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Insegnare a scrivere per insegnare a leggere

I libri buoni, quelli belli, insegnano sempre qualcosa al lettore. Non parlo di un insegnamento morale, quanto umano: un buon libro fa scoprire al lettore qualcosa che riguarda se stesso e il mondo che lo circonda; ma prima ancora, un buon libro inculca nel lettore l’amore per la lettura.

È assurdo pensare che oggi leggere risulti una passione da intellettuali, visto che si impara a leggere sin da bambini, eppure guardandomi attorno vedo sempre persone considerare noi lettori come una sorta di élite, spesso siamo additati come snob, sapientini, persino radical chic. Leggere un semplice testo di narrativa, dei racconti, un romanzo, oggi per molti è al pari di studiare decine di tomi di filosofia, al punto che di frequente mi sembra di essere visto come uno dei ricchi e saccenti intellettuali che nell’ottocento discorrevano nei salotti della Parigi aristocratica.  

E pensare che la lettura di un testo di narrativa dovrebbe essere la semplice base per giungere anche a una minima istruzione.

Credo che sia il metro di giudizio dell’odierna società a essere falsato, l’asticella del sapere è stata abbassata di parecchio, la meritocrazia si è tramutata in una distorta libertà che è solo libertinaggio. Oggi chiunque esponga il proprio pensiero in un programma televisivo è reputato al pari di un critico d’arte. Qualsiasi scrittore di narrativa può erigersi a letterato, definirsi un intellettuale; così come un comico può occupare una carica presso le Nazioni Unite. Continua a leggere Insegnare a scrivere per insegnare a leggere

Simenon: raccontare la purezza senza cadere nella banalità

Da sempre il male risulta affascinante. Può sembrare un cliché, ma se guardassimo con onestà i libri che abbiamo letto di certo scopriremmo di aver sempre, inconsciamente, trovato estremamente attraente quello che solitamente è l’antagonista: il cattivo. La letteratura è piena di personaggi cattivi ammalianti, basti pensare al perfido Frollo nel romanzo di Victor Hugo, Notre-Dame de Paris, o ancora Nikolaj Vsevolodovič Stavrogin ne I demoni di Fëdor Dostoevskij, o l’indimenticabile Iago che soverchia in tutto la presenza di Otello nell’omonimo capolavoro di William Shakespeare. Ci sono casi in cui il cosiddetto cattivo, ossia l’antagonista, riveste addirittura i panni del giusto, come l’incorruttibile ispettore Javert nel più grande capolavoro di Victor Hugo, I miserabili, o ancora situazioni in cui ci troviamo di fronte a cattivi eternamente contrastati come la bellissima Estella in Grandi Speranze di Charles Dickens; infine, come dimenticare i cattivi che sono i protagonisti delle storie, tanto per ricordarne uno l’incomprensibile e folle Capitano Achab in Moby Dick, del maestro Herman Melville: tutti personaggi resi affascinanti da un forte contrasto interiore che smuove le loro azioni, come nel palese caso del Capitano Achab, oppure di un vissuto difficile che li ha segnati, come è appunto per la gelida Estella.

La storia ci insegna che i più grandi cattivi di sempre hanno avuto una vita – per quanto difficile e crudele – spesso più avvincente a livello narrativo di quella di un buono, o comunque di un mite; basti guardare le biografie dei più celebri serial killer per capirlo. È dunque naturale affezionarsi a personaggi negativi, tanto più quando sono controversi, pieni di contraddizioni. Il cinema ha fatto tesoro di questa realtà. Dopo di esso, la serialità ne ha abusato così tanto da creare personaggi cattivi sulla scia degli antieroi dei fumetti, come i camorristi dall’aria affascinante e dal passato tormentato. Tutto ciò tralasciando gli infiniti romance in cui troviamo puntualmente il bello e dannato dal torbido passato.

Dunque, che si parli di alta letteratura, che si parli di narrativa di intrattenimento, di cinema o di serialità, il cattivo, che sia antagonista o protagonista, risulta quasi sempre essere più affascinante del buono, del cosiddetto eroe. Continua a leggere Simenon: raccontare la purezza senza cadere nella banalità

Come Achab, uno scrittore deve inseguire la propria personale balena bianca; deve raggiungere il prorio Dáimōn.

Credo che da tutti gli articoli qui presenti sia ormai chiaro che, almeno a mio dire, uno scrittore non può scrivere roba decente, forte, di carne e sangue se non partendo da qualcosa di intimo. Certo, come abbiamo già detto, un vero scrittore riesce a trasfigurare le proprie esperienze, a fissarle ed esorcizzarle donandole alla propria storia, persino quando essa è dichiaratamente autobiografica; questa capacità rende una storia pubblica, ossia non più un’esperienza privata, ma intima anche per altri, un’esperienza dello scrittore che diventa specchio per quelle del lettore.

Ovviamente ci sarebbe tanto da discutere sulla capacità dei lettori di farsi davvero toccare da qualcosa di talmente intimo da risultare spesso doloroso, cosa che porta molti scrittori a scrivere piccole cose, farse piene di luoghi comuni atte a soddisfare proprio persone desiderose di entrare in empatia con cose che, a conti fatti, altro non sono che lo specchio delle proprie illusioni e di un’immagine distorta e infantile del sé. Tralasciando però questo tipo di narrativa che non mi interessa e questi lettori che spero possano maturare, tornando al precedente discorso credo che sia l’ossessione verso qualcosa a condurre uno scrittore a creare pagine vive, grondanti sangue; un’ossessione spesso verso qualcosa di intangibile a cui neppure si riesce a dare un nome concreto ma che c’è, perennemente presente nello scrittore.

Rosa Montero lo definiva il Dáimōn. Continua a leggere Come Achab, uno scrittore deve inseguire la propria personale balena bianca; deve raggiungere il prorio Dáimōn.

Parole che si tramutano in un dipinto e diventano visive, tangibili.

Ho riflettuto a lungo prima di recensire questo libro, sia perché non è stato facile leggerlo, sia perché sapevo che per farlo avrei dovuto scrivere un articolo molto lungo: due motivi connessi, in quanto a rallentare la lettura è stata la formidabile capacità dell’autore a rendere vivida ed evocativa ogni pagina di questa drammatica e brutale storia, dunque, proprio in virtù di ciò, parlarne senza mostrare pagine e pagine di questo capolavoro non renderebbe piena giustizia al romanzo.

Il libro di cui sto per parlarvi è Regno animale, scritto dallo scrittore francese classe 81 Jean Baptiste Del Amo nel 2016 ed edito in Italia nel 2017 da Neri Pozza.

In un precedente articolo ho già recensito un altro capolavoro di Del Amo: Il sale, edito da NEO edizioni nel 2013. Dunque non voglio soffermarmi a lungo su chi sia Del Amo, potrete leggere più su di lui nell’altro articolo, mi limito a dire che a ragion veduta in Francia, a seguito del suo romanzo Une éducation libertine, fu definito come un novello Flaubert.

Infatti, nella scrittura di Del Amo ogni parola ha la propria importanza; ogni parola si sussegue in un puzzle che rende scenari, personaggi e sentimenti del tutto vivi. Ecco perché non è stato facile finire questo romanzo: più volte mi è mancato il respiro. Continua a leggere Parole che si tramutano in un dipinto e diventano visive, tangibili.

L’importanza di fare memoria: quando la letteratura risveglia la coscienza

A seguito della pandemia che da tre settimane ha messo in quarantena l’intera nazione italiana, tanti si chiedono cosa succederà dopo, ovvero quando si tornerà a una quotidianità per modo di dire normale, quando riapriranno le attività, quando si tornerà a scendere in strada liberamente e a gestire il proprio tempo come si faceva fino a meno di un mese fa.

Ovviamente, come ormai succede per ogni cosa, dal più minuscolo evento a quello più eclatante, i social network sono la vetrina dove ogni emozione, ogni pensiero e soprattutto ogni livore viene esposto pubblicamente. Da una parte alcuni pensano che usciremo tutti cambiati da questa situazioni, più maturi, arricchiti di nuove consapevolezze; altri, invece, del tutto disfattisti proclamano che, come sempre, l’umanità non imparerà nulla da ciò che sta accadendo.

Una cosa è certa: la gente parla velocemente e tende a esporre il proprio pensiero individuale come una certezza oggettiva.

Personalmente non so cosa succederà dopo la quarantena da COVID-2, ma so quello che spero, ossia che le persone imparino dai propri errori.

Come abbiamo appena detto, i pessimisti e quelli che spesso godono nell’innalzarsi – virtualmente – come guru disfattisti dicono che ancora una volta l’essere umano non imparerà niente da questa vicenda. Visti i precedenti gli si potrebbe dare ragione, se non attribuissero questo loro pensiero a tutto il genere umano, ponendosi al di sopra di tutti come unici untori di una verità assoluta da cui, però, prontamente si dissociano.

La verità, io credo, è che molte persone riescano a imparare da situazioni difficili, e altrettante persone non ci riescono, mentre altre addirittura si incattiviscono. Forse il problema sta nella gestione della memoria e del valore che le si attribuisce.

Credo che la più fedele testimonianza di come conservare e celebrare la memoria la si possa trovare nel popolo ebraico. Il Giorno della Memoria, infatti, commemorato il 27 gennaio, non ricorda solo la liberazione da parte dei soldati sovietici dell’Armata Rossa dei sopravvissuti allo sterminio avvenuto ad Auschwitz, ma quanto successo agli ebrei prima della liberazione: la Shoah, termine ebraico che tra origini dalla Bibbia (Isaia 47, 11) e che significa “Tempesta devastante”. Continua a leggere L’importanza di fare memoria: quando la letteratura risveglia la coscienza

Sempre vicini, ma sempre soli. L’incomunicabilità mostrata da Simenon.

La nostra è l’epoca in cui si è sempre connessi con il mondo intero. Abbiamo la possibilità di comunicare con chiunque, ovunque egli si trovi. Non abbiamo più bisogno di telefonare, le comunicazioni passano quasi sempre via chat o tramite messaggi vocali.

Un tempo si sceglievano con cura la persona da sentire, ed erano sempre persone presenti nel nostro quotidiano. Oggi, invece, in un giorno chattiamo con decine di persone che non abbiamo mai visto in carne e ossa. Seppur chiusi in una stanza non siamo mai soli.

Eppure mi chiedo cosa se non un profondo senso di solitudine ci porta a interagire con chiunque e ad avere sempre bisogno di una finestra virtuale spalancata sul mondo?

L’incomunicabilità umana è uno dei temi portanti nella letteratura del novecento, basti pensare al profetico Gli indifferenti, capolavoro di Alberto Moravia pubblicato nel 1929 e che tutt’oggi, a un secolo di distanza, è ancora tremendamente attuale. Nella scrittura di Kafka l’incomunicabilità non mette radici solo in ambito famigliare, ma nel tessuto sociale: l’uomo come elemento invisibile in un mondo sempre più veloce, burocratico, meccanico, gelido.

Oggi, con il crescere delle tecnologie, si ha l’illusione di aver vinto la solitudine. Abbiamo sempre qualcuno con cui parlare, sempre una platea a cui mostrarci. Nonostante ciò basterebbe osservare una fra le tante cene di una qualsiasi famiglia per ritrovarsi davanti la stessa dinamica famigliare mostrata nel l’opera di Moravia: silenzio e indifferenza. La sola voce è quella del televisore accesso; i soli sguardi sono quelli rivolti a uno smartphone. Non parliamo più, proviamo quasi fastidio a stare insieme, spesso più il legame è intimo più in noi cresce l’imbarazzo, come se il concetto di comunicazione fosse ormai limitato a svolgersi nascosti dietro uno schermo. Tuttavia non riusciamo a fare a meno delle persone. Relazioni di ogni tipo vengono trascinate avanti persino quando l’incomunicabilità si tramuta in fastidio, poi in livore, infine in odio. Continua a leggere Sempre vicini, ma sempre soli. L’incomunicabilità mostrata da Simenon.

Il processo: Quando la scrittura supera l’arte e diventa ricerca

Qual è la più grande paura dell’essere umano? La morte? Io credo che essa sia solo la rappresentazione massima della più profonda paura umana. Potremmo definire tale paura come il timore di non vivere, e quand’è che non si vive? Forse quando non si è liberi di vivere?

Immaginate una vita in gabbia, sempre sotto controllo, costretti non solo a obbedire a degli ordini, ma seguire impotenti gli avvenimenti che vi coinvolgono senza poter davvero prenderli per le redini, modificarli, anche quando palesemente ingiusti.

Abbiamo l’illusione di essere padroni di noi stessi, di vivere la vita che sognavamo. Ci basta scrivere su di un social network per crederlo, pubblicare una foto su Facebook o su Instagram. Poi, magari, svolgiamo lavori odiati solo per tirare avanti e ci convinciamo persino che ci piacciano pur di non guardare l’impotenza della nostra esistenza. In altri casi, invece, siamo pronti a sacrificare dignità e affetti per del denaro. Comunque sia ci ritroviamo sempre schiavi di qualcosa e pronti a fare cose indesiderate per ottenere un privilegio, che sia grande, piccolo o effimero.

Raccontare con onestà una così forte frustrazione, forse il vero male di vivere, è cosa concessa a pochi, perché poche persone riescono a guardare nella spirale di un’esistenza fallita senza impazzire. Fra questi sicuramente Franz Kafka, nato a Praga il 3 luglio 1883 e morto a Kierling il 3 giugno 1924. Continua a leggere Il processo: Quando la scrittura supera l’arte e diventa ricerca

Non un romanzo profetico, ma attuale, come il cuore umano mostrato da Saramago

A dire il vero, vista l’attuale situazione che coinvolge tutti, l’intero mondo, volevo evitare di scrivere un articolo su questo romanzo letto anni fa, uno dei pochi che mi ha davvero angosciato, ma infine ho sentito di doverlo fare.

Il compito di un narratore – si spera – è quello di trasfigurare una parte di sé e donarla a una storia. Non deve mai apparire, eppure il proprio vissuto deve essere carne e sangue sulle pagine. Non deve mai giudicare il proprio tempo, eppure tramite il vissuto dei propri personaggi deve mostrarlo crudamente, lasciando che ogni critica sociale venga dal loro vissuto, non dalle proprie ideologie.

Oggi, invece, il realismo è talmente abusato da non essere più realismo, non certo quello de Gli indifferenti di Moravia. Oggi il realismo è costruito a tavolino da chi regge il mercato editoriale, dalle lobby delle classifiche, dal gruppo di amici sempre pronto a mostrarsi a ogni festival e vincere premi.

Ma ora di festival non ce ne sono, e forse non ce ne saranno per mesi. Ed è probabilmente per questo che oggi, in questo preciso momento storico in cui l’OMS ha dichiarato lo stato di pandemia a livello globale, fa così paura parlare di realismo? Continua a leggere Non un romanzo profetico, ma attuale, come il cuore umano mostrato da Saramago

antonio franchini: redattore di ferro, scrittore sensibile

In un precedente articolo ho già parlato di Antonio Franchini e del suo meraviglioso libro Quando scriviamo da giovani. Redattore storico della narrativa italiana Mondadori, dal 1991 al 2015 ha portato la casa editrice milanese a innumerevoli successi, fra cui la scoperta di casi letterari quali Giordano e Saviano. Lasciata Mondadori ora si occupa della narrativa italiana e della saggista per Giunti.

Oltre che il più grande redattore italiano contemporaneo, Franchini, come già scritto nel precedente articolo a lui dedicato, è uno scrittore eccelso, a mio dire paragonabile a quei rari casi di scrittori al di fuori dell’ordinario come Giuseppe Montesano o Arnaldo Colasanti: prodigi unici in ambito letterario, almeno qui in Italia.

Un vero peccato che Franchini, come i due illustri nomi a lui accostati, a causa dei suoi numerosi impegni editoriali possa scrivere poca narrativa.

Vincitore del Premio Bergamo nel 1997, del Premio Fiesole Narrativa Under 40 e del Premio Mondello Autore italiano nel 2003, la sua scrittura risulta precisa, alta e raffinata seppur concreta ed evocativa, al punto da rendere appassionante quanto un Classico della letteratura anche un testo che potrebbe essere definito un reportage narrativo come I gladiatori, bellissimo libro pubblicato nel 2005 da Mondadori nella collana P.B.O. Continua a leggere antonio franchini: redattore di ferro, scrittore sensibile

Sándor Márai: l’intimità dei ricordi

Provo sempre una forte tristezza quando vedo bravissimi scrittori dimenticati dalla massa e, peggio, superati in fama da autori commerciali, quelli di cui vediamo i mattoni esposti in bella vista negli autogrill, per capirci. Fra questi non posso fare a meno di pensare al bravissimo Sándor Márai, scrittore e giornalista ungherese naturalizzato statunitense, nato nel 1900 e morto nel 1989.

Il suo nome a molti non dirà di certo nulla, eppure le sue opere sono state tradotte qui in Italia dalla prestigiosa Adelphi.

Di origini aristocratiche, ha conosciuto la povertà poco prima degli anni trenta. Mal visto dal regime nazista e, dopo la Seconda Guerra mondiale, perseguito anche dai comunisti, nel 1948 fu costretto a lasciare l’Ungheria assieme a sua moglie Ilona Matzner, donna di origini ebraiche.
Non voglio dilungarmi ulteriormente sulla vita di Márai, ho voluto semplicemente accennarvi quanto sia stata strana e travagliata la sua vita solo perché questo aspetto traspare pienamente nei suoi testi.

Autore di circa settanta libri fra romanzi, racconti e poesie, ha raggiunto la piena fama grazie al libro Confessioni di un borghese, pubblicato nel 1934 in Ungheria.

Con ogni probabilità il romanzo che lo ha reso celebre qui in Italia è invece Le braci, edito in Ungheria, senza successo, nel 1942, e poi ripubblicato successivamente nel 1990, otto anni prima che fosse pubblicato qui in Italia da Adelphi. Continua a leggere Sándor Márai: l’intimità dei ricordi