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Che io chiamo arte: Marosia Castaldi, una scrittrice che merita giustizia

Con Franz Kafka abbiamo mostrato più di una volta quella che potremmo definire la cecità editoriale, o forse sarebbe giusto dire che non si tratta di cecità, quanto di una vista sin troppo acuta ma indirizzata a ciò che richiede il mercato: dare al popolo il prodotto che domanda anziché educarlo alla bellezza.

Più volte ho esposto il mio pensiero, ovvero il non essere contrario alla letteratura di intrattenimento e persino alle autobiografie, spesso autocelebrative, scritte da qualche Ghostwriter per il vip di turno. Non sono questi i problemi dell’editoria, lo ricordo ancora una volta, il problema sussiste quando il livello qualitativo di ciò che viene spacciato per letteratura cala in modo notevole.

La letteratura di intrattenimento o il libruncolo del vip non fa danno alcuno, anzi, potrebbe portare soldi alle case editrici e queste case editrici potrebbero investirli per pubblicare libri di alta qualità e dar spazio a nuove voci, magari difficili da piazzare perché poco affini alle richiesta del mercato, ma innegabilmente degne di essere pubblicate.

Purtroppo non sempre accade. A Kafka non è successo. Superato da incapaci, o comunque da scrittori meno geniali di lui, è morto da sconosciuto, come se non fosse il genio della letteratura che oggi tutti riconosciamo.

A mio dire il successo postumo è lo sbeffeggio a una vita di sofferenze e di umiliazioni, di rifiuti e di frustrazione, quasi una voce ipocrita sussurrasse al malcapitato: «Oh, ci scusi tanto, ci dispiace che lei abbia sofferto, fatto lavori che detestava pur di tirare avanti mentre vedeva altri meno bravi di lei passarle davanti. Ci perdoni per averla lasciata a morire da solo, non avevamo capito il suo genio. Ne siamo davvero spiacenti».

Il vaffanculo ci starebbe tutto, no?

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Progetto editoriale: La finestra chiusa

XXIII

Oggi 

La prima volta che accompagnai mio padre a fare la chemioterapia non ci rivolgemmo la parola. Quella situazione, quell’intimità forzata, imbarazzava entrambi. Noi che non c’eravamo mai chiamati per nome adesso eravamo lì, in un ospedale dove la gente moriva, e forse anche Onofrio stava morendo.

Rideva. Spinto in carrozzella da una giovane infermiera cercava di convincersi di essere ancora l’uomo forte di un tempo.

«Signuri’, ma dite che quando saranno finite ‘ste flebo potrò tornare ad andare a femmine?»

L’infermiera si limitò a sorridere e con lei mia madre, al mio fianco, il volto rassegnato a una vedovanza che forse aveva accettato dal giorno in cui era andata all’altare, adesso giunta al proprio apice grazie alla consapevolezza della fine di mio padre.

Appena gli infermieri sdraiarono Onofrio sul lettino la sua espressione mutò di colpo.

Con occhi enormi, di un azzurro lucido, osservava il soffitto contrarsi su di lui, mentre gli infermieri trafficavano col suo corpo.

Quando l’ago penetrò il braccio di mio padre, lo vidi serrare gli occhi dalla dolore. Lui, l’uomo forte, quello a cui nisciun ‘o putev’ fa ‘nu cazz’, adesso era solo un bambino spaventato.

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L’incipit, questo sconosciuto.

Ogni giorno nei gruppi Facebook per aspiranti scrittori leggo decine di incipit, così come ogni giorno qualcuno mi contatta per chiedermi un parere sul proprio incipit.

In ambedue i casi quello che leggo non è mai un incipit, ma un estratto del romanzo, spesso lungo una cartella o anche più.

Che sia l’inizio di una scena, un breve sommario, non è comunque un incipit che leggo.

Credo sia necessario fare chiarezza su cos’è un incipit: è l’inizio della storia, ed è l’inizio della storia per il lettore, dunque ciò che gli permette di lasciare il mondo reale per entrare nel mondo narrativo. Ciò che viene subito dopo è già la storia che il lettore, nel più dei casi, leggerà solo se l’incipit dovesse colpirlo, perché se la magia che porta una persona a immergersi in una storia non avviene immediatamente, non funziona. Il lettore ci molla.

Potremmo definire l’incipit come una promessa narrativa, con esso promettiamo al lettore che andando avanti nella lettura troverà qualcosa di bello, degno del suo tempo.

Questo ci porta a una domanda: ma allora dovremmo scrivere per far felice il lettore?

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L’importanza di fare memoria: quando la letteratura risveglia la coscienza

A seguito della pandemia che da tre settimane ha messo in quarantena l’intera nazione italiana, tanti si chiedono cosa succederà dopo, ovvero quando si tornerà a una quotidianità per modo di dire normale, quando riapriranno le attività, quando si tornerà a scendere in strada liberamente e a gestire il proprio tempo come si faceva fino a meno di un mese fa.

Ovviamente, come ormai succede per ogni cosa, dal più minuscolo evento a quello più eclatante, i social network sono la vetrina dove ogni emozione, ogni pensiero e soprattutto ogni livore viene esposto pubblicamente. Da una parte alcuni pensano che usciremo tutti cambiati da questa situazioni, più maturi, arricchiti di nuove consapevolezze; altri, invece, del tutto disfattisti proclamano che, come sempre, l’umanità non imparerà nulla da ciò che sta accadendo.

Una cosa è certa: la gente parla velocemente e tende a esporre il proprio pensiero individuale come una certezza oggettiva.

Personalmente non so cosa succederà dopo la quarantena da COVID-2, ma so quello che spero, ossia che le persone imparino dai propri errori.

Come abbiamo appena detto, i pessimisti e quelli che spesso godono nell’innalzarsi – virtualmente – come guru disfattisti dicono che ancora una volta l’essere umano non imparerà niente da questa vicenda. Visti i precedenti gli si potrebbe dare ragione, se non attribuissero questo loro pensiero a tutto il genere umano, ponendosi al di sopra di tutti come unici untori di una verità assoluta da cui, però, prontamente si dissociano.

La verità, io credo, è che molte persone riescano a imparare da situazioni difficili, e altrettante persone non ci riescono, mentre altre addirittura si incattiviscono. Forse il problema sta nella gestione della memoria e del valore che le si attribuisce.

Credo che la più fedele testimonianza di come conservare e celebrare la memoria la si possa trovare nel popolo ebraico. Il Giorno della Memoria, infatti, commemorato il 27 gennaio, non ricorda solo la liberazione da parte dei soldati sovietici dell’Armata Rossa dei sopravvissuti allo sterminio avvenuto ad Auschwitz, ma quanto successo agli ebrei prima della liberazione: la Shoah, termine ebraico che tra origini dalla Bibbia (Isaia 47, 11) e che significa “Tempesta devastante”. Continua a leggere L’importanza di fare memoria: quando la letteratura risveglia la coscienza

Scrittori di voce e scrittori di trama: quando una voce autoriale trasforma le parole in musica

In diverse discussioni con aspiranti scrittori ho descritto loro la differenza che passa fra uno Scrittore di voce e uno Scrittore di trama e, puntualmente, ogni volta c’è qualcuno che mi dice: «Io voglio essere uno scrittore di voce», come se questo termine riportasse a qualcosa di nobile, di magico.

Chiariamo subito che ogni scrittore, da quello che pubblica con il minuscolo editore al vincitore del Premio Strega, dovrebbe avere una propria voce autoriale; uso volutamente il condizionale perché, purtroppo, non è sempre così, non oggigiorno. Avere una voce autoriale, in sintesi, significa essere capaci di raccontare in modo unico e inequivocabile una storia. Non si tratta di stile, assolutamente, ma di una personale intonazione nell’utilizzo del lessico e nel modo di gestire la trama che rende esclusiva la narrazione, proprio come lo è ogni voce umana.

Prendiamo come esempio Domenico Starnone, di cui abbiamo parlato in due precedenti articoli. Il libro con cui ha vinto il Premio Strega, ossia Via Gemito, affronta un tema trattato decine, forse centinaia di volte: il conflitto con il proprio padre. Eppure la lingua in quel libro è talmente intima da renderlo unico. Ciononostante, se leggessimo Labilità, un altro bel libro di Starnone, ci accorgeremmo subito che è frutto dello stesso autore; e questo vale anche per i lavori più ironici di Starnone.

Una voce autoriale, quando è forte, rende la scrittura dell’autore inconfondibile.  

Certo, non tutti gli scrittori possono avere una voce autoriale forte, e gli stessi autori che possiedono una voce autoriale forte non sempre riescono a usarla pienamente in ogni loro opera, ma si dà per scontato – o almeno si spera – che uno scrittore abbia una propria voce autoriale.

Ecco perché essere uno scrittore di voce non ha nulla a che vedere con l’avere una voce autoriale. Continua a leggere Scrittori di voce e scrittori di trama: quando una voce autoriale trasforma le parole in musica

Sempre vicini, ma sempre soli. L’incomunicabilità mostrata da Simenon.

La nostra è l’epoca in cui si è sempre connessi con il mondo intero. Abbiamo la possibilità di comunicare con chiunque, ovunque egli si trovi. Non abbiamo più bisogno di telefonare, le comunicazioni passano quasi sempre via chat o tramite messaggi vocali.

Un tempo si sceglievano con cura la persona da sentire, ed erano sempre persone presenti nel nostro quotidiano. Oggi, invece, in un giorno chattiamo con decine di persone che non abbiamo mai visto in carne e ossa. Seppur chiusi in una stanza non siamo mai soli.

Eppure mi chiedo cosa se non un profondo senso di solitudine ci porta a interagire con chiunque e ad avere sempre bisogno di una finestra virtuale spalancata sul mondo?

L’incomunicabilità umana è uno dei temi portanti nella letteratura del novecento, basti pensare al profetico Gli indifferenti, capolavoro di Alberto Moravia pubblicato nel 1929 e che tutt’oggi, a un secolo di distanza, è ancora tremendamente attuale. Nella scrittura di Kafka l’incomunicabilità non mette radici solo in ambito famigliare, ma nel tessuto sociale: l’uomo come elemento invisibile in un mondo sempre più veloce, burocratico, meccanico, gelido.

Oggi, con il crescere delle tecnologie, si ha l’illusione di aver vinto la solitudine. Abbiamo sempre qualcuno con cui parlare, sempre una platea a cui mostrarci. Nonostante ciò basterebbe osservare una fra le tante cene di una qualsiasi famiglia per ritrovarsi davanti la stessa dinamica famigliare mostrata nel l’opera di Moravia: silenzio e indifferenza. La sola voce è quella del televisore accesso; i soli sguardi sono quelli rivolti a uno smartphone. Non parliamo più, proviamo quasi fastidio a stare insieme, spesso più il legame è intimo più in noi cresce l’imbarazzo, come se il concetto di comunicazione fosse ormai limitato a svolgersi nascosti dietro uno schermo. Tuttavia non riusciamo a fare a meno delle persone. Relazioni di ogni tipo vengono trascinate avanti persino quando l’incomunicabilità si tramuta in fastidio, poi in livore, infine in odio. Continua a leggere Sempre vicini, ma sempre soli. L’incomunicabilità mostrata da Simenon.

Scrivere significa scavare nel pozzo delle proprie inquietudini

In un precedente articolo ho già parlato di Edgar Allan Poe, autore nato a Boston il 19 gennaio 1809 e morto a Baltimora il 7 ottobre 1849. Come potrete leggere nell’altro articolo, in cui è riportato il suo meraviglioso racconto La maschera della morte rossa, Poe non ha avuto vita facile sotto nessun aspetto. Morto giovane in preda al delirio e senza aver mai raggiunto il meritato successo, è oggi definito l’indiscusso maestro del terrore. Un genio della letteratura. Uno scrittore capace di portare ai limiti estremi l’angoscia umana.

Poe non usa mostri, lupi mannari o vampiri per terrorizzare il lettore, no, lui fa qualcosa di più: le sue pagine sono specchi in cui il lettore ci si riflette, incapace di sfuggire dalle proprie paure più intime. È nel deliro umano che Poe ci porta con le sue storie, negli incubi che accomunano gli uomini, nelle paure più ataviche che da sempre ci tengono svegli.

Non consiste forse in questo la vera arte di uno scrittore? Condurre il lettore in un vortice, spesso soffocante. Portare il lettore al limite massimo dei conflitti interiori dei personaggi di cui legge, scendere assieme a loro nel baratro, condividere le loro paure. Continua a leggere Scrivere significa scavare nel pozzo delle proprie inquietudini

Progetto editoriale: La finestra chiusa

IV

Oggi  

Fermo fuori la mia stanza, la fotografia della mia infanzia in mano, fissavo la porta della cucina. Adesso a malapena si udiva il rumore del televisore acceso, al suo posto mi sembrava di sentire le grida di mio padre e le urla di mia madre trent’anni fa.

«Io prendo a quello e me ne vado.»

Rino mi fissava con odio ogni volta che nostra madre urlava quella frase. Quello ero io, lui lo sapeva, e temevo che se mamma mi avesse davvero portato via, lasciando mio fratello lì con Onofrio, lui mi avrebbe ucciso.

Perché mamma voleva portare me e non lui via da Onofrio?

Nel tempo mia madre aveva smesso di minacciare di andare via con me, minacciava di andarsene e basta, poi neppure più quello, rassegnata a restare lì, schiava di Onofrio e di noi figli.

Feci per uscire di casa, ma la porta socchiusa dello sgabuzzino attirò la mia attenzione, al di là di essa udivo il buio sussurrare il mio nome.

Da bambino non la lasciavo mai aperta, perché Rino mi aveva detto che li c’erano i fantasmi, e quando l’aprii pensai che forse mio fratello aveva ragione. Fra scaffalature di ferro piene di carabattole vidi i vecchi attrezzi da lavoro di mio padre, in un angolo erano ammassate alcune cornici scrostate, fra cui una che aveva contenuto una tela di Arturo Grassi, venduta da mio padre dopo il fallimento della fabbrica, ridotta a un buco dove c’erano solo lui e mia madre.

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Progetto editoriale: Piciul

XII

Blanca dormiva nel letto di Piciul, come quando era bambina. Lui sedeva accanto a lei, non osava neppure guardarla, quasi avesse paura di violare l’intimità di quella figura esile, pallida, delicata: un simulacro di verginità.

Ne spiò appena le forme da sotto le coperte, la curva dei fianchi, un piede nudo che penzolava nel vuoto.

Distolse subito lo sguardo. Il cuore gli batteva forte, non sapeva nemmeno dare un nome a ciò che provava, avvertiva la pelle bruciare, sotto di essa si muovevano milioni di invisibili insetti.

Dalla cucina proveniva il profumo della camomilla preparata da sua madre. Di tanto in tanto si udivano colpi di tosse, quasi grattassero contro la porta della stanza.

Mosse appena la mano verso Blanca per accarezzarla, ma si fermò, non ci riusciva.

Da piccoli dormivano sempre abbracciati, in quello stesso letto, ma adesso stare lì con lei, in quell’intimità assoluta, travolto dal suo profumo, così vicino alla sua pelle, gli faceva paura, tutto era così diverso da quando erano bambini.

«Horia, io e te staremo sempre insieme, vero?»

«Ma certo che sì! Che lo chiedi a fare?»

«Così…»

I passi e i colpi di tosse di sua madre lo fecero sobbalzare, quasi denti affilati gli avessero sfiorato il collo.

La vide entrare a passo lento, in mano un vassoio e su di esso una camomilla.

«Dorme ancora?»

«Sì…»

Ada lasciò la camomilla sul comodino, accarezzò Blanca e sorrise, poi si rivolse a Piciul.

«Andiamo di là» gli disse a bassa voce. Continua a leggere Progetto editoriale: Piciul

Progetto editoriale: In cerca della Morte

XVI  

Camminavamo su petali di rosa, attorno a noi arcate dorate da cui ondeggiavano nell’aria profumata di gelsomino drappi di velluto. I Righeira, imbalsamati, suonavano e cantavano sorridenti in una teca di cristallo. Ovunque decine di Akim, completamente nudi, si lavavano la schiena a vicenda.

«Si plepalano pel glande lito…» sussurrò il temerario Akim, facendoci strada fra pile di suoi cloni, mentre su di noi piovevano petali profumati.

Io e l’ingenuo Bambi, sbigottiti, ci fermammo sull’uscio di un’altra sala, mentre Jesus sembrava solo trattenere una scorreggia.

Carne! Ovunque carne. Una matassa di carne palpitante, ansante, ululante. Non si vedevano che gambe, braccia e teste intrecciarsi in un groviglio carnoso, molliccio, sudaticcio, fremente. Il pavimento colmo di cuscini ne era invaso: impossibile camminare senza sprofondarci, senza essere risucchiati da quei corpicini nudi che si avvinghiavano fra loro, afferrandosi, scavalcandosi, penetrandosi, leccandosi: un gomitolo di carne e di secrezioni che non avremmo mai potuto sciogliere.

Mi vennero le vertigini, mi sentivo male. Temevo di perdere l’equilibrio e di cadere in quel turbinio ansante, di venirne ingerito.

Bambi invece adesso sembrava più tranquillo, addirittura empatico con lo scenario che gli si parava davanti. Mi parve anche di vederlo tastarsi il pistolino.

«Lolo stale plegando. Voi fale piano…» sussurrò l’audace Akim, facendoci ancora cenno di seguirlo.

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