il punto di vista è un patto con il lettore

Oggi voglio parlarvi di un aspetto fondamentale quando si scrive narrativa, e voglio farlo a partire da un film, diversamente dal solito. Non credo sia così strano parlare di tecniche di narrazione portando come esempio un film, in quanto dietro a ogni lavoro cinematografico c’è un lavoro di scrittura, e se un film è buono lo si deve fondamentalmente a un soggetto vincente e a una sceneggiatura ben scritta.

Il film in questione è Rashomon, capolavoro del maestro Akira Kurosawa, tratto dal racconto Nel bosco di Ryūnosuke Akutagawa; un film uscito in Giappone nell’agosto 1950 e mal visto dalla critica locale, ma fortunatamente portato in Italia da Giuliana Stramigioli, docente di italiano presso l’Università degli Studi Stranieri di Tokyo e fondatrice della Italifim, permettendogli di vincere Il Leone d’oro al miglior film e poi, a distanza di pochi mesi, il Premio Oscar come miglior film straniero.

Perché voglio parlarvi di questo film? Per discutere di una delle difficoltà maggiori riscontrata da ogni scrittore: il punto di vista narrante.

Mantenere un punto di vista fedele durante un’intera storia, che sia un racconto o un romanzo, non è mai cosa facile; significa essere presente in ogni personaggio, ma senza invaderli; conoscerli a fondo, farli vivere sulla pagina, pensare e agire sempre a partire da loro e mettendo da parte le proprie ideologie, persino i propri sentimenti.

Come entrare nella mentre di un serial killer, di un pedofilo, di un nazista, se non si è in grado di mettere da parte se stessi?

Purtroppo c’è sempre molta confusione quando si parla di punto di vista, si confonde spesso con il tipo di narrazione o con la sola focalizzazione della narrazione. Ma il punto di vista è molto ma molto di più di qualcosa che si possa imparare su di un manuale.

Sappiamo che esistono tanti modi per narrare una storia: esiste il narratore onnisciente, ormai desueto, capace di sapere tutto di tutti, spesso palesato come l’autore stesso; esiste il narratore interno, ossia il protagonista o un personaggio presente nella storia, che essa sia vissuta nel presente o raccontata al passato, e che si fa testimone dei fatti dicendo solo ciò che sa o che crede di sapere; esiste un narratore esterno, ma non onnisciente, qualcuno che non ha mai vissuto la storia vissuta ma si rende testimone di fatti a lui riportati.

Ci sono tanti modi di raccontare una storia. Posso essere un narratore onnisciente, ossia un narratore esterno che ogni volta focalizza il punto di vista su un singolo personaggio. Posso essere un narratore esterno che usa la terza persona per mostrarci ogni personaggio, scegliendo di usare una focalizzazione esterna o interna. O posso essere un narratore interno presente durante i fatti raccontati, ma che lascia parlare i personaggi da lui visti, dando modo che la loro focalizzazione risulti interna. O ancora può esserci un narratore interno con focalizzazione interna, magari il protagonista che vive in prima persona la vicenda, o la narra; o ancora una narrazione interna in falsa terza in cui ogni personaggio diventa narratore con focalizzazione interna, scambiandosi di scena in scena il testimone.

Esistono molti modi di narrare una storia, e qui li ho illustrati a grandi linee, tralasciandone molti e senza addentrarmi in un aspetto più tecnico della faccenda, perché, a mio dire, si apprende più da ciò che si legge o che si vede anziché da mille manuali simili a istruzioni per montare un mobile IKEA. In ogni caso, qualsiasi sia la voce narrante, qualsiasi sia la focalizzazione scelta, non si può fuggire da una regola ferrea: il punto di vista di ogni personaggio deve essere fedele al personaggio stesso e a chi lo mostra.

Se io fossi un vegano e non mi scandalizzassi entrando in una macelleria, quanto sarei credibile? O se fossi un ex ufficiale delle SS, abituato a non battere ciglio nell’uccidere centinaia di persone, potrei mai restare scioccato nel vedere un uomo ammazzato?

Io Marco, pur non essendo un angelo, resterei disgustato se vedessi un vecchio infilare la mano sotto la gonna di una bambina, ma se dovessi scrivere di un pedofilo, e farlo ponendo al centro il suo punto di vista, dovrei mettere da parte me stesso e cercare di avvicinarmi alla mentalità del mio personaggio; così come se il punto di vista fosse quello della bambina abusata non basterebbe il mio disgusto esterno, ma dovrei cercare di farmi carico dei suoi pensieri, delle sue emozioni, delle sue sensazioni.

Ecco perché è difficile gestire il punto di vista, in quanto non si tratta soltanto di come narrare la storia, da quale angolazione, ma di acquisire e farsi portatore di un modo di pensare, di essere, che potrebbe andare contro ciò che siamo.

Sappiamo che Tolstoj con Anna Karenina desiderava quasi condannare sia il moralismo che le frivolezze della Russia dell’epoca, eppure senza rendersene conto ha creato un personaggio talmente reale che è impossibile non essere dalla parte di Anna, sempre e comunque.

Questo succede quando ci si mette al servizio di un personaggio e si sposa il suo punto di vista, non il proprio.

Un altro esempio lampante lo troviamo nel capolavoro La vegetariana, di Han Kang, romanzo di cui ho recentemente scritto nella rubrica: Consigli di lettura. Nel romanzo della scrittrice sudcoreana la protagonista, Yeong-hye, non esprime mai il proprio punto di vista se non in brevissimi stralci onirici, noi la conosciamo prima dal punto di vista del marito, poi del cognato, poi della sorella, ed è sempre l’idea che ognuno si fa di Yeong-hye che noi vediamo, un particolare raffinatissimo e inquietante che rende la suddetta protagonista uno spettro agli occhi del lettore. Ci si inquieta leggendo La vegetariana proprio perché non capiamo Yeong-hye, perché chi ce ne parla non la capisce, e questo ci spinge a tentare di andare oltre, quasi volessimo squarciare le pagine e tirarne fuori Yeong-hye.

Usare il punto di vista in questo modo, e farlo non dando voce alla protagonista che noi seguiamo, ma a ben tre personaggi che interagiscono con lei, è a dir poco magistrale: si mostra la protagonista in assenza, solo da come la osservano gli altri; sappiamo di lei ciò che ci viene narrato da altri, ma la nostra attenzione è comunque tutta su di lei.

Ma perché ci tengo tanto a parlarvi proprio di Rashomon?

Allora, partiamo dalla trama: in Giappone, nell’era Heian, durante una giornata di forte pioggia un monaco, un boscaiolo e un ladro dai modi squallidi trovano riparo sotto la tettoia di una casa abbandonata e si trovano a discutere di un fatto orrendo visto dal monaco e dal boscaiolo: l’inchiesta per scovare il colpevole che ha ucciso un samurai.

Dapprima vengono chiamati a deporre il boscaiolo, poi il monaco; dopodiché a parlare sono il criminale Tajōmaru, dopo di lui la compagna del samurai assassinato, Masako, e infine lo spettro del morto, ossia Takehiro.

A parte la deposizione del boscaiolo, che dice di aver semplicemente trovato il cadavere di Takehiro nel bosco, e il monaco che conferma di aver visto Masako a cavallo addentrarsi nel bosco insieme a Takehiro, le versioni degli altri tre sono del tutto discordanti.

Il primo a parlare è Tajōmaru, un famoso e brutale criminale da tutti temuto, quasi simile a una bestia.

Tajōmaru, catturato per pura fortuna da un uomo, e trovato in possesso dell’arco e delle frecce del samurai, è ovviamente il vero sospettato del crimine, e lui stesso non nega la propria colpa, anzi, si compiace di se stesso e deride il samurai.

Tajōmaru racconta che tormentato dal caldo riposava sotto un albero nel bosco, quando a un tratto ha visto passare a cavallo Masako scortata da Takehiro. Affascinato dalla donna e desideroso di averla, li ha seguiti, per poi far allontanare il samurai dalla donna raccontandogli di un tesoro nascosto, scortandolo per venderglielo. Una volta lontani, Tajōmaru ha sorpreso il samurai riuscendo a legarlo a un albero, poi con una scusa ha condotto lì Masako e l’ha violentata sotto gli occhi dell’uomo, ma non con poche difficoltà, vista la furia della donna che si è difesa con un coltello. Masako, subita la violenza, ha chiesto a Tajōmaru di lottare con suo marito, perché ella non poteva sopportare di essere stata di un altro uomo: uno dei due doveva morire, e lei sarebbe andata via con il vincitore.

Così Tajōmaru ha intrapreso un duro scontro con il samurai, avversario di cui decanta le qualità durante la deposizione, per poi ucciderlo; ma vinto il combattimento non ha più trovato la donna e allora è andato via con arco, frecce e spada del samurai: spada che ha venduto per pagare il conto di una locanda.

Solo la sfortuna lo ha condotto lì, catturato per colpa di un malessere causatogli dall’acqua infetta del fiume, non certo a causa di una caduta da cavallo, come raccontato dal suo carceriere.

La seconda versione è quella di Masako, la compagna di Takehiro.

La donna conferma in parte la versione di Tajōmaru, dicendo però di essere stata lei a uccidere suo marito, proprio con il pugnale usato per lottare contro Tajōmaru.

Confessa di averlo ucciso perché, una volta violata e andato via Tajōmaru, suo marito l’aveva ripudiata, trattata con freddezza e accusata di essersi data troppo facilmente alla violenza.

Non sopportando una seconda umiliazione, ha ucciso il marito ed è scappata via.

Questa nuova versione apre un nuovo dilemma: dov’è finito il pugnale?

Tajōmaru ha detto di aver ucciso Takehiro con la spada, e poi di averla venduta; mentre Masako ha detto di aver ucciso suo marito con un pugnale, ma nessuna arma è stata trovata con lei

La terza versione è quella dello spettro di Takehiro, e sembra spiegare l’assenza dell’arma.

Takehiro, infatti, narra che la moglie, violata, per difendere il proprio onore ha chiesto a Tajōmaru di ucciderlo, in tal caso sarebbe andata con lui, ma il brigante, terrorizzato dalla perfidia della donna, l’ha abbandonata.
Takehiro dice di aver, seppur con tristezza, ripudiato la donna, poi fuggita via da sola, e che ormai solo si è liberato e ucciso con il pugnale, per poi sentirselo sfilare dal petto durante la morte.

Arrivati a questo punto non sappiamo a chi credere, ma già qui forse qualcuno di voi ha notato una stranezza.

Tutti e tre si addossano la responsabilità del delitto.

Ma torniamo al discorso che ci interessa, ossia il punto di vista.

Chi è Tajōmaru?

Abbiamo detto che è un brigante famoso e temuto, un uomo duro, un animale.

Tajōmaru per tutto il tempo ride della corte. Quando il suo carceriere dice di averlo trovato agonizzante dopo una caduta da cavallo, egli controbatte di non essere affatto caduto, ma di essere stato colto da un malore a causa dell’acqua inquinata bevuta.

Successivamente parla di una Masako che lotta con tutta se stessa per difendersi, per poi promettergli di andare via con lui se avesse vinto suo marito: uomo che, a detta di Tajōmaru, ha combattuto come un leone.

Capite? Tajōmaru è in tutto Tajōmaru. Preferisce morire, ma con l’onore salvo: l’onore di un criminale che vive nel Giappone in un tempo fra l’ottocento e l’anno mille.

Tajōmaru probabilmente sta mentendo, come gli altri, ma è credibile perché il suo punto di vista sulla faccenda rispecchia pienamente l’immagine che ha di se stesso e che noi ci siamo fatti di lui.

Lo stesso vale per Masako, giovane e bellissima moglie di un uomo d’armi e come tale, in quell’impero, in quel tempo, non altro che una cosa.

La sua versione quasi ce la fa amare e gioire della morte del marito. Lei si mostra a noi come una donna forte, emancipata, capace di ribellarsi al marito che la ripudia perché è stata violentata.

Con l’assassinio del marito si riscatta non solo dalla violenza, ma dall’infamia di essere stata ripudiata.

E il fantasma del samurai? Conoscete un modo più onorevole in Giappone che morire facendo harakiri?

Il nobile samurai, ingannato dal brigante, ferito dalla malvagità della moglie, preferisce togliersi la vita con onore piuttosto che vivere macchiato da tale onta.

Non è stato sconfitto dal brigante, non è stato ucciso dalla moglie, ma è stato tradito e ha preferito conservare il proprio onore.

Sono tutti e tre bugiardi, ma non ci sembrano tali. Sono tutti e tre pronti a mantenere con i denti il proprio onore, e sono talmente credibili da confonderci.

Dove sta la verità quando tre punti di vista sembrano del tutto sinceri? Dove sta Yeong-hye in La vegetariana quando coloro che ce la mostrano non riescono a vederla?

Ma c’è anche una quarta versione, ed è quella del boscaiolo, costretto a parlare dal ladro che si ripara dalla pioggia insieme a lui e al monaco.

Il boscaiolo non è giunto a fatto compiuto come ha dichiarato al processo, ma ha visto tutto. Violentata da Tajōmaru, Masako ha incitato i due uomini a lottare, e lo ha fatto in modo perfido, facendo leva sull’onore di entrambi che, in un duello goffo, patetico, si sono rivelati tutt’altro che uomini forti.

Tajōmaru è riuscito ad avere la meglio quasi per caso sul samurai e, voltatosi per reclamare il proprio premio, ha visto Masako allontanarsi e l’ha rincorsa senza raggiungerla.

Questa quarta verità, tenuta nascosta dal boscaiolo, fa emergere un’altra domanda: perché non ha detto la verità?

Ricordate il pugnale, no? È il ladro a rinfacciarglielo: il boscaiolo non ha detto la verità perché altrimenti avrebbe dovuto confessare di aver rubato il pugnale.

Anch’egli dunque è un bugiardo come Tajōmaru, Masako e Takehiro, ma la sua bugia è forte perché forte è il suo punto di vista: lui si crede onesto, ma vediamo che non lo è.

Tutta questa storia si regge sulle menzogne, ma queste bugie ci arrivano reali, credibili.

Il brigante, la donna vittima dell’epoca, il nobile samurai e l’onesto boscaiolo: ognuno recita il proprio ruolo, ognuno di loro recita così bene la propria menzogna da essere attendibile.

In questo capolavoro del cinema sono gestiti alla perfezione ben quattro punti di vista, e ognuno è un punto di vista attendibile che si tramuta in attendibile grazie a sfumature che si intrecciano. Quattro storie con quattro protagonisti, quattro verità da seguire, in cui credere.

Spero che questo articolo vi sia stato utile a capire quanto sia difficile reggere a lungo il punto di vista di un personaggio, e sono sicuro che il capolavoro di Kurosawa ci riuscirà pienamente.

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