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il doloroso punto di vista di un emarginato

Essendo la vigilia di Natale probabilmente ci si sarebbe aspettati che parlassi di A Christmas Carol del grande Dickens, ma sarebbe stato troppo scontato. Ho preferito scegliere un libro che, in un certo senso, accusa allo stesso modo, se non con maggior brutalità, l’ipocrisia della società che proprio durante le feste emerge in tutto il suo impeto.

Il libro in questione è L’ultimo giorno di un condannato a morte, capolavoro di Victor Hugo scritto nel 1829, in cui sono narrati gli ultimi giorni di vita di un prigioniero del carcere di Bicêtre. Una critica diretta, spietata, fatta da Hugo nei confronti dei bagni penali e della pena capitale, ma non solo; in questo libro si nota un’accusa estesa all’intera società francese in cui la vita umana, quella degli ultimi, non aveva alcun valore: tema da lui trattato in ogni suo capolavoro, ossia l’estremo divarico fra le classi sociali.

Del condannato in questione non sappiamo di preciso la classe sociale, ma dalla descrizione della sua famiglia possiamo immaginare non sia di un ceto autorevole, benché non si tratti neppure di un poveraccio, ma la sua condizione di forzato, peggio, di condannato al patibolo, lo rende una nullità, non altro che immondizia sociale, un cane rognoso sbeffeggiato dal popolo stesso. Continua a leggere il doloroso punto di vista di un emarginato

la spietata bellezza di un personaggio invisibile

Ci sono libri difficili da leggere proprio perché scritti benissimo. Per quanto scorrevoli, chiari, ogni pagina risulta una coltellata: fanno male, ti lacerano, ti cambiano.

È il caso del romanzo La vegetariana, capolavoro della scrittrice sudcoreana Han Kang, libro che le ha fatto vincere il Man Booker International Prize, fortunatamente per noi pubblicato dalla grandissima Adelphi nel 2007.

È la storia di Yeong – hye, giovane donna coreana che improvvisamente, senza apparente spiegazione agli occhi degli altri, decide di non mangiare più carne. Ed è proprio con gli occhi degli altri che vediamo la protagonista di questo libro, l’immagine di Yeong – hye è filtrata sempre dal punto di vista altrui: quello del marito, quello del cognato, e quello della sorella maggiore; un elemento che rende al lettore ancora più inquietante questa meravigliosa figura femminile, in quanto eterea, incomprensibile, e proprio a tal motivo vogliamo vederla, scorgere il segreto che si porta dentro e capirla; siamo totalmente negli occhi che la guardano, la scrutano, la vivisezionano. Continua a leggere la spietata bellezza di un personaggio invisibile

La sensibilità è la forza di ogni vero scrittore

Dovrebbe esistere una legge che vieti di scrivere a chi non ha mai letto nulla di Heinrich Böll, scrittore tedesco Premio Nobel per la letteratura nel 1972. Di certo qui in Italia Böll è conosciuto soprattutto per il suo capolavoro Opinioni di un clown, romanzo meraviglioso che mi ha spinto a iniziare a scrivere. Ma Böll nella sua vita ha scritto ben ventidue romanzi e decine di racconti.

Nei suoi scritti è sempre presente una forte critica contro la Germania nazista, il dominio della chiesa cattolica e ogni forma di potere che sottometta l’uomo, cosa che lo rende oltre a un grande scrittore anche un uomo coraggioso, tenendo presente del periodo in cui è vissuto. Fin dalla gioventù si oppose al regime nazista, per poi essere suo malgrado arruolato nel 1939 nell’esercito tedesco e costretto a combattere in Francia, Romania, Ungheria e in Russia, fino a essere imprigionato nel 1945 in un campo americano.

Sicuramente il suo vissuto è stato per lui una forte formazione letteraria, infatti, al di là delle accuse contro il regime nazista, nei suoi scritti si evince una perenne empatia per i poveri, gli ultimi, gli emarginati.

È difficile, molto difficile trattare temi come quelli di Böll senza cadere nella sentimentalismo o, peggio, nel moralismo, soprattutto quando si ha una voce autoriale molto malinconica come quella di Böll. Eppure nei suoi scritti non traspare mai vittimismo né stucchevoli e plateali melodrammi. Il dramma nella scrittura di Böll è freddo, gelido, e per questo lancinante. I suoi personaggi sono perdenti dichiarati, ma mai vittimistici; spesso rassegnati, ma mai uggiosi. In loro, seppur consacrati al fallimento, traspare una nobile bellezza: la bellezza dei sentimenti umani, per quanto contorti e a volte squallidi e brutali come in Hans Schnier, protagonista del già nominato Opinioni di un clown. Ma non è di questo libro che voglio parlarvi, bensì di un romanzo breve di Böll purtroppo meno conosciuto: Il treno era in orario. Continua a leggere La sensibilità è la forza di ogni vero scrittore

Affrontare i demoni: il bisogno di scrivere.

Perché la scrittura non sia un mero esercizio tecnico o un’accozzaglia di pensieri sentimentali bisogna che essa contenga qualcosa di intimo, una pulsione che ci picchia nel petto come un secondo cuore.

Scrivere non è un hobby, non è un gioco, ma un bisogno: il bisogno di sputare fuori qualcosa che ci tormenta; la necessità di trasfigurare e rendere vivo un pensiero o un’immagine che non ci dà tregua, un’ossessione che esige di trovare vita e muore e si rigenera pagina dopo pagina, libro dopo libro. È quel nucleo atomico, per citare il grandissimo Julio Cortázar, che rende speciale anche una storia letta mille volte: perché le storie si ripetono, ma le ossessioni che ci portiamo dentro sono uniche.

Questo non vuol dire semplicemente scrivere con il cuore, un termine oggigiorno talmente abusato da essere ridicolo; che poi, come si fa precisamente a scrivere con il cuore? Cioè, ci si intinge dentro una penna, oppure si sbatte l’intero muscolo cardiaco sulla pagina? No, perché quando sento o leggo la suddetta frase immagino proprio una cosa del genere, infatti chi la utilizza, nel più dei casi, scrive centinaia di pagine di monologo interiore, simili a un adolescenziale diario segreto strabordante di frasi fatte e consigli di vita.        

Scrivere guidati da un’ossessione non è questo: non significa dar libero sfogo ai propri sentimentalismi, ma avere un chiodo conficcato dritto in testa che preme continuamente; è afferrare il toro per le corna, per esprimersi alla Hemingway. Immortalare sulla carta i propri incubi e le proprie paure, come faceva l’inarrivabile Edgar Allan Poe.           

Alcune volte un’ossessione può essere interminabile, continua a presente, come nel caso di Rosa Montero, magnifica autrice che in ogni sua storia è solita inserire inconsapevolmente la figura di una nana; oppure, nel caso del maestro Hugo, la necessità di accusare sempre e con forza la misera condizione dei poveri e degli emarginati. Persino oggi, e l’abbiamo visto con Domenico Starnone, alcuni autori, e direi fortunatamente, sono talmente ossessionati da un ricordo, da un’idea, da un immagine da riproporla costantemente e sempre con più forza come se, come già scritto, quell’ossessione fosse una cosa viva che si ingigantisce pagina dopo pagina. Continua a leggere Affrontare i demoni: il bisogno di scrivere.

Le inquietanti figure femminili di simenon

Abbiamo già detto in un precedente articolo quanto Georges Simenon sia stato un autore bravissimo a creare personaggi femminili che restano impressi: donne ai margini, vittime di uomini mostruosi e di se stesse, accartocciate in dolori da cui non riescono a fuggire.

Simenon nei suoi romanzi ha sempre messo al centro la figura della donna: ora una moglie, ora un’amante, ora una madre, ora una vecchia megera; le donne di Simenon, qualunque sia il loro ruolo, rimangono impresse come cicatrici nella memoria del lettore, e fra queste Betty.

Romanzo pubblicato nel 1961, narra la storia di un bella ragazza che approda improvvisamente in un quartiere parigino.

La quarta di copertina ce la descrive così: Una bella donna dalla condotta scandalosa approda sullo sgabello di un bar degli Champs-Élysées, con la testa confusa dall’alcool.

Da subito Betty incuriosisce. Un’affascinante donna sola in un bar, ubriaca e pensierosa e che non disdegna le avance degli uomini, persino dei più squallidi o ubriachi.

La domanda che subito ci si pone è: Perché sta male? Continua a leggere Le inquietanti figure femminili di simenon

scrivere è un mestiere pericoloso

Ieri ho deciso di mettermi in ferie forzate almeno per sette giorni, lasciando perdere la stesura del mio nuovo romanzo. Chi mi conosce sa che non so fare a meno di scrivere o di lavorare a un testo, eppure ho sentito il bisogno di smettere, perché stavo rischiando: sì, rischiando, perché spesso scrivere è un rischio, almeno quando lo si fa sul serio.

Oggigiorno l’arte della scrittura, più volte l’abbiamo ripetuto, è presa con leggerezza, una cosa che non prevede fatica fisica, sacrificio, alcune volte dolore.

Scrivere significa essere immersi completamente nei propri personaggi, al punto da non riuscire a pensare ad altro. In ogni momento della giornata, qualsiasi cosa si faccia, una parte del cervello è impegnata a comporre trame, intrecci, azioni. Scrivere significa essere sempre diviso a metà: un piede nel mondo reale e l’altro nel nostro mondo fantastico.

Il problema nasce quando il mondo fantastico inizia a invadere con prepotenza il modo reale. Non dormiamo più, ci svegliamo di soprassalto come se stessimo già scrivendo; parliamo con altre persone, ma vediamo i nostri personaggi; in ogni istante nella testa avvertiamo come tanti schiaffi: le voci dei nostri personaggi, le scene che si formano, il districarsi della trama.

Scrivere è un lavoro talmente difficile che può portare alla pazzia, quella vera. Ecco perché bisogna sapersi educare, come un atleta che sa fin dove spingersi.

Fortunatamente io ho chi mi dà ottimi consigli.

Questo episodio mi ha fatto pensare a un libro letto circa un mese fa: Labilita, di Domenico Starnone. Continua a leggere scrivere è un mestiere pericoloso