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Critici letterari e cinematografici da bar

Il tempo dà sempre più ragione al pensiero di Eco riguardo ai social-network, e neppure si ha l’umiltà e l’onestà intellettuale di riconoscerlo. L’opinione personale è un bene ed è un diritto, ma la critica comporta una responsabilità, un diritto fondato su anni di studi.

Non basta avere una lingua per insegnare, tanto meno una connessione internet o uno smartphone.

Ne ho udite e lette di castronerie riguardo all’ultimo film di Nolan, discorsi fondati solo sull’uso smodato di aggettivi e del tutto assenti da un pensiero critico analitico. Dovremmo anzitutto partire dal presupposto che se sentenzio sul valore di un’opera io conosca almeno la differenza tra adattamento e trasposizione cinematografica.

In sintesi, l’adattamento è una vera e propria traduzione di linguaggio, spesso profonda e invasiva. Si ha la piena libertà di reinterpretare il testo e variarne le dinamiche a seconda della visione del regista. Diversamente, la trasposizione prevede una aderenza letterale più rigida: lascia intatta la struttura narrativa, in quanto lo scopo non è riportare una visione, bensì un’opera letteraria esposta con il linguaggio cinematografico.

La finalità è sempre e solo una: creare qualcosa di bello. E che piaccia o no, in ambito artistico la bellezza ha dei canoni riconoscibili a livello inconscio.

Esisto libri belli e libri brutti; esistono film belli e film brutti.

Birdy, di William Wharton, è un libro orrendo: sembra scritto da uno sceneggiatore; eppure la storia è meravigliosa. Una storia che mostra appieno il proprio potenziale grazie alla trasposizione cinematografica di Alan Parker, molto fedele al libro. Il contrario accade con Denti, film di Grabiele Salvatores, trasposizione dell’omonimo romanzo di Domenico Starnone. Qui il lavoro di traduzione cinematografico non riesce a comparare il linguaggio letterario di Starnone e questo accade per un solo motivo: la potenza del romanzo dimora nella voce autoriale di Starnone, non nella trama. Ma questo non è certo un limite, una giustificazione al fallimento, e lo dimostra la trasposizione cinematografica del romanzo Il fidanzamento del signor Hire di Georges Simenon, eseguita dal regista Patrice Leconte con la pellicola L’insolito caso di mr. Hire in cui l’atmosfera riporta all’istante alla voce autoriale di Simenon.

Lo stesso accade con gli adattamenti, solo che qui i criteri di paragone con l’opera letteraria sono diversi e coinvolgono per lo più l’estetica o la capacità di adattare le tematiche dell’opera al contesto attuale. Potremmo citare la nota trilogia dell’anello scritta da Tolkien e portata sul grande schermo dal regista Peter Jackson. Chi ha letto i libri sa bene quanto gli eventi e persino i personaggi presenti nella pellicola si dissocino molto dall’opera letteraria, eppure i film sono epici a livello estetico e di contenuto, hanno rimodellato l’universo tolkeniano secondo la visione di Jackson, offrendo agli spettatori un’opera capace di risvegliare sentimenti archetipici quali coraggio, sacrificio, amore, paura del fallimento e tanto altro. E come non menzionare il film visionario della regista Julie Taymor, Titus, adattamento del Tito Andronico, opera di William Shakespeare. Attestare che il lavoro di riscrittura sia stato invasivo sarebbe poco, l’opera di partenza è sgretolata dall’immaginario della regista è ricomposta sul grande schermo in modo altrettanto potente, lasciando integri i sentimenti e i conflitti dei personaggi. Al contrario, questo processo di mutazione risulta fallimentare in casi come quello di Romeo + Giulietta del regista Baz Luhrmann, adattamento della tragedia Romeo e Giulietta scritta da Shakespeare che, sebbene originale nell’intento, fallisce in fatto di estetica, regalando allo spettatore una storiella scialba e priva della potenza del conflitto presente nell’opera di partenza: l’amore che viene schiacciato dall’odio umano capace di arrivare alla più stupida cecità. Nell’opera di Luhrmann questo aspetto è del tutto marginale e ciò rende banale la sua visione, seppure ricca di un potenziale creativo, quale ambientare la storia dei due giovani innamorati in un a Venice scossa dalla faida tra due clan criminali: idea buona realizzata in modo pessimo e vuoto.

E questo ci porta al film Odissea di Christopher Nolan, un chiaro adattamento cinematografico, non una trasposizione, del poema epico attribuito a Omero; poema epico, non romanzo o racconto, e già questo dovrebbe farci porre un interrogativo: che sia un adattamento o una trasposizione, come si traduce un poema epico nel linguaggio cinematografico?

Questa dovrebbe essere la prima domanda da porsi, almeno se intendiamo eseguire una critica onesta e non una mera chiacchierata da bar: che va pure bene, ma non ha il valore di una critica analitica, dunque lascia il tempo che trova e spesso risulta persino infantile e sciocca, se non addirittura presuntuosa.

Se la struttura del romanzo o del racconto ha comunque uno schema in comune con quella di un lungometraggio o di un cortometraggio, tramandata dalla poetica di Aristotele fino a giorni nostri, il poema epico prevede delle regole molto rigide: il protagonista è sempre un eroe, il tema del ritorno a casa è fondamentale, così come quello delle origini famigliari e del senso di comunità; la presenza delle divinità è cornice e al tempo stesso cuore dell’opera, in quanto implica il rapporto tra il finito e l’infinito, l’umano e il divino, la libertà di scelta e il condizionamento degli eventi. Sono tutti argomenti che, nel tempo, hanno avuto sempre meno a che fare con l’essere umano e la società in cui vive. Già con l’avvento del romanzo moderno, ovvero con il Don Chisciotte di Cervantes, è chiaro che l’eroe non è più perfetto e virtuoso, né è chiamato a ricongiungersi con il proprio popolo o salvare la comunità a cui appartiene; persino la presenza di un qualsiasi dio appare qualcosa di talmente lontano e astratto che coinvolge l’uomo solo in un effimero e unilaterale rapporto fatto di preghiere.

Il mito non esiste più.

Dunque, in un contesto simile, creare una trasposizione cinematografica significherebbe realizzare un’opera che oggi non ha più nulla da dirci: niente capace di pizzicare le corde di una memoria archetipa celate nel nostro inconscio.

La sola strada è un adattamento. Dare vita a qualcosa di nuovo a partire proprio da quelle figure archetipe che, magari, hanno ispirato la visione di un regista.

In un terreno del genere è inutile e anche stupido fare paragoni tra il poema epico e il film. Lo si può fare, certo, ma a livello di critica letteraria o cinematografica non dona nulla, di conseguenza resta una chiacchierata da bar. Al contrario, potrebbe risultare interessante analizzare il valore del film a partire dalla probabile visione del regista, sorta nel trovarsi al cospetto del poema epico.

Il film si basa tutto sul ritorno a casa di Ulisse, il protagonista, re di Itaca ed eroe della guerra di Troia. E fin qui potremmo legittimamente dire: sticazzi! Lo sanno pure i bambini chi è Ulisse.

Certo che lo sanno, e potremmo rispondere chiedendo loro quale sia la dote più celebre del re di Itaca. La furbizia, risponderebbero subito. Anche questo lo sanno tutti. Nel poema epico Ulisse è mostrato come il più scaltro degli eroi, un uomo cui astuzia conduce alla rovina Troia.

Ma guardando l’Ulisse rivisto dall’immaginario di Nolan, ci sembra forse di trovarci di fronte al più scaltro tra gli uomini?

Ulisse ci viene mostrato da subito come un uomo triste, combattuto interiormente e provato dal dolore causato non solo dalla morte dei propri amici, ma dalla devastazione da cui è circondato e di cui è artefice. Il gesto astuto di Ulisse che ha portato alla caduta di Troia non viene visto dal suo stesso artefice come un atto di coraggio e di grande furbizia che ha dato la vittoria al suo esercito, quanto una decisione responsabile della morte di migliaia di uomini. E anche nel suo voler tornare a casa non c’è nulla di eroico. Ulisse non si sente un eroe, un conquistatore da celebrare: è solo un uomo stanco e triste che desidera tornare a casa; non al regno o alla comunità, semplicemente a casa, dalla propria famiglia.

Questo ribalta da subito tutto il senso del grande poema epico che, oggigiorno, al di là del suo inestimabile valore letterario, rappresenta una figura di essere umano vicino a noi solo nelle piccole sfumature. E sono proprio quelle sfumature che Nolan coglie: la fragilità di Ulisse che, benché sia l’eroe della guerra di Troia, ha come unico scopo tornare a casa e non ci riesce.

Nel poema epico sappiamo bene cosa succede: Poseidone si incazza perché Ulisse ha ucciso Polifemo e intralcia il suo viaggio; un aspetto che nel film, invece, non è palesato né scontato. Ulisse uccide sì Polifemo, ma sono i suoi amici ad attestare che questo causerà l’ira di Polifemo. Diversamente dal poema epico ciò non viene esposto come una certezza, ma una supposizione: un aspetto che cambia il punto di vista sul rapporto tra esseri umani e divinità rispetto a quello presente nel testo originale.

Il tema non è più riconoscere il volere degli dei e lodarli per auspicarsi fortuna e gloria, quanto se la loro natura sia realmente giusta. Ma c’è molto di più. Perché abbiamo detto che la possibile minaccia della collera di Poseidone non è un evento certo, ma una supposizione dei compagni di Ulisse.

Da qui, la grande domanda che all’epoca aveva una risposta scontata: esiste davvero un Dio?  

Ovviamente ai tempi di Omero la risposta era sì. Ma oggi?

Il punto non è solo se Poseidone sia nel giusto o meno a dare loro la caccia, ma se questo sia reale o tutto si riconduca a eventi naturali.

Durante il viaggio la fede di Ulisse è messa a dura prova, ma, a differenza del poema epico, lui non sembra per nulla interessato a interpretare la volontà degli dei e riconciliarsi con loro. Anzi, sembra interrogarsi sulla loro natura, un aspetto blasfemo ai tempi di Omero ma il solo accettabile in un tempo in cui persino la natura spirituale dell’essere umano è messa in discussione, figuriamoci un popolo di divinità che se ne sta bellamente su un monte. Infatti, questa tematica è trattata allo stesso modo in altri adattamenti di poemi epici, tipo da Achille nel film Troy di Wolfgang Petersen quando più volte attesta che le divinità se ne fregano degli esseri umani, esponendo in modo traviato un concetto presente nel libro XXIV dell’Iliade, versi 525-526. Ma chissà perché nessuno si è scaldato tanto in questo caso: forse perché Brad Pitt era un figo della Madonna nei panni di Achille, o perché l’Iliade vi sta meno simpatica dell’Odissea. Non importa. La cosa che conta è che il rapporto tra esseri umani e divinità su cui si fondano la maggior parte dei poemi epici, nei nostri giorni non può essere trattato con le domande, i conflitti e le relazioni di allora, almeno senza suscitare noia o persino ilarità. Ed ecco che Ulisse si avvicina a noi, tormentato dai nostri stessi dubbi riguardo la vita, in cerca di un senso al proprio cammino e dovendo accettare le responsabilità che ne conseguono: come quella di condurre alla morte i propri amici o aver abbandonato la famiglia solo per una guerra.

Riguardo la morte, poi, anche quella non poteva essere trattata alla stessa maniera del tempo in cui è sorto il poema epico di Omero. La morte rappresenta l’ignoto, nessuno al mondo conosce cosa succede davvero quando si muore. Ai tempi di Omero era chiaro e logico, una realtà accettata e divenuta ordinaria. Oggi no.

In questo caso, qual è la vera visione della morte avuta da Nolan?

Agamennone.

Agamennone e la tanto discussa armatura.

Quando vediamo Agamennone fare il suo ingresso a Troia, da vincitore, quell’armatura ne esalta la potenza. Non appare neppure un essere umano, bensì una divinità gloriosa, irraggiungibile a ogni essere umano.

Quell’armatura incute paura, rispetto e sottomissione.

Lo ritrovavamo investito della stessa armatura nell’Ade, da morto. Ma qui quella corazza non gli conferisce più un potere terrificate, lo rende cupo, triste, un uomo rinchiuso in una oscurità indissolubile.

La visione di Nolan è chiarissima e per realizzarla doveva esaltare ciò che il re di Micene aveva rincorso con tutto stesso: la grandezza!

Una patetica illusione al cospetto della morte. Il potere di Agamennone non è stato soltanto incapace di salvarlo dalla morte, ma adesso gli sta addosso come un monito eterno lì a ricordargli quanto fosse patetico ed effimera la sua vanità.

Insomma, non c’è da dilungarsi ulteriormente per dire che paragonare il poema epico all’adattamento cinematografico di Nolan è segno di stupidità e ignoranza riguardo l’argomento. Se già l’adattamento cinematografico di un romanzo o di un racconto va analizzato usando dei criteri specifici che non comportino il paragone tra l’opera letteraria e quella cinematografica, in quanto non si tratta di una trasposizione, ancor più questo dovrebbe accadere quando si tenta adattare al linguaggio cinematografico del ventunesimo secolo un genere quale il poema epico, antico di migliaia di anni e che rispetta dei canoni imposti dalla società e dalla cultura dell’epoca.
Ma in fondo, come disse Umberto Eco: I social media hanno dato diritto di parola a “legioni di imbecilli” che prima parlavano solo al bar dopo qualche bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività, mentre ora hanno lo stesso spazio di un Premio Nobel.

I miserabili

È da molto che non scrivo nulla su questo sito, sia per mancanza di tempo sia per disgusto nei confronti di alcuni argomenti. Il tempo è il bene più prezioso al mondo. Si dice “il tempo è denaro”, ed è così, perché il tempo è un lusso concesso a chi ha denaro; chi non ne ha deve usarlo in prevalenza per campare, costretto a dedicare alle proprie passioni e alle proprie gioie solo i pochi brandelli che gli restano: si sopravvive anziché vivere.

Disgusto, poi, sì, per una società sempre più ingiusta, capitalista e priva di dignità, da cui non è certo esente il mondo editoriale. Anzi, come ogni ambiente culturale o artistico, soprattutto qui in Italia, anche in questo vigono squallide dinamiche di servilismo, nepotismo, favoritismo o amichettismo, per usare un appellativo dedicato specificamente al panorama editoriale italiano e coniato dallo scrittore Fulvio Abbate. E questo senza mettere bocca – per ora – sui numerosi aspetti meramente commerciali: scelta di trame consone alle mode sociali o culturali del momento, personaggi in cui la maggioranza delle persone possano rispecchiarsi e trovare una sorta di conforto emotivo, appiattimento del lessico e della lingua per rendere la lettura più semplice e alla portata di tutti (cancro che non ha risparmiato neppure le nuove traduzioni dei classici), scelta delle uscite editoriali basata non tanto sulla qualità del libro quanto sull’identità dello scrittore.

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Contano molto i contatti e i rapporti maturati con altri scrittori o figure editoriali, la notorietà sui social network, l’età e persino il sesso, visto che negli ultimi anni si predilige una politica editoriale che vede gli scrittori alla stregua di giovani impiegati da sfruttare a lungo termine e, come tanti altri ambienti del mercato dell’intrattenimento, sposa appieno una logica di “politicamente corretto”: in questo caso, puntare molto sulla pubblicazione di scrittrici anziché scrittori al fine di fingere una più che giusta e anelata inclusione e parità di genere quando, invece, a conti fatti, si mette in atto una squallida logica patriarcale: tramutare la donna in un’oggetto da sfruttare a vantaggio del maschio che resta comunque ai vertici dell’industria editoriale (e dunque comanda e decide), umiliandole l’identità scegliendola in quanto vantaggiosa per la sua politica commerciale e, nel farlo, non trattarla parimente all’altro sesso, alimentando così una sottile e stomachevole logica di sessismo velato che la sminuisce in quanto essere umano.

Tutto ciò potrebbe sembrare surreale, se non assurdo, a chi è semplicemente un lettore, ma chi è inserito in ambito editoriale conosce a menadito queste dinamiche e, nel più dei casi, si guarda bene dal rivelarle: mostrare che l’imperatore è nudo può costare la vita; in questo caso, la “carriera” editoriale.

Ho imparato sulla mia pelle due aspetti fondamentali del mondo editoriale, appresi già verbalmente anni fa da una persona speciale: nell’ambiente editoriale contano più i contatti del talento ed esistono persone che in un soffio possono fartela pagare cara anche solo per una sciocchezza.

Ecco perché di queste cose non bisogna parlare e persino evitare chi ne parla, cercando invece di ingraziarsi proprio quelli che potrebbero fartela pagare, in modo che il loro “potere” diventi per te un beneficio: la giusta spinta.

Già, bussare alla porta giusta. Farsi raccomandare dal contatto giusto.

I contatti che, appunto, contano più del talento.

In alcuni casi la spintarella favorisce autori bravi, in altri autori appena passabili e in altri ancora autori molto acerbi; ma in ogni circostanza sono figli di un privilegio, dunque beneficiari di una strada non concessa a chiunque e spesso intrapresa non puramente grazie al talento, ma alla furbizia, all’avidità, al servilismo, al tempo di cui possono beneficiare e magari anche a un pizzico di cazzimma. Insomma, doti encomiabili in ambito imprenditoriale ma meno consone a chi dovrebbe spiccare per sensibilità.

Ma in fondo, come si suol dire, non c’è nulla di nuovo sotto al cielo. Questo meccanismo esiste da sempre, dal grande Alessandro Manzoni, che arrivò alle stampe grazie alla sua rete di contatti ricchi e in particolare a Giovanni Battista Pagani, discepolo di Vincenzo Monti, fino allo sconosciuto poeta Lucio Piccolo, cugino di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e da lui presentato a Eugenio Montale.

E potremmo citare decine e decine di casi più vicini ai giorni nostri: dalla protetta di uno scrittore ormai consacrato dalla vincita del più prestigioso dei premi all’amico del più famoso editor di una nota casa editrice italiana; dal figlio di un attore e di una scrittrice che accede al mondo della letteratura al figlio del politico che diventa un romanziere di successo; dalla figlia di un noto chirurgo che può pagarsi la costosissima Holden e intrecciare i giusti contatti al figlio di un celebre e ricco psicoanalista e docente universitario con cui pubblica il suo primo libro nientemeno con Mondadori, fino al giovane ricco di famiglia che può permettersi il lusso di intrattenere per ore e ore rapporti virtuali con editor e redattori delle riviste letterarie e magari viaggiare pure per incontrarli.

In ogni caso c’è di mezzo un privilegio che dà modo di acquisire un contatto: che sia un familiare, un amico, un collega o un amante è comunque un accesso privilegiato al mondo editoriale. E se c’è qualcuno che ha un privilegio, allora esistono altri che non ne hanno. Di conseguenza, il panorama editoriale non è equo, non offre le stesse possibilità a chiunque e le scelte non nascono unicamente dal riconoscimento di un talento quanto dalla sua possibilità di mostralo: un privilegio non concesso a chiunque.

Salvo la micro-editoria, oggigiorno persino le piccole case editrici che contano davvero non accettano più dattiloscritti, ma si servono di agenzie letterarie, e anche l’accesso a un’agenzia letteraria è un privilegio in quanto, nel 95% dei casi, la rappresentanza prevede il passaggio iniziale della richiesta di una scheda di valutazione che costa parecchie centinaia di euro: un costo non alla portata di tutti e, dunque, un privilegio; in altri casi, ci si arriva tramite contatto diretto, di cui abbiamo appena parlato, oppure in rari casi grazie allo scouting. Ma anche qui l’idea romantica dell’agente letterario che si nasconde nei caffè letterari alla ricerca del nuovo Rimbaud, partecipa in anonimato ai reading di letture, non si perde nemmeno una delle presentazioni di autori sconosciuti che hanno pubblicato con una minuscola casa editrici e trascorre le giornate a leggere ogni singolo racconto presente sulle circa 100 riviste letterarie presenti in Italia è solo una farsa. Anche qui serve il contatto giusto, una persona fidata. Sono quelli che, in una interessante intervista rilasciata da Giulio Mozzi alla rivista Il mio libro, vengono definiti “amici sensibili”: amici che sono editor, redattori o qualsiasi altro addetto ai lavori editoriali che raccomandano qualcuno. Talentuoso o meno, non è questo il punto, perché qui non stiamo dicendo cosa sia giusto e cosa sia sbagliato ma stiamo cercando di analizzare in modo il più oggettivo possibile le dinamiche editoriali: possono piacere o meno, le si può trovare giuste o sbagliate, si può scegliere di sottostarci o evitarle; tutto questo è soggettivo, qui ci limitiamo a mostrarle. Dunque, il punto è che la stessa parola “amici” cozza con termini quali meritocrazia e professionalità.

Il termine stesso “amico” cozza con termini quali meritocrazia e professionalità. Che sia un amico o un “amichetto” c’entra poco, se io ho qualcuno che mi presenta a qualcuno sto disponendo comunque di un privilegio; di conseguenza, sto partecipando a un gioco non paritario dove di certo ci sono altri che non posseggono le mie stesse possibilità di vittoria.

Se accettiamo che l’editoria è a tutti gli effetti una industria, tutto questo diventa ancora più paradossale. Per accedere a un concorso pubblico si svolgono dei concorsi, a una ditta privata si presenta il curriculum. Si viene scelti o meno in base agli esiti delle prove svolte in fase di selezione o all’appetibilità del curriculum. In ogni caso il datore di lavoro dà la possibilità a una persona di candidarsi e poi la valuta, oppure sindaca questa scremature alle agenzie per il lavoro, a cui l’aspirante lavoratore di certo non accede pagando una scheda di valutazione o per contatto diretto. E, ironicamente, in un contesto simile la raccomandazione risulta uno scandalo, mentre in ambito editoriale appare una norma. Ma se abbiamo detto che l’editoria è una realtà imprenditoriale a tutti gli effetti, allora l’azienda non dovrebbe valutare ogni candidatura e farlo senza che l’aspirante scrittore debba per forza avvalersi di un privilegio? Che sia la raccomandazione di un contatto diretto o avere la grana da investire nella speranza di una rappresentazione da parte di un agente.

Ma oltre a questo, di fondo, esiste un altro privilegio: il privilegio di poter scrivere, un tema trattato in modo magistrale in Fame, romanzo di Knut Hamsun edito in Italia da Adelphi.

È un altro segreto noto in ambito editoriale. Scrittori e scrittrici provengono per lo più da famiglie benestanti, se non ricche.

Vi invito a vedere le origini dei finalisti anche solo delle ultime edizioni del Premio Strega: resterete sorpresi nel constatare come quasi tutti siano cresciuti in famiglie ricche. Dunque, se hai avuto papà o mamma che guadagnavano bei soldini, di sicuro sei cresciuto in un ambiente ovattato, potendo studiare e dedicare tantissimo tempo alle tue passioni, cosa difficile per il figlio dell’operaio e della casalinga e quasi impossibile (perché si spera che nulla lo sia) per i figli di nessuno.

Perché non solo ricercare i giusti contatti richiede tanto tempo libero e dunque denaro, magari anche per frequentare “gli ambienti giusti” non solo virtualmente, ma lo stesso atto di scrivere ne necessita. Se lavori tanto, non hai poi molto tempo da dedicare alla scrittura e farlo bene. Se lavori tanto e hai pochi soldi, oltre alla carenza di tempo avrai anche molte preoccupazioni mentali a impedirti di avere la lucidità per scrivere in modo degno. Se stai nella merda, è difficile che tu riesca a scrivere un solo rigo, proprio come il protagonista del capolavoro di Hamsun.

Se ne deduce che per scrivere e farlo bene sono necessari i soldi, un altro aspetto che rende esclusivo il mondo editoriale. Ma in fondo non dovrebbe essere una novità. Da sempre scrivere è stato il passatempo di aristocratici, ricchi o borghesi; i Dickens in letteratura sono sempre stati pochi e, a conti fatti, pure il lamentoso Kafka aveva un posto di lavoro ben pagato e che gli rubava poco tempo.

Solo che oggi, nella società delle apparenze, mostrare questa palpabile differenza di classi sociali e i privilegi o le privazioni che ne conseguono è pari a uno scandalo da nascondere, in quanto smaschera una grande bugia: non siamo tutti uguali e la società è ingiusta.

Ma oltre a questo aspetto ne esistono altri, altrettanto beceri, ad esempio quello che riguarda la scelta dei libri da pubblicare, che sia passato o meno per i canali privilegiati di cui abbiamo appena parlato: e di solito succede sempre, salvo fortuiti e piacevoli casi.

Nella storia della letteratura non sono rari i casi delle famose “sviste editoriali”: testi scartati da molti editori e poi, nel tempo, di solito dopo che l’autore era morto e sepolto, divenuti classici della letteratura.

Di rado il motivo del rifiuto riguardava lo stile; quasi sempre era inerente al contenuto. È il caso di Lolita di Vladimir Nabokov, reputato scandaloso e osceno; oppure Gente di Dublino di James Joyce, bollato come immorale, proprio come La fattoria degli animali di George Orwell, che gli costò non pochi problemi a livello politico; Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa non rispecchiava i valori politici del tempo, mentre le trame di Kafka suscitavano angoscia, sensi di colpa e impotenza.

Potremmo ravanare all’infinito nella storia e menzionare decine di libri rifiutati a torto per le tematiche trattate o per ciò che suscitavano nel lettore, avvicinandoci ai più recenti e numerosi casi: Perdersi, di Alice Genovesi, bocciato perché nessuno poteva provare interesse per un romanzo incentrato sulla vita di una malata di Alzheimer, oppure l’ora famosissimo Antonio Moresco, respinto perché troppo cupo e astruso non solo nello stile ma nelle dinamiche, al pari del celebre Harry Potter della Rowling.

Alla base di questi rifiuti c’è un’unica domanda che l’editore si pone: il testo è vendibile per lo stile ma soprattutto per i contenuti?

Dunque, non conta che tu sia Kafka o Moresco, il criterio principale è se la tua storia può interessare a molte persone e, di conseguenza, potenzialmente vendere tante copie. Il valore letterario non conta e lo attesta in modo inequivocabile il fatto che oggi, con gli stessi libri, Antonio Moresco è definito uno dei più grandi scrittori italiani viventi e autore di alta letteratura, mentre prima era escluso per argomenti e stile.

Ma oltre a questo esiste un ulteriore aspetto riguardo alle scelte editoriali, persino più squallido del precedente, in quanto non fondato su mere logiche capitaliste ma su inimicizie, antipatie e invidie.

Si tratta di quelli che, come abbiamo anticipato, possono fartela pagare per qualcosa che hai detto o hai fatto oppure per il tuo modo di porti socialmente.

Lo stesso Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini, suo esordio come narratore e non solo poeta, fu rifiutato in quanto lui era reputato una figura scomoda e provocatoria; o se abbassiamo il tiro verso persone  molto meno note, il caso di Gian Paolo Serino, creatore della rivista Satisfiction, che ha sempre criticato i poteri forti dietro al mondo editoriale e per questo escluso. Una logica che non risparmia i mostri sacri, come Aldo Busi, ad esempio, isolato a lungo proprio per il suo disprezzo verso le logiche clientelari dei premi letterari e dei critici influenti, fino a reputare l’editoria italiana un sistema mafioso, provinciale e mediocre.

E se volessimo guardare oltreoceano, come non pensare a Michel Houellebecq, di cui è superfluo persino parlare, tanto sono noti i motivi per i quali non è benvoluto dall’editoria.

Ecco perché in molti stanno zitti. Ecco perché si finge che il mondo editoriale sia bellissimo e perfetto e che tutto si basi su arte e letteratura: per salvarsi il culo; per salvarsi il culo in un ambiente dove tutto è un mors tua vita mea e non esiste onore o dignità e spesso neppure umanità.

Non conta, infatti, quanto bene ti abbia donato una persona, i favori che ti ha fatto: se entra nella lista nera dell’editoria devi ignorarlo, stargli lontano, parlarne male qualora ti chiedessero di lui. È la logica di cui parlavo inizialmente, una mentalità che non dovrebbe esistere in un ambiente come quello letterario, dove dovrebbe regnare (almeno ci si illude che sia così) sensibilità e umanità.

E anche quando un libro è pubblicato questo carosello non si ferma e bisogna stare attenti, perché, come abbiamo visto poco fa, anche se sei un autore molto affermato non ci vuole nulla a perdere tutto, e per accertarsi di sopravvivere bisogna comportarsi proprio come le bestie: fare branco.

Il servilismo non termina certo con la pubblicazione, perché l’editoria italiana è pari a una immensa catena alimentare di cui non si scorge il vertice; di conseguenza, bisogna fustigare chi non ne prende parte, ignorare chi sta sul gradino più basso e ingraziarsi chi sta su quello più alto, nella speranza di raggiungerlo e superarlo. E perché questo accada bisogna fare branco.

Ed ecco che, ancora una volta, i famosi contatti si rivelano indispensabili.

Lobby letterarie, vengono spesso definite, e subito la mente vola ai grandissimi nomi, ai vincitori dello Strega e gente simile; invece, queste lobby e le loro dinamiche sono presenti su ogni gradino, man mano che si sale la catena alimentare. E bisogna restarvi fedeli se non si vuole essere scalzati via, verso il gradino più basso o persino al suolo.

Dunque tutto ciò che si è fatto per arrivare a un esordio va perpetuato anche successivamente, circondandosi di amici scrittori, che poi, nel più dei casi, sono anche il più dei lettori. Questo meccanismo riporta alle critiche letterarie, se ancora le possiamo definire tali, e al famoso passaparola.

Il passaparola, infatti, è ciò che determina il successo di un libro e di solito avviene in due modi: in casa editrice si decreta che un determinato libro deve diventare un caso editoriale prima ancora che esca, magari perché tratta argomenti particolarmente in voga al momento oppure per fattori legati a chi lo ha scritto. In questo caso si investe gran parte del budget della casa editrice per pubblicizzarlo (a discapito degli altri libri) e prepararne l’uscita, il che comporta incontri con critici e giornalisti, cene per discuterne, conferenze stampa e tutto ciò che costa molte migliaia di euro purché chi conta possa parlarne prima e subito dopo l’uscita.

Se questa strategia è chiaramente di natura imprenditoriale e si regge su criteri di scelta commerciali fatti dalla casa editrice, la seconda modalità è molto più vicina al tema che stiamo trattando, in quanto richiede l’intervento dei famosi contatti, anche se, in alcuni casi, questi possono far parte della casa editrice che ha pubblicato il libro.

Si tratta sempre di un passaparola innescato prima ancora dell’uscita di un libro, in questo caso portato avanti da uno o più editor o redattori amici dell’autore e molto influenti nell’ambiente, e da quella manciata di riviste letterarie che decidono da subito il destino del libro, lodandolo, stroncandolo oppure ignorandolo e sulle quali scrivono non critici letterari veri e propri, bensì altri scrittori di narrativa.

Se la prima dinamica si compie in segreto, essendo puramente di natura aziendale, la seconda palesa in modo indiscutibile i criteri di amichettismo da cui nasce, in quanto avviene pubblicamente, sulle riviste online o sul profilo social di qualcuno.

In questo caso basta poco per accorgersi se Tizio, che ha recensito in modo davvero lusinghiero il libro di Caio, gli è amico: basta vedere come interagiscono sui social network e magari si scoprirà che Caio commenta in modo positivo ogni cosa pubblicata da Tizio e lo riempie di “cuoricini”; o che addirittura Caio scrive recensioni su un’altra nota rivista e, guarda caso, ne aveva dedicata una proprio a Tizio. O magari, situazione ancora più palese, ci si accorge che il famoso editor o redattore che sta pubblicizzando il romanzo di Sempronio come nuovo caso editoriale è, in verità, un collaboratore della casa editrice con cui è stato pubblicato.

In questo caso vige la regola elementare del non vedo, non sento e non parlo. L’amichettismo è sotto gli occhi di tutti, ma nessuno lo ha visto, nessuno ne parla e non un’anima ne ha sentito parlare.

Altrimenti sappiamo cosa succede: assassinio editoriale o esilio.

Ecco perché in molti, in piena logica di catena alimentare, cercano di tenersi buoni editor e redattori importanti e soprattutto autori che scrivono recensioni su rinomate riviste letterarie: per evitare di essere loro nemici e, soprattutto, per cercare di essergli amichetto.

Ovviamente l’intensità di questa situazione varia man mano che si salgono i gradini della catena alimentare, ma le dinamiche sono sempre identiche.

Mi favorisci, mi elogi o mi servi a qualcosa? Allora ti aiuto. Altrimenti ti distruggo o ti ignoro, parlando male di te agli altri privatamente. E lo stesso vale se favorisci, elogi o aiuti qualsiasi mio nemico. Non importa che tu sia bravo e il tuo libro sia bello: se infrangi queste semplici regole sei finito.

Insomma, il valore letterario conta ben poco, e lo stesso vale per i grandi premi: alcuni sono accessibili solo alle grandi case editrici in quanto, per chi non lo sapesse, parteciparvi prevede costi quali il numero di copie da spedire ai giurati (decine e decine), le spese per pagare gli articoli dei giornali che contano, le cene di lavoro e tanto altro; poi ci sono quelli accessibili solo a chi ha dei soldini, tipo quelli la cui iscrizione costa 150 euro, se non di più, fino all’eclatante Premio Strega, dove ormai si è perso il conto degli scrittori che si sono ritirati o hanno denunciato azioni per nulla oneste e trasparenti nell’assegnazione del premio.

Direi che una scansione simile del mondo editoriale riveli in modo crudo quanto sia diverso dall’immaginario comune dei lettori. Scrittori e scrittrici simili a yuppies arrivisti, pronti a tutto per un successo (in questo caso praticamente nullo) che solo in rarissimi casi conduce a una lauta ricompensa economica; un ambiente fondato sul principio delle raccomandazioni e del privilegio economico, palesato dal fatto che gli editori non accettano testi se non tramite presentazione fidata o il filtro di un agente; opere scelte in base a criteri commerciali o alla persona che lo ha scritto; dinamiche competitive al limite della crudeltà e persone pronte a distruggerti. Insomma, la figura romantica dello scrittore sensibile e introspettivo è stata spazzata via da quella di un rampollo di Wall Street pronto a ogni bassezza per il successo e il denaro, così come l’immagine dell’editore intellettuale e letterato è stata sostituita da quella di un avido e crudele imprenditore interessato unicamente al denaro e che fonda la propria azienda su principi per nulla meritocratici.

Eppure ne esistono molti di libri che trattano queste dinamiche, sia testi di narrativa che di saggistica.

Ne cito solo alcuni:

The Economy of Prestige: Prizes, Awards, and the Circulation of Cultural Value, di James F. English;

A Feeling for Books: The Book-of-the-Month Club, Literary Taste, and Middle-Class Desire, Janice A. Radway;

Reluctant capitalists, di Laura J. Miller;

Merchants of Culture: The Publishing Business in the Twenty-First Century, di John Thompson;

Le regole dell’arte. Genesi e struttura del campo letterario, di Pierre Bourdieu;

Editoria senza editori, di André Schiffrin.

Tutti saggi che scandagliano il mondo editoriale e quello della letteratura mostrando le logiche di potere e quelle meramente economiche, le dinamiche di privilegio, la realtà elitaria del mondo delle lettere e le dinamiche di personalismi che decretano il successo o la condanna degli autori.

Ma esistono anche numerosi romanzi che trattano questi argomenti, per lo più in modo satirico: una satira spesso pungente, spietata, come se ridere di questo dramma fosse il solo modo per non scoppiare in lacrime. Abbiamo, ad esempio, The Plot, di Jean Hanff Korelitz; Wonder Boys, di Michael Chabon; Thieves of Manhattan, di Adam Langer; The Great Pursuit, di Tom Sharpe; Muse, di Jonathan Galassi; Yellowface, di Rebecca Fei Kuang; The Censor, di John Gardner e tantissimi altri, sia saggi che opere di narrativa.

È interessante notare che sono tutti scrittori esteri. Molti di questi libri sono anche tradotti nella nostra lingua, dunque pubblicati da case editrici nazionali, ma gli autori non sono italiani. Ben pochi scrittori italiani hanno scritto opere che trattano questo argomento sia dal punto di vista saggistico che narrativo. Potremmo indicare Sull’orlo del precipizio, romanzo di Antonio Manzini, edito da Sellerio, in cui si tratta in modo satirico le dinamiche prettamente commerciali del mondo editoriale; oppure, ancora di Manzini e pubblicato sempre da Sellerio la raccolta di racconti Ogni riferimento è puramente casuale, dove si smaschera sempre con ironia il cinismo e i personalismi presenti nel mondo editoriale. Altri testi di narrativa ne sono ben pochi, e tutti accomunati da una sola cosa: la satira, l’ironia. Come se non fosse concesso di trattare queste tematiche in modo serio e drammatico, dunque denunciandole.

Come saggistica, invece, sono consigliatissimi due testi: Storia confidenziale dell’editoria italiana, di Gian Arturo Ferrari ed edito da Feltrinelli, un libro scritto da chi ha lavorato a lungo nel mondo editoriale e analizza i notevoli ed evidenti cambiamenti del settore rispetto ai primi anni del novecento, svelando inevitabilmente dinamiche puramente imprenditoriali e commerciali, logiche di potere e di favoritismo, censure e castrazioni editoriali.

Un altro è Il mestiere di leggere. La narrativa italiana nei pareri di lettura della Mondadori (1950-1971), a cura di Annalisa Gimmi ed edito da Il Saggiatore. Più che un saggio sulle dinamiche interne delle case editrici riguarda la storia dell’editoria; tuttavia, al suo interno ci sono molte lettere di rifiuto inviate realmente da Mondadori agli aspiranti autori dove spesso si evince che la bocciatura del testo non è collegata al suo valore letterario, quanto al potenziale commerciale.

In ogni caso in Italia esiste ben poco riguardo questo argomento, diversamente che negli USA, in Francia, in Inghilterra o in tante altre nazioni. Ma si sa, noi siamo la terra del non vedo, non sento e non parlo. Infatti, se desiderate farvi strada nel mondo editoriale dimenticate subito questo articolo e chi lo ha scritto. Ricordate: se non avete soldi o un lavoro sicuro e poco faticoso, allora dovrete sgobbare dieci volte in più degli altri. I contatti! Fatevi dei contatti. Non interessa se le persone in questione vi siano simpatiche, se siano buone o dei veri stronzi: voi elogiatele, se sono autori leggete i loro libri e parlatene bene, interagite con loro in modo positivo sui social (commenti, like e cuoricini a ogni post), se vi dicono che la vostra mamma e il vostro papino sono dei pezzi di merda, voi assentite e rincarate la dose; abbassate la testa, svendetevi, acconsentite a ogni loro richiesta. E mi raccomando, fate l’opposto con i loro nemici: odiateli, ignorateli, isolateli; parlatene male a ogni occasione, screditatelo ovunque; e anche nel caso vi avessero aiutato o fatto del bene, non dategli peso: se vi accostate a loro sarete marchiati anche voi come reietti, dunque al diavolo sentimenti e sensibilità, conta solo l’avidità e l’egoismo. E ripetete questo esercizio con altre persone ogni volta che salite di un gradino, per tutta la vita.

Sempre che questa sia vita…

Un mio racconto sulla rivista Scomoda

Questo mio racconto, nato durante i laboratori di scrittura creativa presso la scuola di Antonella Cilento, è stato pubblicato sulla rivista Scomoda e inserito nella lista dei migliori racconti 2024 scritta dal guru Antonio Russo De Vivo.
Buona lettura.

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Grazie per la risposta. ✨

Edited with Afterlight

Tempi dipinti sulla rubrica di Antonella Cilento su Repubblica, La lente azzurra

Sulla rubrica La lente azzurra della mia maestra Antonella Cilento per Repubblica, un lungo, accurato, intelligentissimo e meraviglioso articolo dedicato a Tempi dipinti, romanzo mio e di Noemi Gherrero uscito il 10 gennaio per Dellisanti editore.

L’8 febbraio alle 18, con Antonella Cilento alla Ubik di Napoli, in pieno centro storico.

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