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Un vero incontro di pugilato: Giulio Milani VS Antonio Franchini

Giorni fa sulla pagina Facebook Gli Imperdonabili, movimento fondato da Giulio Milani, editore della storica Transeuropa, casa editrice che nel 1994 ha pubblicato il fortunato esordio di Enrico Brizzi, Jack Frusciante è uscito dal gruppo, abbiamo assistito a un confronto di natura epica: Giulio Milani ha parlato di letteratura e di editoria con colui che assieme ad Alberto Rollo è di certo il più famoso redattore editoriale vivente, Antonio Franchini. Un lungo confronto moderato da Peter Genito in cui i due non si sono risparmiati in nulla.

Entrambi non hanno bisogno di presentazioni, sono scrittori e redattori navigati. Mi limito a dire quanto sia pittoresco e istruttivo un simile confronto fra due persone molto diverse: in un angolo del ring, un redattore che dopo aver dato vito alla collana Wildworld per Transeuropa, ha fondato con alcuni suoi autori il movimento degli Imperdonabili, scagliandosi a spada tratta contro ogni tipo di lobby editoriale; nell’altro angolo, il redattore che per ben quindici anni ha tenuto le redini della narrativa italiana di Mondadori, facendo collezionare alla casa editrice milanese numerose vittorie al Premio Strega e ricordato anche per aver scoperto casi editoriali come Paolo Giordano e Roberto Saviano.

Insomma, due personalità agli antipodi. Due professionisti e uomini di grande cultura.  

Conoscendo entrambi, non dico la mia, preferisco vediate da voi questo bellissimo confronto ricco di colpi di scena e di ribaltamenti, sicuro che lo troverete illuminante.

Per vedere il video, cliccate sul riquadro nero in basso, alla voce: Guarda su Facebook.

L’importanza delle parole: sussurri mischiati per rendere tangibile l’invisibile

È triste vedere come oggigiorno la lingua italiana sia continuamente svenduta, mercificata. Non si tratta soltanto di una questione stilistica, tanto meno di un lessico ridotto sempre più all’osso, è proprio il senso intrinseco della lingua italiana a essere stato deturpato, ciò di cui è formata: le parole.

Alcuni credono che l’inventare nuovi termini, come petaloso, oppure modernizzare alcune frasi equivalga a un vilipendio della nostra lingua, una storpiatura delle nostre preziose parole. In parte è così, ma non credo affatto sia questo il problema. Il vero dramma comincia lì dove ci si crede capaci di impadronirsi delle parole. Usarle a proprio piacimento, catalogarle, ridurle persino a uno strumento di vile mercificazione.

Si parla tanto di parole, di lingua italiana, eppure per la parola scritta continua a non esserci rispetto. In TV, ad esempio, vediamo presentatori e presentatrici poco avvezzi alla lettura mettere bocca sulla nostra lingua. In una misera ora di girato si ha la pretesa di spiegare quanto si apprende in anni di filologia. Assistiamo a comici che non hanno soltanto la pretesa di recitare un sommo poeta quale Dante, ma di spiegarlo, senza avere la preparazione culturale per farlo.

Tutto questo mostra con quale mancanza di rispetto ci si avvicina alla cultura, soprattutto alla cultura letteraria. In questo tempo dove tutti credono di poter mettere bocca su tutto, e farlo senza formarsi, di certo la nostra lingua non è stata risparmiata; anzi, essendo essa formata di parole sembra qualcosa di facilmente ingabbiabile, manipolabile. Dunque si parla di libri, senza averli mai letti. Si parla di film, senza averli mai visti. Si cita Dante, deformando il senso delle sue parole. Si interpreta a proprio piacimento qualsiasi dottrina, credendo di poterla assimilare in un tempo di poco superiore a quello di un pasto.

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Che si tratti di narrativa o di altro, senza amore non esiste arte.

Si parla spesso di scuole di scrittura creativa. C’è chi è d’accordo, chi è contrario, chi parla solo guidato da un pregiudizio. Di sicuro ogni arte prevede una formazione, su questo non si discute, poi questa formazione può avvenire in tantissimi modi: in ambito scolastico, in un ente privato, lavorando sul campo.

Una cosa però è imprescindibile quando parliamo di creatività: l’amore e la passione per l’arte in cui ci si cimenta.

Un autore di narrativa è per forza un lettore famelico. Uno sceneggiatore o un regista sono per forza grandi appassionati di cinema, al pari di un attore che si imbottisce di film e spettacoli teatrali, così come un pittore non può fare a meno di bazzicare musei e mostre.

Non si tratta di voler apprendere, ma di un bisogno: chi ama insegue l’amato, è così da sempre. Diversamente, non parliamo di amore.

Personalmente, da che ho memoria, prima ancora di innamorarmi dei libri ero innamorato delle storie: sono cresciuto guardando ottimo cinema. A quattrodici anni amavo già David Lynch, Alan Parker, Roman Polanski, Stanley Kubrick, i fratelli Coen e tanti altri. Conoscevo già Pasolini, Monicelli, Zeffirelli e ovviamente Sergio Leone. Per ridere non vedevo certo i cinepanettoni, ma i Monty Pithon. Amavo attori come Jon Woight, l’allora giovane (ma già grandioso) Gary Oldman, Jean Reno (non solo quello di Leon), Michel Galabru, il magistrale Richard Harris, l’inarrivabile Christopher Walken, il troppo sottovalutato Ernest Borgnine o il giovanissimo Gene Hackman che interpretava il reverendo Frank Scott nel film sul Poseidon, o ancora i più commerciali Al Pacino e Robert De Niro. Non ero innamorato di Patsy Kensit o di Kim Basinger, ma di Emmanuelle Seigner e Isabelle Adjani. Mi imbottivo a tal punto di cinema che anziché Vasco Rossi o chissà quale cantautore dell’epoca preferivo ascoltare le sublimi colonne sonore di Ennio Morricone, Eric Serra, Peter Gabriel o ancora quelle composte dal bravissimo regista John Carpenter.

Insomma, non fosse stato per il mio carattere ribelle e il mio essere socievole sarei stato un ottimo nerd: oggi, nell’epoca di Tik Tok, lo sono di certo. Tuttavia, mi imbottivo di buon cinema perché già allora ero innamorato delle storie. Poi sono venuti i libri. Il primo è stato Ventimila leghe sotto i mari. Poi Dracula. I racconti di Edgar Allan Poe. Ho letto anche Ramses, lo confesso, però anni prima avevo letto gran parte delle opere di Shakespeare.

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Progetto editoriale: Bambini in pausa

L’antologia Bambini in pausa, edita da Meligrana Edizioni, nasce da un’idea mia e di Carmela Manco, presidente della O.N.L.U.S. Figli in Famiglia. Scopo del progetto è dar voce ai bambini di San Giovanni a Teduccio (Napoli) e lasciare che ci raccontino come hanno vissuto uno dei periodi più strani del nostro tempo: la quarantena dovuta all’emergenza sanitaria.

Diciassette autori hanno cercato di elaborare disegni e temi creati dai bambini durante il lockdown, al fine di tramutare paure, gioie e speranza di ognuno di loro in diciotto racconti.

La paura di non vedere tornare le persone andate via, il bisogno di ascoltare un amico immaginario, la nostalgia del mare e dei primi baci, il terrore di essere dimenticati da chi si ama, le incomprensioni famigliari ma, soprattutto, la speranza di tornare a sorridere.

Sono solo alcuni dei sentimenti di cui gli autori si sono fatti portavoce, perché queste storie appartengono ai bambini, non a noi: storie che ci hanno fatto intuire quanto questo assurdo periodo sia stato capito solo da loro, capaci come sempre di cogliere i valori fondamentali della vita.

Bambini in pausa non è solo un progetto editoriale, ma un viaggio, un ideale.

Potrete acquistare il libro su Amazon e sul sito dell’editore, ai seguenti link. Il 50% sarà devoluto alle attività della Figli in Famiglia O.N.L.U.S.

Ringrazio tutti per il vostro sostegno.

Hanno partecipato al progetto: Giuseppe Meligrana, Carmela Manco, Francesco Costa, Gennaro Varriale Gonzalez, Monia Rota, Maria Masella, Laura Scaramozzino, Serena Pisaneschi, Mara Fortuna, Claudio Santoro, Elisabetta Carraro, Paola Giannò, Claudia Moschetti, Monica Gentile, Erna Corsi, Giovanna Esposito, Floriana Naso, Maria Concetta Distefano, Andrea Cinalli e Mario Emanuele Fevola.

Cliccando sul simbolo di Amazon (sotto la copertina) sarai riportato direttamente alla pagina del libro.

Progetto editoriale: La finestra chiusa

Ormai mio padre non ci riconosceva quasi più, nemmeno si alzava dal letto. I medici ci avevano consigliato di continuare a dargli la morfina: non c’era altro da fare, solo attendere.

Mia madre, mutata in una vecchia consunta, vegliava su di lui notte e giorno. China sul letto, a volte gli carezzava il viso come fosse un bambino: quel volto ridotto a ossa che sembravano stracciargli la pelle ingiallita, gli occhi affossati in due grotte buie, la mano ossuta che fendeva l’aria in cerca di qualcosa che solo lui vedeva.

«Ono’, che c’è, sto qua?»

Non avevo mai udito mia madre chiamarlo per nome, non l’avevo mai vista accarezzarlo, ma forse quel mucchio di ossa, di pelle macera che puzzava di sudore dolciastro e di decomposizione, quel cumulo di carne arenata in un letto, quegli occhi spalancati e gonfi di terrore, non erano mio padre: mio padre era già morto, di lui restava solo l’essere umano che non era mai riuscito a essere: un bambino che chiedeva affetto, piangeva, e ora non più da ubriaco.

Più volte io e Anna provammo a portare via mia madre da quel letto a cui sembrava essersi aggrappata, come Onofrio continuava ad avvinghiarsi ostinatamente agli ultimi barlumi di una vita mai vissuta, ma lei non si convinse mai, restava lì ferma al capezzale di quel marito che forse un tempo aveva davvero amato, senza che io ne capissi il motivo.

Si poteva amare Onofrio? Quel composto di urla, brutalità e parolacce; quelle carni sporche, quei denti marci, potevano meritare amore?

A volte sgranava gli occhi verso il soffitto, tendeva la mano in alto come se stesse finalmente toccando qualcosa sospeso in aria, sul suo viso imperlato di sudore appariva appena un sorriso.

«Mamma…»

Poi il suo braccio crollava nel vuoto, reciso.

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Progetto editoriale: La finestra chiusa

La porta di casa era già spalancata. Il corridoio era pieno di persone che non vedevo da anni, immobili come statue.

Contro le pareti, sembravano lì per accogliere il mio passaggio.

C’era pure il papà di Alfonso, Giannino Vitagliano, proprio lui che aveva sempre giudicato mio padre un cafone, un animale. Era venuto anche Sciabolone. Nel vedermi mi pose la mano sulla spalla, incapace di guardarmi negli occhi, come tutti.

Avanzavo in quel varco di carne, mano nella mano di Lia. Udivo appena qualche sospiro, la fasulla pena di quei deficienti che non avevano mai sopportato né me né mio padre.

In fondo al corridoio la luce della camera da letto dei miei era accesa, da essa giungevano pianti, lamenti e voci.

Riconobbi il gemito doloroso di mia madre ed ebbi voglia di andare via, perché più della morte di mio padre mi terrorizzava il pensiero della sofferenza di mia madre e di ciò che avrei dovuto fare per lenirla.

Era seduta accanto al letto, stravolta dalle lacrime, la mano ferma sul corpo esangue di mio padre ridotto solo a un corteccia di pelle.

In piedi alle sue spalle c’era mia sorella, lo sguardo chino per non vedere cosa era rimasto di suo padre.

In un angolo c’era mio fratello.

Lia continuava a tenermi forte la mano, ma non la guardai, non dissi nulla, insieme a lei avanzai lento verso il letto, seguito dagli sguardi invisibili di tutti i presenti e di mio fratello che dalla sua tana sembrava fiutasse ogni mio passo.

Appena raggiunsi mia madre, lei, senza riuscire ad alzarsi, mi afferrò il braccio e mi tirò a sé.

Sentivo le sue lacrime bagnarmi il petto, come se volessero scavarmi nelle carni ed entrami nel cuore. Sembrava mi stesse chiedendo di ridarle Onofrio, e perché, non lo capivo.

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Progetto editoriale: Piciul

Piciul uscì di corsa da scuola, quasi non notò Blanca che lo aspettava.

«Ehi, ma dove vai?»

Blanca lo seguì a passo svelto.

«Allora, che ti ha detto il professore?»

Ma Piciul era strano, scostante, sembrava rinchiuso in un mondo tutto suo dove nessuno poteva entrare.

Proseguirono in silenzio lungo il Corso Garibaldi, camminavano senza meta fra studenti rumorosi e persone che andavano per negozi. Avevano ancora un’ora prima che Piciul dovesse andare in fabbrica.

Arrivarono al Parcheggio San Francesco, un enorme piazzale di cemento. Ragazzini giocavano a pallone, ubriaconi sedevano su muretti a bere vino in cartone, un vecchio lanciava molliche di pane ai piccioni.

Alcuni rom rovistavano in cassonetti arrugginiti ai bordi del piazzale: tiravano fuori vestiti o altre cianfrusaglie e li gettavano in scatoloni posti su vecchi carrozzini.

Una di loro alzò lo sguardo verso Blanca: aveva forse la sua età, le somigliava. Indossava un maglione verde sotto a un pullover marrone coperto da un giubbotto giallo, una lunga gonna simile a una tenda terminava su calzettoni rosa che coprivano piedi affondati in zoccoli mezzi rotti.

Gli occhi di entrambe si unirono in una sola palpabile e liquida pupilla, poi in un attimo quella giovane ragazza svanì in una folata di piccioni.

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Progetto editoriale: Cattedre, vicoli e polacche

Zio Enzuccio sorrideva fiero di entrambe. Con le nipotine non lesinava in affetto, pensava a loro in ogni momento.

Appena vedeva la corpulenta Tiziana sfrecciare nel vicolo, seguita dalla minuta Rosaria, si aggrappava alla ringhiere e urlava: «Perniacchie’, te buò movere a sagli’ nngopp?»

La bambina Tiziana e la bimba Rosaria non si esimevano dallo scherzare con lui. Mentre continuavano a correre di vicolo in vicolo, la voce appena altina della bambina Rosaria si scagliava contro i palazzi: «‘O zio, ‘o zio, ‘o zio…», e nel preciso istante in cui il forzuto zio Enzo si protendeva nel vuoto e strillava un gioviale: «Che è, Rose’?», subito interveniva la bambina Tiziana che urlava: «Par ‘o cazz!», e un secondo dopo delle due bambine non restavano che risate disperse nei vicoli, mentre il caro zio Enzo brontolava bonario: «Sti’ doje cess!»

Si mostrava particolarmente legato alla piccola Rosaria, la bambina apprendeva avidamente da lui. Che si trovasse in strada a rincorrere la carismatica Tiziana, oppure al primo piano a rallegrale la solitudine di suo nonno con grida e risate isteriche, o ancora nella casa della nonna a sfuggire dalle minacce di morte o di pene corporali propinate da sua madre Marina, quando lo zio Enzuccio dal balcone diceva qualcosa o magari chiamava qualcuno, lei subito lo imitava. Ovunque fosse la si udiva ripetere le parole di zio Enzuccio con la sua voce stridente: «‘O Ge’, ‘o Ge’. ‘E bucchin! ‘E bucchin! Carle’, Carle’, te piacc ‘o pesc, te piacc ‘o pesc.»

Zio Enzuccio sorrideva commosso nell’udirla, talvolta pure io, anche se Marina nel sentire le grida di sua figlia non appariva altrettanto partecipe alla nostra gioia, forse invidiosa dell’affetto che la figlia riversava sullo zio Enzo, anziché su di lei.

«Rosa’, te ‘a sta zitt! Zitt! Nun c’a facc chiù a te suppurtà! Schiattete cu chella sfaccimm ‘e capp nnfacc ‘o mur!»

Oltre a lei, anche un’altra persona non pareva rallegrarsi del tenero e fanciullesco rapporto che univa zio Enzo alla bimba Rosaria: la polacca!

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Progetto editoriale: Cattedre, vicoli e polacche

Verso inizio serata finalmente feci la conoscenza dello zio Enzo. Il suo arrivo fu accolto nel Vico Cangiani al Mercato con urla di gioia, fischi, applausi e petardi fatti scoppiare in cielo. La bimba Rosaria, sul ballatoio, assieme alla bambina Tiziana, ora del tutto domata, saltava e batteva le mani mentre urlava il nome di zio Enzuccio, accanto alla dolce Nanà che stingeva la ringhiera con le sue delicate manone e guardava giù, in lacrime, il suo amato Totore pronto ad accogliere l’entrata in scena del tanto atteso zio Enzo.

Arrivarono due volanti dei carabinieri, ricevute subito da applausi e parole gioviali che incitavano il caro Enzo a farsi avanti e ai guardi di andarsene, possibilmente a fare i bucchini.

Non riuscii a scorgerlo bene, vidi solo una sorta di scimmione avvolto da una fiumana di persone che lo acclamavano, lo volevano toccare, gli porgevano bambini da accarezzare. Dai balconi donnone in pigiama e vecchie minute urlavano e battevano le mani, la chiattona bionda per l’occasione aveva messo su Carcerato di Mario Merola, Carletto penzolava da un paniere e applaudiva, il chiattone del garage corse ad abbracciare Enzuccio, senza curarsi della gente che calpestava. Nana’, dal proprio terrazzo, strillava: «Enzu’, Enzu’, ammor mio! Fratem carnale!»

Di Enzuccio inquadrai nitidamente solo una mano pelosa sbucare fra la folla, issata a salutare la sua sorella commossa.

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Progetto editoriale: Cattedre, vicoli e polacche

Devo dire che il nostro primo incontro, con lei, la polacca, avvenne in modo atipico e del tutto inatteso. Sceso in mutande dalle scale del soppalco, al buio, diretto in cucina per prendere una birra e sfuggire dalle risate e dalle urla di Irina e Svetlana, nel voltarmi la vidi: era un culo!

Avevo già notato in precedenza la luce accesa nell’appartamento di fronte, praticamente incollato al mio salotto, ma non avevo mai visto nessuno al suo interno, solo un cucina linda, immacolata, nuova di zecca.

E adesso davanti a me c’era un culo.

Dapprima mi stropicciai gli occhi. Forse era colpa della stanchezza. Magari tutta la situazione di Gennarino Piscopo e Rosaria Potenza mi aveva sconvolto, forse era colpa delle stronzate comuniste di Renato Curcio.

Non poteva essere un culo vero!

Di certo indossava una tuta, un fuson, un pantaloncino. Ma poi guardai bene, aguzzai la vista: era proprio un culo quello davanti a me, un culo da donna, un culo tondo, all’apparenza morbido, appetitoso.

La spiai svanire in fretta nell’altra stanza, ma non mi mossi, restai lì in attesa, e quando tornò aveva ancora il culo fuori. E il pezzo davanti. Cucinava con addosso solo una maglietta, incurante di me che la studiavo con ingordigia.

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