Čechov: quando persino da uno starnuto si crea una storia.

Trovo assurdo che oggi coloro che si avvicinano alla narrativa, o almeno con l’intento di pubblicare, si cimentino subito nella scrittura di un romanzo, pur non avendo esperienza alcuna, o quasi nulla, della scrittura di un racconto.

Con questo non voglio dire che scrivere un romanzo sia più difficile che scrivere un racconto, si tratta di due generi diversi di narrazione, hanno finalità diverse e un respiro narrativo diverso; dunque non vedo assolutamente i racconti come una palestra per arrivare a un romanzo, perché un buon racconto non è una bozza di romanzo, né un buon romanzo è un racconto portato per le lunghe: sono due cose diverse. Il romanzo è un insieme di azioni drammaturgiche che si muovono nello spazio e nel tempo, mentre il racconto è una sola e potente azione drammaturgica condensata in un unico tempo. Potremmo paragonare i due stili narrativi al pugilato: il romanzo vince ai punti, il racconto vince per knockout.  

Dunque, è certo difficile scrivere un romanzo ricco di personaggi cui vicende si intrecciano, ma è altrettanto complicato scrivere un racconto in cui si segue una sola e unica azione drammatica così potente da stendere in poco tempo i lettori.

La cosa che mi fa storcere il naso quando vedo aspiranti scrittori alle prese con un romanzo, senza però aver mai scritto un solo racconto, è il pensiero di trovarmi al cospetto di una persona che non sente il bisogno selvaggio di scrivere.

Un romanzo richiede tempo, molto tempo, anche se oggigiorno giallisti improvvisati si vantano di finire un romanzo in un solo mese. Scrivere un romanzo richiede spesso anni, e non sempre si riesce a lavorarci quotidianamente.

Allora cosa fa uno scrittore quando non lavora al proprio romanzo?  O meglio, uno scrittore quando scrive un romanzo non ha più altre idee? La sua creatività si limita a quell’unica storia?

Come abbiamo già detto, una delle prime cose necessarie a uno scrittore è allenare i propri sensi. Uno scrittore, quand’è nella piena forma, riesce a fantasticare su una storia ogni volta che vede un volto, che sente una parola, che legge un libro o coltiva la propria vena creativa.

Allora che fa? A ogni idea, a ogni bozza di storia scrive un romanzo?

Beh, alcuni lo fanno, infatti siamo pieni di pessimi romanzi e pochi racconti buoni, ma non è questo di cui voglio parlare; no, un bravo scrittore non perde una buona idea solo perché non è materiale da romanzo o non si lega al romanzo che sta scrivendo, ma può usarla per scrivere altro, appunto un racconto. Non a caso i più grandi scrittori sono stati sia romanzieri che autori di numerosi racconti, proprio perché un creativo scrive anzitutto per la necessità di creare, non certo perché il panorama editoriale italiano ricerca quasi soltanto romanzi.

Ma esistono anche scrittori che scrivono solo racconti, o quasi, e non per questo sono meno abili dei romanzieri, anzi. Una delle dimostrazioni più recenti la troviamo in Alice Munro, nata a Wingham nel 1931 e vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura nel 2013 proprio per il suo ruolo di maestra del racconto breve contemporaneo.

Alice Munro ha scritto e pubblicato quasi venti raccolte di racconti e ha scritto un solo romanzo: Lives of Girls and Women, pubblicato nel 1971 e portato in Italia nel 2018 da Einaudi, con il titolo La vita delle ragazze e delle donne. Eppure anche questo libro di Alice Munro non si può definire per così dire un romanzo vero e proprio, in quanto è composto da diverse storie di donne, seppur interconnesse fra loro, ma leggibili tranquillamente come racconti a sé stanti.

Ci sono dunque creativi che per voce autoriale o modo di gestire la trama sono più vicini al racconto, ed essendo creativi ne scrivono a decine, a centinaia; diversamente, credo sia difficile trovare veri creativi che al di là di un romanzo non sentano il bisogno di scrivere altre storie, anche quando queste non sono materiale sufficiente per reggere la struttura di un romanzo.

Al di là di Alice Munro, l’esempio più lampante lo troviamo in uno dei padre della letteratura, Anton Pavlovič Čechov, scrittore che credo non abbia bisogno di presentazioni, essendo considerato uno dei padri della letteratura russa al pari di Tolstoj, di Gogol’ e di Dostoevskij. Eppure Čechov ha scritto un solo romanzo: L’inutile vittoria, pubblicato nel 1882 con minore successo dei seicentocinquanta racconti a lui attribuiti e pubblicati sulle riviste russe soprattutto fra il 1883 e il 1887. Ma Čechov non è stato solo uno scrittore di narrativa, è stato anche un abile drammaturgo, benché spesso criticato dallo stesso Tolstoj, suo amico e da lui molto ammirato. Čechov, fra narrativa e teatro, ha inventato centinaia di storie, un numero inverosimile che dimostrano non soltanto la sua fervida fantasia, ma un costante bisogno di scrivere, di inventare, di creare.

Ora, non tutti siamo Čechov, purtroppo, ma, come scritto prima, trovo impensabile che un narratore non abbia guizzi creativi se non limitati alla scrittura di un romanzo: dunque un unico pensiero creativo che può durare anni.

Come abbiamo detto, un racconto non contiene l’intreccio di un romanzo, esso è basato su un unico e forte evento drammatico. Ciò non vuol dire che un racconto non possa dilatarsi in un tempo che tocca anni, decenni: i racconti di Alice Munro ne sono la prova; il punto è che nell’arco della narrazione, che essa duri un giorno o decenni, la domanda drammaturgica che regge l’azione, e dunque da noi seguita, ha un’unica e specifica direzione.

Che sia un racconto breve che si compie nell’arco di una giornata, come il meraviglioso Avventura di due sposi di Calvino, o nel corso di una vita, come il bellissimo racconto di Assia Djebar, Annie e Fātima, l’azione drammaturgica che seguiamo è sempre una, come una freccia scoccata con precisione contro un bersaglio.

Molti dei racconti di Čechov sono brevissimi, altri sono lunghi, alcuni, come La steppa, sfiorano quasi la lunghezza del romanzo; ma non sono le pagine a definire la differenza, quanto la domanda drammaturgica della storia.

In questo articolo voglio proporvi uno dei racconti brevi di Čechov, un racconto di appena tre pagine: La morte dell’impiegato, scritto nel 1882 e pubblicato nel 1883; un puro esempio di come il racconto contenga un’unica ma tagliente azione drammaturgica.

È la storia di Ivàn Dmitri Lervjakòv, usciere giudiziario nella Russia al tempo di Čechov che, a seguito di uno starnuto fatto per sbaglio in faccia a un distinto e influente signore, scivola in una psicosi tanto divertente quanto drammatica.

Di certo, come nella maggior parte della Letteratura Russa dell’ottocento, questo racconto è carico di accuse contro il sistema gerarchico dell’epoca e di come esso possa ridurre un uomo, ma la narrazione semplice e calzante fa concentrare il lettore sulla storia e sull’azione drammatica facendo porre delle domande partendo dalla vicenda di Ivàn Dmitri Lervjakòv, non riflettendo su demagogie o pomposi trattati sociali.

Ma leggiamo prima il racconto.

La morte dell’impiegato

Una magnifica sera un non meno magnifico usciere, Ivàn Dmitric’ Cerviakòv, era seduto nella seconda fila di poltrone e seguiva col binoccolo “Le campane di Corneville”. Guardava e si sentiva al colmo della beatitudine. Ma a un tratto… Nei racconti spesso s’incontra questo “a un tratto”. Gli autori han ragione: la vita è così piena d’imprevisti! Ma a un tratto il suo viso fece una smorfia, gli occhi si stralunarono, il respiro gli si fermò… egli scostò dagli occhi il binoccolo, si chinò e… eccì!!! Aveva starnutito, come vedete.

Starnutire non è vietato ad alcuno e in nessun posto. Starnutiscono i contadini, e i capi di polizia, e a volte perfino i consiglieri segreti. Tutti starnutiscono. Cerviakòv non si confuse per nulla, s’asciugò col fazzolettino e, da persona garbata, guardò intorno a sé: non aveva disturbato qualcuno col suo starnuto? Ma qui, sì, gli toccò confondersi. Vide che un vecchietto, seduto davanti a lui, nella prima fila di poltrone, stava asciugandosi accuratamente la calvizie e il collo col guanto e borbottava qualcosa. Nel vecchietto Cerviakòv riconobbe il generale civile Brizzalov, in servizio al dicastero delle comunicazioni.

«L’ho spruzzato!», pensò Cerviakòv. «Non è il mio superiore, è un estraneo, ma tuttavia è seccante. Bisogna scusarsi».

Cerviakòv tossì, si sporse col busto in avanti e bisbigliò all’orecchio del generale:

– Scusate, eccellenza, vi ho spruzzato… io involontariamente…

– Non è nulla, non è nulla…

– Per amor di Dio, scusatemi. Io, vedete… non lo volevo!

– Ah, sedete, vi prego! Lasciatemi ascoltare!

Cerviakòv rimase impacciato, sorrise scioccamente e riprese a guardar la scena. Guardava, ma ormai beatitudine non ne sentiva più. Cominciò a tormentarlo l’inquietudine. Nell’intervallo egli s’avvicinò a Brizzalov, passeggiò un poco accanto a lui e, vinta la timidezza, mormorò:

– Vi ho spruzzato, eccellenza… Perdonate… Io, vedete… non che volessi…

– Ah, smettetela… Io ho già dimenticato, e voi ci tornate sempre su! – disse il generale e mosse con impazienza il labbro inferiore.

 «Ha dimenticato, e intanto ha la malignità negli occhi», pensò Cerviakòv, gettando occhiate sospettose al generale. «Non vuol nemmeno parlare. Bisognerebbe spiegargli che non desideravo affatto… che questa è una legge di natura, se no penserà ch’io volessi sputare. Se non lo penserà adesso, lo penserà poi!…».

Giunto a casa, Cerviakòv riferì alla moglie il suo atto incivile. La moglie, come a lui parve, prese l’accaduto con troppa leggerezza; ella si spaventò soltanto, ma poi, quando apprese che Brizzalov era un “estraneo”, si tranquillizzò.

– Ma tuttavia passaci, scusati, – disse. – Penserà che tu non sappia comportarti in pubblico!

– Ecco, è proprio questo! Io mi sono scusato, ma lui in un certo modo strano… Una sola parola sensata non l’ha detta. E non c’era neppur tempo di discorrere.

Il giorno dopo Cerviakòv indossò la divisa di servizio nuova, si fece tagliare i capelli e andò da Brizzalov a spiegare… Entrato nella sala di ricevimento del generale, vide là numerosi postulanti, e in mezzo ai postulanti anche il generale in persona, che già aveva cominciato l’accettazione delle domande. Interrogati alcuni visitatori, il generale alzò gli occhi anche su Cerviakòv.

– Ieri, all’Arcadia, se rammentate, eccellenza, – prese a esporre l’usciere, – io starnutii e… involontariamente vi spruzzai… Scus…

– Che bazzecole… Dio sa che è! Voi che cosa desiderate? – si rivolse il generale al postulante successivo.

«Non vuol parlare!», pensò Cerviakav, impallidendo. «È arrabbiato dunque… No, non posso lasciarla così… Gli spiegherò… ».

Quando il generale finì di conversare con l’ultimo postulante e si diresse verso gli appartamenti interni, Cerviakòv fece un passo dietro a lui e prese a mormorare: – Eccellenza! Se oso incomodare vostra eccellenza, è precisamente per un senso, posso dire, di pentimento!…Non lo feci apposta, voi stesso lo sapete!

Il generale fece una faccia piagnucolosa e agitò la mano.

– Ma voi vi burlate semplicemente, egregio signore! – disse egli, scomparendo dietro la porta.

«Che burla c’è mai qui?», pensò Cerviakòv. «Qui non c’è proprio nessuna burla! È generale, ma non può capire! Quand’è così, non starò più a scusarmi con questo fanfarone! Vada al diavolo! Gli scriverò una lettera e non ci andrò più! Com’è vero Dio, non ci andrò più!».

Così pensava Cerviakòv andando a casa. La lettera al generale non la scrisse. Pensò, pensò, ma in nessuna maniera poté concepir quella lettera. Gli toccò il giorno dopo andar di persona a spiegare.

– Ieri venni a incomodare vostra eccellenza, – si mise a borbottare, quando il generale alzò su di lui due occhi interrogativi, – non già per burlarmi, come vi piacque dire. Io mi scusavo perché, starnutendo, vi avevo spruzzato… e a burlarmi non pensavo nemmeno. Oserei io burlarmi? Se noi ci burlassimo, vorrebbe dire allora che non c’è più alcun rispetto… per le persone…

– Vattene! – garrì il generale, fattosi d’un tratto livido e tremante.

– Che cosa? – domandò con un bisbiglio Cerviakòv, venendo meno dallo sgomento.

– Vattene! – ripeté il generale, pestando i piedi.

Nel ventre di Cerviakòv qualcosa si lacerò. Senza veder nulla, senza udir nulla, egli indietreggiò verso la porta, uscì in strada e si trascinò via… Arrivato macchinalmente a casa, senza togliersi la divisa di servizio, si coricò sul divano e… morì.

In tre pagine abbiamo assistito a una vicenda tanto fantasiosa quanto tragica. L’azione è una, il dramma e uno, eppure sembra dilatarsi, gonfiarsi, da lasciarci come se avessimo letto decine di pagine.

Tralasciando l’indiscutibile tecnica e precisione di Čechov, cerchiamo di focalizzare l’azione drammaturgica, seppur bene evidente: Un uomo che copre un incarico rispettoso, ma non di alto rango, si trova in un ambiente distinto e per sbaglio, per puro caso, starnutisce sul capo di un uomo di tutto rispetto, addirittura un generale.

Dapprima non fa caso all’accaduto, poi subito viene colto dal terrore e fa di tutto per scusarsi, ma inizialmente il generale neppure gli bada, per poi reputarsi addirittura seccato di quelle petulanti scuse.

Tornato a casa, l’usciere, come prima cosa si confida con la moglie, come se quanto accaduto fosse di questione vitale; fa persino congetture sui più semplici e ordinari gesti del generale, sul modo in cui l’ha guardato.

Da qui torna di nuovo dal generale per scusarsi, ma questi, senza comprendere l’insistenza dell’uscire, lo accusa addirittura di farsi beffa di lui.

Al pensiero di aver mancato di rispetto al generale, adesso si unisce quello di essere da lui reputato come un buffone, un fastidioso villano.

L’usciere è sempre più provato, non sopporta che la sua reputazione possa essere macchiata. Così torna ancora del generale, e qui viene cacciato via in modo brutale, tanto da morirne.

Allora, come detto l’accusa sociale è chiara e lampante, e così l’azione drammaturgica, ma la cosa che più colpisce è come sia venuta a Čechov una storia tanto semplice quanto geniale; una storia sì divertente, ma anche spaventosa, in quanto l’immotivata insistenza dell’uomo ci infastidisce nell’intimo, non tolleriamo e non capiamo la sua ossessiva psicosi.

Com’è venuta a Čechov questa storia?

Non lo sappiamo. Non credo ci sia scritto da nessuna parte. Però, come spesso abbiamo detto, noi scriviamo sempre a partire da noi stessi, da ciò che ci è vicino.

E se Čechov, a teatro, avesse visto un uomo starnutire davvero su qualcuno, e da qui fosse nata la storia?

Il narratore, come abbiamo detto, è una persona abituata a utilizzare i propri sensi: vede tutto, ascolta tutto, e mentre lo fa la sua mente elabora visioni.

Da qui torniamo al discorso iniziale, ossia la creatività.

Ogni giorno ci succedono decine di eventi che ci restano dentro. Persino la persona più solitaria scava di continuo nel proprio mondo interiore e ne trova cose nuove. Dunque un creativo a continui spunti per nuove storie, e spesso riesce ad afferrare l’immagine portante da cui iniziare a scrivere.

Ma un uomo che starnutisce su di un generale, è forse materia per un romanzo?

Ne dubito.

Dunque Čechov che avrebbe dovuto fare, accantonare la propria idea, visto che non era applicabile a un romanzo?

No, un creativo fa una sola cosa: crea! Che sia un romanzo o un racconto o una drammaturgia, il creativo crea, e lo fa costantemente (quando è fortunato ed è bravo), coglie al volo le storie, non perde tempo ad attendere la storia per un romanzo, mette su carta ogni storia che gli nasce dentro: a decine, a centinaia, proprio come Čechov.

Dunque, il consiglio che do a ogni aspirante scrittore è appunto di non fissarsi su quale storia raccontare, su quale romanzo scrivere, ma di cogliere ogni storia e scriverla.

Quando avete dei dubbi, pensate a Čechov.

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