Progetto editoriale: Cattedre, vicoli e polacche

Iniziai a pensare che riguardo alla polacca fosse meglio chiamare la polizia, ma a scuola la visita del Presidente della Repubblica venuto lì per consegnare a Monica Luce la nomina di Cavaliere alla cultura, aveva di colpo frenato le mie ricerche.

Il preside era in fervore, per l’occasione aveva persino rispolverato un vecchio abito da sera appartenuto a Roby Facchinetti. Ci aveva ordinato di far sparire l’intera sezione F quando sarebbe arrivato il Presidente, a sostituirla avremmo messo dei piccoli cinesi, per l’esattezza centoventi, da lui affittati nelle botteghe a ridosso di Piazza Garibaldi per la modica somma di centoventi euro, praticamente un euro a moccioso. De Blasio aveva avuto l’incarico di ripulire la palestra dalle macchie di sangue lasciate sul pavimento dall’alunno Gennarino Piscopo e di attrezzarla come quella di Ivan Drago in Rocky IV. La De Gennaro doveva far sparire testicoli, peni immersi nella naftalina e qualsiasi altra schifezza nel suo laboratorio. Alla Corcione aveva ordinato di marcare malattia, guai se si fosse fatta viva lei e le sue cazzo di lacrime! Tondelli la doveva finire di dire stronzate, niente cazzate sulla riforma politica di Platone. Muto doveva stare! La De Sanctis e D’Amore semplicemente dovevano stare lontani fra loro: che nessuno sospettasse tresche amorose fra i docenti della sua scuola! Il supplente Giotto, forte di alcuni oggetti sacri appartenuti a padre René Chenesseau e a lui consegnati dalla Perpetua, aveva il compito di restare nei sotterranei e bloccare eventuali visite della Pirozzi. Alla psicologa Tammaro era stato consegnato in custodia Gennarino Piscopo, così da far vedere quanto lì all’Isabella D’Este avessero a cuore i diversamente abili. Io, invece, dovevo solo limitarmi a fare ciò che facevo sempre: essere mera tappezzeria nell’istituto.

Non ne potevo più di tutti quei preparativi, speravo solo in quella famosa lettera dal liceo classico Vittorio Emanuele II. Ma niente. Mancava quasi una settimana all’avvento del Presidente e la scuola era già in subbuglio. Tutti correvano a destra e a manca. Il bidello Geppino e il bidello Gigetto passavano di continuo lo straccio lungo i corridoi, raschiavano le scritte dalle pareti, avevano cosparso i cessi di candeggina. Il custode Gerardo Capesce aveva avuto l’ordine di prendere delle ferie. La sua casupola era stata praticamente rasa al suolo: bruciate le riviste e i DVD porno, gettate via le infinite bottiglie di vino, vuote e piene che fossero, e buttati in un vicolo tutti i mobili sfasciati. La casetta era stata messa a nuovo, tinteggiata e arredata con graziosi mobili Ikea, mentre per il santo giorno il custode Gerardo Capesce sarebbe stato sostituito con un allegro e soprattutto muto manovale serbo.

Quella notizia mi fece venire voglia di implorare al preside Sodano di poter marcare malattia, come concesso alla Corcione, ma lui non ne volle sapere, diceva che io servivo al mio posto, dietro la cattedra della 2ͣ A a fare la figura dello stronzo quando Monica Luce avrebbe spiegato al Presidente della Repubblica il senso intimo dell’Ulisse di Joyce.

In fondo in quella classe non avevo null’altro da fare che lo stronzo. Da quando avevo preso servizio presso l’Isabella D’Este avevo fatto due sole lezioni nella 2ͣ A: la prima, avevo passato il tempo a giocare a solitario; la seconda, aveva riletto parte de I promessi sposi. La classe non aveva bisogno di alcun professore, si gestiva da sola, gli alunni conoscevano a memoria il programma scolastico. Anzi, i professori erano per loro solo un intralcio, gli facevano perdere tempo, gli impedivano di studiare in santa pace.

Il più delle volte li lasciavo da soli e andavo in sala professori a lavorare al mio romanzo oppure a riflettere sull’arcano della polacca, o ancora a rimuginare su quella gracile e occhialuta stronza di Monica Luce, sempre pronta a guardarmi con sufficienza con quei suoi occhietti azzurri colmi di una stomachevole commiserazione, quasi mi stesse sussurrando: «Mi dispiace, professore, ma lei qui non serva a nulla. Perché non va a studiare un po’?»

La odiavo, come tutti in quella scuola. Lei, la sola alunna amata dalla Perpetua, dunque per lei degna di andare in paradiso. A quattordici anni frequentava già il secondo anno, al termine della terza elementare l’avevano fatta passare direttamente al quinto anno dopo che un suo tema sulla vita di Sant’Agostino d’Ippona aveva sconvolto non solo l’intera classe, non solo la scuola, ma addirittura la città. Era stata condotta in TV, intervistata, era stata portata persino dal Papa. All’esame per passare alle scuole medie aveva ammutolito tutti mostrando le lampanti differenze fra la dottrina marxista e quella leninista, concludendo infine che il comunismo non solo fosse irrealizzabile, ma amorale, in quanto escludeva a priori che ci fosse qualcuno al di sopra di tutti: Dio. All’esame di Terza Media avevano preso parte i più dotti accademici, fra questi Giorgio Agamben, intimo amico della Perpetua, rimasto affascinato a tal punto dall’esposizione di Monica Luce riguardo il semi-ateismo proclamato da Epicuro, da lei reputato in sintesi un’immane cazzata al pari del demiurgo di Platone. Forse forse Kant qualcosina l’aveva capita.

La sua interrogazione era stata registrata, trascritta e, per volere dello stesso Agamben, riportata in un proprio saggio poi pubblicato da Einaudi.

Di certo il destino della giovane Luce si prospettava immenso, la volevano in ogni scuola, c’era chi diceva di condurla subito all’università, no, ma perché non le diamo una cattedra? Anche un posto da ricercatrice. Non sarebbe il caso di condurla al capezzale di Eco?

Ma Monica Luce era rimasta talmente affascinata dalla dotta umiltà che traspariva dal volto della Perpetua, a lei avvicinatasi per sussurrarle che di sicuro il suo destino era diventare la nuova Santa Teresa D’Avila, che aveva scelto la via del cilicio e dunque seguire la santa donna all’Istituto Professionale Isabella D’Este.

Non si staccava un istante da lei. Nel tempo aveva assunto persino l’aspetto della Perpetua, lo stesso volto austero illuminato da una candida rassegnazione al martirio. Parlava con piccoli sussurri. Apriva bocca solo per rispondere alle interrogazioni. Conosceva a memoria la Bibbia, il Corano, la Cabala, i Tripiṭaka, il Libro dei morti tibetano. Conosceva tutto. Storia della letteratura, storia dell’arte, biologia, matematica, algebra, fisica quantistica e nucleare. Eccelleva persino in educazione fisica. Aveva lasciato a bocca aperta De Blasio quando aveva percorso i 100 metri in 9.15 secondi, umiliando il record mondiale del giamaicano Usain Bolt, ma aveva rifiutato la convocazione alle Olimpiadi perché troppo umile e, inoltre, correre le serviva solo per scacciare le immonde pulsioni della carne. Non c’era modo di metterla in difficoltà. La sua erudita e inscalfibile preparazione rendeva vana la ragione di vita di noi tutti: umiliare gli alunni.

Da sempre i docenti facevano piani per attaccarla, e adesso io con loro. Ci ingegnavamo a scovare un punto debole, piegarla una volta per tutte. Ci incontravamo nella sala professori, di nascosto. Le studiavamo tutte. Restavamo ore e ore, anche fino a sera a consultarci, a fare schemi. Avevamo persino una gigantografia di Monica Luce così da analizzarne il corpo, la struttura fisica, l’epidermide.

Inutile sottoporle il programma di quinta, troppo banale per lei, e attaccarla con complicate nozioni universitarie la esaltava soltanto, al punto che la nostra arma si riversava su di noi: era lei a interrogarci, ci poneva domande a cui non sapevamo rispondere. De Blasio aveva persino arruolato un ventenne ghanese, a detta sua degno erede di Frederick Carlton Lewis. Lo faceva allenare notte e giorno, lo teneva segregato in palestra, in uno sgabuzzino. Gli dava gli anabolizzanti, la cocaina, lo sperma di toro. Ma nulla. Non riusciva a eguagliare la grandezza di Monica Luce.

La De Gennaro si era addirittura impossessata di un suo capello e di una goccia di sangue, rubatole con l’inganno dopo averle regalato un rosario acuminato. A casa sua aveva creato un vero e proprio laboratorio. Non si dava pace. Era certa che la risposta della magnificenza di Monica Luce fosse racchiusa nel suo codice genetico, dunque sempre lì si celava il tallone d’Achille che ci avrebbe permesso di schiacciarla. Aveva persino scritto a David Liu, ma niente, Monica Luce era perfetta, invincibile.

Ormai ci eravamo quasi rassegnati a soccombere sotto la sua potenza che ci faceva apparire tutti come poveri stronzi e ad accettare la sentenza della Perpetua, sua mentore, che condannava tutti noi, docenti e studenti, all’inferno, e innalzava solo Monica Luce in paradiso, alla destra di Dio.

Ma a un solo giorno dalla venuta del Presidente della Repubblica, dunque dall’incoronazione di Monica Luce, De Blasio si precipitò nella sala professori dove noi tutti eravamo seduti a fissare il vuoto e a trangugiare caffè.

Era agitato, sudato, un folle sorriso gli tagliava il viso.

Subito chiuse la porta alle sue spalle e la barricò con sedie e tavolini. Poi si precipitò su ognuno di noi. Ci toccava, farneticava e agitava le mani al cielo. Aveva visto la luce, sì! Dalla Perpetua! Aveva udito, aveva capito. Santa Maria Goreti! Monica Luce doveva fare la fine di Santa Maria Goretti. Beati i puri di cuore! No? E Monica Luce era pura di cuore e di corpo! Se ne vantava sempre, no? Suo sarà il regno di Dio! Ma come cazzo non facevamo a capire? Ma lo ascoltavamo o no? ‘O tallon! ‘O tallon d’Achille!

Noi lo guardavamo confusi, sbigottiti. Credevamo fosse impazzito. La De Sanctis sussurrò a D’Amore di chiamare la psicologa Tammaro, ma questi fu fermato da Tondelli che, solenne, esclamò: «Aspettate! Il dialogo rappresenta il solo mezzo per comunicare agli altri la vita e la ricerca filosofica. Dunque sentiamo che stronzata ha da dire!»

Il piano di De Blasio si rivelò, stranamente, tutt’altro che una stronzata, anche se fece raggelare noi tutti, lì immobili ad ascoltarlo con devota attenzione.

Monica Luce doveva essere stuprata! Non c’era altra scelta.

Eravamo attoniti, eppure il piano di De Blasio, fermo sulla soglia a guardarci esaltato, con la schiuma alla bocca, sembrava la soluzione a tutti i nostri problemi.

Ma come attuarlo? Chi avrebbe avuto il coraggio? Eravamo davvero pronti a un simile gesto per sbarazzarci di Monica Luce?

Riguardo a quest’ultima domanda la risposta giunse immediata e all’unisono: sì, lo eravamo eccome! Ma il primo dubbio fu posto dalla De Sanctis.

«E se poi quella muore? Se muore la fanno subito santa!»

Di colpo un frenetico parlottare si diramò nella stanza. Gli occhi di De Blasio, ancora fissi su di noi, tremavano, come le sue labbra. Poi lesto avanzò verso noi e con un cazzottò sfondò il distributore del caffè.

«Ci vuole uno che lo faccia subito! Prima che lei possa crepare.»

In quel preciso istante ognuno di noi pensò a un solo nome: Gioacchino Vitale.

Lo convocammo seduta stante, o meglio, De Blasio e D’Amore lo strapparono via dalla 3ͣ F, dove il supplente Giotto era stato legato a testa in giù da Mariarca Pezzella solo perché aveva osato tentare di spiegare la fine del fascismo.

L’alunno Gioacchino Vitale sedeva davanti a noi nell’aula professori, le mani legate alla schiena perché non si trastullasse. Ci fissava con aria inebetita, mentre noi tutti lo studiavamo con attenzione e cercavamo di capire se quello fosse davvero il nostro uomo.

Appena riuscì a liberarsi una mano e svelto afferrò il proprio membro, per poi masturbarsi mentre fissava la De Sanctis, non avemmo più alcun dubbio: era lui. Ma ci vedemmo bene dal confessargli i nostri piani, non li avrebbe comunque capiti. Sembrava assente. I suoi occhi spalancati continuavano a fissare la De Sanctis mentre si masturbava velocemente, incurante dell’aver raggiunto già l’orgasmo.

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