Archivi categoria: Un po’ di me

Romanzo Piciul

Edito da Linea Edizioni nel novembre del 2021, Piciul è il primo romanzo che ho pubblicato dopo il mio percorso di studi presso Lalineascritta. La prefazione è stata scritta dalla mia maestra di scrittura creativa, Antonella Cilento, e la sua uscita è stata anticipata da un generoso articolo su La Repubblica.
Distribuito da Messaggerie è ordinabile presso tutte le librerie fisiche o negozi online.
Piciul narra le vicende di cinque adolescenti rumeni che vivono nei vicoli a ridosso della Stazione Centrale di Napoli: Horia, Blanca, Damin, Vali e Dorin; cinque ragazzini cresciuti insieme tra emarginazione, delusioni, dolori ma anche sogni.

Forse, come ha scritto Antonella nella sua prefazione: un punto di vista diverso su una Napoli fin troppo raccontata.

Di seguito un piccolo estratto.

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Progetto editoriale: Bambini in pausa

L’antologia Bambini in pausa, edita da Meligrana Edizioni, nasce da un’idea mia e di Carmela Manco, presidente della O.N.L.U.S. Figli in Famiglia. Scopo del progetto è dar voce ai bambini di San Giovanni a Teduccio (Napoli) e lasciare che ci raccontino come hanno vissuto uno dei periodi più strani del nostro tempo: la quarantena dovuta all’emergenza sanitaria.

Diciassette autori hanno cercato di elaborare disegni e temi creati dai bambini durante il lockdown, al fine di tramutare paure, gioie e speranza di ognuno di loro in diciotto racconti.

Hanno partecipato al progetto: Giuseppe Meligrana, Carmela Manco, Francesco Costa, Gennaro Varriale Gonzalez, Monia Rota, Maria Masella, Laura Scaramozzino, Serena Pisaneschi, Mara Fortuna, Claudio Santoro, Elisabetta Carraro, Paola Giannò, Claudia Moschetti, Monica Gentile, Erna Corsi, Giovanna Esposito, Floriana Naso, Maria Concetta Distefano, Andrea Cinalli e Mario Emanuele Fevola.

Di seguito due miei racconti presenti nell’antologia: “Loro sono ancora fuori” e “Pelle”.

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Progetto editoriale: Il grande racconto di Renoir

Antologia curata da Monia Rota ed edita nel 2019 da Edizioni della seraincui è presente un mio racconto: Fotografie ingiallite.
Di seguito un piccolo estratto:

La foto di sua moglie era ancora sulla libreria, accanto all’attestato professionale di docente, anche se il professor Pietro Tondelli non insegnava più da dodici anni e da altrettanto tempo sua moglie, Clara, era andata via.

In un cassetto della libreria conservava le foto dei suoi alunni, centinaia di volti che si erano susseguiti in vent’anni di carriera. Di ognuno ricordava il nome, il volto, la voce.

Mise via la foto di Giuseppe Chiarolanza, conosciuto come Peppe ‘O cavallo. Era un alunno della quarta C, proprio come Carmelo ‘O puorc. Lo mettevano sempre a fare il palo prima che iniziasse la lezione: “Facit ambress, sta vennen ‘o prufessor’…”

Le labbra ringrinzite si arcuarono in un impercettibile sorriso. Sistemò gli occhiali, acuì lo sguardo e passò in rassegna i numerosi tomi che affollavano la sua libreria.

Dietro la foto di Clara c’era la vecchia edizione di Madame Bovary che lui le aveva regalato. Le diceva sempre che la donna sulla copertina, la signora Daudet dipinta da Renoir, le somigliava.

Clara neppure si era accorta di averlo lasciato nella vecchia casa, e Pietro l’aveva portato con sé.

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Progetto editoriale: La finestra chiusa

Ormai mio padre non ci riconosceva quasi più, nemmeno si alzava dal letto. I medici ci avevano consigliato di continuare a dargli la morfina: non c’era altro da fare, solo attendere.

Mia madre, mutata in una vecchia consunta, vegliava su di lui notte e giorno. China sul letto, a volte gli carezzava il viso come fosse un bambino: quel volto ridotto a ossa che sembravano stracciargli la pelle ingiallita, gli occhi affossati in due grotte buie, la mano ossuta che fendeva l’aria in cerca di qualcosa che solo lui vedeva.

«Ono’, che c’è, sto qua?»

Non avevo mai udito mia madre chiamarlo per nome, non l’avevo mai vista accarezzarlo, ma forse quel mucchio di ossa, di pelle macera che puzzava di sudore dolciastro e di decomposizione, quel cumulo di carne arenata in un letto, quegli occhi spalancati e gonfi di terrore, non erano mio padre: mio padre era già morto, di lui restava solo l’essere umano che non era mai riuscito a essere: un bambino che chiedeva affetto, piangeva, e ora non più da ubriaco.

Più volte io e Anna provammo a portare via mia madre da quel letto a cui sembrava essersi aggrappata, come Onofrio continuava ad avvinghiarsi ostinatamente agli ultimi barlumi di una vita mai vissuta, ma lei non si convinse mai, restava lì ferma al capezzale di quel marito che forse un tempo aveva davvero amato, senza che io ne capissi il motivo.

Si poteva amare Onofrio? Quel composto di urla, brutalità e parolacce; quelle carni sporche, quei denti marci, potevano meritare amore?

A volte sgranava gli occhi verso il soffitto, tendeva la mano in alto come se stesse finalmente toccando qualcosa sospeso in aria, sul suo viso imperlato di sudore appariva appena un sorriso.

«Mamma…»

Poi il suo braccio crollava nel vuoto, reciso.

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Progetto editoriale: La finestra chiusa

La porta di casa era già spalancata. Il corridoio era pieno di persone che non vedevo da anni, immobili come statue.

Contro le pareti, sembravano lì per accogliere il mio passaggio.

C’era pure il papà di Alfonso, Giannino Vitagliano, proprio lui che aveva sempre giudicato mio padre un cafone, un animale. Era venuto anche Sciabolone. Nel vedermi mi pose la mano sulla spalla, incapace di guardarmi negli occhi, come tutti.

Avanzavo in quel varco di carne, mano nella mano di Lia. Udivo appena qualche sospiro, la fasulla pena di quei deficienti che non avevano mai sopportato né me né mio padre.

In fondo al corridoio la luce della camera da letto dei miei era accesa, da essa giungevano pianti, lamenti e voci.

Riconobbi il gemito doloroso di mia madre ed ebbi voglia di andare via, perché più della morte di mio padre mi terrorizzava il pensiero della sofferenza di mia madre e di ciò che avrei dovuto fare per lenirla.

Era seduta accanto al letto, stravolta dalle lacrime, la mano ferma sul corpo esangue di mio padre ridotto solo a un corteccia di pelle.

In piedi alle sue spalle c’era mia sorella, lo sguardo chino per non vedere cosa era rimasto di suo padre.

In un angolo c’era mio fratello.

Lia continuava a tenermi forte la mano, ma non la guardai, non dissi nulla, insieme a lei avanzai lento verso il letto, seguito dagli sguardi invisibili di tutti i presenti e di mio fratello che dalla sua tana sembrava fiutasse ogni mio passo.

Appena raggiunsi mia madre, lei, senza riuscire ad alzarsi, mi afferrò il braccio e mi tirò a sé.

Sentivo le sue lacrime bagnarmi il petto, come se volessero scavarmi nelle carni ed entrami nel cuore. Sembrava mi stesse chiedendo di ridarle Onofrio, e perché, non lo capivo.

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Progetto cinematografico: Io sono qui

SCENA 1

INT. TARDA MATTINATA – CASA DI LUCA

LUCA CARULLI, circa trent’anni, si risveglia su di un letto a due piazze in una stanza soppalcata. Tutto è buio.

Nel tirarsi su, visibilmente provato da un dopo sbornia, si rende conto di essersi addormentato vestito; in un lampo un gatto dal pelo rossiccio balza sul letto, miagolando, e inizia a camminargli sulla pancia, ma lui con gesto del braccio lo scosta via e fa per alzarsi.

Guardandosi attorno, vede che sul pavimento giacciono due bottiglie vuote, diversi mozziconi, la fotografia stracciata di lui assieme a una ragazza, da un armadio spalancato escono diversi vestiti da donna e, fra essi, un cuore di peluche squarciato da cui si legge ancora la scritta: “Luca e Sara”.

Sbuffando si tira su e, tossendo, si porta una sigaretta alla bocca e l’accende, mentre il gatto miagola e gli si struscia ai piedi.

Afferra la fotografia da terra, la fissa, gli lancia contro una boccata di fumo e poi la getta via.

Luca:

Sara?

Guarda attorno a sé pensieroso ma al tempo stesso stanco: il portatile che giace sulla scrivania, la ringhiera del soppalco che dà sul balcone chiuso, al piano di sotto.

Barcolla nella stanza, al buio, squassato da conati di vomito e attento a non inciampare nel gatto che gli struscia ai piedi.

Fa per accendere la luce, ma la luce non si accende.

Sbuffa e, seguito dal gatto, vacilla giù per la scala del soppalco e giunge nel soggiorno.

Pigia l’interruttore della luce, ma nulla, la stanza rimane buia.

Luca:

Ma che cazzo…

Seccato e rintontito, cerca a tentoni il quadro della corrente, ma il contatore sembra a posto.

Cala e alza l’interruttore, ma non accade nulla: né sul soppalco né nel soggiorno si accendono le luci.

Nell’allontanarsi, incespica nel gatto e quasi cade faccia a terra.

Luca:

Cristo santo!

Incollerito si precipita verso il balcone, ne spalanca la porta e subito issa la persiana, ma rimane pietrificato. I suoi occhi vitrei, immensi, sono due bolle pronte a esplodere. Sembra non riesca neppure a respirare.

Lentamente, tremulo, spinge la mano in avanti, impaurito al pensiero che quell’immagine intrappolata nelle sue retine sia reale.

Indietreggia terrorizzato, il braccio ancora teso nel vuoto: davanti a lui, a coprire il balcone, si erge un solenne muro di pietra.

Lo sfiora con la mano: è reale. Poi dopo qualche istante, soffocato lo stupore, gli si scaglia addosso e inizia a prenderlo a pugni.

Luca: (urlando)

Ma che cazzo succede?

Cade al suolo, stremato, la schiena contro quella muraglia nata dal nulla che, imponente, sembra deriderlo.

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Progetto teatrale: Juste une poupée

ATTO 1

SCENA 1

La scena è buia. Si sente solo la voce di una donna cantare con tono dolce ma al tempo stesso angosciante Twinkle Twinkle Little Star (versione inglese).

Le luci si accendono adagio, restano soffuse.

Siamo in un lercio monolocale: in fondo all’angolo sul lato destro c’è un vecchio cucinino sporco di grasso, un misero frigo e un piccolo tavolo di legno con sopra resti di cibo e bottiglie vuote; a terra sono sparse altre bottiglie, alcuni giocattoli rotti, pacchetti di sigarette appallottolati e mozziconi; sul lato sinistro c’è un letto su cui sono gettate alla rinfusa delle lenzuola sporche, poco distante c’è una scrivania su cui giacciono pile di libri, decine di fogli, altre bottiglie vuote e un posacenere colmo di cicche di sigarette.

Sul bordo sinistro della scena, seduto su di una sedia, c’è il manichino di una donna: ha il volto coperto da un velo zuppo di acqua putrida, fra le braccia stringe una bambola dagli occhi cavati e a cui penzola un braccio.

Sul lato destro del palco, invece, fra cumuli di rifiuti c’è una culla antica.

Le luci si concentrano sul manichino e sulla culla.

Mentre la musica continua, lentamente dalla dondola esce il braccio di un uomo anziano, sporco di calce e di fuliggine: la sua mano tasta il vuoto come se fosse la prima volta che avverte l’aria attorno a sé, poi afferra il bordo del lettino e lo stringe con forza. Dalla dondola emerge ancora un braccio, la mano stringe a sua volta il bordo della culla.

Lentamente, mentre le braccia fanno forza sulla spalliera della culla, affiora prima la testa dell’uomo e poi il suo torso: l’uomo è avvolto da un lurido lenzuolo bianco che gli nasconde il viso.

L’UOMO, quasi muovendosi a fatica, scivola giù dalla culla e casca sul pavimento. Ancora avvolto nel drappo, striscia sul palco, fino a portarsi al centro di esso. Dal lenzuolo sbuca lento un braccio che fende il vuoto e si spinge in avanti, verso la platea, mentre la mano si muove verso come se cercasse di afferrare qualcosa o qualcuno.

Poi di colpo il braccio casca a terra, come privo di vita. L’uomo si rigira lento nel suo sudario, fino a rannicchiarsi e avvolgersi in esso. La musica sfuma pian piano e con essa le luci si abbassano sulla scena, restando concentrate solo sull’uomo, immobile.

La musica cessa del tutto. L’uomo è ancora a terra, non si è mosso di un millimetro, quando ecco che, con movimenti lenti, quasi piccoli scatti, si rigira nuovamente. Le braccia sbucano fuori dal lenzuolo e lui si tira su, arcua la schiena e resta in ginocchio lasciando che il drappo gli scivoli appena un poco di dosso, il giusto per mostrare il proprio volto coperto di calce e di fuliggine rivolto alla platea e con esso parte del corpo nudo.

Guarda per qualche istante in avanti, confuso e al tempo stesso spaventato. Poi prende a scrutare l’ambiente attorno a sé: le sue mani scivolano sul pavimento, sembra intimorito a ogni contatto.

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Progetto editoriale: Cattedre, vicoli e polacche

Iniziai a pensare che riguardo alla polacca fosse meglio chiamare la polizia, ma a scuola la visita del Presidente della Repubblica venuto lì per consegnare a Monica Luce la nomina di Cavaliere alla cultura, aveva di colpo frenato le mie ricerche.

Il preside era in fervore, per l’occasione aveva persino rispolverato un vecchio abito da sera appartenuto a Roby Facchinetti. Ci aveva ordinato di far sparire l’intera sezione F quando sarebbe arrivato il Presidente, a sostituirla avremmo messo dei piccoli cinesi, per l’esattezza centoventi, da lui affittati nelle botteghe a ridosso di Piazza Garibaldi per la modica somma di centoventi euro, praticamente un euro a moccioso. De Blasio aveva avuto l’incarico di ripulire la palestra dalle macchie di sangue lasciate sul pavimento dall’alunno Gennarino Piscopo e di attrezzarla come quella di Ivan Drago in Rocky IV. La De Gennaro doveva far sparire testicoli, peni immersi nella naftalina e qualsiasi altra schifezza nel suo laboratorio. Alla Corcione aveva ordinato di marcare malattia, guai se si fosse fatta viva lei e le sue cazzo di lacrime! Tondelli la doveva finire di dire stronzate, niente cazzate sulla riforma politica di Platone. Muto doveva stare! La De Sanctis e D’Amore semplicemente dovevano stare lontani fra loro: che nessuno sospettasse tresche amorose fra i docenti della sua scuola! Il supplente Giotto, forte di alcuni oggetti sacri appartenuti a padre René Chenesseau e a lui consegnati dalla Perpetua, aveva il compito di restare nei sotterranei e bloccare eventuali visite della Pirozzi. Alla psicologa Tammaro era stato consegnato in custodia Gennarino Piscopo, così da far vedere quanto lì all’Isabella D’Este avessero a cuore i diversamente abili. Io, invece, dovevo solo limitarmi a fare ciò che facevo sempre: essere mera tappezzeria nell’istituto.

Non ne potevo più di tutti quei preparativi, speravo solo in quella famosa lettera dal liceo classico Vittorio Emanuele II. Ma niente. Mancava quasi una settimana all’avvento del Presidente e la scuola era già in subbuglio. Tutti correvano a destra e a manca. Il bidello Geppino e il bidello Gigetto passavano di continuo lo straccio lungo i corridoi, raschiavano le scritte dalle pareti, avevano cosparso i cessi di candeggina. Il custode Gerardo Capesce aveva avuto l’ordine di prendere delle ferie. La sua casupola era stata praticamente rasa al suolo: bruciate le riviste e i DVD porno, gettate via le infinite bottiglie di vino, vuote e piene che fossero, e buttati in un vicolo tutti i mobili sfasciati. La casetta era stata messa a nuovo, tinteggiata e arredata con graziosi mobili Ikea, mentre per il santo giorno il custode Gerardo Capesce sarebbe stato sostituito con un allegro e soprattutto muto manovale serbo.

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