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Scrivere significa scavare nel pozzo delle proprie inquietudini

In un precedente articolo ho già parlato di Edgar Allan Poe, autore nato a Boston il 19 gennaio 1809 e morto a Baltimora il 7 ottobre 1849. Come potrete leggere nell’altro articolo, in cui è riportato il suo meraviglioso racconto La maschera della morte rossa, Poe non ha avuto vita facile sotto nessun aspetto. Morto giovane in preda al delirio e senza aver mai raggiunto il meritato successo, è oggi definito l’indiscusso maestro del terrore. Un genio della letteratura. Uno scrittore capace di portare ai limiti estremi l’angoscia umana.

Poe non usa mostri, lupi mannari o vampiri per terrorizzare il lettore, no, lui fa qualcosa di più: le sue pagine sono specchi in cui il lettore ci si riflette, incapace di sfuggire dalle proprie paure più intime. È nel deliro umano che Poe ci porta con le sue storie, negli incubi che accomunano gli uomini, nelle paure più ataviche che da sempre ci tengono svegli.

Non consiste forse in questo la vera arte di uno scrittore? Condurre il lettore in un vortice, spesso soffocante. Portare il lettore al limite massimo dei conflitti interiori dei personaggi di cui legge, scendere assieme a loro nel baratro, condividere le loro paure. Continua a leggere Scrivere significa scavare nel pozzo delle proprie inquietudini

Tratto dal romanzo: Piciul

XII

Blanca dormiva nel letto di Piciul, come quando era bambina. Lui sedeva accanto a lei, non osava neppure guardarla, quasi avesse paura di violare l’intimità di quella figura esile, pallida, delicata: un simulacro di verginità.

Ne spiò appena le forme da sotto le coperte, la curva dei fianchi, un piede nudo che penzolava nel vuoto.

Distolse subito lo sguardo. Il cuore gli batteva forte, non sapeva nemmeno dare un nome a ciò che provava, avvertiva la pelle bruciare, sotto di essa si muovevano milioni di invisibili insetti.

Dalla cucina proveniva il profumo della camomilla preparata da sua madre. Di tanto in tanto si udivano colpi di tosse, quasi grattassero contro la porta della stanza.

Mosse appena la mano verso Blanca per accarezzarla, ma si fermò, non ci riusciva.

Da piccoli dormivano sempre abbracciati, in quello stesso letto, ma adesso stare lì con lei, in quell’intimità assoluta, travolto dal suo profumo, così vicino alla sua pelle, gli faceva paura, tutto era così diverso da quando erano bambini.

«Horia, io e te staremo sempre insieme, vero?»

«Ma certo che sì! Che lo chiedi a fare?»

«Così…»

I passi e i colpi di tosse di sua madre lo fecero sobbalzare, quasi denti affilati gli avessero sfiorato il collo.

La vide entrare a passo lento, in mano un vassoio e su di esso una camomilla.

«Dorme ancora?»

«Sì…»

Ada lasciò la camomilla sul comodino, accarezzò Blanca e sorrise, poi si rivolse a Piciul.

«Andiamo di là» gli disse a bassa voce. Continua a leggere Tratto dal romanzo: Piciul

Tratto dal romanzo La finestra chiusa

VIII  

Dopo quel giorno, Lia era stata accolta nel garage di Ugo. Checco aveva dovuto accettarla, tollerarla era il compromesso per non restare da solo.

Il loro primo vero dialogo avvenne quando lui ci convinse che al cimitero del Pianto avremmo fatto un affare. Stavolta statue e tutto il resto non le avremmo date a Banana, ma a Vincenzo ‘A Zoccola, uno spacciatore che lui bazzicava, e in cambio non ci avrebbe dato sigarette o erba, ma coca.

Né io né Ugo volevamo sniffare, ma Checco aveva minacciato di additarci come senza palle.

Lia non aveva aperto bocca, sorprendendo Checco. Arrivati sul posto era stata proprio lei a farci entrare.

Giunti lì, Checco e Ugo sul Benelli, io, Lia e Salvatore sulle biciclette, trovammo il cimitero chiuso per chissà quale festività, o forse solo perché il papà di Lia era troppo ubriaco. Lei, senza perdersi d’animo, ci mostrò delle sbarre piegate da cui passare.

Così fummo dentro grazie a Lia, non certo per merito di Checco, ora più risentito di prima. Non era nemmeno lui ad andare avanti, ma io e Lia, come se il piano fosse nostro. Continua a leggere Tratto dal romanzo La finestra chiusa

Tratto dal romanzo In cerca della Morte

I

Quando appresi che la Morte era scomparsa stavo a letto tormentato da un devastante dopo sbornia. Dalla persiana calata lame di luce fendevano la semioscurità fumosa e mi precipitavano sul viso, le urla sguaiate di una bambina mi giungevano dalla strada e si mischiavano al miagolio del gatto che, ostinato, picchiettava con la zampa sulla mia faccia.

Senza neppure aprire gli occhi mi voltai di scatto e sbattei il micio al suolo, fra vestiti sporchi, pacchetti di sigarette appallottolati e bottiglie vuote. Affondai la testa nel cuscino, soffocato dalla tosse, rivoli di bava mi colavano sulla barba.

A un tratto il trillo del telefono parve spaccare ogni rumore, un urlo che mi giunse nel cervello come un proiettile.

Mi rivoltai nel letto a occhi chiusi e senza smettere di tossire. Allungai la mano e tastai il vuoto in cerca di quel dannato cellulare, dal comodino caddero dei libri e una bottiglia di vino.

Feci appena in tempo a respirare un pungente tanfo di piscio prima che, afferrato il telefono, un possente grido frantumò ogni mia speranza di starmene a casa a smaltire la sbornia.

«Dove Cristo di un Dio sei, Gargiulo? Lo vedi che cazzo di ore sono, eh? Lo vedi? Lo vedi o no, brutto pezzo di merda?».

No, non lo vedevo. Non vedevo nulla. Tossivo ancora, mentre dall’altra parte del telefono il mio capo continuava a urlare. Incurante della tosse, dell’ora e del capo agguantai il pacchetto di sigarette, me ne ficcai una in bocca e l’accesi. Continua a leggere Tratto dal romanzo In cerca della Morte

Tratto dal romanzo Piciul

IX   

Blanca sedeva a tavola, accanto a lei Luzia canticchiava e colorava di rosa un rinoceronte. Nella stanza si respirava il profumo di carne e verdure bollite del Ciorbă cucinato da Nonna Loreta.

«Il rinocerul este gri» disse Blanca.

«Ti ho detto che non la capisco la lingua di mamma» brontolò Luzia, continuando a disegnare.

Blanca sorrise e le accarezzò i capelli.

«Dai che la capisci…»

Luzia sbuffò. Si scostò i capelli dal viso, alzò il disegno verso Blanca e sorrise.

«Vedi che è più bello rosa?»

Blanca si fiondò su di lei e le fece il solletico.

«Allora vedi che la capisci…»

«Lasciami. Lasciami» ridacchiò Luzia.

Crollarono sul tavolo, l’una sull’altra, ridevano ancora, sotto di loro disegni e colori.

Arrivata ora di cena ogni gesto fu avvolto dal silenzio. Il solo rumore era quello della TV e del cibo masticato. Continua a leggere Tratto dal romanzo Piciul

Romanzo La finestra chiusa: Parte del capitolo cinque

V

Oggi  

Fermo fuori la mia stanza, la fotografia della mia infanzia in mano, fissavo la porta della cucina. Adesso a malapena si udiva il rumore del televisore acceso, al suo posto mi sembrava di sentire le grida di mio padre e le urla di mia madre trent’anni fa.

«Io prendo a quello e me ne vado.»

Rino mi fissava con odio ogni volta che nostra madre urlava quella frase. Quello ero io, lui lo sapeva.

Perché mamma voleva portare me e non lui via da Onofrio?

Mi sentivo in colpa, pensavo che mamma e papà litigassero a causa mia. Temevo che se mamma mi avesse davvero portato via, lasciando mio fratello lì con Onofrio, lui mi avrebbe ucciso.

Nel tempo, mia madre aveva smesso di minacciare di andare via con me, minacciava di andarsene e basta; poi neppure più quello, rassegnata a restare lì, schiava di Onofrio e di noi figli.

Feci per uscire di casa, ma la porta dello sgabuzzino attirò la mia attenzione. Continua a leggere Romanzo La finestra chiusa: Parte del capitolo cinque

romanzo la finestra chiusa: prima parte del capitolo sei.

VI

Giugno 1996

La prima volta che vidi Lia stavamo impiccando Ugo, e subito la trovai bellissima. Eravamo davanti alla pizzeria di Gigino ‘o suldat in Via Torino, uno dei tanti vicoli di Piazza Garibaldi in cui io, Checco e Ugo spadroneggiavamo, almeno a detta nostra.

Gigino inveiva contro di noi. Alcune persone ci prendevano in giro vedendoci a fatica issare Ugo su di un palo mentre lui rideva, al collo un cappio ricavato da un cavo elettrico.

Era la terza volta in due mesi che provavamo a impiccarlo, e solo perché ci annoiavamo, ma puntualmente non riuscivamo a tirarlo su più di qualche decina di centimetri.

Quando Ugo cadde culo a terra, sotto le risate dei presenti e le grida di Gigino che ci intimava di andare via perché gli rovinavamo la reputazione del locale, già poco solida a causa dei panzarotti e delle zeppole fetenti che friggeva in un olio rancido, davanti a noi passò un furgoncino carico di bagagli.

Lì dentro c’era Lia. Continua a leggere romanzo la finestra chiusa: prima parte del capitolo sei.

piciul: prima parte del capitolo due

II

Tutti pensavano che Damin sarebbe morto giovanissimo, e forse avevano ragione. Sfrecciava nella notte in sella a una motocicletta. Non aveva la patente, ma non gli importava. In fondo nemmeno suo fratello Floris, più grande di lui di quattro anni, aveva la patente, ma era stato proprio Floris a insegnargli a guidare, e gli aveva insegnato a picchiare e a rubare. Gli avrebbe insegnato anche a uccidere, se lo avesse ritenuto un uomo.

Una volta l’aveva portato persino a sparare nella discarica di Pianura, ma a Damin la pistola era subito caduta di mano.

«Femminuccia!» aveva esclamato Floris, deridendolo insieme ai sui amici. E ora Damin, a cavallo della moto che aveva rubato soltanto per sentirsi forte come suo fratello, sapeva solo di non voler essere una femminuccia.

Aveva già fatto due mesi a Nisida per furto, sapeva bene che se l’avessero beccato di nuovo stavolta sarebbe stata la galera vera, quella dei grandi. Ma in fondo Damin si sentiva già grande, sarebbe morto per dimostrarlo. Continua a leggere piciul: prima parte del capitolo due

ROMANZO LA FINESTRA CHIUSA: PRIMO CAPITOLO

I

Ottobre 2017: Oggi.

Erano più di dieci anni che non mettevo piede nella casa in cui ero cresciuto, eppure a malapena avevo salutato mia madre, come sempre ferma ai fornelli, e mio padre ridotto ormai a un debole vecchio, così diverso dall’uomo forte che ricordavo. Posate le valigie ero corso a chiudermi in bagno, come facevo da bambino quando loro due litigavano.

Continuavo a fissarmi allo specchio. Avevo trentacinque anni e mi mancavano già tre molari, i denti erano anneriti dal fumo.

Probabilmente presto anche i miei capelli sarebbero diventati bianchi, come quelli di mio padre. Come lui avrei messo su pancia e perso i denti.

Mio padre, Onofrio, alla mia età non aveva più un dente sano in bocca. Non ricordavo di averlo mai visto da giovane. Mia madre, Lucia, più piccola di lui di undici anni, quando ero un bimbo mi diceva che mio padre era sempre stato un vecchio, ed era vero. Di Onofrio non avevo alcun ricordo da bambino, nessuna foto, quasi lui non avesse mai avuto un’infanzia.

Osservai la mano sinistra: le dita erano ingiallite dalla nicotina, come quelle di mio padre.

Cercai di cancellare quelle macchie con un colpo di spugna, come ogni giorno, da anni ormai, ma restava sempre un alone: un alone di mio padre che non riuscivo a raschiare via. Continua a leggere ROMANZO LA FINESTRA CHIUSA: PRIMO CAPITOLO

Piciul: prima metà del capitolo 1

Da sei ore Horia aveva lo sguardo chino su una piallatrice a nastro. Non si era seduto un attimo, ma le gambe non gli facevano male: nemmeno le sentiva più. Persino la puzza di vernice, di colla, di segatura e di sudore attorno a lui gli era ormai indifferente. Spingeva una trave di legno dopo l’altra, come ogni giorno. I trucioli gli volavano sul viso, li avrebbe ingoiati se non fosse stato per la mascherina che indossava.

Trave dopo trave pensava solo ai soldi che avrebbe portato a casa da sua madre.

Alle sue spalle cataste di pannelli di legno formavano un labirinto alto fino al soffitto. Il sibilo delle seghe a nastro, il tonfo delle pialle a filo e il frastuono di un’arrugginita radiale trifase detta ‘A Zoccola formavano un unico, pesante e denso suono.

‘A Zoccola aveva tagliato tre dita a un operaio, due anni prima. Horia, all’epoca, aveva quattordici anni, e ancora non lavorava lì.

Quella era solo una delle tante storie che in fabbrica si raccontavano, una ripetizione infinita, senza sosta. Ogni giorno parole e gesti uguali, come le persone attorno a lui, tutti con addosso la stessa tuta blu.

La folla di corpi, l’uniformità delle facce, le parole degli operai sovrastate dal trambusto dei macchinari, il frastuono così ripetitivo da somigliare al silenzio. Continua a leggere Piciul: prima metà del capitolo 1