L’incipit, questo sconosciuto.

Ogni giorno nei gruppi Facebook per aspiranti scrittori leggo decine di incipit, così come ogni giorno qualcuno mi contatta per chiedermi un parere sul proprio incipit.

In ambedue i casi quello che leggo non è mai un incipit, ma un estratto del romanzo, spesso lungo una cartella o anche più.

Che sia l’inizio di una scena, un breve sommario, non è comunque un incipit che leggo.

Credo sia necessario fare chiarezza su cos’è un incipit: è l’inizio della storia, ed è l’inizio della storia per il lettore, dunque ciò che gli permette di lasciare il mondo reale per entrare nel mondo narrativo. Ciò che viene subito dopo è già la storia che il lettore, nel più dei casi, leggerà solo se l’incipit dovesse colpirlo, perché se la magia che porta una persona a immergersi in una storia non avviene immediatamente, non funziona. Il lettore ci molla.

Potremmo definire l’incipit come una promessa narrativa, con esso promettiamo al lettore che andando avanti nella lettura troverà qualcosa di bello, degno del suo tempo.

Questo ci porta a una domanda: ma allora dovremmo scrivere per far felice il lettore?

No, o almeno non solo. Nella scrittura ci vuole il giusto equilibrio. C’è un momento in cui scriviamo tenendo la porta chiusa, un altro in cui scriviamo tenendo la porta aperta. C’è un momento in cui scriviamo per buttare fuori ciò che ci sta a cuore, e c’è un momento in cui scriviamo per inscatolare una storia scorrevole, chiara, leggibile, possibilmente bella.

Quando si ambisce alla pubblicazione non si può dire di scrivere solo per se stessi. La scrittura dovrebbe sì nascere sempre da un bisogno intimo e dalla voglia di raccontare qualcosa per noi importante, ma quando si vuole essere letti da altri ci si assume una responsabilità. Questo non vuol dire “scrivere per gli altri”, assolutamente, vuol dire scrivere bene, e si scrive bene quando la scrittura o la trama invoglia qualcuno a leggerci.

Altrimenti vale un tipico detto napoletano: “Ogni scarrafone è bell ‘a mamma soja”.

Bisogna sapersi leggere con occhio critico, distaccati, pronti a gettare via ciò che ci sembra buono ma, in alcuni casi, inutile per la storia che stiamo raccontando.

L’incipit è appunto il primo passo perché il lettore possa restare o meno colpito dalla nostra scrittura, ecco perché deve essere immediato, perché la storia che noi troviamo bella, e magari lo è pure, il lettore non la conosce, si fiderà di noi solo nel caso dovesse vedere qualcosa di cui potersi fidare: una relazione che vale la pena cominciare perché prospetta i migliori presupposti per non restare delusi.

A riguardo dell’incipit Calvino dice: “L’incipit è il momento della scelta: ci è offerta la possibilità di dire tutto, in tutti i modi possibili; e dobbiamo arrivare a dire una cosa, in un modo particolare. Ogni volta l’inizio è questo momento di distacco dalle molteplicità dei possibili: per il narratore l’allontanare da sé la molteplicità delle storie possibili, in modo da isolare e rendere raccontabile la singola storia che ha deciso di raccontare”.

Facciamo tesoro di quello che dice Calvino: Dobbiamo arrivare a dire una cosa.

Dunque l’incipit non si limita solo a qualche frase affascinante, non è semplicemente fumo negli occhi del lettore. L’incipit non serve soltanto a mostrare i personaggi, l’ambientazione, la lingua autoriale o il tema narrativo; serve anche a questo, sì, ma non solo, il suo scopo è dire qualcosa, e farlo subito, in modo personale. Dire qualcosa che colpisca il lettore, e quel qualcosa, tramutatosi poi in aspettativa nel lettore, dovrà essere mostrato dallo scrittore. La promessa va mantenuta, diversamente un buon attacco di romanzo seguito da una storia banale o scritta male delude il lettore peggio che se avesse letto una bella storia iniziata male.

Ma portiamo alcuni esempi di incipit.

Iniziamo da Gli indifferenti, capolavoro di Alberto Moravia.

Entrò Carla; aveva indossato un vestitino di lanetta marrone con la gonna così corta, che bastò quel movimento di chiudere l’uscio per fargliela salire di un buon palmo sopra le pieghe lente che le facevano le calze intorno alle gambe; ma ella non se ne accorse e si avanzò con precauzione guardando misteriosamente davanti a sé, dinoccolata e malsicura; una sola lampada era accesa e illuminava le ginocchia di Leo seduto sul divano; un’oscurità grigia avvolgeva il resto del salotto.

In questo caso ci poniamo subito due domande: chi è Carla e chi è Leo? Cosa succederà ora?

La tensione erotica è immediata e ci spinge a voler capire cosa sta succedendo e cosa succederà.

Ancor meglio, nel caso grazie a una quarta di copertina o a una recensione si conoscessero i personaggi, ovvero Carla e Leo, la questione risulterebbe ancora più interessante: Carla andrà a letto con l’amante di sua madre?

Moravia mantiene la promessa. A lungo questa domanda crea tensione nella storia, e infine è rispettata.

Passiamo a Lolita, del maestro Vladimir Nabokov.

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo-li-ta. Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo un metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita.

Qui ci viene presentato immediatamente un personaggio, e un personaggio che ci affascina, come ci affascina questo amore così ardente eppure malinconico.

Ci chiediamo chi sia lei. Ci chiediamo se l’uomo sia corrisposto. Ci chiediamo se lei ci sia ancora.

Insomma, apre un ventaglio di domande.

Come se non bastasse c’è un particolare geniale che spacca subito il cuore anche a chi (oggigiorno credo sia impossibile) non conosce la trama: “Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo un metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti”.

Sta parlando di un amore fra due persone cresciute assieme, oppure sta parlando di altro?

Ma un incipit può contenere anche un profondo dramma che sia capace non solo di colpire nell’intimo il lettore, ma anche di incuriosirlo, come nell’incipit di Via Gemito, scritto da Domenico Starnone.

Quando mio padre mi disse di aver picchiato mia madre una volta sola durante i ventitré anni del loro matrimonio, nemmeno gli risposi. Era parecchio che non obiettavo più niente ai suoi racconti pieni di avvenimenti, date e dettagli tutti inventati. Da ragazzo lo consideravo un bugiardo e mi vergognavo come se le sue bugie mi appartenessero. Ora, da grande, mi sembrava che non mentisse affatto. Credeva che le sue parole fossero in grado di rifare i fatti secondo i desideri o i rimorsi. Qualche giorno dopo, però, quella sua puntigliosa precisazione mi ritornò in mente.

Qui vediamo da subito uno dei più comuni conflitti nella letteratura: la disputa fra padre e figlio. Ma alcuni elementi, oltra la meravigliosa lingua, rendono potente questo incipit: come prima cosa, quel “una sola volta” proprio all’inizio. Non ci sconvolge che l’uomo picchi la moglie, ma che proclami di averla picchiata una sola volta, come fosse una giustificazione. Questo particolare subito ci scandalizza e ci porta a volere andare avanti con la lettura.

Seconda cosa è il conflitto della voce narrante con il padre.

Quale dramma si è consumato fra loro?

Usare il dramma, e farlo bene, è sempre efficace. Ma bisogna non eccedere, non diventare plateali. Il che non significa non dichiarare, no, ma saper, almeno all’inizio, mostrare quel dramma con freddo distacco.

Il dramma nell’ordinario, questo sì che sciocca. Ian McEwan lo sa bene. L’incipit del romanzo Il giardino di cemento è un vero capolavoro. Lì McEwan addirittura ci anticipa una cosa che avverrà, una cosa importante. Ma è proprio questo che prende da subito il lettore.

Non ho ucciso mio padre, ma certe volte mi sembra quasi di avergli dato una mano a morire. E se non fosse capitata in coincidenza con una pietra miliare nel mio sviluppo fisico, la sua morte sembrerebbe un fatto insignificante in confronto a quello che è successo dopo. Parlai di lui con le mie sorelle per tutta la settimana seguente al giorno in cui morì, e Sue di sicuro pianse un po’ quando gli uomini di sull’ambulanza lo rimboccarono in una in una vivace coperta rossa e lo portarono via. Era un uomo fragile, irascibile e ossessivo, con le mani e il viso giallastri. Includo qui la breve storia della sua morte solo per spiegare come mai le mie sorelle ed io ci trovammo con tanto cemento a nostra disposizione.

Magnifico! C’è tutto.

La frase iniziale ci porta immediatamente al cospetto di un dramma atroce che non possiamo ignorare. Inoltre, l’autore nel mostrarci questo grave e importante fatto non ancora avvenuto ci porta a voler sapere quando e come avverrà? E chi sono questi ragazzini?

McEwan ci conduce subito di fronte ai protagonisti, e al cemento, fondamentale nella storia.

Qui abbiamo ogni motivo per andare avanti nella lettura.

Potrei portarvi mille altri esempi, ma credo che il concetto sia chiaro, così come penso sia chiaro a cosa serva un incipit.

Voglio però mostrarvi un altro modo per catturare l’attenzione del lettore, il più raffinato, e farlo con un’opera di uno dei geni della letteratura, ovvero Franz Kafka, con il suo racconto La metamorfosi.

Gregor Samsa, destandosi un mattino da sogni agitati, si trovò trasformato nel suo letto in un enorme insetto immondo.

Ecco! Questa è la perfezione. Questo fatto, questa vicenda, così scritta porta il lettore a sgranare gli occhi e dire: «Cosa?».

Attenzione, sembra facile, ma non lo è.

Qual è la grandezza di questo incipit? L’assurdo! E l’assurdo non sta nel fatto che Samsa si è svegliato trasformato in un insetto, ma che non ci viene detto né perché né come, e tutto viene narrato con estrema semplicità e leggerezza, come se tutto fosse ordinario.

Questa cosa sconvolge il lettore, lo conduce di colpo in un altro mondo dove ogni logica è stravolta, le certezze spazzate via.

Un uomo un giorno, dopo sogni inquieti, si sveglia nel proprio letto tramutato in un gigantesco, immondo insetto.

E cosa ha sognato?

Non ci interessa e non ci sarà mai svelato.

Come mai è successo?

Non lo sapremo mai.

Per reggere un incipit di questa portata si deve essere dei grandi, e ancor più nel proseguire la narrazione senza deludere le aspettative del lettore, qui portate al massimo.

Bene, abbiamo detto molto sugli incipit, no? Un argomento a detta di molti scontato, ma dalla mia esperienza, leggendo gli incipit di molti aspiranti scrittori, non poi così tanto.

Spero che questo articolo vi abbia aiutato a fare chiarezza e, mi raccomando, attenti a non svegliarvi in un enorme insetto immondo.  

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