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leggere può cambiare il mondo

Come denunciato più volte, il nostro è un tempo in cui i lettori di narrativa, quelli veri, famelici, sono una minoranza. Si legge poco e spesso male, complice non solo il ritmo frenetico della vita, ma soprattutto l’evolversi della tecnologia.

Una volta scrissi a un’amica: «Un tempo in bagno leggevamo un libro, oggi fissiamo il cellulare.» Una frase ironica ma che fa pensare: quanti di noi nei momenti liberi aprono un libro anziché fissare il display dello smartphone?

Quando lavoravo in un call center avevo quindici minuti di pausa ogni due ore, tempo che usavo per leggere, mentre attorno a me vedevo persone vagare nel cortile fissando il cellulare. Due ore in gabbia, al telefono, e durante quindici minuti di pausa cosa facevano? Fissavamo inebetiti il cellulare.

Non è il tempo che manca, no, ma la voglia: voglia spesso lesa dalla facilità di distrazioni che ci viene fornita, quasi come a un criceto in gabbia viene data una ruota in cui girare.

In media in un’ora si potrebbero leggere trenta o cinque pagine di un libro, invece sprechiamo ore a fissare lo schermo di un cellulare, a guardare pessime serie TV o a chattare con gente di cui ci interessa ben poco.

È una diseducazione al piacere della lettura, ecco cosa. Una continua, costante lobotomizzatone che assopisce la fantasia e non solo, perché, cosa più grave, atrofizza la curiosità.

Di questo passo nasceranno nuove generazioni colme di giovani del tutto disincantati, privi di sogni e di nobili ambizioni: solo materia organica controllabile, come già stiamo vedendo. Continua a leggere leggere può cambiare il mondo

l’importanza di tornare alla vera letteratura

Più volte quando si parla di Italo Calvino sento persone dire: «È un autore pesante, troppo complicato». Beh, a dirlo sono solitamente quelli che non hanno mai letto niente di lui.

Il pregiudizio che uno scrittore letterato, accademico, sia noioso, cencioso e complesso è ciò che allontana molte persone dai classici o dalla letteratura matura, come quella di Calvino. Abbiamo già visto con Pontiggia, grande maestro della letteratura al pari di Calvino, come il registro di un letterato possa essere sì alto, talvolta, ma utilizzato con una tale maestria da risultare scorrevole e appassionante.

La lingua italiana è ricca di forme verbali meravigliose, stupendi aggettivi e potenti avverbi. Certo, per un periodo è andata di moda la regola: morte agli avverbi e agli aggettivi; regola nata a seguito di tante pessime traduzioni anglosassone, nonché di autori di certo meno abili di Calvino che, per cercare di rendere affascinante la propria scrittura, si aggrappavano ad aggettivi e avverbi anziché limitarsi a narrare una storia. Ed è proprio narrare storie che fa Calvino, e lo fa utilizzando pienamente la lingua italiana, senza però mai apparire affabulatorio o altezzoso, anzi, la sua sintesi è perfetta, una scrittura asciutta, necessaria, in cui ogni singola frase è pesata. I racconti di Calvino dimostrano tutta la sua potenza autoriale, perché solo un vero maestro può rendere in poche pagine, trattando argomenti semplici e con personaggi ordinari, un’azione drammaturgica talmente definita da restare impressa nella mente. Continua a leggere l’importanza di tornare alla vera letteratura

La grandezza della lingua italiana

Sembra che nella narrativa contemporanea stia sparendo sempre di più la bellezza della lingua italiana, la sua complessità fatta di architetture verbali, meravigliosi aggettivi e avverbi.

Per un po’, soprattutto grazie a pessime traduzioni di autori statunitensi, gli autori italiani sono stati lapidati per un eccessivo utilizzo di aggettivi e avverbi, quasi essi fossero da debellare dalla lingua italiana.

È vero, verissimo, che spesso scrittori inesperti utilizzano molti aggettivi per affascinare e compensare una carenza di azione narrativa, ma è da condannare un simile utilizzo, non certo il corretto uso di componenti indispensabili della nostra lingua.

Fortunatamente questo fenomeno sta sfumando, anche se negli ultimi anni si parla tanto di un termine anglosassone: Show, don’t tell: “Mostra, non raccontare”, preso alla lettera da scrittori inesperti, così come il fatto che sia sbagliato utilizzare aggettivi e avverbi: tutto ciò a discapito della poetica narrativa, particolarmente ricca nella letteratura italiana.

Quando sento dibattere sull’utilizzo dello Show, don’t tell, mi sembra di assistere a persone che si stupiscono nel vedere una pentola d’acqua calda: primitivi che si sbalordiscono nel vedere il fuoco.

Il concetto di mostrare anziché dire esiste da sempre, dai tempi del narratore onnisciente. Le azioni di Don Chisciotte noi le vediamo in atto, le viviamo con lui; così come la decaduta di Fantine nel capolavoro di Hugo, I Miserabili, o la meravigliosa entrata in scena della piccola Cosette che va a prendere l’acqua al fiume, di notte e in pieno inverno.

Da sempre gli scrittori di narrativa sanno che raccontare una storia significa mostrare, ma questo non preclude il narrare: ci sono cose da mostrare e cose da narrare, e spesso nella narrazione si eleva la voce poetica di un autore, mentre nel mostrare una scena si esalta l’azione drammaturgica.

Un romanzo, o anche un racconto, è composto in prevalenza da sommari e scene, è ridicolo pensare un testo fatto di sola azione scenica, sarebbe una sceneggiatura, non un testo di narrativa. Infatti, il termine Show, don’t tell è una vera bibbia per gli sceneggiatori, ed è giusto che sia così, perché il linguaggio cinematografico è tutto composto da immagini; mentre il linguaggio narrativo ha come compito l’usare pienamente le parole scritte, la lingua del narratore, il suo complesso mondo interiore.

In Italia, autori come Calvino o Pontiggia sono stati dei veri cultori della lingua italiana. I loro scritti sono pieni di azioni vissute, ciononostante la loro narrativa trova compimento nell’utilizzo magistrale della lingua italiana: utilizzo impossibile senza giocare con verbi, avverbi e aggettivi, o mostrando solamente le azioni, come impone lo Show, don’t tell. Continua a leggere La grandezza della lingua italiana

Scrivere per immortalare qualcosa di importante

Una delle più grandi difficoltà in narrativa è scrivere storie che trattino il tema della disabilità fisica e/o mentale.

Potrebbe sembrare una cosa sciocca, siccome oggigiorno molti scrivono di questo tema, ma nel più dei casi i risultati ottenuti confermano ciò che ho appena scritto.

Quando si scrive una storia in cui sono presente personaggi disabili, o in cui addirittura la disabilità è il tema portante della storia, si rischia sempre di cadere in due tranelli: il pietismo, oppure l’autocelebrazione.

Di norma nel primo tranello ci cade chi non ha mai fatto esperienza diretta (non intendo per forza sulla propria pelle) di ciò che vive una persona disabile. L’autore tende a voler raccontare a tutti i costi un dramma e, non conoscendolo, cade in un melodramma che può risultare asfissiante e addirittura patetico, come nel caso di molti show televisivi che fingono di trattare il tema della disabilità.

Nel secondo tranello, invece, è solito caderci chi ha vissuto o vive da vicino il problema della disabilità. Troppo coinvolti emotivamente, questi scrittori non riescono a distaccarsi dall’autobiografia, esaltando talvolta il dolore, altre volte un sentimentalismo che risulta fasullo, esagerato quanto il dolore dichiarato di una situazione sì infelice, sì forte, ma che è vissuta comunque in un contesto quotidiano.

In ambedue i casi si tende a esagerare, a ingigantire ogni aspetto che ruota attorno alla disabilità di un individuo, e questo crea storie fasulle, stucchevoli, piatte, talvolta persino denigranti per chi vive sul proprio corpo, o da molto vicino, il problema della disabilità. Continua a leggere Scrivere per immortalare qualcosa di importante

Omar di monopoli: saper narrare di un territorio e di una cultura senza cadere nei cliché

Una delle grandi difficoltà del nostro tempo è narrare l’Italia meridionale senza cadere nei cliché.

Da napoletano ne ho viste di tutti i colori: la pizza, il sole, il mandolino; il napoletano sempre spensierato e gioviale; il napoletano sfaticato ma simpatico; il boss, il ladruncolo, il parcheggiatore abusivo e le bigotte pettegole.

Certo, anche queste cose fanno parte di Napoli, ma una città, un popolo, è ricco di sfumature: ci vuole ben altro che un cliché per identificare una voce, un luogo.

Oggi questa piaga non è solo presente, ma sembra voluta, ricercata, una moda. Autori affermatissimi che scrivono luoghi comuni sulla cordialità napoletana, altri che usano frasi fatte per descrivere la bellezza del popolo napoletano (a mio dire una forma orrenda di razzismo), altri ancora scrivono di commissari che divorano sfogliatelle e pizze come non ci fosse un domani; e questo per non parlare dei camorristi dalla barba lunga e con un frasario fra volgare e film di Spike Lee.

Tutto ciò a me non sembra letteratura, ma qualunquismo. E se l’appartenenza a una determinata regione si può narrare solo con questi luoghi comuni, allora ben vengano i palazzoni di Milano, immagine molto più diretta pur essendo a sua volta un cliché.

Si sente la mancanza di autori come Starnone, Rea, Franchini o Montesano (e molti altri), capaci di narrare l’appartenenza a una terra senza cadere nel banale, nel ridicolo.

Lo stesso problema, ahimè, è vissuto da scrittori originari di regioni al di sotto della capitale campana, o che scrivono di esse. Continua a leggere Omar di monopoli: saper narrare di un territorio e di una cultura senza cadere nei cliché

Il bisogno intimo di raccontare una storia

È curioso vedere come negli ultimi anni il panorama editoriale italiano sia pieno di romanzi autobiografici, basti pensare a molti dei libri finalisti nelle ultime edizioni del Premio Strega, fra cui, esempio eclatante, La più amata, scritto da Teresa Ciabatti, libro in cui l’autrice non cela neanche minimamente la natura autobiografica del testo, e lo si capisce anche dall’incipit: Mi chiamo Teresa Ciabatti, ho quattro anni, e sono la figlia, la gioia, l’orgoglio, l’amore del Professore.” Il Professore è Lorenzo Ciabatti, primario dell’ospedale di Orbetello.

Alla luce di un simile incipit viene da chiedersi dove sia finita la creatività e la voglia di inventare storie e personaggi, e se gli scrittori di oggi non siano solo vittime di un malsano egocentrismo che li pone al centro del testo.

Non possiamo scrivere se non partendo da ciò di cui abbiamo fatto esperienza, è vero, ed è altrettanto vero che le opere più belle racchiudono le profonde inquietudini di chi le ha scritte, così da dar vita a quello che Julio Cortázar definiva Il nucleo atomico di una storia; ma da sempre un autore trasfigura le proprie emozioni e se stesso in personaggi e storie, mette se stesso a servizio della pagina, e non al centro di essa. Basti pensare a Kafka. In opere come La metamorfosi, La tana o Il digiunatore sono ben evidenti le inquietudini personali dell’autore, eppure camuffate, trasfigurate. Ecco perché riescono ad angosciare chiunque, perché Kafka ha saputo, come tanti altri maestri della letteratura, donare al lettore ciò che è suo senza tenerlo per sé, rendendolo universale, diversamente da altri che preferiscono usare un libro solo per autocelebrare se stessi o innalzarsi su figure famigliari che hanno fatto loro del male. Continua a leggere Il bisogno intimo di raccontare una storia

Un maestro della letteratura italiana

Spesso, purtroppo troppo spesso, si incontrano persone che reputano scrittori come Stephen King o J. K. Rowling icone della letteratura moderna. Con tutto il rispetto per questi due grandissimi autori, trovo triste che aspiranti scrittori italiani non abbiamo come riferimento, e spesso neanche conoscono, dei veri maestri della letteratura italiana: uomini che hanno dato la vita non solo alla scrittura, ma alla lettura.

Ogni volta che uno scrittore mi dice di non conoscere Giuseppe Pontiggia ho una fitta al cuore, perché ogni autore italiano dovrebbe avere come modello questo scrittore, critico, saggista e meraviglioso intellettuale. Continua a leggere Un maestro della letteratura italiana

L’avventura di due sposi

Una delle cose più belle mai scritte, ovviamente una creazione di Italo Calvino.
Non ha bisogno di commenti.

L’operaio Arturo Massolari faceva il turno della notte, quello che finisce alle sei. Per rincasare aveva un lungo tragitto, che compiva in bicicletta nella bella stagione, in tram nei mesi piovosi e invernali. Arrivava a casa tra le sei e tre quarti e le sette, cioè alle volte un po’ prima alle volte un po’ dopo che suonasse la sveglia della moglie, Elide.
Spesso i due rumori: il suono della sveglia e il passo di lui che entrava si sovrapponevano nella mente di Elide, raggiungendola in fondo al sonno, il sonno compatto della mattina presto che lei cercava di spremere ancora per qualche secondo col viso affondato nel guanciale. Poi si tirava su dal letto di strappo e già infilava le braccia alla cieca nella vestaglia, coi capelli sugli occhi. Gli appariva così, in cucina, dove Arturo stava tirando fuori i recipienti vuoti dalla borsa che si portava con sé sul lavoro: il portavivande, il termos, e li posava sull’acquaio. Aveva già acceso il fornello e aveva messo su il caffè. Appena lui la guardava, a Elide veniva da passarsi una mano sui capelli, da spalancare a forza gli occhi, come se ogni volta si vergognasse un po’ di questa prima immagine che il marito aveva di lei entrando in casa, sempre così in disordine, con la faccia mezz’addormentata. Quando due hanno dormito insieme è un’altra cosa, ci si ritrova al mattino a riaffiorare entrambi dallo stesso sonno, si è pari. Continua a leggere L’avventura di due sposi