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un popolo che resta vivo grazie alla memoria delle sue donne

Cosa sappiamo della letteratura algerina? Come immaginiamo la letteratura algerina?

Se ogni scrittore degno di questo nome, qualsiasi sia il suo genere, scrive sempre a partire da se stesso, dal proprio quotidiano, cosa significa essere uno scrittore algerino oggi?

Una risposta concreta la troviamo nella scrittura della bravissima Assia Djebar, pseudonimo di Fatima-Zohra Imalayène, scrittrice, poetessa, saggista, regista e sceneggiatrice algerina nata nel 1936 a Cherchell e morta a Parigi nel 2015, un nome purtroppo sconosciuto a molti qui in Italia, nonostante sia a oggi considerata una delle più capaci scrittrici nordafricane e prima autrice del Maghreb a essere stata accettata all’Académie française. Continua a leggere un popolo che resta vivo grazie alla memoria delle sue donne

Sándor Márai: l’intimità dei ricordi

Provo sempre una forte tristezza quando vedo bravissimi scrittori dimenticati dalla massa e, peggio, superati in fama da autori commerciali, quelli di cui vediamo i mattoni esposti in bella vista negli autogrill, per capirci. Fra questi non posso fare a meno di pensare al bravissimo Sándor Márai, scrittore e giornalista ungherese naturalizzato statunitense, nato nel 1900 e morto nel 1989.

Il suo nome a molti non dirà di certo nulla, eppure le sue opere sono state tradotte qui in Italia dalla prestigiosa Adelphi.

Di origini aristocratiche, ha conosciuto la povertà poco prima degli anni trenta. Mal visto dal regime nazista e, dopo la Seconda Guerra mondiale, perseguito anche dai comunisti, nel 1948 fu costretto a lasciare l’Ungheria assieme a sua moglie Ilona Matzner, donna di origini ebraiche.
Non voglio dilungarmi ulteriormente sulla vita di Márai, ho voluto semplicemente accennarvi quanto sia stata strana e travagliata la sua vita solo perché questo aspetto traspare pienamente nei suoi testi.

Autore di circa settanta libri fra romanzi, racconti e poesie, ha raggiunto la piena fama grazie al libro Confessioni di un borghese, pubblicato nel 1934 in Ungheria.

Con ogni probabilità il romanzo che lo ha reso celebre qui in Italia è invece Le braci, edito in Ungheria, senza successo, nel 1942, e poi ripubblicato successivamente nel 1990, otto anni prima che fosse pubblicato qui in Italia da Adelphi. Continua a leggere Sándor Márai: l’intimità dei ricordi

ieri, oggi e domani

Il mio primo romanzo, Viola come un livido, edito nel 2013 dalla Damster edizioni in versione digitale e, posizionatosi terzo all’Eroxè Context, pubblicato in cartaceo nel 2014 è nato praticamente da solo, scritto in un paio di mesi con tutta la passione e la follia di un cuore innamorato ma tanto, davvero tanto, immaturo. Prima di allora scrivevo solo racconti acerbi e sgrammaticati, a dirla tutta, eppure già avevo dalla mia quella che dovrebbe essere una delle doti fondamentali per uno scrittore: la costanza.

Potrei definirlo un piacevole esperimento e, cosa più importante, lo strumento che mi ha fatto entrare nell’ottica di scrivere anche per un pubblico.

Una storia piacevole da cui traspare tutta la mia ingenuità, l’incapacità di chi è alle prime armi, la mancanza di un forte bagaglio letterario, ma anche il bisogno di dire qualcosa e usare la narrativa come mezzo per farlo.

Commovente per alcuni, romantico o divertente per altri, io lo vedo oggi, a distanza di sei anni, come un piccolo inizio che ho voluto lasciare in commercio, diversamente dalle seguenti pubblicazioni.

Come spesso succede, dopo l’uscita del mio primo romanzo sono stato preso dalla smania di pubblicare, nemica in agguato per ogni esordiente. Dal 2014 fino al 2016 ho pubblicato altri sette romanzi con tre diversi editori: Damster, Lettere animate e Meligrana; praticamente tre romanzi l’anno.

Oggi provo quasi tenerezza per l’autore frettoloso e incosciente che ero. Nel rileggere i vecchi testi, prontamente tolti dal commercio, vedo solo pagine e pagine di inutili digressioni atte a cercare di rappezzare una trama scarna e una prosa piatta.

C’è però da dire che quei due anni sono serviti a insegnarmi a scrivere ogni giorno.

Come ho già detto, prima ancora dei romanzi scrivevo racconti. Ho partecipato a diverse antologie e ne ho curate due, prima fra queste Zero, redatta insieme alle scrittrici Elisa Bellino e Maddalena Costa ed edita dalla Damster.

La seconda, invece, Macerie, pubblicata dalla Les Flâneurs Edizioni e di cui sono stato curatore insieme alla scrittrice Maddalena Costa e allo scrittore Claudio Santoro, aveva lo scopo di raccogliere fondi per le vittime del sisma avvenuto ad Amatrice nel 2016. È stata la mia ultima pubblicazione prima di iniziare gli studi presso la scuola di scrittura creativa Lalineascritta, fondata dalla scrittrice Antonella Cilento.

Nel 2016, iniziati gli studi presso Lalineascritta, ho smesso di rincorrere le pubblicazioni facili e mi sono concentrato soltanto sullo studio della scrittura creativa e sulla lettura dei grandi maestri della letteratura, seguito con zelo da Antonella Cilento.

Pur continuando a lavorare a nuovi romanzi, sono tornato a dedicarmi prevalentemente ai racconti, alcuni dei quali sono stati valutati da Antonio Franchini, Giulia Ichino, Manuela La Ferla e Bruno Nacci.

La prima pubblicazione dopo un silenzio editoriale di circa un anno è avvenuta del 2017 con due racconti brevi editi sul quotidiano Il Roma e intitolati dalla redazione Amoressia in punta di forchetta e Sagome nella notte nella camera azzurra, entrambi scritti come omaggio a due romanzi del maestro Georges Simenon.

Durante il triennio presso Lalineascritta tra i lavori a cui mi sono dedicato spicca Piciul, romanzo editato insieme ad Antonella Cilento.

Alcune pagine di un altro romanzo, La finestra chiusa, riscritto da zero ben tre volte e concluso in prima stesura al termine del mio percorso presso Lalineascritta, sono state lette al termine del terzo anno di scrittura creativa da Antonio Franchini che le ha valutate positivamente.

Allo stato attuale, oltre ai due suddetti romanzi, ho terminato altri tre romanzi, di cui uno in collaborazione con l’attrice e presentatrice Noemi Gherrero, e mi sto dedicando a un romanzo sperimentale. Convocato dall’amica e scrittrice Olympia Fox ho partecipato all’antologia Il grande racconto di Renoir, dando il mio contributo con il racconto Fotografie ingiallite.

Ho inoltre scritto tre drammaturgie, due sceneggiature cinematografiche e sto lavorando a un soggetto ideato dalla Gherrero per redigere trattamento e sceneggiatura di un Teaser.

il doloroso punto di vista di un emarginato

Essendo la vigilia di Natale probabilmente ci si sarebbe aspettati che parlassi di A Christmas Carol del grande Dickens, ma sarebbe stato troppo scontato. Ho preferito scegliere un libro che, in un certo senso, accusa allo stesso modo, se non con maggior brutalità, l’ipocrisia della società che proprio durante le feste emerge in tutto il suo impeto.

Il libro in questione è L’ultimo giorno di un condannato a morte, capolavoro di Victor Hugo scritto nel 1829, in cui sono narrati gli ultimi giorni di vita di un prigioniero del carcere di Bicêtre. Una critica diretta, spietata, fatta da Hugo nei confronti dei bagni penali e della pena capitale, ma non solo; in questo libro si nota un’accusa estesa all’intera società francese in cui la vita umana, quella degli ultimi, non aveva alcun valore: tema da lui trattato in ogni suo capolavoro, ossia l’estremo divarico fra le classi sociali.

Del condannato in questione non sappiamo di preciso la classe sociale, ma dalla descrizione della sua famiglia possiamo immaginare non sia di un ceto autorevole, benché non si tratti neppure di un poveraccio, ma la sua condizione di forzato, peggio, di condannato al patibolo, lo rende una nullità, non altro che immondizia sociale, un cane rognoso sbeffeggiato dal popolo stesso. Continua a leggere il doloroso punto di vista di un emarginato

comici alle nazioni unite? no grazie, non in editoria

Negli ultimi anni qui in Italia in ambito editoriale, se così si può definire, ha preso piede in modo esponenziale la figura chiamata editor: ossia il curatore editoriale, una professione da sempre esistita ma oggi, forse grazie al termine figo d’oltreoceano, pari a qualcosa di mistico.

A memoria credo che da circa sette anni questo termine sia sulla bocca di tutti, sciupato, abusato, deformato, proprio come succede a ogni cosa diffusa in modo approssimativo nel grande calderone del web, dove tutti possono attingere prendendo solo il necessario senza scavare mai all’origine di ogni nozione.

Sembrerà strano ma la figura del curatore editoriale è sempre esistita qui in Italia, dai tempi della fondazione di case editrici storiche quali Mondadori, Feltrinelli, Einaudi e molte altre: il tempo in cui editoria e letteratura ancora camminavano a braccetto.

Nel tempo questa figura, inizialmente inquadrabile come il redattore, si è sviluppata e definita, ha acquisito ruoli sempre più specifici, così da aiutare a velocizzare, senza ledere in qualità, la produzione di un libro. Ma parliamo di un tempo in cui fondatori, soci e collaboratori delle varie realtà editoriali erano quasi tutti intellettuali: termine oggi appioppato a chiunque spari luoghi comuni in televisione. In particolare gli anni successivi alla seconda guerra mondiale furono floridi di cambiamenti, per quanto difficili, per il panorama editoriale italiano: gli anni di GianGiacomo Feltrinelli, vero pioniere dell’editoria, uomo coraggioso che ha osato portare a noi capolavori quali Il dottor Zivago e Il Gattopardo, opere in cui nessuno credeva.

Tutto questo solo per definire il valore che allora veniva dato ai libri, all’editoria e dunque al lavoro svolto dal curatore editoriale, figura spesso ricoperta da celebri scrittori, critici raffinati e zelanti studiosi. Continua a leggere comici alle nazioni unite? no grazie, non in editoria

il punto di vista è un patto con il lettore

Oggi voglio parlarvi di un aspetto fondamentale quando si scrive narrativa, e voglio farlo a partire da un film, diversamente dal solito. Non credo sia così strano parlare di tecniche di narrazione portando come esempio un film, in quanto dietro a ogni lavoro cinematografico c’è un lavoro di scrittura, e se un film è buono lo si deve fondamentalmente a un soggetto vincente e a una sceneggiatura ben scritta.

Il film in questione è Rashomon, capolavoro del maestro Akira Kurosawa, tratto dal racconto Nel bosco di Ryūnosuke Akutagawa; un film uscito in Giappone nell’agosto 1950 e mal visto dalla critica locale, ma fortunatamente portato in Italia da Giuliana Stramigioli, docente di italiano presso l’Università degli Studi Stranieri di Tokyo e fondatrice della Italifim, permettendogli di vincere Il Leone d’oro al miglior film e poi, a distanza di pochi mesi, il Premio Oscar come miglior film straniero. Continua a leggere il punto di vista è un patto con il lettore

Kafka: il vero spirito di uno scrittore

Ogni volta che mi domando quale sia il vero senso della scrittura, perché scriviamo, il mio pensiero vola subito a Kafka, a mio dire icona incarnata di quello che dovrebbe essere lo spirito di uno scrittore.

Nella precedente frase il condizionale è più che voluto, perché oggigiorno lo spirito degli scrittori, se di spirito e di scrittori si può parlare, è ben lontano da quello di Kafka; complice un panorama editoriale sempre meno attento al senso primordiale della scrittura, troppo impegnato ad accontentare un pubblico, ahimè, formato in maggioranza da lettori pigri o radical chic.

Ridicolo, e pericoloso, vedere come gli scrittori amatoriali aumentino di giorno in giorno, mentre diminuiscono i lettori. Viene da chiedersi il perché di questa improvvisa esplosione di talenti letterari: mai secolo fu più ricco di scrittori come il nostro.

Siamo dinnanzi alla rinascita della letteratura italiana, oppure al suo totale declino? Continua a leggere Kafka: il vero spirito di uno scrittore

una grandiosa scrittrice scoperta troppo tardi

Esistono libri che ti segnano al punto tale da non volerne parlare per paura di usare le parole sbagliate, di non lasciar passare con chiarezza la bellezza che ti ha travolto.

Uno di questi libri è La trilogia della città di K, della bravissima scrittrice e purtroppo poco produttiva Ágota Kristóf.
Nata il 30 ottobre 1935 a Csikvánd, un villaggio dell’Ungheria, e trasferitasi con suo marito nel 1956 a Neuchâtel, a causa dell’arrivo in Ungheria dell’Armata Rossa, è stata drammaturga, scrittrice di poesia e di narrativa, ma, dopo anni in fabbrica, ha raggiunto il successo internazionale solo nel 1987 con Le grand cahier, edito nel 1986 e poi portato a noi italiani da Guanda nel 1988, con il titolo Quello che resta; infine, pubblicato da Einaudi nel 1998 con il titolo Il grande quaderno, uno dei tre libri che forma appunto La trilogia della città di K.

Con ogni probabilità proprio il duro lavoro in fabbrica ha permesso ad Ágota Kristóf di scrivere ben poco, purtroppo; famosa la sua dichiarazione in un’intervista: «Due anni di galera in Urss erano probabilmente meglio di cinque anni di fabbrica in Svizzera». Senza contare che, come lei stessa ha sempre ammesso, non è mai riuscita a padroneggiare pienamente il francese, lingua appresa a Neuchâtel e adottata per la sua scrittura letteraria, al punto che definiva se stessa un’analfabeta, titolo della sua autobiografia uscita per la prima volta nel 2004. Ma forse proprio questa peculiarità ha reso unica la scrittura di Ágota Kristóf, la sua forma essenziale, ridotta all’osso, dove non c’è spazio per leziosità di alcun genere. Continua a leggere una grandiosa scrittrice scoperta troppo tardi

la spietata bellezza di un personaggio invisibile

Ci sono libri difficili da leggere proprio perché scritti benissimo. Per quanto scorrevoli, chiari, ogni pagina risulta una coltellata: fanno male, ti lacerano, ti cambiano.

È il caso del romanzo La vegetariana, capolavoro della scrittrice sudcoreana Han Kang, libro che le ha fatto vincere il Man Booker International Prize, fortunatamente per noi pubblicato dalla grandissima Adelphi nel 2007.

È la storia di Yeong – hye, giovane donna coreana che improvvisamente, senza apparente spiegazione agli occhi degli altri, decide di non mangiare più carne. Ed è proprio con gli occhi degli altri che vediamo la protagonista di questo libro, l’immagine di Yeong – hye è filtrata sempre dal punto di vista altrui: quello del marito, quello del cognato, e quello della sorella maggiore; un elemento che rende al lettore ancora più inquietante questa meravigliosa figura femminile, in quanto eterea, incomprensibile, e proprio a tal motivo vogliamo vederla, scorgere il segreto che si porta dentro e capirla; siamo totalmente negli occhi che la guardano, la scrutano, la vivisezionano. Continua a leggere la spietata bellezza di un personaggio invisibile

La sensibilità è la forza di ogni vero scrittore

Dovrebbe esistere una legge che vieti di scrivere a chi non ha mai letto nulla di Heinrich Böll, scrittore tedesco Premio Nobel per la letteratura nel 1972. Di certo qui in Italia Böll è conosciuto soprattutto per il suo capolavoro Opinioni di un clown, romanzo meraviglioso che mi ha spinto a iniziare a scrivere. Ma Böll nella sua vita ha scritto ben ventidue romanzi e decine di racconti.

Nei suoi scritti è sempre presente una forte critica contro la Germania nazista, il dominio della chiesa cattolica e ogni forma di potere che sottometta l’uomo, cosa che lo rende oltre a un grande scrittore anche un uomo coraggioso, tenendo presente del periodo in cui è vissuto. Fin dalla gioventù si oppose al regime nazista, per poi essere suo malgrado arruolato nel 1939 nell’esercito tedesco e costretto a combattere in Francia, Romania, Ungheria e in Russia, fino a essere imprigionato nel 1945 in un campo americano.

Sicuramente il suo vissuto è stato per lui una forte formazione letteraria, infatti, al di là delle accuse contro il regime nazista, nei suoi scritti si evince una perenne empatia per i poveri, gli ultimi, gli emarginati.

È difficile, molto difficile trattare temi come quelli di Böll senza cadere nella sentimentalismo o, peggio, nel moralismo, soprattutto quando si ha una voce autoriale molto malinconica come quella di Böll. Eppure nei suoi scritti non traspare mai vittimismo né stucchevoli e plateali melodrammi. Il dramma nella scrittura di Böll è freddo, gelido, e per questo lancinante. I suoi personaggi sono perdenti dichiarati, ma mai vittimistici; spesso rassegnati, ma mai uggiosi. In loro, seppur consacrati al fallimento, traspare una nobile bellezza: la bellezza dei sentimenti umani, per quanto contorti e a volte squallidi e brutali come in Hans Schnier, protagonista del già nominato Opinioni di un clown. Ma non è di questo libro che voglio parlarvi, bensì di un romanzo breve di Böll purtroppo meno conosciuto: Il treno era in orario. Continua a leggere La sensibilità è la forza di ogni vero scrittore