comici alle nazioni unite? no grazie, non in editoria

Negli ultimi anni qui in Italia in ambito editoriale, se così si può definire, ha preso piede in modo esponenziale la figura chiamata editor: ossia il curatore editoriale, una professione da sempre esistita ma oggi, forse grazie al termine figo d’oltreoceano, pari a qualcosa di mistico.

A memoria credo che da circa sette anni questo termine sia sulla bocca di tutti, sciupato, abusato, deformato, proprio come succede a ogni cosa diffusa in modo approssimativo nel grande calderone del web, dove tutti possono attingere prendendo solo il necessario senza scavare mai all’origine di ogni nozione.

Sembrerà strano ma la figura del curatore editoriale è sempre esistita qui in Italia, dai tempi della fondazione di case editrici storiche quali Mondadori, Feltrinelli, Einaudi e molte altre: il tempo in cui editoria e letteratura ancora camminavano a braccetto.

Nel tempo questa figura, inizialmente inquadrabile come il redattore, si è sviluppata e definita, ha acquisito ruoli sempre più specifici, così da aiutare a velocizzare, senza ledere in qualità, la produzione di un libro. Ma parliamo di un tempo in cui fondatori, soci e collaboratori delle varie realtà editoriali erano quasi tutti intellettuali: termine oggi appioppato a chiunque spari luoghi comuni in televisione. In particolare gli anni successivi alla seconda guerra mondiale furono floridi di cambiamenti, per quanto difficili, per il panorama editoriale italiano: gli anni di GianGiacomo Feltrinelli, vero pioniere dell’editoria, uomo coraggioso che ha osato portare a noi capolavori quali Il dottor Zivago e Il Gattopardo, opere in cui nessuno credeva.

Tutto questo solo per definire il valore che allora veniva dato ai libri, all’editoria e dunque al lavoro svolto dal curatore editoriale, figura spesso ricoperta da celebri scrittori, critici raffinati e zelanti studiosi.

Italo Calvino, maestro indiscusso della letteratura italiana, è stato uno dei più grandi curatori editoriali per Giulio Einaudi, e conosciamo tutti il peso letterario di Calvino, la sua attività non solo autoriale, ma intellettuale, che ha aiutato lo sviluppo culturale in Italia.

Diceva di sé Calvino:

Il massimo del tempo della mia vita l’ho dedicato ai libri degli altri, non ai miei. Ne sono contento, perché l’editoria è una cosa importante nell’Italia in cui viviamo e l’aver lavorato in un ambiente editoriale che è stato di modello per il resto dell’editoria italiana, non è cosa da poco.

Parole che oggi potrebbero essere celebrative, ampollose, magari utili da dire in qualche Talk Show. Eppure quanto avremmo bisogno oggi di queste parole, di riscoprire questo pensiero, farlo nostro, e lavorare alla creazione di libri belli, sia come scrittori che come addetti ai lavori.

Utilissimi consigli di Italo Calvino li troviamo nel suo libro Lezioni americane, perle che mostrano non solo quale sia la radice del lavoro svolto da un curatore editoriale insieme a uno scrittore, ma quello che dovrebbe essere il vero spirito di un letterato.

1 – LEGGEREZZA

Siate leggeri. Elevate il vostro pensiero e la vostra produzione alla profonda e pensosa lievità delle menti illuminate. Tentate. Con precisione e determinazione, melanconia e humor, allontanandovi da vaghezza e abbandono al caso. Attraverso l’alleggerimento del linguaggio, nell’astrazione del vostro ragionamento e con la costruzione di immagini figurali dal prezioso valore emblematico.

2 – RAPIDITÀ

Giocate con il ritmo, tenete in buon conto il tempo del vostro discorrere: il tempo della letteratura non ha traguardi da raggiungere o scadenze da rispettare, è una ricchezza con cui trattare, con distacco e agio.

Scrivere è seguire due tipologie di tempo: il tempo di VULCANO, un tempo che forgia la materia, dedito alla concentrazione costruttiva, alla FOCALITÀ e alla cura dei suoi passaggi; il tempo di MERCURIO, un tempo alato e leggiadro, di partecipazione al mondo intorno a noi, un tempo dedicato alla SINTONIA e all’immediatezza.

3 – ESATTEZZA

Cercate l’esattezza, fatelo seguendo tre direzioni importanti: lavorate a un disegno complessivo ben definito e calcolato; evocate immagini visuali nitide, incisive e memorabili; lavorate su un linguaggio il più preciso possibile, sia a livello di lessico, sia a livello di resa delle sfumature di pensiero.

L’opera letteraria è un piccolissimo ambito in cui l’esistente si cristallizza in una forma, il senso che ne nasce è magicamente mobile, non irrigidito in una fissità minerale ma vivente come un organismo. Cercate di rendere l’aspetto sensibile delle cose, fatelo con la massima precisione possibile, rispettando sempre ciò che queste cose comunicano senza parole.

4 – VISIBILITÀ

Mettete a fuoco visioni a occhi chiusi, pensate per immagini, coltivate con cura la parte visuale della vostra immaginazione. Questa è la naturale spinta verso il racconto poi, però, sarà sempre e solo la scrittura a guidarlo nella direzione più felice: l’espressione verbale scorre senza ostacoli e l’immaginazione visuale la segue di pochi ma essenziali passi.

Pagine di segni allineati fitti fitti come granelli di sabbia rappresentano lo spettacolo variopinto del mondo in una superficie sempre uguale e sempre diversa, come le dune spinte dal vento nel deserto.

5 –  MOLTEPLICITÀ

La letteratura vive solo se si pone degli obiettivi smisurati, anche al di là d’ogni possibilità di realizzazione.

Ora capirete quanto ci sia di vero, rivoluzionario e semplice in questo assunto. Siete assolutamente autorizzati a sostituire la parola “letteratura” con la vostra passione più pulsante, quella a cui vi sentite votati per la vita. Ce lo dice anche uno dei più grandi scrittori del nostro tempo: la realizzazione di grandi risultati passa attraverso ambizione, preparazione e coraggio. Il risultato è una conseguenza, non il mezzo.

6 – COERENZA

Esiste una molteplicità anche esterna al romanzo. Un prima e un dopo. Un mondo che procede comunque. Sopra, sotto, di fianco. L’opera letteraria deve sempre tenerne conto: è decisivo il modo in cui la particolarità che essa rappresenta si collegherà alla molteplicità dell’esistente o del possibile. Cercate di ricordarvelo sempre.

Questa parentesi serve a mostrare agli scrittori, o aspiranti tali, come dovrebbe lavorare un curatore editoriale. Non si tratta di correggere errori, refusi, o di riscrivere il testo al posto dell’autore, ma di aiutarlo a far fiorire il proprio libro o ciò che voleva dire, senza esserci però riuscito. Un editor affianca il percorso di un autore, ci parla, ci discute, lo mette in discussione senza mai essere scortese, lo aiuta a trovare soluzioni e non lo denigra mai, per quanto siano terribili o palesi i suoi errori.

Noi scrittori non vediamo mai da soli gli errori presenti nella nostra scrittura, alcune volte siamo gelosi delle cose scritte, ci affezioniamo, ci calcifichiamo in un preciso stile non sempre capace di rendere pienamente quello che volevamo mostrare.

Un editor serve proprio ad aiutarci a vedere queste falle, ma anche a mostrarci lì dove abbiamo fatto bene, così da aiutarci a maturare e ad esprimere pienamente le nostre presunte potenzialità.

Un editor si concentra inizialmente sul Macro e Micro editing, ovvero si addentra assieme allo scrittore nel complesso della trama e dei personaggi, sull’evolversi delle vicende, sulla coerenza narrativa; lavora prima sull’insieme della storia, poi su ogni capitolo, finanche su ogni singola scena.

È un lavoro che prevede molte letture sia da parte dell’editor che dello scrittore, spesso comporta variazioni significative, un cambio di rotta, riscritture su riscritture.

Alcune volte si capisce persino che l’opera non è ancora scritta, non pronta per la fase di editing.

Conosco un’autrice che, sotto mio consiglio, ha iniziato a riscrivere da zero un romanzo che le sembrava finito, perché resasi conto che la storia non la convinceva semplicemente perché non era la storia che voleva raccontare.

Questa è la collaborazione fra editor e autore.

Solo dopo aver lavorato sulla struttura della storia si passa al Line e Copy editing, ossia un lavoro sullo stile, sulla voce (lì dove c’è una voce), sulle imperfezioni e sulle incoerenze non della trama, ma dei fatti o anche solo di registro linguistico.

Oggigiorno per molti fare editing significa limitarsi a un Line e Copy editing, spesso lavorando solo su fogli digitali, mai sul cartaceo, cosa che dovremmo imparare a fare tutti, scrittori e addetti ai lavori, riprendendo i maniacali insegnamenti di Balzac e Flaubert.

E qui torniamo al punto chiave di questo articolo: cos’è oggi un editor?

Partiamo da cosa dovrebbe essere un editor, per capire cosa manca oggi a molti editor.

Un editor, prima di tutto, dovrebbe essere un forte lettore. Una persona amante della letteratura. Un individuo che conosce i classici, le lezioni dei maestri di scrittura e ogni genere letterario.

Un editor dovrebbe avere una laurea in studi umanistici, magari un master, e aver studiato (nonostante il pessimo panorama scolastico italiano) le tecniche di narratologia.

Ma non tutti abbiamo fatto a suo tempo le scelte giuste, no? Non tutti abbiamo una laurea in lettere, né chi ha una laurea in lettere è per forza un lettore forte (ne conosco tanti che non hanno mai letto neppure I miserabili) o conosce le tecniche di narrazione.

Esistono, infatti, coloro che si sono formati sul campo. Gente che ha fatto stage in casa editrice, la cosiddetta gavetta: termine oggi odiato e reputato desueto, nell’epoca in cui si vuole tutto e subito; persone che hanno appreso col duro lavoro il mestiere del collaboratore editoriale, iniziando magari dapprima come lettori, poi correttori di bozze, infine come editor: facendo di tutto e di più e formandosi a tutto tondo.

Altro modo per formarsi lo si trova nelle scuole di scrittura creativa o tramite corsi esterni a quelli scolastici, siano essi tenuti in luoghi fisici oppure online.

Purtroppo, come già detto, il panorama universitario italiano non è dei migliori, zeppo di docenti pigri e alunni svogliati. Le università sembrano un luogo in cui parcheggiare per posticipare l’ingresso nel mondo lavorativo, e una laurea si tramuta solo in un pezzo di carta o in un titolo per darsi un tono.

A tal motivo sono nate le scuole di scrittura, perché qui in Italia, patria di letterati, le tecniche di narrazione non sono più insegnate in ambito scolastico.

Ma bisogna scegliere con cura le scuole in cui formarsi, e farlo a partire da chi sono i docenti.

Ultima strada è una formazione sul campo artistico, ma qui bisogna essere molto attenti a come ci si forma e con chi lo si fa.

Conosco autrici che hanno pubblicato dei romanzi rosa con Newton e Rizzoli, nel momento in cui il rosa andava di moda, e poi sono tornate al Self Publishing e alla loro “carriera” di Bloggers, per poi offrire servizi editoriali, come se bastasse aver pubblicato un libro per essere editor.

Li vediamo poi i disastri che combinano: editing offerti a due euro a cartella – o anche meno – e che tutto sono fuorché editing.

Ma ci sono anche persone che hanno avuto modo di lavorare con grandi scrittori, redattori e curatori editoriali di quelli veri, famosi; persone che hanno fatto tesoro degli insegnamenti ricevuti sulla propria pelle, come il caso di un mio caro amico, autore Tunué.

In ogni caso, come per qualsiasi lavoro, per offrire servizi editoriali sono necessarie competenze: abilità certificate e che l’autore ha il diritto (e il dovere) di chiedere.

Non ci si improvvisa medici o ingegneri nucleari, no? Non vedo perché ci si debba improvvisare addetti ai lavori in ambito editoriale.

Perché fa figo e si crede sia una cosa alla portata di tutti?

Alberto Rollo disse: “Bisogna avvicinarsi alla scrittura con la stessa responsabilità di un chirurgo”, un concetto che amo e ho sposato, ma aggiungerei che tale dedizione è necessaria anche, forse soprattutto, quando si lavora al testo di un altro scrittore.

Ma termini come dedizione, responsabilità, sacrificio e studio oggi sembrano passati di moda; ecco perché l’editor sembra essere diventato il mestiere attualmente più in voga, alla portata di tutti, perché basta conoscere un po’ di grammatica, magari un tantinello di sintassi e, cosa fondamentale, avere una connessione internet, del tempo, e magari un altro guadagno.

Dai tempi del prestorico MySpace (una sorta di blog messo a disposizione da MSN, di certo non noto ai giovanissimi) il web, prima con i lentissimi modem a 54K, poi con le prime connessioni adsl, ha dato modo a molti, a tanti, di creare un proprio mondo virtuale in cui farsi conoscere, condividere pensieri ed emozioni: una cosa buona, piacevole, ma se usata con criterio.

Questo fenomeno, però, ha fatto credere a molti che avere un blog fosse al pari di essere una star, e chi di dover non ha tardato a lucrare su questo aspetto: il bisogno primordiale dell’essere umano di sentirsi importante, speciale, al centro del mondo.

Da qui i Social Network e l’espansione di internet, ormai unico e solo vero mondo che ha soppiantato quello reale.

Abbiamo già detto precedentemente, in diversi articoli, quanto questo fenomeno abbia incentivato la nascita di provetti scrittori; per dipingere ci vuole (o ci voleva) un talento visibile al pubblico, così come per scolpire, ancor più per costruire un edificio o una chiesa; per scrivere, almeno per molti, basta un computer e una connessione internet. Scrivere è diventata l’illusoria strada per raggiungere facilmente il successo: illusione alimentata dai vari prodotti commerciali nati negli ultimi decenni e che mai, dico mai, avrebbero trovato spazio nell’era di Calvino: epoca dalla quale sono trascorsi appena pochi decenni.

Il mondo editoriale non ha tardato ad adeguarsi, vedendo in queste star da social network un potenziale guadagno, senza curarsi del danno culturale che stanno perpetrando.

Una grandissima editor e redattrice di una storica casa editrice disse: «Noi pubblichiamo molta narrativa di intrattenimento per pubblicare anche letteratura di alta qualità»; oggi questa dinamica sembra essere sparita. I soli libri di qualità sono spesso bistrattati e sconosciuti da molti. Vengono mandati avanti ciarlatani, ragazzini, Influencer, Youtuber e tutta gente che nulla ha a che fare con la letteratura.

Si dice che i tempi cambino, ma io mi chiedo: stanno cambiando in meglio?

Non è diffusa più la cultura, la letteratura appare come un ricordo lontano, editori pionieri come GianGiacomo Feltrinelli sono ormai (quasi) storia.

In questo caos sono sorte come pidocchi minuscole realtà editoriali in cui non esiste cura alcuna di un testo, anche se gli editori, spesso ricoprendo ogni ruolo in casa editrice (uno spazio web o al massimo casa loro), dicono il contrario.

Ovviamente non generalizzo, ne conosco di ottime, ma dico questo per far presente come da una parte l’editoria sia diventata solo, prettamente un business, e dall’altra sia apparsa una calca di persone senza arte né parte che cercano il proprio riscatto come scrittori o addetti ai lavori, senza però prendersi la briga di formarsi per l’agognata carriera da intraprendere.  

Basta appunto una connessione web, magari un blog, probabilmente quattro informazioni prese da Wikipedia.

In fondo tutti possono tutto, no? È lo slogan televisivo che ci bombarda da anni, l’ideale della nostra classe politica, l’illusione che basti qualche foto su di un Social Network per essere delle star.

Ma non solo multinazionali come Amazon o prestigiose case editrici hanno trovato il modo di lucrare su questi illusi, né i minuscoli editori che hanno fiutato il nuovo mercato, ma anche gente che magari stava a casa a grattarsi la pancia: gli editor improvvisati.

Ne esistono a centinaia, forse di più. Forti di internet e di scrittori sempre meno formati in ambito narrativo e letterario, vendono servizi senza aver una formazione per farlo, fomentando improvvisazione, pessimi scrittori e, cosa ben più grave, non invogliando le persone a leggere.

Bloggers o simili, spesso più del denaro sono interessanti a lenire la propria frustrazione con una notorietà spicciola, pressoché nulla; una sorta di Influencer dell’editoria, ma privi del loro successo.

La cosa drammatica è che queste persone dànno un’idea del tutto errata agli aspiranti scrittori riguardo a chi è un editor e cosa fa, oltre a truffare persone che, nel bene o e nel male, per motivi giusti o sbagliati, hanno come sola colpa quella di credere in un sogno.

Premesso quanto detto prima su ciò che fa davvero un editor, grazie soprattutto all’esempio di Calvino, vorrei fornirmi alcuni consigli su come smascherare questi impostori.

Come prima cosa un editor, o una persona che si occupa di servizi editoriali, fornisce sempre, e dico sempre, i propri contatti: telefonici, di posta elettronica, PEC e Social.

Un addetto ai lavori Freelance ha quasi certamente un blog o un sito dove potrete verificare le sue competenze: dove si è formato e con chi, a cosa ha partecipato, eventuali autori e antologie curate.

Ricordate sempre: Verba volant, scripta manent.

Inoltre ogni professionista, qualsiasi sia il suo settore, conosce altre persone che svolgono il suo stesso lavoro, no? Dunque chi offre servizi editoriali dovrebbe conoscere editor rinomati e scrittori professionisti, magari averli fra i contatti social.

Se vi dovesse capitare di incontrare un editor che non conosce i maggiori collaboratori editoriali, e non per forza di persona, ma anche solo di nome, seguite il consiglio di Gandalf: «Fuggite, sciocchi!».

Accertatosi di avere a che fare con un professionista vero, formatosi in ambito accademico o privato o sul campo, è lecito chiedere qualche cartella di prova, giusto per capire come lavora la persona in questione e se fra voi due possa nascere una certa empatia.

Ricordate inoltre che un editor è anzitutto un lettore forte. Non mi farei certo operare da un chirurgo che non conosca cosa sia il duodeno o il piloro, così come non mi fiderei di un editor che non abbia letto almeno, e dico almeno, classici quali Madame Bovary o I miserabili.

Queste piccole accortezze potranno salvarvi dal buttare via soldi, e peggio, alimentare un panorama pieno di ciarlatani. Perché abbiamo visto abbondantemente negli ultimi anni quanto sia pericolosa la convinzione che “tutti possono fare tutto”.

Tutti potrebbero far tutto, questo sì, ma nel caso si formassero per farlo.

Dunque voi, in quanto scrittori, formatevi leggendo tanto e bene e studiando le tecniche di narrazione. Non abboccate alle chiacchiere degli editor improvvisati. Ricordate che, nonostante il messaggio fatto passare oggi in qualsiasi ambito, persino in quello editoriale, la letteratura, quella vera, non passerà mai di moda: ecco perché alcuni testi sono definiti Classici della letteratura, e oggi, nell’anno duemila, è raro trovare un libro che possa restare nella storia.
Un perché ci sarà, no?

Non abbiamo bisogno di casi editoriali, ma di letteratura, e scrittori e addetti ai lavori dovrebbero sempre ricordare perché hanno scelto i libri come mestiere.

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