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Progetto editoriale: La finestra chiusa

XXIII

Oggi 

La prima volta che accompagnai mio padre a fare la chemioterapia non ci rivolgemmo la parola. Quella situazione, quell’intimità forzata, imbarazzava entrambi. Noi che non c’eravamo mai chiamati per nome adesso eravamo lì, in un ospedale dove la gente moriva, e forse anche Onofrio stava morendo.

Rideva. Spinto in carrozzella da una giovane infermiera cercava di convincersi di essere ancora l’uomo forte di un tempo.

«Signuri’, ma dite che quando saranno finite ‘ste flebo potrò tornare ad andare a femmine?»

L’infermiera si limitò a sorridere e con lei mia madre, al mio fianco, il volto rassegnato a una vedovanza che forse aveva accettato dal giorno in cui era andata all’altare, adesso giunta al proprio apice grazie alla consapevolezza della fine di mio padre.

Appena gli infermieri sdraiarono Onofrio sul lettino la sua espressione mutò di colpo.

Con occhi enormi, di un azzurro lucido, osservava il soffitto contrarsi su di lui, mentre gli infermieri trafficavano col suo corpo.

Quando l’ago penetrò il braccio di mio padre, lo vidi serrare gli occhi dalla dolore. Lui, l’uomo forte, quello a cui nisciun ‘o putev’ fa ‘nu cazz’, adesso era solo un bambino spaventato.

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Progetto editoriale: Piciul

Tornato a casa, Dorin andò a chiudersi subito in camera sua.  I due letti erano ordinati: quello di sua sorella, Paula, aveva sopra una coperta viola con dei grossi fiori rosa, quella di Dorin era gialla con degli orsacchiotti.

La stanza profumava di lavanda e borotalco, non c’era un granello di polvere. Sulle mensole giacevano peluche, alcune bambole di pezza, foto di Dorin e sua sorella da bambini.

Guardandosi in una di quelle foto, gli parve di somigliare a una delle bambole sul comodino: sua sorella lo stringeva a sé proprio come una pupattola.

Non ricordava nemmeno quando Paula l’aveva gettato via, ridotto a una bambola troppo vecchia e brutta per giocarci. Per Paula e sua madre Dorin era cresciuto, adesso era solo un ragazzo grasso, brutto e stupido.

Si sedette sul letto. Non sapeva cosa fare. Non riusciva neanche a pensare a cosa volesse fare. Guardava la stanza e basta.

Sua sorella si precipitò in camera, frenetica come sempre. Portava sulla spalla il borsone della palestra e indossava una tuta firmata, così diversa dagli abiti da mercato di Dorin.

Dorin la fissava, nemmeno se ne accorgeva. Paula lasciò cadere la borsa sul pavimento, si sedette sul letto e si tolse le scarpe.

«Si può sapere che diavolo guardi? Sembri un ritardato.»

Dorin chinò subito il capo.

«Scusa…» borbottò.

«Sei proprio uno stupido!» ridacchiò lei.

Dorin guardò le scarpe di sua sorella, non emanavano alcun fetore. Paula profumava di buono, proprio come sua madre, Florica, mentre lui, a detta di sua madre e sua sorella, puzzava sempre.

Quando aveva dieci anni, sua madre l’aveva trascinato fino in bagno urlando: «Ora ti faccio vedere io come ci si comporta.»

L’aveva spogliato, gettato nella vasca e lavato con una tale forza che sembrava volesse strappargli la carne dalle ossa.

«Non hai preso niente da me. Guarda tua sorella, invece.»

Dorin non sapeva da chi avesse preso. Suo padre non l’aveva mai conosciuto, né sua madre gliene aveva mai parlato. Una volta l’aveva sentita dire a Paula: «Gli uomini fanno tutti schifo», e Dorin aveva compreso che anche lui faceva schifo.

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Il linguaggio del romanziere non è quello dello sceneggiatore: scene e sommari

Ad alcuni potrà sembrare strano che io scriva un articolo riguardo il sommario e il suo utilizzo in narrativa, addirittura inutile, trattandosi di una delle forme basilari utilizzate per scrivere un romanzo. Eppure tante volte nel parlare con aspiranti scrittori, addirittura con chi ha già pubblicato, ho riscontrato una totale ignoranza verso questa forma di narrazione che non può definirsi neppure una tecnica né un espediente, in quanto indispensabile per il componimento di un’opera di narrativa, da sempre.

Credo che anche stavolta tale ignoranza sia dovuta alla perdita delle nostre radici e al desiderio spasmodico di seguire tutto ciò che è Made in USA, senza neppure comprendere che i cugini statunitensi hanno furbamente attinto al nostro patrimonio culturale, sfruttandolo talvolta meglio di noi. Non a caso tutti i provetti scrittori che bazzicano il web, e soprattutto i social network, conoscono a memoria il significato di termini quali show don’t tell, cliffhanger, flashback o flashforward, ma cascano dalle nuvole quando gli menzioni il sommario, una forma di narrazione che assieme alle scene compone la struttura di un romanzo: il resto sono espedienti, tecniche utilizzabili o meno; sommario e scene solo l’ossatura del testo di narrativa, senza l’intrecciarsi di ambedue le forme è impensabili poter scrivere un romanzo, salvo magari un racconto.

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Se una storia non nasce da un’inquietudine, perché scriverla?

Abbiamo già parlato di cose come la storia in tre atti, il conflitto interiore e il nucleo atomico di una storia, ma visto che molti mi espongono spesso dei dubbi, ho deciso di unire i tre argomenti e farlo a partire dal conflitto interiore.

Vi è mai capitato di leggere un romanzo che vi appare disarticolato? A me spesso. Sembra che gli avvenimenti succedano per caso e i personaggi si muovano subendo gli eventi anziché reagire a essi in modo logico con il loro modo di essere.

Questo succede quando i personaggi sono inesistenti, o meglio, quando lo scrittore non li conosce.

Abbiamo parlato tante volte di Georges Simenon. Perché i suoi personaggi sono indimenticabili? Perché lui sapeva spingere i loro conflitti fino al limite massimo, e poteva farlo perché di loro conosceva tutto, ogni pensiero, ogni loro gusto.

Chi ha letto la bellissima intervista rilasciata da Simenon, presente in quest’area del sito, sa che lui era solito raccogliere per anni informazioni sui propri personaggi. Raccoglieva il materiale in apposite cartelline, poi, quando sentiva che una delle sue storie era pronta per essere scritta, si metteva al lavoro e in due settimane finiva il romanzo.

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Progetto editoriale: In cerca della Morte

I

Quando appresi che la Morte era scomparsa stavo a letto tormentato da un devastante dopo sbornia. Dalla persiana calata lame di luce fendevano la semioscurità fumosa e mi precipitavano sul viso, le urla sguaiate di una bambina mi giungevano dalla strada e si mischiavano al miagolio del gatto che, ostinato, picchiettava con la zampa sulla mia faccia.

Senza neppure aprire gli occhi mi voltai di scatto e sbattei il micio al suolo, fra vestiti sporchi, pacchetti di sigarette appallottolati e bottiglie vuote. Affondai la testa nel cuscino, soffocato dalla tosse, rivoli di bava mi colavano sulla barba.

A un tratto il trillo del telefono parve spaccare ogni rumore, un urlo che mi giunse nel cervello come un proiettile.

Mi rivoltai nel letto a occhi chiusi e senza smettere di tossire. Allungai la mano e tastai il vuoto in cerca di quel dannato cellulare, dal comodino caddero dei libri e una bottiglia di vino.

Feci appena in tempo a respirare un pungente tanfo di piscio prima che, afferrato il telefono, un possente grido frantumò ogni mia speranza di starmene a casa a smaltire la sbornia.

«Dove Cristo di un Dio sei, Gargiulo? Lo vedi che cazzo di ore sono, eh? Lo vedi? Lo vedi o no, brutto pezzo di merda?».

No, non lo vedevo. Non vedevo nulla. Tossivo ancora, mentre dall’altra parte del telefono il mio capo continuava a urlare. Incurante della tosse, dell’ora e del capo agguantai il pacchetto di sigarette, me ne ficcai una in bocca e l’accesi.

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ROMANZO LA FINESTRA CHIUSA: PRIMO CAPITOLO

I

Ottobre 2017: Oggi

Erano più di dieci anni che non mettevo piede nella casa in cui ero cresciuto, eppure nel vedere mia madre a malapena l’avevo salutata, né avevo degnato di uno sguardo mio padre, ora così diverso dall’uomo forte che ricordavo. Posate le valigie nella mia vecchia stanza ero corso subito a chiudermi in bagno, come facevo da bambino quando loro due litigavano.

Fermo davanti al lavello continuavo a fissarmi allo specchio, cercavo con ogni forza di vedere qualcosa di diverso da un vecchio che a trentacinque anni aveva i denti anneriti dal fumo. Forse presto li avrei persi tutti, come mio padre, e come lui avrei messo su pancia e i miei capelli sarebbero diventati bianchi.

Mia madre, Lucia, più piccola di lui di undici anni, quando ero un bimbo mi diceva che mio padre, Onofrio, alla mia età non aveva più un dente sano in bocca. Non ricordavo di averlo mai visto da giovane, di Onofrio non avevo alcun ricordo da bambino, nessuna foto, quasi lui non avesse mai avuto un’infanzia.

Chinai lo sguardo e osservai la mano sinistra: le dita erano ingiallite dalla nicotina, come quelle di mio padre.

Immediatamente cercai di cancellare quelle macchie con un colpo di spugna, come facevo ogni giorno, da anni ormai, ma restava sempre un alone: un residuo di mio padre che non riuscivo a raschiare via.

Per tutta una vita avevo odiato l’immagine di mio padre, mi faceva schifo, con ogni forza avevo provato a scrostarla via dalla memoria. E adesso allo specchio era il volto di mio padre che vedevo.

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La storia in tre atti

Negli ultimi anni le scuole di scrittura creativa e i corsi online sono aumentati in modo esponenziale, questo perché è sempre maggiore il numero di persone che si cimentano nella scrittura narrativa, spesso solo come mezzo di riscatto personale seguendo l’illusione di successo e fama.

Tralasciando quest’ultimo aspetto, trovo assurdo che si parli di tecniche narrative senza far riferimento ad Aristotele.

Sembra che ogni tecnica di narrazione sia di origine statunitense. Ci si riempie la bocca di termini inglesi, abbreviazioni, acronimi, ma quasi mai si menzionano le origini della narrazione: una triste abitudine che la nostra società applica in ogni campo.

Invece è proprio Aristotele a insegnarci per primo il paradigma basilare su cui si regge ogni storia: Inizio, svolgimento, fine. Continua a leggere La storia in tre atti

Perché scriviamo?

Cosa spinge una persona a scrivere narrativa? Quale strano, folle meccanismo si innesca nella testa di chi decide di scrivere una storia?

Molti esordiscono con frasi del tipo: «Sentivo di avere qualcosa da dire!». Altri ancora, illusi, credono che la scrittura sia un modo per raggiungere il successo, mentre alcuni pensano addirittura di arricchirsi.

Kafka ci risponde in modo chiarissimo: è l’inquietudine!

Franz Kafka, nato a Praga nel 1983, e morto appena nel 1924. Ritenuto oggi uno dei più grandi scrittori di fine e inizio novecento, non ha mai avuto fama in vita. Ha lavorato sempre come impiegato, ha visto la pubblicazione di appena qualche racconto. Eppure, come sappiamo, ha scritto tanto, tantissimo, purtroppo meno di ciò che abbiamo di lui, perché distrusse circa il 90% del proprio lavoro. Continua a leggere Perché scriviamo?