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Progetto editoriale: La finestra chiusa

La porta di casa era già spalancata. Il corridoio era pieno di persone che non vedevo da anni, immobili come statue.

Contro le pareti, sembravano lì per accogliere il mio passaggio.

C’era pure il papà di Alfonso, Giannino Vitagliano, proprio lui che aveva sempre giudicato mio padre un cafone, un animale. Era venuto anche Sciabolone. Nel vedermi mi pose la mano sulla spalla, incapace di guardarmi negli occhi, come tutti.

Avanzavo in quel varco di carne, mano nella mano di Lia. Udivo appena qualche sospiro, la fasulla pena di quei deficienti che non avevano mai sopportato né me né mio padre.

In fondo al corridoio la luce della camera da letto dei miei era accesa, da essa giungevano pianti, lamenti e voci.

Riconobbi il gemito doloroso di mia madre ed ebbi voglia di andare via, perché più della morte di mio padre mi terrorizzava il pensiero della sofferenza di mia madre e di ciò che avrei dovuto fare per lenirla.

Era seduta accanto al letto, stravolta dalle lacrime, la mano ferma sul corpo esangue di mio padre ridotto solo a un corteccia di pelle.

In piedi alle sue spalle c’era mia sorella, lo sguardo chino per non vedere cosa era rimasto di suo padre.

In un angolo c’era mio fratello.

Lia continuava a tenermi forte la mano, ma non la guardai, non dissi nulla, insieme a lei avanzai lento verso il letto, seguito dagli sguardi invisibili di tutti i presenti e di mio fratello che dalla sua tana sembrava fiutasse ogni mio passo.

Appena raggiunsi mia madre, lei, senza riuscire ad alzarsi, mi afferrò il braccio e mi tirò a sé.

Sentivo le sue lacrime bagnarmi il petto, come se volessero scavarmi nelle carni ed entrami nel cuore. Sembrava mi stesse chiedendo di ridarle Onofrio, e perché, non lo capivo.

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Progetto editoriale: Piciul

Piciul uscì di corsa da scuola, quasi non notò Blanca che lo aspettava.

«Ehi, ma dove vai?»

Blanca lo seguì a passo svelto.

«Allora, che ti ha detto il professore?»

Ma Piciul era strano, scostante, sembrava rinchiuso in un mondo tutto suo dove nessuno poteva entrare.

Proseguirono in silenzio lungo il Corso Garibaldi, camminavano senza meta fra studenti rumorosi e persone che andavano per negozi. Avevano ancora un’ora prima che Piciul dovesse andare in fabbrica.

Arrivarono al Parcheggio San Francesco, un enorme piazzale di cemento. Ragazzini giocavano a pallone, ubriaconi sedevano su muretti a bere vino in cartone, un vecchio lanciava molliche di pane ai piccioni.

Alcuni rom rovistavano in cassonetti arrugginiti ai bordi del piazzale: tiravano fuori vestiti o altre cianfrusaglie e li gettavano in scatoloni posti su vecchi carrozzini.

Una di loro alzò lo sguardo verso Blanca: aveva forse la sua età, le somigliava. Indossava un maglione verde sotto a un pullover marrone coperto da un giubbotto giallo, una lunga gonna simile a una tenda terminava su calzettoni rosa che coprivano piedi affondati in zoccoli mezzi rotti.

Gli occhi di entrambe si unirono in una sola palpabile e liquida pupilla, poi in un attimo quella giovane ragazza svanì in una folata di piccioni.

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Progetto editoriale: Cattedre, vicoli e polacche

Verso inizio serata finalmente feci la conoscenza dello zio Enzo. Il suo arrivo fu accolto nel Vico Cangiani al Mercato con urla di gioia, fischi, applausi e petardi fatti scoppiare in cielo. La bimba Rosaria, sul ballatoio, assieme alla bambina Tiziana, ora del tutto domata, saltava e batteva le mani mentre urlava il nome di zio Enzuccio, accanto alla dolce Nanà che stingeva la ringhiera con le sue delicate manone e guardava giù, in lacrime, il suo amato Totore pronto ad accogliere l’entrata in scena del tanto atteso zio Enzo.

Arrivarono due volanti dei carabinieri, ricevute subito da applausi e parole gioviali che incitavano il caro Enzo a farsi avanti e ai guardi di andarsene, possibilmente a fare i bucchini.

Non riuscii a scorgerlo bene, vidi solo una sorta di scimmione avvolto da una fiumana di persone che lo acclamavano, lo volevano toccare, gli porgevano bambini da accarezzare. Dai balconi donnone in pigiama e vecchie minute urlavano e battevano le mani, la chiattona bionda per l’occasione aveva messo su Carcerato di Mario Merola, Carletto penzolava da un paniere e applaudiva, il chiattone del garage corse ad abbracciare Enzuccio, senza curarsi della gente che calpestava. Nana’, dal proprio terrazzo, strillava: «Enzu’, Enzu’, ammor mio! Fratem carnale!»

Di Enzuccio inquadrai nitidamente solo una mano pelosa sbucare fra la folla, issata a salutare la sua sorella commossa.

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Progetto editoriale: Cattedre, vicoli e polacche

Iniziai a pensare che riguardo alla polacca fosse meglio chiamare la polizia, ma a scuola la visita del Presidente della Repubblica venuto lì per consegnare a Monica Luce la nomina di Cavaliere alla cultura, aveva di colpo frenato le mie ricerche.

Il preside era in fervore, per l’occasione aveva persino rispolverato un vecchio abito da sera appartenuto a Roby Facchinetti. Ci aveva ordinato di far sparire l’intera sezione F quando sarebbe arrivato il Presidente, a sostituirla avremmo messo dei piccoli cinesi, per l’esattezza centoventi, da lui affittati nelle botteghe a ridosso di Piazza Garibaldi per la modica somma di centoventi euro, praticamente un euro a moccioso. De Blasio aveva avuto l’incarico di ripulire la palestra dalle macchie di sangue lasciate sul pavimento dall’alunno Gennarino Piscopo e di attrezzarla come quella di Ivan Drago in Rocky IV. La De Gennaro doveva far sparire testicoli, peni immersi nella naftalina e qualsiasi altra schifezza nel suo laboratorio. Alla Corcione aveva ordinato di marcare malattia, guai se si fosse fatta viva lei e le sue cazzo di lacrime! Tondelli la doveva finire di dire stronzate, niente cazzate sulla riforma politica di Platone. Muto doveva stare! La De Sanctis e D’Amore semplicemente dovevano stare lontani fra loro: che nessuno sospettasse tresche amorose fra i docenti della sua scuola! Il supplente Giotto, forte di alcuni oggetti sacri appartenuti a padre René Chenesseau e a lui consegnati dalla Perpetua, aveva il compito di restare nei sotterranei e bloccare eventuali visite della Pirozzi. Alla psicologa Tammaro era stato consegnato in custodia Gennarino Piscopo, così da far vedere quanto lì all’Isabella D’Este avessero a cuore i diversamente abili. Io, invece, dovevo solo limitarmi a fare ciò che facevo sempre: essere mera tappezzeria nell’istituto.

Non ne potevo più di tutti quei preparativi, speravo solo in quella famosa lettera dal liceo classico Vittorio Emanuele II. Ma niente. Mancava quasi una settimana all’avvento del Presidente e la scuola era già in subbuglio. Tutti correvano a destra e a manca. Il bidello Geppino e il bidello Gigetto passavano di continuo lo straccio lungo i corridoi, raschiavano le scritte dalle pareti, avevano cosparso i cessi di candeggina. Il custode Gerardo Capesce aveva avuto l’ordine di prendere delle ferie. La sua casupola era stata praticamente rasa al suolo: bruciate le riviste e i DVD porno, gettate via le infinite bottiglie di vino, vuote e piene che fossero, e buttati in un vicolo tutti i mobili sfasciati. La casetta era stata messa a nuovo, tinteggiata e arredata con graziosi mobili Ikea, mentre per il santo giorno il custode Gerardo Capesce sarebbe stato sostituito con un allegro e soprattutto muto manovale serbo.

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Progetto editoriale: Cattedre, vicoli e polacche

Devo dire che il nostro primo incontro, con lei, la polacca, avvenne in modo atipico e del tutto inatteso. Sceso in mutande dalle scale del soppalco, al buio, diretto in cucina per prendere una birra e sfuggire dalle risate e dalle urla di Irina e Svetlana, nel voltarmi la vidi: era un culo!

Avevo già notato in precedenza la luce accesa nell’appartamento di fronte, praticamente incollato al mio salotto, ma non avevo mai visto nessuno al suo interno, solo un cucina linda, immacolata, nuova di zecca.

E adesso davanti a me c’era un culo.

Dapprima mi stropicciai gli occhi. Forse era colpa della stanchezza. Magari tutta la situazione di Gennarino Piscopo e Rosaria Potenza mi aveva sconvolto, forse era colpa delle stronzate comuniste di Renato Curcio.

Non poteva essere un culo vero!

Di certo indossava una tuta, un fuson, un pantaloncino. Ma poi guardai bene, aguzzai la vista: era proprio un culo quello davanti a me, un culo da donna, un culo tondo, all’apparenza morbido, appetitoso.

La spiai svanire in fretta nell’altra stanza, ma non mi mossi, restai lì in attesa, e quando tornò aveva ancora il culo fuori. E il pezzo davanti. Cucinava con addosso solo una maglietta, incurante di me che la studiavo con ingordigia.

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Progetto editoriale: La finestra chiusa

XXIII

Oggi 

La prima volta che accompagnai mio padre a fare la chemioterapia non ci rivolgemmo la parola. Quella situazione, quell’intimità forzata, imbarazzava entrambi. Noi che non c’eravamo mai chiamati per nome adesso eravamo lì, in un ospedale dove la gente moriva, e forse anche Onofrio stava morendo.

Rideva. Spinto in carrozzella da una giovane infermiera cercava di convincersi di essere ancora l’uomo forte di un tempo.

«Signuri’, ma dite che quando saranno finite ‘ste flebo potrò tornare ad andare a femmine?»

L’infermiera si limitò a sorridere e con lei mia madre, al mio fianco, il volto rassegnato a una vedovanza che forse aveva accettato dal giorno in cui era andata all’altare, adesso giunta al proprio apice grazie alla consapevolezza della fine di mio padre.

Appena gli infermieri sdraiarono Onofrio sul lettino la sua espressione mutò di colpo.

Con occhi enormi, di un azzurro lucido, osservava il soffitto contrarsi su di lui, mentre gli infermieri trafficavano col suo corpo.

Quando l’ago penetrò il braccio di mio padre, lo vidi serrare gli occhi dalla dolore. Lui, l’uomo forte, quello a cui nisciun ‘o putev’ fa ‘nu cazz’, adesso era solo un bambino spaventato.

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Progetto editoriale: In cerca della Morte

Giunto sul mio pianerottolo vidi la piccola Tiziana guizzare subito nel mio appartamento. Prima di svanire mi fissò di sottecchi, mi parve di vederla sorridere con aria di sfida.

Mi voltai e osservai le piante della signora Torelli: erano intatte, fortunatamente. Avevo temuto che quelle bestie le avessero distrutte, che i nazisti di Josy le avessero incendiate, privandomi della mia vendetta. Invece erano lì, sane e salve. Ma un istante dopo notai con mio sommo stupore che erano fradice.

Dannata, me l’aveva fatta! Ma stavolta me l’avrebbe pagata. Oh sì! L’avrei rispedita a casa sua a calci.

Entrai furioso in casa, pronto a mettere in atto il mio piano, seguito da Bambi e Akim che trascinavano il corpo stecchito di Madame Bovary, ma appena messo piede in cucina Vera mi si fiondò addosso come una furia.

Dio, preoccupato com’ero per le piante della signora Torelli l’avevo completamente dimenticata. Come al minimo nel vedermi pesto e stracciato, seguito da Bambi e Akim nudi che tenevano il corpo svestito di Madame, avrebbe pensato che fossimo andati a far baldoria fino a uccidere a colpi di pene una mignotta.

Mi spinse al muro e mi colpì al viso con una sberla.

«Si può sapere chi cazzo è la troia che ti chiama qui a casa?».

La guardai confuso, perplesso, non sapevo che dirle, quella situazione mi giungeva del tutto nuova.

Cercai una via di fuga. Dalla finestra penetravano i bagliori delle fiamme, ogni tanto un grido proveniva dalla strada, ma Vera sembrava non curarsene.

«Allora, ti decidi a rispondere?».

Osservai Madame ai piedi di Bambi e Akim, frastornati quanto me.

No, non poteva essere Lei! No.

Tiziana, seduta sul divano, gli occhi enormi e sadici su di me sorrideva mentre accarezzava il gatto.

Che si trattasse di una sua mossa per avere tutte per sé le piante della signora Torelli? Magari era stata lei a chiamare la Morte e dirle di telefonarmi.

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L’incipit, questo sconosciuto.

Ogni giorno nei gruppi Facebook per aspiranti scrittori leggo decine di incipit, così come ogni giorno qualcuno mi contatta per chiedermi un parere sul proprio incipit.

In ambedue i casi quello che leggo non è mai un incipit, ma un estratto del romanzo, spesso lungo una cartella o anche più.

Che sia l’inizio di una scena, un breve sommario, non è comunque un incipit che leggo.

Credo sia necessario fare chiarezza su cos’è un incipit: è l’inizio della storia, ed è l’inizio della storia per il lettore, dunque ciò che gli permette di lasciare il mondo reale per entrare nel mondo narrativo. Ciò che viene subito dopo è già la storia che il lettore, nel più dei casi, leggerà solo se l’incipit dovesse colpirlo, perché se la magia che porta una persona a immergersi in una storia non avviene immediatamente, non funziona. Il lettore ci molla.

Potremmo definire l’incipit come una promessa narrativa, con esso promettiamo al lettore che andando avanti nella lettura troverà qualcosa di bello, degno del suo tempo.

Questo ci porta a una domanda: ma allora dovremmo scrivere per far felice il lettore?

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Simenon: raccontare la purezza senza cadere nella banalità

Da sempre il male risulta affascinante. Può sembrare un cliché, ma se guardassimo con onestà i libri che abbiamo letto di certo scopriremmo di aver sempre, inconsciamente, trovato estremamente attraente quello che solitamente è l’antagonista: il cattivo. La letteratura è piena di personaggi cattivi ammalianti, basti pensare al perfido Frollo nel romanzo di Victor Hugo, Notre-Dame de Paris, o ancora Nikolaj Vsevolodovič Stavrogin ne I demoni di Fëdor Dostoevskij, o l’indimenticabile Iago che soverchia in tutto la presenza di Otello nell’omonimo capolavoro di William Shakespeare. Ci sono casi in cui il cosiddetto cattivo, ossia l’antagonista, riveste addirittura i panni del giusto, come l’incorruttibile ispettore Javert nel più grande capolavoro di Victor Hugo, I miserabili, o ancora situazioni in cui ci troviamo di fronte a cattivi eternamente contrastati come la bellissima Estella in Grandi Speranze di Charles Dickens; infine, come dimenticare i cattivi che sono i protagonisti delle storie, tanto per ricordarne uno l’incomprensibile e folle Capitano Achab in Moby Dick, del maestro Herman Melville: tutti personaggi resi affascinanti da un forte contrasto interiore che smuove le loro azioni, come nel palese caso del Capitano Achab, oppure di un vissuto difficile che li ha segnati, come è appunto per la gelida Estella.

La storia ci insegna che i più grandi cattivi di sempre hanno avuto una vita – per quanto difficile e crudele – spesso più avvincente a livello narrativo di quella di un buono, o comunque di un mite; basti guardare le biografie dei più celebri serial killer per capirlo. È dunque naturale affezionarsi a personaggi negativi, tanto più quando sono controversi, pieni di contraddizioni. Il cinema ha fatto tesoro di questa realtà. Dopo di esso, la serialità ne ha abusato così tanto da creare personaggi cattivi sulla scia degli antieroi dei fumetti, come i camorristi dall’aria affascinante e dal passato tormentato. Tutto ciò tralasciando gli infiniti romance in cui troviamo puntualmente il bello e dannato dal torbido passato.

Dunque, che si parli di alta letteratura, che si parli di narrativa di intrattenimento, di cinema o di serialità, il cattivo, che sia antagonista o protagonista, risulta quasi sempre essere più affascinante del buono, del cosiddetto eroe. Continua a leggere Simenon: raccontare la purezza senza cadere nella banalità

Čechov: quando persino da uno starnuto si crea una storia.

Trovo assurdo che oggi coloro che si avvicinano alla narrativa, o almeno con l’intento di pubblicare, si cimentino subito nella scrittura di un romanzo, pur non avendo esperienza alcuna, o quasi nulla, della scrittura di un racconto.

Con questo non voglio dire che scrivere un romanzo sia più difficile che scrivere un racconto, si tratta di due generi diversi di narrazione, hanno finalità diverse e un respiro narrativo diverso; dunque non vedo assolutamente i racconti come una palestra per arrivare a un romanzo, perché un buon racconto non è una bozza di romanzo, né un buon romanzo è un racconto portato per le lunghe: sono due cose diverse. Il romanzo è un insieme di azioni drammaturgiche che si muovono nello spazio e nel tempo, mentre il racconto è una sola e potente azione drammaturgica condensata in un unico tempo. Potremmo paragonare i due stili narrativi al pugilato: il romanzo vince ai punti, il racconto vince per knockout.  

Dunque, è certo difficile scrivere un romanzo ricco di personaggi cui vicende si intrecciano, ma è altrettanto complicato scrivere un racconto in cui si segue una sola e unica azione drammatica così potente da stendere in poco tempo i lettori.

La cosa che mi fa storcere il naso quando vedo aspiranti scrittori alle prese con un romanzo, senza però aver mai scritto un solo racconto, è il pensiero di trovarmi al cospetto di una persona che non sente il bisogno selvaggio di scrivere. Continua a leggere Čechov: quando persino da uno starnuto si crea una storia.