Diamo il giusto nome alle cose: l’arte è qualcosa di sacro

Ogni giorno mi chiedo quale sia il senso della mia vita, non solo, mi domando che senso ci sia nella vita stessa. Siamo animali, solo questo, e come tali votati alla mera sopravvivenza? Siamo semplicemente cose di carne destinate a perire?

Questo cervello, questo cuore, queste mani, questi polmoni, questo stomaco, tutto questo me stesso che ora scrive e pensa e piange e vive sono davvero io, o è solo un contenitore, carne e ossa e nervi e vene che un giorno marciranno?

Stupidaggini, pensieri inutili. Eppure i libri rimasti nella storia contengono proprio queste sciocchezze. Non la forma, non la storia, non la lingua li hanno resi immortali, ma queste verità che sin dagli albori della vita definiscono il percorso dell’essere umano: chi sono, da dove vengo, dove vado?

Senza queste riflessioni non esiste creatività, né arte, né vita.

Ogni giorno penso a queste cose. Ogni giorno penso al senso della mia vita: se la mia sia davvero vita, o animalesca sopravvivenza. Ogni giorno penso a cosa resterà di me, a quanto mi resta, a cosa ho fatto, a cosa faccio e dove sto andando. Ogni giorno penso alla vita, dunque inevitabilmente penso alla morte.

Oggigiorno è scandaloso pensare alla morte, è una cosa cupa, brutta, da nascondere. Non si muore più in casa, ma negli ospedali. I morti devono essere separati dai vivi, occultati, il fetore della decomposizione deve essere celato dal candore del marmo, da fiori profumati, da una fotografia sorridente: immagine artefatta di tutti i nostri tormenti.

Una carogna viene lasciata a marcire per strada, la calpestiamo con indifferenza, ma non osiamo fissare in essa i nostri stessi tratti, la fine che presto o tardi ci ridurrà in cibo per i vermi.

Ma come pensare alla vita se non sappiamo più pensare alla morte? Come interrogarci sulla nostra vita, senza fissare quel traguardo che tutti, nessuno escluso, è chiamato a raggiungere?

Eppure è così, oggi raramente si pensa alla morte. Oggi raramente si pensa alla vita.

Si crede di vivere, ma in verità si sopravvive soltanto. Ogni cosa è apparenza. La vita, il sangue, la carne, tutto è stato spazzato via dall’autocelebrazione. Osanniamo il feticcio della nostra immagine per non pensare a ciò che siamo, all’occhio della morte costantemente fisso su di noi. Ostentiamo ogni minima parola come fosse indispensabile, ogni nostro pensiero è spiattellato come importantissimo, la nostra esistenza viene celebrata come magnifico monito di perfezione.

Non ci rendiamo conto di essere ridicoli? Davvero crediamo alle bugie che ci raccontiamo?
Questa parata di manichini vestiti da sovrani, ora lo capisco, è solo una mandria di bestie che scappa impaurita, credendo con il proprio scalpitio di andare da qualche parte, di nascondersi, di mettersi in salvo.

La vita svanisce nell’illusione di preservarla, resta solo il rumore, un fracasso che serve a non udire il silenzio: noi, animali fermi nel deserto, storditi nell’osservare il cielo smisurato che ci avvolge e ci ricorda che siamo un nulla.

E quale modo migliore per celebrare se stessi se non l’arte?

Come scritto più volte, il web, e ancor più i social network, hanno offerto una vetrina sul mondo dove tutti, nessuno escluso, può vendere un’immagine di se stesso. Non altro che una vetrina piena di prostitute che attendono il cliente di turno, urlanti, agitate, sempre a scalpitare per essere scelte.

Non è l’arte il fine, essa è il mezzo per mostrare altro: la propria immagine.

Si usa il dipinto per esporre se stessi, ecco cosa. Il fine non è il bisogno di creare, ma di essere riconosciuti, celebrati, osannati.

Quanto siamo stupidi!

Ecco perché il nostro secolo è florido di pittori, di scultori, di scrittori, di attori, di registi, di drammaturghi. Sono ovunque! Conosciuti o meno. E spesso valgono meno di chi li ha preceduti. Chi arriva alla ribalta, sotto i tanto anelati riflettori, pensa più a mantenere un pubblico di scimmie urlanti anziché interrogarsi sulle domande che dovrebbero generare l’arte: chi sono, da dove vengo, dove vado?

L’arte non è più ricerca, ma un mezzo per credersi immortali.

L’arte, a mio dire, sta morendo nell’ostinata negazione della morte.

Un grande redattore e, a mio dire, meraviglioso scrittore, ha di recente dichiarato che, diversamente da ciò che si crede, il nostro tempo è pieno di sfumature variegate in ambito letterario, di storie diverse. Ed è vero. Oggi le trame sono fondamentali. Ce ne sono tante, fantasiose, diversi generi letterari riescono a convivere.

Ma in tutte queste storie cosa stiamo dicendo?

L’appiattimento non è nel contenuto, ma nella sostanza. La letteratura oggi è un corpo senza sangue, svuotato. Spesso è un corpo bellissimo, dai tratti fantasiosi, ma pur sempre vuoto: senza cuore, senza polmoni, senza stomaco, senza fegato, senza reni: una carcassa.

Tanta fantasia, tante varianti, la continua ricerca di qualcosa di sbalorditivo, eppure un Italo Svevo nel parlare semplicemente di un uomo che lotta per fuggire dai propri demoni, come ne La coscienza di Zeno, è capace di zittire tutte queste vicende narrative.

Ormai diffido totalmente dalla parola arte. Mi chiedo persino quale sia il senso che mi porti ancora a scrivere e, ancor più, a voler pubblicare.

Ho davvero qualcosa da dire? C’è ancora qualcosa di sensato da dire? Soprattutto, c’è qualcuno capace di ascoltare, oppure viviamo in una gigantesca Babele in cui tutti parlano e parlano, ma nessuno ascolta?

Resto meravigliato, anzi no, scioccato, nel vedere il crescente numero di scrittori che non si pongono queste domande. Alcuni si credono appunto degli artisti. Sono sempre pronti a compiacersi e ricercano ovunque consensi.

L’arte non è più arte perché non c’è ricerca, ma è solo un mezzo per avere successo: grande o piccolo che sia.

Il valore della parola è confuso, perduto.

È arte una banana inchiodata al muro. È arte un commissario che mangia sfogliatelle e pizze fritte. È arte una conduttrice televisiva arrivata in prima serata per aver sposato un cantante. È arte un cantante che fa la drag queen sul palco, così da compensare dei testi scialbi e una voce mediocre. È arte un regista che porta in scena un film pieno di stereotipi. È arte l’interpretazione piatta di un attore che punta tutto sulla propria immagine. È arte uno spettacolo teatrale dai dialoghi ritriti o che incarna luoghi comuni. È arte un cabarettista che fa le imitazioni.

Nel mezzo di tanta arte, mi chiedo quale sia il senso della parola arte. È dunque questa l’arte? Davvero è così facile fare arte?

Oppure dovremmo un attimo ridimensionarci?

In questo miasma, forse l’arte più svilita è proprio quella che, almeno secondo me, è la più grande forma d’arte che sia mai esistita: la poesia.

Tutti credono di sapere fare poesia, ancor più dei tanti che pensano di saper scrivere una storia. Perché, nel bene o nel male, scrivere una storia, anche una cattiva storia, richiede un minimo di tempo per riempire le pagine, fosse anche di stupidità. Scrivere una poesia, invece, secondo alcuni, richiede pochissimo tempo: basta l’ispirazione! Uno sprizzo creativo. Mettere quattro parole in verticale e ciao, la poesia è scritta.

Queste persone le prenderei a cinghiate.

Se scrivere narrativa è difficilissimo, scrivere poesia è per pochi, perché diversamente dalla narrativa la poesia è sempre – o almeno dovrebbe – arte. Quella vera. Quella che abbiamo dimenticato.

Il poeta è – o dovrebbe essere – il proseguo di quelli che un tempo in Grecia erano i filosofi. Il poeta è colui che scava a fondo nella propria anima, vorace e insaziabile. Il poeta è alla ricerca della verità, la brama in se stesso, la scruta in ogni cosa: il suo occhio, il suo cuore, la sua mente sono una spugna capace di assorbire ogni cosa e assimilarla, comprenderla, trasformarla.

Il poeta fa esperienza ogni istante della vita, dunque della morte.

Non è facile essere un poeta. Non è facile essere un artista.

Quanto dovremmo capire questa verità!

Normalmente non parlo mai di poesia. Non ho la formazione per farlo e a mio dire molti dovrebbero evitare di farlo, se non come semplici lettori. Perché se parlare di narrativa è difficile, parlare di poesia significa addentrarsi nei meandri oscuri della natura umana: in ciò che è arte.

Però ho sentito di dover scrivere queste pagine, stanco di questo tempo in cui tutto è approssimativo e dove il senso dell’arte è svilito, deriso, stuprato.

Vogliamo forse dire che un cantante neomelodico da sagra è un artista? Termine che nel suo campo è attribuito a cantautori come De André? O vogliamo dire che scrivere versi a caso e farlo in poco tempo rende poeti? Termine con cui è definito Rimbaud.

Non posso crederci. Non voglio crederci.

L’arte ha un valore altissimo, non è da tutti, fortunatamente. Per quanto mi riguarda non mi definirò mai un artista. Ho paura di esserlo, perché farlo significherebbe accostarsi indegnamente a coloro che sono stati veri artisti, come Rimbaud: gente che ha saputo davvero incarnare nella propria arte il senso della natura umana, e con essa della vita e della morte.

Jean Nicolas Arthur Rimbaud, nato a Charleville nel 1854 e morto a Marsiglia nel 1891, ha incarnato pienamente il senso dell’arte. E non mi riferisco alla forma, al suo aver contribuito assieme a pochi altri al passaggio della poesia in versi legati a quella in versi liberi, fino alla poesia in prosa; né mi riferisco alla grandezza di creare immagini sensoriali, evocative, grazie alle parole. Questo è solo un aspetto marginale dell’opera (purtroppo molto scarna) che ci ha lasciato Rimbaud. Nei suoi versi c’è un’intimità totale, una vorace e insaziabile ricerca della verità, della vita.

Rimbaud era poeta e filosofo. Rimbaud non si accontentava. Rimbaud voleva toccare la vita e la morte. Rimbaud voleva capire, gustare, metabolizzare, arrivare verso qualcosa che non capiva ma che sentiva reale, esistente. Quel qualcosa che nessuno di noi può capire ma che è comunque presente in ogni suo verso.

L’ossessiva ricerca di Rimbaud è spaventosa, ha qualcosa di sovraumano. Nella sua scrittura è vivo il dáimōn, la parte intima che unisce l’uomo al divino e lo rivela.

Come sorprendersi del fatto che abbia smesso di scrivere quasi ventenne, a diciassette anni dalla sua prematura morte?

Forse scavare più a fondo avrebbe significa impazzire. Forse non c’era più nulla da dire. Forse era stanco di un mondo che non voleva ascoltare, calcificato in un dormiente vecchiume.

Forse, forse, forse…

La sola verità sono le poesie che lui ci ha lasciato. La sua arte. Pretendere di comprendere l’anima di questo astro inarrivabile è come voler toccare il sole con le dita. Possiamo solo contemplare la possente meraviglia della sua ricerca, perderci nella sua arte, addentrarci nelle spire della sua poesia e viaggiare assieme a lui nella vita, nella morte, nell’essenza dell’essere umano.

Si potrebbe parlare dell’abbandono di suo padre, della rigidità di sua madre, di come lui era da bambino un allievo modello, dei suoi primi approcci alla poesia, delle ribellioni, dell’incontro con Verlaine, degli eccessi ma anche di giornate a scrivere in una biblioteca, diversamente dall’immagine dello scrittore sempre allucinato che gli è stata appioppata, o dei miseri lavori che ha dovuto fare quando ha iniziato a girare di paese in paese, di nazione in nazione, prima di trasferirsi in Africa. Ma nulla potrebbe parlare di Rimbaud quanto la sua poesia, perché è lì che si trova il suo cuore, la sua essenza, indecifrabile e irraggiungibile.

Un tempo, se ben ricordo, la mia vita era un festino in cui si schiudevano tutti i cuori, scorrevano tutti i vini.

Una sera, ho preso la Bellezza sulle mie ginocchia. – E l’ho trovata amara. – E l’ho ingiuriata.

Mi sono armato contro la giustizia.

Sono fuggito. Streghe, miseria, odio, è a voi che è stato affidato il mio tesoro!

Io riuscii a cancellare dal mio spirito ogni speranza umana. Su ogni gioia, per strangolarla, ho fatto il balzo silenzioso della belva feroce. Ho chiamato i carnefici per mordere, morendo, il calcio dei loro fucili. Ho chiamato i flagelli, per soffocarmi con la sabbia, col sangue. La sventura è stata il mio dio. Mi sono disteso nel fango. Mi sono asciugato all’aria del delitto. E ho giocato dei brutti tiri alla follia.

E la primavera mi ha portato il riso orrendo dell’idiota. Ora, essendomi trovato ultimamente sul  punto  di  fare  l’ultima  stonatura,  ho  pensato  di ricercare la chiave del festino antico, nel quale io potrei forse ritrovare il mio appetito.

La carità è questa chiave. – Questa ispirazione prova che ho sognato!

“Tu  resterai  iena,  ecc…,”  protesta  il  demonio  che  mi  incoronò  di  così amabili papaveri. “Giungi alla morte con tutti i tuoi appetiti, il tuo egoismo e tutti i peccati capitali”

Questo che avete letto è l’inizio de Une saison en enfer, Una stagione all’inferno, poema scritto fra l’aprile e l’agosto del 1873.

Qui Rimbaud abbandona del tutto – o quasi – la poesia in versi che, di certo, non avrebbe potuto rendere questo viaggio immenso in se stesso e nel mondo.

Come ho detto non voglio analizzare la poesia di Rimbaud, non ne sono capace, e mi chiedo chi lo sia; quello che voglio farvi notare è l’eccezionale intimità di questi versi in cui Rimbaud si pone nudo dinnanzi al mondo, dinnanzi a tutti, al cospetto di se stesso di cui non ha pieta, ma neppure si condanna.

Scorgo un’infinita tenerezza verso la sua disperazione, il suo sentirsi ora santo, ora iena.

Compito dell’arte è far porre delle domande, talvolta anche scomode; ma come si può riuscire in questo quando non siamo disposti neppure a farle a noi stessi le domande scomode? Quando non abbiamo l’onestà morale di guardarci in faccia, di vederci nudi, a terra, nel fango, nella verità della nostra natura umana.

Il sangue pagano ritorna! Lo Spirito è vicino. Perché Cristo non mi aiuta dando alla mia  anima  nobiltà  e  libertà?  Ahimè! Il  Vangelo  è  passato!  Il Vangelo! Il Vangelo.

Aspetto Dio con ingordigia. Sono di razza inferiore dall’eternità.

Eccomi sulla spiaggia armoricana. Le città s’illuminino nella sera. La mia giornata è compiuta; lascio l’Europa. L’aria del mare brucerà i miei polmoni; i climi perduti mi abbronzeranno. Nuotare, calpestare l’erba, cacciare, fumare soprattutto; bere liquori forti come metallo bollente, – come facevano quei cari antenati intorno al fuoco.

Ritornerò con membra di ferro, la pelle scura, l’occhio furioso: dalla mia maschera mi si giudicherà di una razza forte. Avrò dell’oro: sarò ozioso e brutale. Le donne hanno cura di questi feroci infermi di ritorno dai paesi caldi. Sarò coinvolto in affari politici. Salvo.

Ora sono maledetto, ho orrore della patria. La cosa migliore, è un sonno pieno d’ebrezza, sulla sabbia.

* * *

Non si parte. – Riprendiamo le strade di qui, curvo sotto il mio vizio, un vizio che ha affondato al mio fianco le sue radici di sofferenze, fin dall’età della ragione – che sale al cielo, mi colpisce, mi rovescia, mi trascina.

L’ultima  innocenza  e  l’ultima  debolezza.  È  stabilito.  Non  portare  nel mondo i miei disgusti ed i miei tradimenti.

Andiamo! La marcia, il fardello, il deserto, la noia e la rabbia.

A  chi  darmi?  Quale animale bisogna  adorare? Quale sacra  immagine aggredire? Quali cuori spezzerò? Quale menzogna devo sostenere? – In quale sangue camminare?

Guardarsi,  piuttosto,  dalla  giustizia.  –  La  vita  dura,  il  semplice abbrutimento,  –  sollevare,  col  pugno  disseccato,  il  coperchio  della  bara, sedersi, soffocarsi. Così, niente vecchiaia né pericoli: il terrore non è cosa francese.

– Ah! sono così abbandonato che offro a qualsiasi immagine divina slanci verso la perfezione.

O mia abnegazione, o mia carità meravigliosa! quaggiù, però!

De profundis Domine, come sono stupido!

Guardare con verità se stessi comporta il vedere con verità anche ciò che ci circonda, e ciò che vediamo non sempre è bello.

Un mondo di piaceri effimeri, di idolatrie a cui svendersi, di interminabili viaggi in cerca di pace, di un barlume di felicità che non arriva.

E si può essere nudi? No. Ritornerò con membra di ferro. Avrò dell’oro: sarò ozioso e brutale. Sarò salvo.

Cosa ci salva al mondo? Possiamo davvero essere nudi?

Rimbaud accusa senza pietà il suo tempo e ogni altro tempo, persino quello futuro, come se lo vedesse. Ma non è giudice, lui. È vittima e carnefice.

“A chi darmi? Quale animale bisogna adorare? Quale sacra immagine aggredire? Quali cuori spezzerò? Quale menzogna devo sostenere? – In quale sangue camminare?”

Ciò che pensa di sé Rimbaud qui è chiarissimo, triste e al tempo stesso brutale.

Fa parte di questo mondo che odia. È un idolatra. Anche lui una bestia.

Vuole fuggire, ma non ci riesce.

Questa enorme differenza rende potente la sua arte, diversamente dai tanti presunti poeti che se la cantano, si tuffano in presunte ricerche spirituali ma senza mostrare pubblicamente le loro nefandezze, le loro catene.

La chiusura toglie ogni dubbio sulla ricerca sincera di Rimbaud.

“Come sono stupido!”

Nelle città, il fango mi appariva improvvisamente rosso e nero, come uno specchio quando la lampada oscilla nella stanza vicina, come un tesoro nella foresta! Buona fortuna, gridavo, e vedevo un mare di fiamme e di fumo incielo; e, a destra, a sinistra, tutte le ricchezze fiammeggianti come un miliardodi folgori.

Ma l’orgia e la compagnia delle donne  mi  erano  vietate.  Nemmeno  un amico. Io mi vedevo davanti ad una folla esasperata, di fronte al plotone d’esecuzione, piangere per il dolore che essi non avessero potuto capire, e perdonare! – Come Giovanna d’Arco! – “Preti, professori, padroni, voi vi sbagliate,  consegnandomi  alla  giustizia.  Io  non  sono  mai  stato  di  questo popolo;  non  sono  mai  stato  cristiano;  io  sono  della  razza  che  canta  nel supplizio; non comprendo le leggi; non ho senso morale, sono un bruto: voi vi sbagliate…”

Sì, ho gli occhi chiusi alla vostra luce. Sono una bestia, un negro. Ma posso  essere  salvato.  Siete  dei  falsi  negri,  voi  maniaci,  feroci,  avari. Mercante,  tu  sei  negro;  magistrato,  tu  sei  negro;  generale,  tu  sei  negro; imperatore,  vecchio  impiastro,  tu  sei  negro:  tu  hai  bevuto  un  liquore  di contrabbando,  della  fabbrica  di  Satana.  –  Questo  popolo  è  ispirato  dalla febbre e dal cancro. Vecchi ed infermi sono così rispettabili che richiedono d’essere bolliti. – La cosa più astuta è lasciare questo continente in cui la follia si aggira per provvedere d’ostaggi questi miserabili. Io entro nel vero regno dei figli di Cam.

Conosco ancora la natura? Mi conosco? – Basta con le parole. Seppellisco i morti nel mio ventre. Grida, tamburi, danza, danza, danza, danza! Non vedo nemmeno il momento in cui, allo sbarcare dei bianchi, cadrò nel nulla.

Fame, sete, grida, danza, danza, danza, danza!

Il finale di questo poema dichiara la stanchezza sempre maggiore di Rimbaud, il suo non poterne più, il desiderio di scomparire, lasciare ogni regola, la civiltà, quel mondo in cui aveva creduto di poter entrare senza doversi piegare al compromesso.

“Non lavorerò mai”, diceva. Invece ha dovuto lavorare, diversi lavori, spesso umili, prima di andare in Africa.

In meno di vent’anni Rimbaud è riuscito a guardare nel cuore degli uomini, della società, del mondo, e ha redato la sua onesta critica a tutto, e prima di tutto a se stesso.

Lui è un negro. Tutti sono negri. I mercanti, i ricchi, i potenti, gli imperatori. Tutti negri. Tutti schiavi. Tutti animali. Tutti bestie.

“Questo popolo è ispirato dalla febbre del cancro”

E fino alla fine è chiaro il suo scopo: “Mi conosco?”

Rimbaud sa tutto, eppure non gli basta. Dopo aver fatto ogni esperienza sembra voler regredire, voler tornare alle origini.

“Fame, sete, grida, danza, danza, danza, danza!”

Ho inghiottito  una  bella  sorsata  di  veleno  –  Sia  benedetto  tre  volte  il consiglio che mi è giunto! – Le viscere mi bruciano. La violenza del veleno contorce le mie membra, mi deforma, mi atterra. Muoio di sete, soffoco, non posso gridare. È l’inferno, la pena eterna! Guardate come il fuoco s’innalza! Brucio come si deve. Va’, demonio!

Avevo intravisto la conversione al bene e alla felicità, la salvezza. Come descrivere la visione? L’aria dell’inferno non tollera gli inni! Erano milioni di creature affascinanti, un soave concerto spirituale, la forza e la pace, le nobili ambizioni, che so io?

Le nobili ambizioni!

Ed è ancora la vita! – Se la dannazione è eterna! Un uomo che vuole mutilarsi è sicuramente dannato, non è vero? Io mi credo all’inferno, quindi ci sono. È l’adempimento del catechismo. Sono schiavo del mio battesimo. Genitori,  voi  avete  fatto  la  mia  infelicità  ed  anche  la  vostra.  Povero innocente! L’inferno non può colpire i pagani. – È ancora la vita! Poi, le delizie  della  dannazione  saranno  più  profonde.  Un  delitto,  presto,  che  io precipiti nel nulla, in nome della legge umana.

Taci, ma taci dunque!… È la vergogna, il rimprovero, qui: Satana che dice che il fuoco è ignobile, che la mia rabbia è terribilmente stupida. – Basta!…con gli errori che mi suggeriscono, magie, profumi falsi, musiche puerili. – E dire che io possiedo la verità, che vedo la giustizia: i miei giudizi sono sani e fermi, sono pronto per la perfezione… Orgoglio.

– La pelle della testa mi si dissecca. Pietà! Signore, ho paura. Ho sete, tanta sete! Ah! l’infanzia, l’erba, la pioggia, il lago sulle pietre, il chiaro di luna quando il campanile batteva mezzanotte… il diavolo sta sul campanile a quell’ora. Maria! Vergine Santa!…– Orrore della mia stupidità.

Laggiù,  non  sono  forse  delle  anime  oneste  che  mi  vogliono  bene?…Venite… Ho un cuscino sulla bocca, non mi sentono, sono fantasmi. E poi, nessuno pensa mai agli altri. Non avvicinatevi. Certamente puzzo di bruciato.

In questo lucido delirio si intravede la sconfitta al cospetto della morte, eppure Rimbaud è ben lontano dalla sua morte, mancano quasi due decenni.

Sempre più consumato, incapace di provare piacere nei vizi o nelle perdizioni, qui non disdegna di proclamare che sì, lui ha conosciuto la verità. Ma cosa gli ha comportato?

C’è una bellezza, ma per lui è solo sogno. Neppure la dannazione vera gli è concessa: Satana lo deride.

Rimbaud si dichiara apertamente in un limbo, è all’inferno, e l’inferno è sulla terra: fra ciò che è e ciò che vorrebbe che fosse.

Il suo viaggio lo ha condotto alla miseria umana: l’incapacità di toccare il divino, un sogno spirituale che non permane e non può essere sostituito da alcun piacere terreno.

Cosa cerca Rimbaud? Quello che cercano tutti: la felicità. Ma dov’è questa felicità?

Solo, spaventato dalla vita stessa, dal mondo, dal suo scoprirsi in un perenne vuoto, proclama una verità straziante: ho paura!

“Pietà! Signore, ho paura. Ho sete, tanta sete! Ah! l’infanzia, l’erba, la pioggia, il lago sulle pietre, il chiaro di luna quando il campanile batteva mezzanotte…”

Ricorda la sua infanzia, l’innocenza, quel tempo di bellezza che tutti viviamo, chi più e chi meno, ma destinato a svanire quando veniamo sputati nella vita, nel mondo, lì dove i sogni si scontrano con la realtà.

Diventai un melodramma favoloso; vidi che tutti gli esseri hanno un destino di felicità: l’azione non è la vita, ma un modo di sciupare dell’energia, uno snervamento. La morale è la debolezza del cervello.

Ad ogni essere mi sembravano dovute parecchie altre vite. Quel signore non sa quello che fa: è un angelo. Questa famiglia è una covata di cani. Davanti a molti uomini, conversai ad alta voce con un momento di un’altra delle loro vite. – Così, ho amato un porco.

Non ho dimenticato nessuno dei sofismi della follia, – la follia che viene rinchiusa, – :potrei ridirli tutti, ne possiedo il sistema.

La mia salute fu minacciata. Sopraggiungeva il terrore. Cadevo in sonni di parecchi giorni e, da sveglio, continuavo i sogni più tristi. Ero maturo per la morte e lungo una strada pericolosa la mia debolezza mi guidava ai confini del mondo e della Cimmeria, patria dell’ombra e dei turbini.

Dovetti viaggiare, distrarre gli incantesimi accumulati sul mio cervello. Sul mare, che io amavo come se avesse dovuto lavarmi da una contaminazione, vedevo innalzarsi la croce consolatrice. Ero stato dannato dall’arcobaleno. La felicità era la mia fatalità, il mio rimorso, il mio tarlo: la mia vita sarebbe stata sempre troppo immensa per essere consacrata alla forza e alla bellezza.

La Felicità! Il suo dente, dolce da morire, mi mordeva al canto del gallo, – ad matutinum, al Christus venit, nelle più tetre città.

Qui Rimbaud dichiara lo scopo della sua ricerca: la felicità! Una parola che ci appare scontata, un desiderio che riteniamo ovvio, comune a tutti.

Ma cos’è la felicità?

Rimbaud dice: “Ero stato dannato dall’arcobaleno. La felicità era la mia fatalità, il mio rimorso, il mio tarlo: la mia vita sarebbe stata sempre troppo immensa per essere consacrata alla forza e alla bellezza”.

Basterebbe già associare l’immensità dell’arcobaleno alla felicità per comprendere il grande vuoto che Rimbaud cercava di colmare, ed è proprio il vuoto interiore il problema, ciò che ci distrugge e in ogni modo cerchiamo di colmare con piaceri, denaro, successo, applausi, persino affetti. Volendo dichiararci artisti, sì.

Il vuoto di Rimbaud, lo dice alla fine del suddetto paragrafo, è immenso: la sua vita sarebbe stata sempre troppo immensa per essere consacrata alla forza e alla bellezza.

Creature finite, sentiamo dentro di noi il richiamo dell’infinito, ma non possiamo raggiungerlo, talvolta lo sfioriamo appena.

La fama, gli imperi, le religioni, ogni cosa ci serve per attenuare il dolore per questa mancanza di infinito, per il nostro saperci piccoli, un nulla, cibo per i vermi. E in questo inseriamo anche l’arte, spesso sminuita a vile mezzo per ricercare la fama.

Rimbaud ha cercato con forza l’infinito, l’eternità. Si è spogliato di tutto e ha scavato in sé e nel mondo per questa spasmodica ricerca.

Una sensibilità incredibile, un bisogno implacabile. Questo rende la scrittura di Rimbaud poesia, arte, una bellezza innegabile e incancellabile.

Spero che alla luce dell’opera di Rimbaud molti si possano ridimensionare, comprendere che l’arte è una cosa altissima, non bisogna sminuirla. Il concetto di arte non va incollato a qualsiasi cosa, fosse anche una bellissima opera creativa.

L’arte è un valore sacro. L’arte va rispettata. L’arte va celebrata, non soppiantata.

Vi lascio con la chiusura di questo che meraviglioso poema, qui riportato in parte e che speso possiate leggere integralmente.

A mio dire quest’ultimo estratto è quanto di più bello sia mai stato scritto.

Già  l’autunno!  –  Ma  perché  rimpiangere  un  eterno  sole,  se  siamo impegnati nella scoperta della luce divina, – lontano dalla gente che muore sulle stagioni?

L’autunno. La nostra barca, alta nelle nebbie immobili, punta verso il porto della miseria, verso la città enorme dal cielo chiazzato di fuoco e di fango. Ah!  gli  stracci  imputriditi,  il  pane  inzuppato  di  pioggia,  l’ebrezza,  i  mille amori che mi hanno crocifisso! Non la smetterà dunque mai questa lamia, regina di milioni di anime e di corpi morti che saranno giudicati? Mi rivedo con la pelle corrosa dal fango e dalla peste, coi capelli e le ascelle piene di vermi, e con dei vermi ancora più grossi nel cuore, disteso fra gli sconosciuti senza età, senza sentimenti… Avrei potuto morirci… Spaventosa evocazione! Aborro la miseria.

E temo l’inverno perché è la stagione delle comodità!

–  Talvolta  vedo  in  cielo  plaghe  sconfinate  coperte  di  bianche  nazioni festanti. Un  grande vascello  d’oro, sopra  di me,  sventola le  sue  bandiere variopinte alla brezza del mattino. Ho creato tutte le feste, tutti i trionfi, tutti i drammi. Ho cercato d’inventare nuovi fiori, nuovi astri, nuove carni, nuove lingue.  Ho  creduto  d’acquistare  poteri  soprannaturali.  Ebbene!  Devo seppellire la mia immaginazione e i miei ricordi! Una bella gloria d’artista e di narratore andata a monte!

Io! io, che mi sono detto mago o angelo, dispensato da ogni morale, sono restituito alla terra, con un dovere da cercare, e la rugosa realtà da stringere! Bifolco!

Sono stato ingannato? la carità sarebbe dunque sorella della morte, per me?

Insomma, chiederò perdono per essermi nutrito di menzogne. E andiamo.

Ma neppure una mano amica! e dove trovare aiuto?

* * *

Sì, l’ora nuova è almeno molto severa.

Posso dire comunque che la vittoria è mia: il digrignar di denti, i sibili del fuoco, i sospiri appestati si moderano. Tutti i ricordi immondi svaniscono. I miei  ultimi  rimpianti  fuggono  via,  –  qualche  invidia  per  i  mendicanti,  i briganti, gli amici della morte, i ritardati d’ogni specie. – Dannati, e se mi vendicassi?

Bisogna essere assolutamente moderni.

Niente  cantici:  conservare  il  passo  conquistato.  Dura  notte!  il  sangue disseccato  mi  fuma  sulla  faccia  e  non  ho  nient’altro  dietro  a  me  che quell’orribile alberello!… La lotta spirituale è brutale quanto una battaglia fra uomini; ma la visione della giustizia è un piacere concesso solo a Dio.

Intanto è la vigilia. Accogliamo tutti gli influssi di vigore e di tenerezza vera. E all’aurora, armati di un’ardente pazienza, entreremo nelle splendide città.

Che cosa mai dicevo di una mano amica! È un bel vantaggio che io possa ridere  dei  vecchi  amori  menzogneri,  e  coprire  di  vergogna  quelle  coppie bugiarde,  –  ho  visto  l’inferno  delle  donne,  laggiù;  –  e  mi  sarà  lecito possedere la verità in un’anima e in un corpo.

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