Progetto editoriale: Cattedre, vicoli e polacche

I soli momenti buoni che mi erano rimasti li passavo a studiare la polacca. Irina e Svetlana ormai neppure più le sentivo, assuefatto com’ero ai loro versi. La bambina Tiziana e la sua famiglia erano ulteriore materia di studio.

Avevo quaderni per la polacca e quaderni per la bambina Tiziana. Annotavo tutto, avidamente, e quando finivo i fogli scrivevo sulla mia pelle, sulle mura, sui mobili, sul gatto.

Avevo appreso che il via vai di Totore serviva a far star bene alcuni nobili signori che di tanto in tanto si presentavano lì a bordo di lussuose auto, accolti da urla di gioia e applausi di Nanà. Inoltre Totore era un vero mago della finanza.

Mentre avanzava di vicolo in vicolo, la pancia in avanti avvolta da una maglietta del Napoli, gli occhi enormi e allucinati fissi nel vuoto e la coscia trascinata a raschiare il selciato, lui elaborava piani, studiava soluzioni, erigeva imprese e mondi.

La pensione per la gamba, il reddito di cittadinanza, gli ottanta euro richiesti da nonna Maria, gli assegni per la spesa. Aveva tutto, arraffava ogni cosa col suo lesto e instancabile camminare zoppo, eppure non gli bastava. C’erano sempre affari da fare, commissioni da svolgere, imprese da compiere.

«Toto’, Toto’! Ma che sfaccimm, me sient o no? Toto’! Mannagg ‘a bucchina da’ morte can un te chiamm!»

E lui che guizzava ora da un vicolo, ora da un negozio, ora da un garage: «Nanà! Managg ‘a Getzsù Critzst! Muor! Muor! ‘E ‘a muri’! M’ buo’ latzssa’ fa?»

C’era da dire che il buon Totore doveva anche badare alla piccola Tiziana e, talvolta, anche alla minuta Rosaria che correva dietro di lei di vicolo in vicolo, entrambe seguite da minuscoli bambini cui urla incomprensibili si mischiavano con le canzoni napoletane che giungevano dai ballatoi.

Abbracceme chiu’ forte…

Comm è doce comm è bella ‘a città e Pullicenella…

Ma ‘o saje comm fa ‘o core?

«Titsziaaaa’, int ‘a chella fetzss tzsguarrat ‘e mammet, buo’ veni’ acca’?»

E poi Tiziana che sfrecciava sotto il balcone di casa sua, eludendo Totore che urlava e la rincorreva, limitato dalla sua gamba zoppa, mentre Nanà strillava dal terrazzo e la piccola Rosaria la inseguiva allegra e urlava: «Tanto nuje sajemmo quann vulimm, e vui ce facit ‘nu bucchin! Po’ po’ po’. Tà, tà, tà.»

Il gatto guardava assorto quanto me, mentre io annotavo tutto sul mio taccuino.

Ma la sorpresa più grande la ebbi di nuovo dalla polacca.

Iniziò a invitare gente, la sfacciata! Tutte polacche come lei. Dapprima era solo una, quella che avevo battezzato la polacchina, in quanto talmente secca che le sue cosce sembravano stecche da biliardo.

Non mi piaceva. A mio dire era una cattiva compagnia. Quando c’era lei, la polacca, sempre con la vagina di fuori, si ingozzava di birre e fumava sigarette. Rideva persino! Una volta le avevo beccate a cantare Abbracceme chiu’ forte.

Poi c’era la polaccona, una copia della polacchina, ma in carne, sempre vestita come una matrioska. Parlava pure più della polacca. Ogni volta si portava dietro un fastidioso yorkshire che abbaiava di continuo e metteva in fuga la gatta nera.

Infine c’era la nipponica, una strana polacca dalla pelle giallognola e gli occhi a mandorla. Era piccolina, minuta, servizievole. Aiutava persino la polacca, sempre con la vagina di fuori, a rassettare casa. Parlava poco e non beveva, non fumava, ma quando apriva la bocca anche lei, proprio come la polacchina, la polaccona e la polacca comunicava in russo. Tutte lì parlavano russo, e io non capivo, ero confuso, e con me il mio gatto che mi osservava muovermi nell’ombra attento a ogni loro sussurro, a ogni loro gesto.

Che fosse una lingua in codice? Perché mai volevano fingere di non essere polacche? C’entrava qualcosa la storia? Temevano di apparire come appartenenti a un popolo sottomesso e dunque preferivano fingersi figlie della grande madre Russia?

Non ci capivo più nulla, c’era sotto qualcosa, la polacca non mi convinceva. E poi quella vagina! Perché le altre non la tiravano fuori? In particolare non mi sarebbe dispiaciuto affatto il contributo della nipponica, mi era simpatica. Invece niente!

Iniziavo a pensare che fosse una prerogativa della sola polacca, e questa cosa le dava una sorta di dominio. Magari nella sua tribù era una sacerdotessa.

Ma no! Non potevo saperlo. Magari le altre si svaginavano solo in casa propria. Forse era una cosa intima, non lo si poteva fare se non sotto invito, come i vampiri.

Però perché parlavano russo?

Andai pure dalla psicologa Tammaro, lei mi chiese se mi masturbassi nel guardarla, io le risposi che non c’entrava nulla, io la stavo studiando, era questo il suo modo di ringraziarmi per il contributo che stavo dando al genere umano? E che cazzo c’entrava adesso mia madre? No, non l’avevo mai spiata mentre faceva sesso con mio padre. Ma per chi mi aveva preso?

Infine se ne uscì con la più grande cazzata della storia: secondo lei la polacca era russa. Assurdo! Come se non sapessi com’è fatta una polacca. Era polacca, ci poteva giurare, e lei non capiva un cazzo.

Provai a rivolgermi pure a De Blasio, ma lui continuava a dire che aveva bisogno di studiare da vicino la faccenda, di esaminare a fondo la polacca, anche la nipponica, magari un’occhiatina pure alla polacchina. La polaccona, invece, quella a sua detta non serviva.

Non ne venivo a capo. Chiesi persino al mio editor se in redazione ci fosse un esperto di lingua russa e polacca, ma lui mi rispose che la dovevo smettere con ‘sti cazzo di scrittori sovietici pallosi e iniziare a leggere i giallisti. Lo sapevo quanto vendono i gialli? Lo sapevo?

Cominciai allora una fitta corrispondenza tramite e-mail con il più brillante degli allievi del fu Wolfango Giusti. Gli facevo mille domande. In Polonia il gatto era un animale sacro? Le giovani donne polacche erano solite girare in casa a vagina scoperta? Quanto poteva vivere in media una polacca? Erano portatrici di malattie rare? Avevano bisogno di una lampada a ultravioletti per rigenerarsi? E le polacche parlavano russo?

Lui rispondeva seccato a ogni mia domanda. No, in Polonia i gatti non contavano un cazzo, li mangiavano persino. E no, di vagine lui non ne sapeva nulla, era gay dichiarato. Le malattie io ce le avevo nel cervello, le russe sono russe e le polacche sono polacche, e in Russia si parla il russo e in Polonia il polacco, e io dovevo finirla di rompergli il cazzo.

Compresi di essere solo contro la polacca, non avevo alleati, lei invece era forte della polacchina, della polaccona e della nipponica. Adesso si riunivano quasi tutte le sera. Ridevano e chiacchieravano di gusto, rigorosamente in russo, non sembravano curarsi neppure delle grida di Totore e di Nanà che richiamavano con severità la cara Tiziana che li invitava a prendere un cazzo in culo e lasciarla in pace, in risposta al loro minacciarla di buttarla dal balcone. Le urla da valchiria della minuta Rosaria neppure le sfioravano.

Nascosto nell’ombra le vedevo gironzolare nell’appartamento, frenetiche, parlavano e gesticolavano, la polacca ogni tanto si grattava la vagina e la gatta litigava con lo yorkshire della polaccona, Rocky.

Celato dietro la poltrona, appiattito sul pavimento o aggrappato alla tenda, le scrutavo ai fornelli, sedute a tavola o a saltellare per la casa. Muovevo le labbra assieme alle loro, cercavo di carpire ogni frase, la più impercettibile sillaba.

Dobri vietcher, ya panimayou, spassiba, da, niet, dengui, sevodnia, pizdorvànka (rivolto sempre a una certa Dana), yebàt, bliad’ (sempre rivolto a Dana).

Segnavo tutto. Cercavo su Google, sfogliavo il dizionario della Treccani. Ma niente. Non riuscivo a capire perché parlavano in russo, la sola cosa che compresi e che quella Dana di cui parlavano sempre con tono astioso era una fessa rotta che la dava a tutti, e pure una kozel.

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