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Scrittori di voce e scrittori di trama: quando una voce autoriale trasforma le parole in musica

In diverse discussioni con aspiranti scrittori ho descritto loro la differenza che passa fra uno Scrittore di voce e uno Scrittore di trama e, puntualmente, ogni volta c’è qualcuno che mi dice: «Io voglio essere uno scrittore di voce», come se questo termine riportasse a qualcosa di nobile, di magico.

Chiariamo subito che ogni scrittore, da quello che pubblica con il minuscolo editore al vincitore del Premio Strega, dovrebbe avere una propria voce autoriale; uso volutamente il condizionale perché, purtroppo, non è sempre così, non oggigiorno. Avere una voce autoriale, in sintesi, significa essere capaci di raccontare in modo unico e inequivocabile una storia. Non si tratta di stile, assolutamente, ma di una personale intonazione nell’utilizzo del lessico e nel modo di gestire la trama che rende esclusiva la narrazione, proprio come lo è ogni voce umana.

Prendiamo come esempio Domenico Starnone, di cui abbiamo parlato in due precedenti articoli. Il libro con cui ha vinto il Premio Strega, ossia Via Gemito, affronta un tema trattato decine, forse centinaia di volte: il conflitto con il proprio padre. Eppure la lingua in quel libro è talmente intima da renderlo unico. Ciononostante, se leggessimo Labilità, un altro bel libro di Starnone, ci accorgeremmo subito che è frutto dello stesso autore; e questo vale anche per i lavori più ironici di Starnone.

Una voce autoriale, quando è forte, rende la scrittura dell’autore inconfondibile.  

Certo, non tutti gli scrittori possono avere una voce autoriale forte, e gli stessi autori che possiedono una voce autoriale forte non sempre riescono a usarla pienamente in ogni loro opera, ma si dà per scontato – o almeno si spera – che uno scrittore abbia una propria voce autoriale.

Ecco perché essere uno scrittore di voce non ha nulla a che vedere con l’avere una voce autoriale. Continua a leggere Scrittori di voce e scrittori di trama: quando una voce autoriale trasforma le parole in musica

Scrivere significa scavare nel pozzo delle proprie inquietudini

In un precedente articolo ho già parlato di Edgar Allan Poe, autore nato a Boston il 19 gennaio 1809 e morto a Baltimora il 7 ottobre 1849. Come potrete leggere nell’altro articolo, in cui è riportato il suo meraviglioso racconto La maschera della morte rossa, Poe non ha avuto vita facile sotto nessun aspetto. Morto giovane in preda al delirio e senza aver mai raggiunto il meritato successo, è oggi definito l’indiscusso maestro del terrore. Un genio della letteratura. Uno scrittore capace di portare ai limiti estremi l’angoscia umana.

Poe non usa mostri, lupi mannari o vampiri per terrorizzare il lettore, no, lui fa qualcosa di più: le sue pagine sono specchi in cui il lettore ci si riflette, incapace di sfuggire dalle proprie paure più intime. È nel deliro umano che Poe ci porta con le sue storie, negli incubi che accomunano gli uomini, nelle paure più ataviche che da sempre ci tengono svegli.

Non consiste forse in questo la vera arte di uno scrittore? Condurre il lettore in un vortice, spesso soffocante. Portare il lettore al limite massimo dei conflitti interiori dei personaggi di cui legge, scendere assieme a loro nel baratro, condividere le loro paure. Continua a leggere Scrivere significa scavare nel pozzo delle proprie inquietudini

L’arte di creare dal nulla un vero incubo

Oggigiorno l’appellativo di “genio” è talmente abusato che il significato della parola stessa sembra non aver più valore. Qualsiasi campo artistico strabocca di questi cosiddetti geni, spuntano fuori come funghi, probabilmente proprio perché nel nostro tempo di geni ce ne sono davvero pochi, forse nessuno, al punto da doverli ricercare in ogni presunta novità, che sia essa semplicemente un’eccentricità nel vestiario, un dipinto dallo stile atipico, un brano di narrativa particolarmente brillante.

L’ordinario diventa geniale, la mera stravaganza una forma d’arte. Si sente la necessità che qualcosa sia geniale e si dà questo epiteto a qualsiasi cosa accattivante, forse proprio perché ciò che davvero è geniale è stato dimenticato, così come i tanti classici della letteratura che tutti conoscono ma non tutti hanno letto: la genialità conclamata è diventato un bel dipinto conosciuto da tutti per fama, ma mai osservato.

Riguardo la letteratura è davvero difficile pensare a qualcosa di geniale. Sappiamo bene che tutte le storie sono state già scritte. Certo, possono nascere piccole innovazioni, personaggi o dinamiche che appaiono nuove, ma probabilmente spulciando fra milioni di libri troveremo qualche storia simile a quella che credevamo unica. Il punto è come si racconta una storia. Continua a leggere L’arte di creare dal nulla un vero incubo

un popolo che resta vivo grazie alla memoria delle sue donne

Cosa sappiamo della letteratura algerina? Come immaginiamo la letteratura algerina?

Se ogni scrittore degno di questo nome, qualsiasi sia il suo genere, scrive sempre a partire da se stesso, dal proprio quotidiano, cosa significa essere uno scrittore algerino oggi?

Una risposta concreta la troviamo nella scrittura della bravissima Assia Djebar, pseudonimo di Fatima-Zohra Imalayène, scrittrice, poetessa, saggista, regista e sceneggiatrice algerina nata nel 1936 a Cherchell e morta a Parigi nel 2015, un nome purtroppo sconosciuto a molti qui in Italia, nonostante sia a oggi considerata una delle più capaci scrittrici nordafricane e prima autrice del Maghreb a essere stata accettata all’Académie française. Continua a leggere un popolo che resta vivo grazie alla memoria delle sue donne

ieri, oggi e domani

Il mio primo romanzo, Viola come un livido, edito nel 2013 dalla Damster edizioni in versione digitale e, posizionatosi terzo all’Eroxè Context, pubblicato in cartaceo nel 2014 è nato praticamente da solo, scritto in un paio di mesi con tutta la passione e la follia di un cuore innamorato ma tanto, davvero tanto, immaturo. Prima di allora scrivevo solo racconti acerbi e sgrammaticati, a dirla tutta, eppure già avevo dalla mia quella che dovrebbe essere una delle doti fondamentali per uno scrittore: la costanza.

Potrei definirlo un piacevole esperimento e, cosa più importante, lo strumento che mi ha fatto entrare nell’ottica di scrivere anche per un pubblico.

Una storia piacevole da cui traspare tutta la mia ingenuità, l’incapacità di chi è alle prime armi, la mancanza di un forte bagaglio letterario, ma anche il bisogno di dire qualcosa e usare la narrativa come mezzo per farlo.

Commovente per alcuni, romantico o divertente per altri, io lo vedo oggi, a distanza di sei anni, come un piccolo inizio che ho voluto lasciare in commercio, diversamente dalle seguenti pubblicazioni.

Come spesso succede, dopo l’uscita del mio primo romanzo sono stato preso dalla smania di pubblicare, nemica in agguato per ogni esordiente. Dal 2014 fino al 2016 ho pubblicato altri sette romanzi con tre diversi editori: Damster, Lettere animate e Meligrana; praticamente tre romanzi l’anno.

Oggi provo quasi tenerezza per l’autore frettoloso e incosciente che ero. Nel rileggere i vecchi testi, prontamente tolti dal commercio, vedo solo pagine e pagine di inutili digressioni atte a cercare di rappezzare una trama scarna e una prosa piatta.

C’è però da dire che quei due anni sono serviti a insegnarmi a scrivere ogni giorno.

Come ho già detto, prima ancora dei romanzi scrivevo racconti. Ho partecipato a diverse antologie e ne ho curate due, prima fra queste Zero, redatta insieme alle scrittrici Elisa Bellino e Maddalena Costa ed edita dalla Damster.

La seconda, invece, Macerie, pubblicata dalla Les Flâneurs Edizioni e di cui sono stato curatore insieme alla scrittrice Maddalena Costa e allo scrittore Claudio Santoro, aveva lo scopo di raccogliere fondi per le vittime del sisma avvenuto ad Amatrice nel 2016. È stata la mia ultima pubblicazione prima di iniziare gli studi presso la scuola di scrittura creativa Lalineascritta, fondata dalla scrittrice Antonella Cilento.

Nel 2016, iniziati gli studi presso Lalineascritta, ho smesso di rincorrere le pubblicazioni facili e mi sono concentrato soltanto sullo studio della scrittura creativa e sulla lettura dei grandi maestri della letteratura, seguito con zelo da Antonella Cilento.

Pur continuando a lavorare a nuovi romanzi, sono tornato a dedicarmi prevalentemente ai racconti, alcuni dei quali sono stati valutati da Antonio Franchini, Giulia Ichino, Manuela La Ferla e Bruno Nacci.

La prima pubblicazione dopo un silenzio editoriale di circa un anno è avvenuta del 2017 con due racconti brevi editi sul quotidiano Il Roma e intitolati dalla redazione Amoressia in punta di forchetta e Sagome nella notte nella camera azzurra, entrambi scritti come omaggio a due romanzi del maestro Georges Simenon.

Durante il triennio presso Lalineascritta tra i lavori a cui mi sono dedicato spicca Piciul, romanzo editato insieme ad Antonella Cilento.

Alcune pagine di un altro romanzo, La finestra chiusa, riscritto da zero ben tre volte e concluso in prima stesura al termine del mio percorso presso Lalineascritta, sono state lette al termine del terzo anno di scrittura creativa da Antonio Franchini che le ha valutate positivamente.

Allo stato attuale, oltre ai due suddetti romanzi, ho terminato altri tre romanzi, di cui uno in collaborazione con l’attrice e presentatrice Noemi Gherrero, e mi sto dedicando a un romanzo sperimentale. Convocato dall’amica e scrittrice Olympia Fox ho partecipato all’antologia Il grande racconto di Renoir, dando il mio contributo con il racconto Fotografie ingiallite.

Ho inoltre scritto tre drammaturgie, due sceneggiature cinematografiche e sto lavorando a un soggetto ideato dalla Gherrero per redigere trattamento e sceneggiatura di un Teaser.

il punto di vista è un patto con il lettore

In narrativa una delle cose più difficili da gestire è il punto di vista della storia. Con quali occhi guardiamo ciò che accade sulla pagina? Chi sta raccontando la storia? È un punto di vista affidabile? Ci sta raccontando oggettivamente quanto accaduto, oppure gli eventi sono filtranti dal suo essere un individuo?

Spesso scrivendo si dimentica che i personaggi, tutti i personaggi, hanno un proprio vissuto, una propria formazione, e in quanto individui risponderanno in modo diverso a un evento esterno, così come lo racconteranno in modo diverso: appunto a seconda del proprio personale punto di vista.

Un sadico e un uomo mite osservando un omicidio non risponderanno interiormente allo stesso modo, così come non potranno raccontarci l’evento alla stessa maniera. Un uomo che ha vissuto un tradimento non lo racconterà al pari di chi ne ha solo sentito parlare, e così via.

Quando scriviamo è necessario focalizzare sempre chi sta raccontando la storia, perché noi siamo gli scrittori, non i narratori delle nostre storie. Non dobbiamo mai permettere che i nostri pensieri sostituiscano la voce narrante.

Sembra una cosa facile, ma non lo è, anzi, è forse la cosa più difficile quando si scrive, perché richiede un forte distacco pur restando totalmente dentro i nostri personaggi.

Non sono un maestro di scrittura creativa, anche se oggi molti si attestano tali dopo qualche minuscolo corso, dunque preferisco che a parlare del punto di vista sia il grandissimo Yasunari Kawabata, Premio Nobel per la letteratura nel 1968.

Uno dei suoi racconti, Le ossa di Dio, è un capolavoro che mostra pienamente come utilizzare il punto di vista narrativo nonché come gestire il tempo di una storia. Un racconto di a malapena tre pagine in cui c’è tutto: prova che quando si ha la padronanza dello strumento si può dire tanto, tutto, in poco spazio. Continua a leggere il punto di vista è un patto con il lettore

Affrontare i demoni: il bisogno di scrivere.

Perché la scrittura non sia un mero esercizio tecnico o un’accozzaglia di pensieri sentimentali bisogna che essa contenga qualcosa di intimo, una pulsione che ci picchia nel petto come un secondo cuore.

Scrivere non è un hobby, non è un gioco, ma un bisogno: il bisogno di sputare fuori qualcosa che ci tormenta; la necessità di trasfigurare e rendere vivo un pensiero o un’immagine che non ci dà tregua, un’ossessione che esige di trovare vita e muore e si rigenera pagina dopo pagina, libro dopo libro. È quel nucleo atomico, per citare il grandissimo Julio Cortázar, che rende speciale anche una storia letta mille volte: perché le storie si ripetono, ma le ossessioni che ci portiamo dentro sono uniche.

Questo non vuol dire semplicemente scrivere con il cuore, un termine oggigiorno talmente abusato da essere ridicolo; che poi, come si fa precisamente a scrivere con il cuore? Cioè, ci si intinge dentro una penna, oppure si sbatte l’intero muscolo cardiaco sulla pagina? No, perché quando sento o leggo la suddetta frase immagino proprio una cosa del genere, infatti chi la utilizza, nel più dei casi, scrive centinaia di pagine di monologo interiore, simili a un adolescenziale diario segreto strabordante di frasi fatte e consigli di vita.        

Scrivere guidati da un’ossessione non è questo: non significa dar libero sfogo ai propri sentimentalismi, ma avere un chiodo conficcato dritto in testa che preme continuamente; è afferrare il toro per le corna, per esprimersi alla Hemingway. Immortalare sulla carta i propri incubi e le proprie paure, come faceva l’inarrivabile Edgar Allan Poe.           

Alcune volte un’ossessione può essere interminabile, continua a presente, come nel caso di Rosa Montero, magnifica autrice che in ogni sua storia è solita inserire inconsapevolmente la figura di una nana; oppure, nel caso del maestro Hugo, la necessità di accusare sempre e con forza la misera condizione dei poveri e degli emarginati. Persino oggi, e l’abbiamo visto con Domenico Starnone, alcuni autori, e direi fortunatamente, sono talmente ossessionati da un ricordo, da un’idea, da un immagine da riproporla costantemente e sempre con più forza come se, come già scritto, quell’ossessione fosse una cosa viva che si ingigantisce pagina dopo pagina. Continua a leggere Affrontare i demoni: il bisogno di scrivere.

Passare attraverso i processi editoriali come una salamandra

di Gian Carlo Ferretti

Dal numero de L’Indice di febbraio 2018

Ha ancora un ruolo la letteratura nella nostra nuova condizione esistenziale? Non c’è dubbio che nel passato il suo ruolo si poteva vedere o percepire in modo esplicito: non tanto o non solo per lo spazio che la letteratura occupava (per esempio in libreria, sulle pagine dei giornali, nelle recensioni settimanalmente pubblicate), o per il tempo che alla letteratura veniva da molti dedicato con la lettura quotidiana, quanto soprattutto per ciò che la letteratura significava nell’immaginario collettivo.

Con la diffusione sempre più ampia e sempre più invadente degli strumenti di comunicazione digitale, che cambiano il modo di gestire il proprio tempo, e di vivere il tempo libero (si pensi alle e-mail o alle letture in internet, e in generale agli smartphone), e con la diffusione quasi incontrollabile dei social network, l’immagine della letteratura conosciuta nel passato sembra essersi molto modificata, se non venuta meno. Questo non significa necessariamente che non si leggano più testi letterari, ma che la letteratura non ha più il ruolo sociale di formazione o di conoscenza che aveva in passato. O almeno la letteratura come la conoscevamo. A questo si aggiunge il discorso sulle diverse forme che la letteratura può presentare nei blog o in altri luoghi della rete. Venendo meno il ruolo che le era riconosciuto, sono venute meno altre cose: per esempio una precisa distinzione della qualità della letteratura, per cui tutto ciò che viene pubblicato sembra avere lo stesso valore. E questo è un problema di informazione, di trasmissione di valori, che investe comunque l’editoria. Continua a leggere Passare attraverso i processi editoriali come una salamandra

Perché scriviamo?

Cosa spinge una persona a scrivere narrativa? Quale strano, folle meccanismo si innesca nella testa di chi decide di scrivere una storia?

Molti esordiscono con frasi del tipo: «Sentivo di avere qualcosa da dire!». Altri ancora, illusi, credono che la scrittura sia un modo per raggiungere il successo, mentre alcuni pensano addirittura di arricchirsi.

Kafka ci risponde in modo chiarissimo: è l’inquietudine!

Franz Kafka, nato a Praga nel 1983, e morto appena nel 1924. Ritenuto oggi uno dei più grandi scrittori di fine e inizio novecento, non ha mai avuto fama in vita. Ha lavorato sempre come impiegato, ha visto la pubblicazione di appena qualche racconto. Eppure, come sappiamo, ha scritto tanto, tantissimo, purtroppo meno di ciò che abbiamo di lui, perché distrusse circa il 90% del proprio lavoro. Continua a leggere Perché scriviamo?

L’avventura di due sposi

Una delle cose più belle mai scritte, ovviamente una creazione di Italo Calvino.
Non ha bisogno di commenti.

L’operaio Arturo Massolari faceva il turno della notte, quello che finisce alle sei. Per rincasare aveva un lungo tragitto, che compiva in bicicletta nella bella stagione, in tram nei mesi piovosi e invernali. Arrivava a casa tra le sei e tre quarti e le sette, cioè alle volte un po’ prima alle volte un po’ dopo che suonasse la sveglia della moglie, Elide.
Spesso i due rumori: il suono della sveglia e il passo di lui che entrava si sovrapponevano nella mente di Elide, raggiungendola in fondo al sonno, il sonno compatto della mattina presto che lei cercava di spremere ancora per qualche secondo col viso affondato nel guanciale. Poi si tirava su dal letto di strappo e già infilava le braccia alla cieca nella vestaglia, coi capelli sugli occhi. Gli appariva così, in cucina, dove Arturo stava tirando fuori i recipienti vuoti dalla borsa che si portava con sé sul lavoro: il portavivande, il termos, e li posava sull’acquaio. Aveva già acceso il fornello e aveva messo su il caffè. Appena lui la guardava, a Elide veniva da passarsi una mano sui capelli, da spalancare a forza gli occhi, come se ogni volta si vergognasse un po’ di questa prima immagine che il marito aveva di lei entrando in casa, sempre così in disordine, con la faccia mezz’addormentata. Quando due hanno dormito insieme è un’altra cosa, ci si ritrova al mattino a riaffiorare entrambi dallo stesso sonno, si è pari. Continua a leggere L’avventura di due sposi