeschi.»

E più avanti…

Con l’arrivo della frittura di gamberi, calamari e triglie ‘O Tolomeo si calmò, e attaccò a dire che la volontà di potenza lui ormai l’aveva capita a fondo.

«Si deve solo leggere quello che ci sta scritto. Che so’ tutte le interpretazioni? Palle. È solo che uno vuole fottere l’altro… È la legge del più forte…»

Il Maestro lo stette a sentire scuotendo la testa, e poi disse:

«È solo ideologia, la tua. Lo sai bene.»

«No, non lo so. Io non so niente. E tu sei solo un idealista marcio, questo so.

«Signore, io portare porpo?»

«E che ti avevo detto? Porta tutto! No, il mondo non cambierà mai… Ci possiamo solo divertire… Comandare, fottere e mangiare.»

«Ma questa è disperazione, nient’altro.»

«La mia? Me ne frego.»

‘O Tolomeo era diventato tutto rosso, e cominciava ad avere la voce spessa di chi ha bevuto.

«Voi non avete capito niente» sentenziò.

«Può darsi. Ma il fatto è che tu stravolgi le cose. E poi sei letterale, non riesci a guardare le cose con distacco.»

‘O Tolomeo stava per replicare quando Amal entrò portando le vivande che lui aveva ordinato. Ma ‘O Tolomeo andò di nuovo in bestia: mancava la pizza con le scarole, e a lui che gliene importava se si mangiava prima o dopo? A tavola, doveva stare a tavola!

«Ma Tolò, un po’ di ordine ci vuole» intervenne la moglie.

«Che ordine e ordine! Come dice Nicce? “Il mondo è caos e solo caos per tutta l’eternità”! E allora che caos sia! Portate tutto… Sì, scemo, pure i dolci, e l’insalata! E le paste, ci stanno le paste?»

Non c’erano le paste! ‘O Tolomeo voleva prendere a coltellate Amal, poi gli lanciò dietro un piatto e lo maledisse.

«Nun ce stanno ‘e babbà? Nun ce stanno ‘e sciù c’ ‘a crema? Nun ce stanno ‘e cannuole ‘a siciliana?»

Non c’era niente, allora. Anche Zaccariello si unì alla protesta.

«È colpa della tedesca!»

«Io non capisco questi modi…»

«E quanno mai! Che capisce chesta? Nu cazzo!»

Il Baronetto lasciò sfuggire qualche parola sconnessa su certa gente straniera che prima dice una cosa, e poi frega la gente onesta… E anche sull’età, sull’età mica ‘a tedesca aveva detto la verità…

«Che vuoi dire, tu?» saltò Elsa. «Io non sono come voi napoletani! Io non mento… Io ho principi morali!»

Sì, va bene, continuarono a dire i fratelli di ‘O Tolomeo, la sapeva lunga, la canzone. E poi pure sulla questione dei soldi c’era da dire, e parecchio, ma loro erano troppo signori, e ci passavano sopra.

«Che vuol dire questo? Che vuol dire? Ti chiedo una spiegazione!»

Elsa si era infuriata. ‘O Tolomeo sembrava imbarazzato, ora. Disse solo a mezza voce:

«Non è niente, so’ guagliune. Elsa, fa ‘a brava, iammo!»

«No, ora mi devi dire le cose in faccia. Non ti dimenticare che sono ancora proprietaria di tutto… I soldi te li ho solo prestati: e come li hai avuti li puoi perdere.»

«Ti minaccia, Tolome’, ‘e capito?»

«E ci offende sempre, fratello… Mette ‘o zucchero ‘ncoppa ‘a muzzarella, pe’ sfregio! Ci vuole offendere, ‘sta tedesca…»

Era il Baronetto, che stava mangiando una fetta di pastiera che gli impiastricciava tutta la bocca. Zaccariello gli diede man forte.

«Fai cumannà a ‘na femmena? Sei finito, fratello, sei finito.»

«Finito? Io? Basta! Ora vi dovete stare zitti tutti quanti!»

E ancora…

«I contrari si toccano! Io a mio fratello Zaccariello mo’ ‘o sto facenno studià legge, ‘e capito? Mae’, tu non capisci. Si ce sta’ ‘a legge, ci deve stare pure chi ruba! Lo sviluppo è così, ci deve stare tutto. E cchiuù criminalità ce stà, più vuol dire che ce stanno i monèi, i soldi… ‘E capito? Eh! William Blake c’entra, c’entra.»

«Allora per essere coerente, dovresti finanziare la camorra, la mafia, e tutte le attività criminali…»

«E chi ti dice che nun ‘o faccio già?»

‘O Tolomeo ora si era messo a ridere, con l’aria di voler prendere la cosa a scherzo.

«Però è giusto, che se dovessi essere coerente… Ma cheste nun so’ cose per voi. Voi di questo non capite un cazzo.»

«Io capisco che tu vuoi che tutto resti sempre uguale. Tu sopra, e gli altri sotto.»

«E se sono capace di farlo? Se tu sei meglio di me, fallo tu: io ti dico che per me va bene. ‘O ssai che dice William Blake? “‘A stessa legge per il leone e il bue è oppressione”… ‘E capito o no? Mae’, tu si’ ‘n’idealista, tu duorme a uocchie apierte! La vita è una lotta. Scetate!»

«Ma tu non dicevi che si doveva fare la rivoluzione? Non eri tu che andavi ai cortei degli autonomi col pugno alzato e sputavi sui borghesi? E chi diceva che le Brigate rosse dovevano ammazzarli tutti?»

«Eh, robba vecchia, cose ‘e guaglione… E poi è tutta esperienza, no? ‘A vita non è quella che sta scritta nei libri, belli.»

«Tu però scrivi. Vuoi fare un libro.»

«E con ciò? Ci metto dentro la vita, io! Non le vostre stronzate.»

«Quale vita? La vita non si scrive. Si può solo vivere.»

«La vita è altrove…»

«Eh, sì! Sempre cu’ ‘stu Rimbo’! Che ci credete di fare? Lui era comme a mme…»

«Come te? Non mi far ridere, Tolome’. Non dire cazzate.»

«Mio fra-fra-fratello ha ra-ra-ragione…»

Ora il Baronetto si era addormentato con la testa sul tavolo, e Zaccariello gli versava il vino lungo il collo per farlo svegliare. Ma il Baronetto russava sonoramente, e non si muoveva. Zaccariello cavò di tasca un pacchetto di stagnola, delle cartine, e cominciò a prepararsi una canna.

«Rimbo’ è andato in Africa, no? Pecché coi letterati comme a vuie steva a schiattà… Quella è la verità: l’Abissinia, le marce, l’avorio, la fatica…Vabbuo’, si voleva arricchire, ma per sputare in faccia a tutti quanti! Ma mo’ non voglio discutere.»

«Perché hai paura.»

«Paura? Paura? ‘O Tolomeo tene paura? Tu, tieni paura! Ti tengo fatto, a te! Chi ti credi di essere, Dorian Gray? Tu tien paura che ‘a giovinezza è fernuta… Ma chella è veramente fernuta, e non te ne sei accorto!»

«La mia non finirà. Tutto il resto è una merda. E Rimbaud si è suicidato a vent’anni… L’altro, quello dell’Africa, era solo un cadavere ambulante.»

«Ah sì? E che capisci, che capisci tu ‘e Rimbo’? ‘O ssaccio io solo, io solo!»

E ‘O Tolomeo si sbatté la mano sul petto più volte.

«Io! Io solo! La noia, la noia atroce di quel deserto di merda, il commercio, la fatica inutile… Che ne volete capire, voi?»

«Era solo un fallito, in Africa, uno che si era arreso. E si odiava… È l’odio per se stesso che gli ha fatto venire il cancro alla gamba.»

«Ah, la conosco la tua canzone, che la società ci deforma, che non siamo liberi di esprimerci… E poi che bisogna ribellarsi, aizzare i poveri contro i ricchi… La dialettica, la tua stronza dialettica. Mae’, so’ cazzate: i poveri devono restare poveri, ma non troppo… Questa, è dialettica!»

«Sì, perché se no non possono comprare e sprecare, e la società non va avanti.»

«Proprio così. È inutile che fai l’ironico… E ci vuole il caos, il caos sempre! L’anarchia! Con l’anarchia funziona tutto perché c’è lo spreco… “Passa con l’aratro sulle ossa dei morti”, dice William Blake… Eh? È lo spreco, coglioni! E che vulite fa cu’ ‘st’ecologia, e ‘o risparmio, e le virtù? Tutte stronzate! L’economia è ‘na zoccola… Ci vuole solo il caos, e se nascevo povero o mi fottevo o andavo a rubare. È normale, è tutto normale! La vita è qua! Sta qua!»

La stanza era immersa in una nube di fumo che faceva bruciare gli occhi. Zaccariello stava gettato riverso sulla sedia, il pantalone sbottonato e il tovagliolo appeso al collo, e cercava di colpire con le noci un soprammobile di Capodimonte che stava su una mensola, ripetendo meccanicamente:

«‘A femmena, ‘a femmena, ‘a femmena.»

Il Maestro non parlava più, e io ascoltavo sorridendo ‘O Tolomeo. Mi sentivo cascare dal sonno. La notte l’avevo passata in bianco, e mi tornavano in mente don Sossio, Morvo, i cani. Sentivo a malapena quello che ‘O Tolomeo stava dicendo, in modo sconnesso, come in un incubo.

«‘O futuro è chisto! “La strada dell’eccesso porta al palazzo della saggezza” …Eh! William Blake ‘o ssapeva, bisogna eccedere, abbondare… E pure Goethe, eh, ‘o Goethe vuosto, non diceva che la natura vive dello spreco?… ‘A tedesca però è ‘na troia… Io m’accatto sempre fazzulette e sigarette ‘e contrabbando, accussì i soldi vanno alla camorra, va tutto alla camorra… Niente stato, niente legalità: solo libertà! La gente vo’ ‘a libertà… L’ha detto Rimbo’, ‘a gente deve avere sport e comfort, e deve consumare, io devo produrre, si deve vendere… Pigliatevi un altro liquorino, è bbuono… ‘O caffè s’è fatto friddo, fa schifo…»

Mi fermo qua, anche se questo dialogo andrebbe letto nella sua totalità per essere compreso appieno, ma già così è palese la grandezza della scrittura di Montesano. In ogni caso, al di là delle risate che ci siamo fatti, cosa avete notato?

Analizziamo la situazione: dove ci troviamo?

Siamo nella fatiscente casa di un ricco imprenditore colluso con la camorra, ex rivoluzionario di sinistra e dopo decenni ancora aspirante scrittore e desideroso di finire un romanzo non per amore della letteratura, ma per celebrare se stesso. C’è una normale cena fra amici, eppure essa sembra un cenone di Capodanno.

E cosa succede?

In un crescente di sfarzo sbandierato, di rapporti formali e di gente che non si sopporta c’è una disputa: e di cosa si parla?

Ancora la verità! La vita. Il mondo.

La vita di ‘O Tolomeo non solo è simile a quella di tanti ricchi, soprattutto di quelli che continuano a essere cafoni nell’anima, ma rispecchia nei propri legami fasulli e fallimentari quella di tantissime persone.

Sposato con una donna che non ama, fratello di due parassiti, talmente solo da aver soltanto soldi e oggetti come compagnia: e deve urlare sempre! Deve mostrarsi continuamente.

Eccelso leggere di Blake, Rimbaud e Goethe fra fritture e parolacce, eppure non è solo una tattica per far ridere, no, c’è molto altro.

Da una parte, ‘O Tolomeo che davvero ci crede ai paragoni che fa, così come chiunque fa del male giustifica le proprie azioni dietro un senso di giustizia (Hitler credeva fosse un bene uccidere gli ebrei); dall’altro, il modo in cui con assoluta faciloneria si storpia il pensiero altrui, cosa che oggigiorno i social network hanno reso quotidiana.

Bellissimo vedere ‘O Tolomeo paragonarsi a Rimbaud.

Ma c’è anche una verità ben più dolorosa: il Maestro critica ‘O Tolomeo ma sta alla sua tavola, proprio come Tommaso che, con Landrò, cerca la verità e prova ribrezzo per la gente come ‘O Tolomeo.

Questo aspetto magistrale, forse per i meno attenti soffocato dall’ironia, è estremamente crudele. Rispecchia la nostra realtà: persone che criticano e criticano, parlano e parlano, ma poi mangiano nello stesso piatto in cui sputano.

Ironicamente ‘O Tolomeo, intellettualmente parlando, è il più onesto in questa scena, per quanto disgustoso. Sono gli altri a criticarlo, ma lo fanno restando alla sua tavola, a casa sua, beneficiando di ciò che lui offre.

Non è la vita che viviamo?

Altro aspetto: la grandezza dei dialoghi!

Ogni voce è talmente personale che non servirebbero didascalie. Si riconosce subito chi parla, come il fulmineo intervento di Tommaso o quello di Zaccariello. E vi assicuro che qui ne avete solo un assaggio.

Verso il finale che, a mio dire sempre più ricco in svolte e ribaltamenti, c’è un dialogo meraviglioso a cui prendono parte Tommaso, Landrò, il Maestro, ‘O Tolomeo e Zaccariello, nonché altri personaggi che incontreremo quali la sorella di Landrò, Arcana, e Stella, Regina, Zinaida e Fulcaniello. Un crescente di voci che si accavallano senza didascalia alcuna, ma tutte riconoscibili dalle cose che dicono e da come le dicono.

Vorrei leggervelo, riportarvi ogni passaggio, ma siamo già a diciassette pagine. Dunque vi lascio a un ultimo estratto in cui vedrete Fulcaniello e Zinaida, altri due magnifici personaggi di questo libro.

Allora si voltò verso Morvo, rabbioso, e gli picchiò col dito sul petto, senza riuscire a parlare. Fulcaniello era di statura piccolissima, quasi un nano, risecco e tutto ossa, e per toccare il petto di Morvo doveva alzarsi sulle punte dei piedi, scoprendo sotto la vestaglia delle lucidissime scarpe con il tacco appuntito.

«Tu! Tu! Tu mi hai nominato la mia strada… È colpa tua, mi hai rovinato! Come mi sono fidato? Ah! I nemici adesso stanno in casa mia!»

Si rivolgeva anche a Landrò, sostenendo che lo aveva tradito, tradito. Avevano consegnato il nome di casa sua ai suoi “nemici occulti”, e ora per lui c’era la rovina, solo la rovina che lo aspettava. Morvo lo lasciò parlare per un poco, poi disse che se non la finiva lo faceva fuori là, con le sue mani, e gli faceva pure “magnà ‘sta munnezza ‘e mappa”. Ma Fulcaniello non se ne dette per inteso.

«Siamo in pericolo, tutti. Non vi rendete nemmeno conto di quello che può accaderci… Insensati, insensati e pazzi!

A un tratto, mentre girava intorno al tavolo, si sentì un boato, e il pavimento tremò, tremò la mappa sulla tavola e il lampadario si mise a oscillare.

«‘O terramoto! È ‘na scossa ‘e terramoto!»

«No! No! Ignorante, guarda, guarda in strada… Che ci vedi? Qualcuno fugge?»

Si udì di nuovo il boato e la stanza si mise da capo a tremare. Noi tre eravamo tutti alle finestre che si aprivano a destra e a sinistra di un angolo. E veramente in strada la gente sembrava tranquilla, e nelle case di fronte nessuno pareva essersi accorto di nulla.

«Non credono a Fulcaniello, non ci credono… Sono le forze, i nemici… Per colpa vostra si è aperta una breccia nella mia difesa… Ci sta solo una cosa da fare, e presto… Zinàaa! Zinàaa! Zinàaa!… Voi non vi muovete da là, sì, là, vicino all’angolo… Non uscite da questa stanza, o sarete in pericolo di vita… Zinàaa!»

La porta allora si aprì, proprio mentre si faceva di nuovo sentire il misterioso boato e il rollio del pavimento, e entrò la persona che Fulcaniello aveva chiamato.

«Questa è Zinaida, mia moglie… È russa, russa nobile, figlia dell’esodo e dell’apocalisse rossa… Ma vieni, vieni subito, siediti… No, qua.»

Zinaida Fulcaniello era una donna dall’età indefinibile, e di una grassezza smisurata. Per fare i pochi passi che separavano la soglia della stanza dalla pesante sedia che Fulcaniello ora si affrettava a sistemarle dietro, ci aveva messo almeno un minuto. Aveva i capelli tirati all’indietro in un’ordinatissima crocchia, e gli occhi forse chiari si intravedevano a malapena, annegati in una faccia che traboccava da tutte le parti, tremolante a ogni minimo movimento. Portava alle orecchie dei lunghi e pesanti pendenti di forma bizzarra, che terminavano in una pietra che sembrava uno smeraldo. Sul petto le ricadeva una sorta di collana a più fili che scintillava di pietre. Pareva semiaddormentata, o sul punto di star sprofondando nel sonno.

«Mettetevi qua, qua attorno… Sì, così…»

Fulcaniello liberò il tavolo dalla mappa e ci fece disporre intorno, mentre di nuovo si faceva sentire il boato e il sobbalzare del pavimento. Dovevamo unire le mani in circolo, e a me capitò di tenere la mano enorme e molle di Zinaida.

«Concentratevi! Concentratevi!» sussurrò Fulcaniello.

«Dormi, Zinaida, dormi. Te lo ordino!»

L’ordine di Fulcaniello non sembrava necessario, perché la donna, appena posatasi sulla sedia, aveva già reclinato la testa all’indietro, e le palpebre le avevano completamente coperto gli occhi. Landrò e Morvo sembravano davvero preoccupati, e dovevo ammettere anch’io che quei boati e il continuo rollio, che pareva colpire solo noi, erano inspiegabili. Zinaida a un certo punto fu scossa come da una scarica, e una voce cavernosa chiese: “Chi è che mi convoca?”.

Cominciò allora un serrato dialogo tra Fulcaniello e la voce, dialogo del quale a noi arrivavano solo parole staccate: “nemici”, “lo scatenamento”, “i padroni delle porte” o forse “della sorte”, “lui”, “le tre parole”… Finché la voce tacque e si sentì netta, ma incomprensibile, la voce di Fulcaniello che gridava forse tre parole, e subito dopo diceva alla moglie: “Ora ti puoi svegliare. Svegliati, te lo ordino”. Intanto il tremito del pavimento sembrava essersi placato, lentamente la donna aprì un poco le palpebre, e potemmo slacciare le mani. Ma distinta si udì ancora una voce, che era quella naturale della moglie di Fulcaniello.

«Fulcanie’, tengo famme… Fulcanie’, famme magnà… Ma mo’, subbeto, nun pozzo aspettà!»

Fulcaniello voleva farla rialzare, ma Zinaida non si muoveva. A un tratto la sua mano coperta di anelli si strinse intorno alla gola di Fulcaniello e la donna sollevò l’uomo da terra come fosse stato un pupazzo, ripetendo:

«Fulcanie’, aggia magnà mo’! Subbeto!»

Fulcaniello, liberato, corse di là per ritornare due minuti dopo con una pentola alta che reggeva a fatica, e che posò sul tavolo davanti a Zinaida.

«Piglia tutte ‘e ccose!» ordinò ancora Zinaida, e, cacciando da una tasca del suo mostruoso giubbetto di velluto un cucchiaio gigantesco, cominciò a mangiare direttamente dalla pentola una collosa pasta e fagioli.

Fulcaniello faceva appena in tempo a portare pentole di spezzatino, braciole al ragù, peperoni imbottiti, polpette, insalate di polipo, che Zinaida già aveva fatto sparire tutto con il suo cucchiaio, e spingeva di lato la pentola o la zuppiera.

Mi fermo qui. Quest’ultimo estratto, trascritto giusto per farvi ridere e comprendere la grandezza della scrittura di Montesano, credo possa bastare, anche se è bellissima la successiva seduta spiritica in cui Zinaida fa parlare, o meglio litigare, Alessandro Blok, sua moglie Ljuna e Andrea Belyj.

Tutto divertente, no? Eppure in questa valanga crescente di ilarità in cui ci inghiotte la scrittura di Montesano c’è qualcosa che non riusciamo a evitare di scorgere: questi personaggi non sono eroi! Non sono ammalianti. Sono dei perdenti matricolati, chi in un modo e chi nell’altro. Sono solo falliti che rincorrono illusioni, si convincono persino delle proprie illusioni e le inseguono con tenacia, mentre tutto riporta alla sola e unica verità: «‘E ppatane so’ bbone cotte!»; la voce del mondo da cui cercano di sfuggire, senza mai riuscirci, e forse senza neppure volerlo per davvero.

Grandissima prova del talento smisurato di Montesano e del suo occhio acuto sul mondo. Un libro da recuperare assolutamente.

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