Kafka: il vero spirito di uno scrittore

Ogni volta che mi domando quale sia il vero senso della scrittura, perché scriviamo, il mio pensiero vola subito a Kafka, a mio dire icona incarnata di quello che dovrebbe essere lo spirito di uno scrittore.

Nella precedente frase il condizionale è più che voluto, perché oggigiorno lo spirito degli scrittori, se di spirito e di scrittori si può parlare, è ben lontano da quello di Kafka; complice un panorama editoriale sempre meno attento al senso primordiale della scrittura, troppo impegnato ad accontentare un pubblico, ahimè, formato in maggioranza da lettori pigri o radical chic.

Ridicolo, e pericoloso, vedere come gli scrittori amatoriali aumentino di giorno in giorno, mentre diminuiscono i lettori. Viene da chiedersi il perché di questa improvvisa esplosione di talenti letterari: mai secolo fu più ricco di scrittori come il nostro.

Siamo dinnanzi alla rinascita della letteratura italiana, oppure al suo totale declino?

Per darsi una risposta basta guardare quanti pochi scrittori sono anche forti lettori. Kafka, come sappiamo, era innamorato della scrittura di Dickens; inoltre, dal suo stile, si evince una probabile passione per Knut Hamsun. Questo giusto per dire che il bisogno di scrivere viene alimentato dalla lettura.

Ma questo è solo uno dei problemi che stanno facendo nascere, talvolta anche emergere, scrittori della domenica incapaci di portare un lettore maturo in una profonda inquietudine in cui nessuna corazza, nessuna distrazione, potrebbe salvarlo dalle domande che la pagina scritta gli pone davanti. Questo perché gli stessi scrittori non si pongono domande, non fissano un’inquietudine – un nucleo atomico, per dirla alla Cortazar – né osano spingersi fra le spire dei propri demoni, le ossessioni che rimbombano nell’anima come martellate.

Il fine ultimo sembra uno solo, sempre: pubblicare! Che sia un’auto-pubblicazione, un minuscolo editore, un grande editore, il traguardo finale della scrittura di un racconto o di un romanzo sembra essere sempre e solo uno, la pubblicazione.

Certo, anche Kafka desiderava pubblicare le proprie storie, eppure in vita ha pubblicato ben poco. La sua prima pubblicazione avvenne nel 1904, quando aveva ventun anni (non età giovanissima per gli scrittori di allora), una raccolta di racconti intitolata Betrachtung, opera non certo pubblicata con un colosso editoriale e che fu devastata dalla critica, come Ein Landarzt, pubblicato dieci anni dopo. Questo per dire che Kafka avrebbe avuto tutte le più logiche ragioni per smettere di scrivere, e invece ha continuato fino alla morte; logiche basate su ciò che oggigiorno spinge molti a scrivere: il bisogno di essere pubblicati e il desiderio di fama e gloria.

La scrittura non è più qualcosa di intimo, di gigantesco, ma solo un mezzo per arrivare dove tanti, purtroppo, sono arrivati. Negli ultimi decenni abbiamo visto non pochi scrittori diventare simili a star della TV. Fascette che decantano vendite impossibili, pubblicità e slogan: lo scrittore ridotto a un pupazzetto da Talk Show. Per completare il quadro ci sono giallisti improvvisati che riempiono di cliché un popolino che ne chiede sempre di più, anziché educarli alla bellezza della letteratura come faceva il grande Simenon, pur pubblicando anche narrativa d’intrattenimento; e l’apice dell’immondizia: Influencer, Blogger e Youtuber (ma che significano questi termini!?) che arrivano a grandi marchi editoriali solo per la ridicola fama conseguita su qualche inutile social network.

Questo baraccone, questo circo che ancora ci ostiamo a chiamare editoria, ha dato adito a molti di credere che tutti possono diventare famosi, tutti possono arricchirsi facilmente, tutti possono essere delle celebrità.

Purtroppo in un certo senso è vero, basti pensare a un comico diventato nostro rappresentate presso le Nazioni Unite. Ma mettendo da parte il discorso del denaro, che nulla dovrebbe c’entrare con la letteratura, di quale fama e di quale gloria stiamo mai parlando? Cosa resterà nella storia di queste persone di cui è inutile persino fare i nomi, tante ne sono?

Non resterà nulla, perché queste stesse persone, e chi glielo permette, la stanno distruggendo la storia; presto non ci sarà alcuna storia della letteratura da insegnare, né libri degni di essere definiti Classici.

Io credo fermamente che esistano libri inutili, e oggi, almeno qui in Italia, il loro numero è maggiore di quello dei libri utili. Una deriva pericolosa che invoglia tanti, troppi, a dissacrare il senso della scrittura, e rende gli editori, piccoli o grandi che siano, soltanto degli imprenditori in cerca di un prodotto da vendere, e farlo senza curarsi del dovere che hanno in quanto detentori del più grande patrimonio dell’umanità: i libri.
Kafka ricevette parecchi rifiuti e, pur pubblicato, fu da tanti criticato, non capito; eppure oggi è reputato un genio della letteratura: e lo è!

Con ogni probabilità oggi Kafka vivrebbe lo stesso dramma di allora, anzi, non riuscirebbe a pubblicare neppure un minuscolo racconto. Perché non vendibile. Perché Kafka ti stritola, ti inquieta, ti sbatte in faccia delle verità strazianti, come l’incomunicabilità che si avverte ne La metamorfosi, il terrore che si tocca dinnanzi lo scempio di un uomo ridotto a un fenomeno da baraccone, come nello spietato racconto Il digiunatore.

I temi di Kafka, il suo stile, la sua voce autoriale oggi definita geniale, in verità proprio in questo stesso tempo sarebbe reputata sorpassata, inadatta al mercato che chiede in ogni caso un po’ di happy ending e della leggerezza perché si sa, noi italiani vogliamo ridere, vogliamo distrarci, sogniamo tutti la vita mostrata nei Cinepanettoni di fine anni 80.
Io credo seriamente, e mi assumo la responsabilità delle mie parole, che gli editori responsabili dei rifiuti subiti da Kafka andrebbero incriminati, e così i critici che non l’hanno compreso. Perché? Perché probabilmente se fossero stati meno tarati mentalmente non avremmo perso la maggior parte degli scritti di uno dei più grandi geni letterari della storia.

Oggi purtroppo le cose non sono cambiante, e chissà quante colpe a noi sconosciute sono racchiuse nelle redazioni editoriali, e quanti potenziali geni sono gettati nella pattumiera senza essere nemmeno letti, oppure perché non vendibili quanto il libro di una Influencer o di chi ti dà lo zuccherino o ancora di chi ha le spalle coperte.

Kafka ha vissuto una vita da impiegato, nell’ombra, facendo un lavoro per lui umiliante e detestato (come si evince nei suoi scritti). Kafka ha trascorso una vita infelice a causa della stupidità degli altri, eppure ha continuato a scrivere.

Cosa può spingere un uomo a tale follia?

Oggi parecchi scrittori scrivono appunto con la prospettiva di pubblicare, e molti di quelli affermati scrivono per restare in scena o far fede agli anticipi ricevuti. Kafka no. Lui scriveva e basta, da solo, dopo una giornata di merda a svolgere un lavoro di merda. Lui scriveva. E Dio solo sa quanti capolavori abbiamo perso.

Non pensava nemmeno a una fama postuma, perché se così fosse stato non avrebbe chiesto al suo amico di bruciare tutti i propri manoscritti. No, lui sentiva il bisogno di scrivere, e quel bisogno è tangibile in ogni sua opera, palpabile: sono quelle ossessioni che ci inquietano, le sue paure, le sue angosce messe su carta, trasfigurate fino all’inverosimile eppure contenenti in modo lampante i suoi tratti.

Questo è lo spirito di uno scrittore: il bisogno di seguire le proprie inquietudine, di dar loro forma, di guardare dritto in una ferita e coglierne il senso prima che si cicatrizzi.

È pura utopia pensare che nell’attuale panorama editoriale italiano venga dato spazio a uno come Kafka. È pura utopia pensare che oggigiorno uno scrittore abbia il coraggio e la determinazione di Kafka senza venire schiacciato.

Bene, detto questo voglio farvi leggere un racconto di Kafka che spiega chiaramente quello che ho qui scritto: La Tana, un racconto scritto a pochi anni dalla sua morte. Un racconto che molti faticano a finire, talmente è forte in modo in cui Kafka ha immortalato le proprie inquietudini in queste pagine miracolosamente arrivate a noi.

Dopo la lettura di questo racconto vi invito a una riflessione: chi si assumerà la responsabilità per i capolavori di Kafka che ci sono stati rubati?

Buona lettura.

Franz Kafka, LA TANA  (1923-1924)

Ho assestato la tana e pare riuscita  bene. Dal di fuori, in verità, si vede soltanto un gran buco che però in realtà  non porta in nessun luogo. Già dopo pochi passi s’incontra la roccia naturale e solida. Non voglio vantarmi di aver adottato questa astuzia con intenzione, fu piuttosto l’avanzo di uno dei tanti vani tentativi di costruzione, ma infine mi parve vantaggioso non colmare quest’unico buco. Certo ci sono astuzie così sottili che si stroncano da sole, lo so meglio di qualunque altro, ed è certamente temerario  richiamare con questo buco l’attenzione sull’eventualità che qui ci sia qualcosa che metta conto d’indagare. Ma non mi conosce chi pensa che io sia codardo e scavi questa tana soltanto per vigliaccheria. Ad  almeno mille  passi di distanza da questo buco si trova, coperto da uno strato spostabile di musco, il vero accesso alla tana che è al sicuro come può essere sicuro qualcosa al mondo; si sa, qualcuno potrebbe montare sul musco o urtarlo e allora la mia tana sarebbe aperta, e chiunque ne abbia voglia – vi sono però necessarie  beninteso anche certe capacità non troppo frequenti – può penetrarvi  e distruggere tutto per sempre. Lo so benissimo e la mia vita, neanche ora che è al suo culmine, ha un momento che sia veramente tranquillo; là in quel punto del musco opaco posso essere colpito a morte e nei miei sogni c’è spesso un grugno bramoso che vi annusa continuamente. Realmente avrei potuto, si dirà, chiudere questo buco d’entrata, al di sopra, con uno strato sottile di terra battuta e più sotto con terra  friabile  in  modo che bastasse un piccolo sforzo per aprirmi  ogni volta la via d’uscita. Eppure non è possibile; proprio la prudenza m’impone di avere un’immediata possibilità di sfogo, la prudenza stessa esige, come purtroppo tante volte che si metta a repentaglio la vita. Tutti questi son calcoli molto faticosi, e la gioia che il cervello intelligente ha di se stesso è talvolta l’unico motivo perché si continui a calcolare. Devo avere l’immediata possibilità di evasione; infatti, nonostante la vigilanza non potrei essere aggredito da una parte assolutamente imprevista? Vivo in pace nella parte più interna della casa, e intanto il nemico mi si avvicina da qualche parte scavando lento e silenzioso. Non dico che abbia un fiuto migliore del mio; può darsi che sappia di me tanto poco quanto io di lui. Esistono però predoni appassionati che frugano la terra  alla  cieca, data l’enorme estensione della mia tana, possono sperare di incontrare in qualche punto una delle mie strade. E’ vero che io ho il vantaggio di essere in casa mia, di conoscere esattamente tutte le vie e le direzioni. Il ladro può diventare facilmente la mia vittima dolce e saporita  per giunta. lo però invecchio, molti sono più robusti di me e i miei avversari sono innumerevoli, potrebbe capitarmi di fuggire un nemico di cadere nelle grinfie  d’un altro. Ahimè, che cosa non potrebbe succedere! In ogni caso, però, devo avere la sicurezza che in qualche luogo ci sia un’uscita aperta, facilmente raggiungibile, dove io non debba più lavorare  per uscire  all’aperto, di modo che, mentre vi sto scavando da disperato, sia pure in un ammasso friabile, non mi avvenga a un tratto – il Cielo non voglia! – di sentirmi  nelle gambe le zanne dell’inseguitore. E a minacciarmi  non sono soltanto i nemici di fuori. Ce ne sono anche nell’interno della terra. Non li ho mai visti, ma ne parlano le leggende e ci credo fermamente. Sono esseri sotterranei  e nemmeno la leggenda è in grado di descriverli.  Persino  le loro vittime sono riuscite appena a vederli; essi vengono, si sente il raspare  dei loro artigli immediatamente sotto di sé nella terra  che è il loro elemento, e già si è perduti. E non vale essere nella propria casa, in realtà si è nella loro. Da essi non può salvarmi neanche quella via d’uscita; anzi probabilmente non mi salva in nessun caso, ed è invece la mia rovina: però è una speranza e senza di essa non posso vivere. Oltre a questa via principale mi uniscono al mondo esterno anche altre vie molto fresche, abbastanza sicure, che mi procurano aria buona e respirabile. Sono scavate dai topi di bosco e io ho saputo includerle opportunamente nella mia costruzione. Mi offrono anche la possibilità di fiutare a distanza e così mi proteggono. Di lì mi arriva anche ogni sorta di bestiole che consumo, sicché posso avere una certa caccia minuta, sufficiente per una vita modesta, senza neanche abbandonare la tana: cosa naturalmente molto preziosa.

Ma la cosa più bella nella mia tana è il silenzio. Certo anche questo è fallace. Può essere improvvisamente interrotto e allora tutto è finito. Per il momento però c’è ancora. Posso strisciare per ore nelle mie gallerie e non sento se non talvolta il fruscio di qualche bestiolina che faccio subito tacere stringendola fra i denti, oppure lo scivolo della terra che mi annuncia la necessità di qualche riparazione. Nel resto tutto è silenzio. Entra l’aria del bosco e fa caldo e fresco ad un tempo. Talvolta mi distendo e dal benessere mi arrotolo nella galleria. E’ bello possedere una tana così per la vecchiaia ormai prossima, essere arrivati sotto un tetto quando incomincia l’autunno. Ogni cento metri ho allargato le gallerie creando piazzette rotonde dove posso acciambellarmi comodamente, scaldarmi al mio proprio calore e riposare. Là dormo il dolce sonno della pace, dei desideri placati, della mèta raggiunta di possedere una casa. Non so se sia una consuetudine di antichi tempi o se i pericoli anche di questa casa siano abbastanza gravi da destarmi: di tempo in tempo regolarmente mi riscuoto dal sonno profondo e sto in ascolto, in ascolto nel silenzio che qui regna immutato di giorno e di notte, sorrido  tranquillo  e ripiombo in un sonno ancora più profondo. Poveri viandanti senza casa per le strade maestre nelle boscaglie, rintanati semmai in un mucchio di foglie o in mezzo a un branco di compagni, esposti a tutti gli insulti  del cielo e della terra!  Io me ne sto qui in un punto protetto da ogni lato – di questi posti ce ne sono in questa dimora più di cinquanta e tra il dormiveglia  e il sonno incosciente trascorro le ore che mi scelgo a volontà per tale scopo.

Non precisamente nel mezzo della tana, ben calcolata per il caso di estremo pericolo, non proprio di un inseguimento, ma di un assedio, si trova la  piazza principale. Mentre tutto il resto sarebbe più il frutto  di uno sforzo mentale che di un lavoro fisico, questa piazza è il risultato delle più gravi fatiche di tutte mie membra. Alcune volte, nella disperazione della spossatezza fisica, ero sul punto di abbandonare tutto, mi mettevo supino maledicendo la costruzione, mi trascinavo fuori e la lasciavo lì aperta. Lo potevo fare perché non avevo intenzione di ritornarvi, finché, dopo qualche ora o qualche giorno, rientravo  pentito e avrei quasi intonato un canto alla costruzione intatta e con sincera letizia  riprendevo il lavoro. Lo scavo della piazzaforte incontrò maggiori difficoltà  (e senza ce ne fosse bisogno, cioè senza che la tana avesse alcun utile  da quel lavoro a vuoto) perché proprio  nel punto previsto dal progetto la terra  era molto friabile  e sabbiosa e bisognò addirittura  martellarla   per poter formare  la piazza arrotondata e coperta da una volta. Per tali lavori, però, non possiedo altro che la fronte. Con la fronte dunque cozzai mille e mille volte per giorni e notti contro la terra ed ero felice a furia di colpi mi sanguinava perché era la prova che la parete incominciava a essere salda e in questo modo, si ammetterà, mi sono ben meritato la piazzaforte.

In questa piazza raccolgo le provviste, qui ammucchio tutto ciò che nelle mie cacce dentro la tana catturo oltre le necessità del momento e tutto ciò che riporto dalle cacce fuori di casa. La piazza è così vasta che le provviste per sei mesi non bastano a riempirla. Perciò  le posso distendere comodamente, posso camminare tra l’una e l’altra, giocare con esse, godermi l’abbondanza e i diversi odori e avere sempre il quadro della giacenza. Posso anche disporre le provviste in ordine diverso e, secondo la stagione, fare gli opportuni preventivi e i piani di caccia. In certi  periodi sono provvisto così bene che indifferente al cibo non tocco neanche la minutaglia che mi gira intorno, benché, per altre ragioni, questa sia forse un’imprudenza. Il frequente studio dei preparativi  di difesa fa sì che le mie opinioni circa lo sfruttamento della tana per tali scopi si modifichino o si sviluppino, sempre però in un campo limitato. Certe volte mi sembra pericoloso fondare interamente la difesa sulla piazza centrale; la varietà  della costruzione mi offre diverse  possibilità  e mi sembra  più prudente distribuire  un poco le provviste e rifornirne  anche qualche piazza più piccola, e allora faccio, poniamo, di ogni terza piazza un deposito di provviste o di ogni quarta un magazzino principale e di ogni seconda uno secondario, e così via. Oppure, per ingannare il nemico escludo certe vie dal rifornimento di provviste o scelgo soltanto pochi posti saltuariamente secondo la loro posizione rispetto all’uscita principale. E’ vero che ciascuno di questi nuovi progetti richiede gravi fatiche di trasporto, devo procedere a nuovi calcoli e porto poi la merce avanti e indietro. Lo posso fare certamente con calma senza precipitare  e non è neanche sgradevoli portate tra le fauci quelle buone cose, riposare dove mi piace e assaggiare ciò che di volta in volta mi stuzzica. Peggio è quando riscotendomi dal sonno mi sembra che la distribuzione  sia in quel momento assolutamente sbagliata, che può essere causa di gravi pericoli e debba essere immediatamente rettificata in gran fretta senza riguardo al sonno e alla stanchezza; allora  mi affanno, allora  volo, non ho tempo di far calcoli; volendo eseguire un piano nuovo e preciso afferro  a capriccio  ciò che mi capita fra i denti, trascino, porto, sospiro, gemo, inciampo e un mutamento pur che sia della situazione attuale e all’apparenza così straordinariamente  pericolosa, mi pare che basti; finché a poco a poco, mentre mi sveglio del tutto, arriva  la riflessione, non capisco il perché di tanta fretta, respiro  la  pace della mia dimora che io stesso ho turbata, ritorno  al mio giaciglio, mi addormento subito per la nuova stanchezza e ridestandomi mi trovo magari un topo fra i denti, prova inconfutabile del lavoro notturno che mi pare quasi di aver sognato. In altri periodi  poi mi sembra che la soluzione migliore  sia quella di riunire tutte le provviste in un posto solo. Che mi giovano le provviste nei luoghi piccoli, quanta roba vi si può collocare?  E qua dunque cosa vi si collochi, non fa che sbarrare  la strada e un giorno potrebbe essermi di ostacolo nella difesa, nella corsa. Oltre a ciò è stupido, ma vero che ne soffre l’orgoglio, quando non si vedono le provviste tutte raccolte e non basta un’occhiata per abbracciar  ciò che si possiede. E in tutte queste distribuzioni  non possono andar perdute molte cose? Non posso galoppare continuamente nelle gallerie  per diritto  e per traverso a controllare  se tutto è a posto. L’idea fondamentale della distribuzione delle provviste è certamente giusta, ma, pensandoci bene, solo quando si possiedono più piazze sul tipo della mia piazzaforte. Già  parecchie piazze così! E chi le fa? D’altra parte nel piano generale della mia costruzione non ci possono più entrare  oramai. Ammetto senz’altro che questo è un difetto di costruzione, come è sempre un difetto possedere di qualunque cosa un esemplare solo. Confesso inoltre che durante tutto il periodo della costruzione sentivo – oscuramente, ma con chiarezza che sarebbe stata sufficiente se avessi avuto anche la buona volontà – l’esigenza di un numero maggiore di piazze, ma non l’ho assecondata, mi sentivo troppo debole per quell’enorme lavoro; anzi, mi sentivo troppo debole per raffigurarmi la necessità del lavoro e in qualche modo mi confortavo con sentimenti non meno oscuri, secondo i quali ciò che di solito non sarebbe sufficiente doveva esserlo eccezionalmente nel caso mio, per qualche grazia, forse perché la Provvidenza era particolarmente interessata a conservare la mia fronte che fa da maglio. Fatto è che ho una sola piazzaforte, mentre gli oscuri timori che quest’una un giorno non sarebbe sufficiente si sono dileguati. Comunque sia, di essa devo accontentarmi, le piazzette non possono in alcun modo sostituirla, e quando quest’idea è matura nella mia mente ricomincio a ritrasportare tutto dalle piazzette alla piazza centrale. Per qualche tempo provo poi un certo conforto nel trovare libere tutte le piazze e le gallerie, nel vedere come nella piazza centrale siano ammucchiate le provviste di carne che mandano fin nelle gallerie estreme la combinazione dei numerosi odori, ciascuno dei quali mi delizia a modo suo, senza dire che pur da lontano riesco a discernerli esattamente. Allora vengono di solito periodi particolarmente tranquilli nei quali trasporto lentamente, a poco a poco, il mio giaciglio dalle propaggini esterne verso l’interno, m’immergo sempre più profondamente negli odori, finché non ne posso più e una bella notte mi precipito nella piazza centrale, faccio man bassa tra le provviste e mi empio delle cose migliori, che più mi piacciono, fino allo stordimento completo. Tempi beati, ma pericolosi; chi li sapesse sfruttare mi potrebbe annientare facilmente senza correre alcun rischio. Anche qui la mancanza di una seconda o terza piazzaforte contribuisce a danneggiarmi, il mucchio raccolto tutto in un posto mi seduce. Cerco di reagire e di proteggermi in diversi modi, la distribuzione nelle piazzette è infatti una di queste misure, ma purtroppo, come altre misure simili, provoca attraverso l’astinenza un’avidità ancor maggiore che poi sopraffacendo il raziocinio muta ad arbitrio, per i suoi fini, i piani di difesa.

Dopo siffatti periodi, per raccogliermi, provvedo a una revisione della tana, e dopo aver eseguito le necessarie riparazioni, spesso la abbandono, sia pure soltanto per breve tempo. La punizione di privarmene a lungo mi sembra troppo dura persino allora, ma capisco la necessità di fare ogni tanto un’escursione. Quando mi avvicino all’uscita lo faccio sempre con una certa solennità. Nei periodi di vita casalinga evito l’uscita, evito persino la galleria che vi conduce con le ultime propaggini; e non è neanche facile praticare quei posti perché vi ho scavato un intreccio di gallerie a zíg-zag; là è incominciata la mia costruzione, a quel tempo non potevo ancora sperare di poterla mai finire come era nel mio progetto, perciò cominciai in quell’angolino, come per giuoco, e il primo fervore di attività vi si sfogò in una specie di labirinto che allora mi pareva l’apice dell’architettura, mentre oggi sono probabilmente nel giusto giudicandolo un lavoretto meschino, non proprio degno della costruzione totale, che in teoria sarà magari delizioso – qui è l’ingresso della mia dimora, dicevo allora con ironia ai nemici invisibili e già mi pareva di vederli soffocare tutti nel labirintico ingresso, – ma in realtà è un giochetto dalle pareti troppo sottili, che difficilmente potrebbe resistere a un attacco serio o a un nemico che lottasse disperatamente per la vita. Devo perciò ricostruire questa parte? Rimando la decisione e penso che rimarrà come è. Prescindendo dalla grande fatica che mi addosserei, questa sarebbe anche la più pericolosa che si possa immaginare. Quando incominciai la costruzione, vi potevo lavorare relativamente tranquillo, il rischio non era molto maggiore che altrove; oggi invece sarebbe come richiamare per capriccio l’attenzione del mondo su tutta la costruzione, oggi non è più possibile. Ne sono quasi contento, provo anche -un certo attaccamento sentimentale a questo lavoro da principiante. E se dovesse capitare un attacco in grande, quale pianta dell’ingresso potrebbe salvarmi? L’ingresso può ingannare, distrarre, tormentare l’aggressore; anche questo lo fa alla meglio. A un vero attacco in grande devo però cercare di oppormi con tutti i mezzi della costruzione complessiva e con tutte le energie del corpo e dell’anima – questo va da sé. Rimanga dunque anche l’ingresso così. La costruzione ha molti punti deboli imposti dalla natura, può dunque conservare anche questo difetto creato da me, ma esattamente riconosciuto, sia pure tardi. Ciò non vuol dire che questo difetto non mi inquieti di quando in quando, o magari sempre. Quando nelle solite passeggiate scanso questa parte della tana, lo faccio soprattutto perché la vista ne è sgradita, perché non sempre ho voglia di vedere un difetto di costruzione che fin troppo si agita nella mia coscienza. Rimanga pure il difetto lassù all’ingresso senza possibilità di rimedio; ma io, finché lo posso evitare, desidero risparmiarmene la vista. Basta che cammini in direzione dell’uscita quando ne sono ancora separato da piazze e gallerie, e già ho l’impressione di arrivare in un’atmosfera di grande pericolo, mi pare talvolta di sentir rarefarsi il mio peso come dovessi trovarmi tosto con la carne nuda ed essere accolto in quell’istante dagli urli dei nemici. Sono sentimenti che l’uscita stessa provoca in quanto cessa la protezione della casa, ma un particolare tormento mi viene dalla disposizione dell’ingresso. Talvolta sogno di averlo ricostruito, di aver cambiato ogni cosa rapidamente con energie da giganti in una sola notte all’insaputa di tutti, e che ora sia inespugnabile; il sonno nel quale ciò mi appare è . più dolce di tutti e quando mi sveglio lagrime di gioia e di sollievo mi luccicano ancora sui baffi.

Quando esco devo quindi vincere anche fisicamente la pena che mi dà questo labirinto e provo dispetto e commozione a un tempo ogni qualvolta mi smarrisco per un istante nella mia propria fabbrica e l’opera sembra ancora compresa nello sforzo di provare a me, che già da un pezzo mi sono fatto un giudizio, la sua giustificazione di esistere. Allora però mi trovo sotto la copertura di musco alla quale talvolta – tanto è che non mi muovo di casa – lascio il tempo di diventare una cosa sola col fondo del bosco, e basta un urto della testa per uscire su suolo straniero. Esito a lungo a fare quel piccolo movimento, e se non dovessi ripercorrere il labirinto dell’ingresso certamente desisterei e tornerei indietro. Come mai? La tua casa è al sicuro, chiusa da ogni parte, tu vivi in pace, al caldo, ben nutrito, padrone, padrone assoluto di una quantità di gallerie e piazze: non vorrai, spero, non dirò sacrificare, ma in certo qual modo abbandonare tutto ciò, e pur avendo la speranza di riacquistarlo, ti permetti di rischiare un giuoco forte, troppo forte? Dici che ne hai motivi plausibili? No, per cose simili non esistono motivi plausibili. Tuttavia sollevo cautamente la botola ed esco all’aperto, la lascio ricadere cautamente e mi allontano più presto che posso dal luogo che potrebbe tradirmi.

A dire il vero, però, non sono in libertà; è vero che non striscio più nelle gallerie, ma vado a caccia nel bosco aperto, sento in corpo nuove energie per le quali, dirò così, non c’è spazio nella tana, neanche se la piazzaforte fosse dieci volte più vasta. Anche il cibo è migliore qua fuori, la caccia è bensì più difficile, la buona riuscita più rara, ma i risultati sono in ogni caso più apprezzabili; non lo nego, so rendermene conto e goderne, almeno quanto chiunque altro, anzi probabilmente meglio, perché non vado a caccia per leggerezza o disperazione come i vagabondi, ma con calma e con intenzione. D’altro canto non sono destinato alla vita libera, so che il mio tempo è misurato, che non devo cacciare qui all’infinito, ma quando voglio o sono stanco di questa vita c’è qualcuno che, per così dire, mi chiama, al cui invito non saprò resistere. Così posso assaporare pienamente questo periodo e passarlo senza preoccupazioni o, diciamo meglio, potrei, eppure non posso. Penso troppo alla tana. Sono scappato di corsa dall’uscita, ma presto vi ritorno. Scelgo un buon nascondiglio e tengo d’occhio l’ingresso della mia casa – dal di fuori questa volta – per giorni e notti. Sarà una sciocchezza, ma mi procura una gioia ineffabile e mi fa stare tranquillo. Mi sembra di non essere davanti a casa mia, ma davanti a me stesso mentre dormo e di aver la fortuna di poter dormire sodo e nello stesso tempo sorvegliarmi attentamente. Ho in certo qual modo il privilegio non solo di vedere i fantasmi notturni nell’impotenza e nella noncuranza del sonno, ma di affrontarli in realtà con tutto il vigore della veglia e con una pacata facoltà di giudizio. E mi sembra di non stare poi così male, come tante volte ho creduto e come probabilmente tornerò a credere quando rientrerò nella mia dimora. In questo senso, forse anche in qualche altro, ma soprattutto in questo, le mie escursioni sono davvero indispensabili. Certo, per quanta cura abbia messo nello scegliere un ingresso fuori di mano (certo il piano generale mi impose determinate limitazioni), il traffico che vi si svolge è considerevole se si riassumono le osservazioni di una settimana, ma così avviene forse in tutte le regioni abitabili e può anche darsi che sia meglio esporsi a un traffico intenso che, appunto per la sua intensità, travolge se stesso anziché essere esposti in piena solitudine al primo invasore che capiti frugando a suo agio. Qui ci sono molti nemici e più ancora complici dei nemici, ma si combattono anche a vicenda e così occupati passano via di corsa senza badare alla tana. Non ho mai visto nessuno che stesse proprio esplorando all’ingresso, per mia e sua fortuna, poiché, forsennato nella preoccupazione per la tana, lo avrei certo preso per la gola. Vennero bensì individui nella cui vicinanza non ebbi il coraggio di restare, e davanti ai quali dovevo fuggire quando soltanto li sospettavo in lontananza; del loro contegno verso la tana non dovrei neanche pronunciarmi con certezza, ma per stare tranquillo mi basta rícordare che tornando indietro non ne trovai più nessuno e l’ingresso era intatto. Ci furono tempi beati nei quali osavo quasi pensare che l’ostilità del mondo contro di me fosse cessata o smorzata e che la resistenza della tana mi dispensasse dalla precedente lotta senza quartiere. La tana mi protegge forse più di quanto non abbia mai pensato o mi arrischi a pensare quando sono nell’interno. Arrivavo al punto che talvolta mi veniva il puerile desiderio di non rientrare affatto, ma di sistemarmi nelle vicinanze dell’entrata, di passare la vita a sorvegliarla e di considerare sempre, con mia grande gioia, quanta sicurezza potesse darmi la tana se fossi dentro. Ma dai sogni puerili ci si riscuote rapidamente. Che sicurezza è quella che osservo di qui? Posso giudicare il pericolo che corro nella tana in base alle esperienze che faccio qui fuori? Hanno forse i miei nemici il fiuto giusto quando non sono dentro la tana? Un poco mi fiutano certamente, ma non per intero. E la presenza del fiuto completo non è forse molte volte il presupposto del pericolo normale? I tentativi che faccio qui fuori sono soltanto metà o decimi di tentativo, possono tranquillarmi e attraverso la falsa tranquillità espormi ai massimi pericoli. No, non osservo il mio sonno, come credevo, dormo invece, mentre il nemico veglia: ed è forse tra coloro che passano noncuranti davanti all’ingresso -soltanto per assicurarsi – come faccio anch’io – che la porta sia ancora intatta in attesa del loro assalto, e tirano via soltanto perché sanno che il padrone dì casa non è nell’interno, o perché sanno addirittura che se ne sta innocente nei cespugli lì accanto. Lascio pertanto il mio osservatorio e stufo della vita in libertà mì pare di non avere più nulla da apprendere qui, né oggi, né mai. E ho voglia di prendere commiato da tutte queste cose, di scendere nella tana e di non ritornare mai più, di lasciare che le cose vadano per la loro china e di non intralciarle con osservazioni inutili. Ma viziato dall’aver potuto osservare per tanto tempo ciò che avveniva sopra l’ingresso, mi riesce molto penoso eseguire la discesa che può dare molto nell’occhio, e non sapere che cosa succederà tutto intorno, dietro alle mie spalle, e poi sopra la botola ricollocata a posto. Comincio col tentare nelle notti di burrasca di buttare rapidamente la preda nella tana; l’operazione sembra riuscita, ma se sia riuscita realmente si vedrà dopo, quando io stesso sarò entrato si vedrà, ma non lo vedrò io, o forse anch’io, ma troppo tardi. Desisto dunque e non discendo. Scavo, beninteso a sufficiente distanza dal vero ingresso, una galleria di prova non più lunga di me stesso e pure coperta da uno strato di musco. M’insinuo nella galleria, la chiudo dietro di me, aspetto con pazienza, calcolo tempi ora brevi, ora lunghi a diverse ore dei giorno, butto indietro il musco, esco e registro le mie osservazioni. Faccio le più svariate esperienze, buone e cattive, ma non riesco a trovare una norma universale o un metodo infallibile di discesa. Per questo non sono ancora sceso nel vero ingresso, e mi dispero dì doverlo fare assai presto. Non sono molto lontano dalla risoluzione di andarmene via, di riprendere la vecchia vita sconsolata che, priva di ogni sicurezza, era

un unico monotono susseguirsi di pericoli e quindi non permetteva di distinguere con precisione e di temere il pericolo singolo, come m’insegna continuamente il confronto tra la tana sicura e la vita altrove. Si sa, una siffatta decisione sarebbe una vera pazzia, provocata soltanto dall’eccessivo soggiorno nell’assurda libertà; la tana è ancora mia, non ho che da fare un passo e sono al sicuro. E mi libero da tutti i dubbi e alla luce del giorno corro dritto verso la botola, per sollevarla indubbiamente, eppure non posso, vi corro sopra e mi caccio apposta in un groviglio di rovi per punirmi di una colpa che non so quale sia. Alla fine, però, devo riconoscere che ho ragione, che è veramente impossibile scendere senza rivelare per un istante ciò che ho di più caro a tutti qui intorno, quelli che sono per terra, sugli alberi e nell’aria. Il pericolo non è immaginario, è molto reale. Non è detto che colui al quale faccio venir la voglia d’inseguirmi sia un nemico vero e proprio, può essere benissimo un innocente qualunque, qualche animaletto ripugnante che mi venga dietro per curiosità e, senza volere, faccia da guida a tutto il mondo ostile, e non occorre neanche che sia questo, può essere – e non è un male minore dell’altro, anzi, in un certo senso è il peggiore – può essere qualcuno della mia specie, un conoscitore e amatore di tane, qualche fratello silvestre amante della pace, ma un fior di mascalzone che voglia avere una casa senza costruirsela. Se almeno venisse subito, se almeno scoprisse con la sua sporca brama il mio ingresso, cominciasse a frugarvi, a sollevare il musco, se vi riuscisse, vi si insinuasse al mio posto o fosse già entrato fin al punto da lasciarmi scorgere un ultimo

istante il suo didietro, avvenisse tutto ciò sicché finalmente potessi balzargli addosso furibondo, libero da ogni scrupolo, e morderlo, dilaniarlo, straziarlo, dissanguarlo e aggiungere il suo cadavere al resto della preda, ma soprattutto – questa sarebbe la cosa più importante – riessere finalmente nella mia tana, ammirare magari questa volta il labirinto, ma prima richiudere sopra di me la copertura di musco e riposare, penso, per tutto il resto della mia vita! Invece non viene nessuno e io devo affidarmi a me stesso. Pensando sempre e soltanto a queste difficoltà, perdo un poco della mia paura, non evito più l’ingresso nemmeno esteriormente, la mia occupazione preferita è di girarvi intorno, sembra quasi che io stesso sia il nemico in attesa della buona occasione di irrompere con buon esito. Avessi almeno qualcuno cui confidarmi, da poter mettere al mio posto di osservazione! Potrei scendere tranquillo. Con lui mi metterei d’accordo perché, durante la mia discesa e per parecchio tempo dopo, stesse a osservare la situazione e in caso di indizi pericolosi bussasse alla botola, altrimenti no. In questo modo non ci sarebbero più sospetti, rimarrebbe semmai il mio fiduciario. Non vorrà infatti essere contraccambiato, non vorrà almeno visitare la tana? Già il fatto di far entrare qualcuno di mia volontà mi sarebbe estremamente penoso. Ho costruito la tana per me, non per i visitatori; credo che non lo lascerei entrare nemmeno a patto che dia a me la possibilità di entrarci. Non potrei nemmeno farlo entrare perché o dovrei lasciarlo scendere da solo, cosa assolutamente impensabile, o dovremmo scendervi insieme, e così perderei il vantaggio che egli dovrebbe procurarmi facendo l’osservatore dietro alle mie spalle. E che dire della fiducia? Di uno in cui ho fiducia guardandolo negli occhi potrei fidarmi altrettanto quando non lo vedessi e fossimo separati dalla copertura di musco? t, relativamente facile aver fiducia in qualcuno se nello stesso tempo lo si sorveglia o almeno lo si può sorvegliare, forse è persino possibile aver fiducia a distanza, ma fidarsi dall’interno della tana, cioè da un altro mondo, di uno che stia fuori mi sembra impossibile. Del resto non sono neanche necessari questi dubbi, basta la considerazione che durante o dopo la mia discesa tutti gli infiniti casi della vita possono impedire al fiduciario di fare il suo dovere; e quali conseguenze incalcolabili potrebbe avere per me anche un suo minimo impedimento! No, no, tutto sommato non devo proprio lamentarmi di essere solo e di non avere nessuno di cui fidarmi. Così certamente non perdo alcun vantaggio e forse mi risparmio qualche danno. Fiducia posso avere soltanto in me e nella tana. Dovevo pensarci prima e prendere provvedimenti per il caso che ora mi assilla. Almeno in parte sarebbe stato possibile all’inizio della costruzione. Avrei dovuto scavare la prima galleria in modo che avesse due ingressi a dovuta distanza tra loro, di maniera che potessi scendere da uno con tutte le inevitabili manovre, percorrere rapidamente la galleria fino al secondo ingresso, sollevare il museo che vi avrei collocato a tal fine e sorvegliare possibilmente da quel punto la situazione per alcuni giorni e alcune notti. Soltanto questa sarebbe stata una soluzione giusta. E’ vero che due ingressi raddoppiano il pericolo, ma questa preoccupazione avrebbe dovuto scomparire in questo caso, tanto più che quell’ingresso che era previsto soltanto come posto di osservazione avrebbe potuto essere molto stretto. E così mi perdo in considerazioni tecniche, riprendo un’altra volta a sognare di una costruzione perfetta, ciò mi rende un po’ tranquillo e ad occhi chiusi ammiro, estatico, possibilità più o meno convincenti dalle quali uscire ed entrare inosservato.

Mentre stando qui coricato penso a queste cose, attribuisco grande valore a quelle possibilità, ma solo in quanto conquiste tecniche, non come reali vantaggi, poiché quell’uscire ed entrare inosservato che cosa sarebbe? Indizio di una mente irrequieta, di un’incerta valutazione di me stesso, di brame poco pulite, cattive qualità ehe diventano ancora peggiori in presenza della tana che pure esiste e può infondere un senso di pace, purché ci si affidi ad essa interamente. In questo momento ne sono fuori, sì, e sto cercando una possibilità di ritornare: perciò le necessarie disposizioni tecniche sarebbero benvenute. Ma forse anche non tanto. Non significa forse sottovalutare alquanto la tana nella momentanea agitazione nervosa, se la si considera soltanto uno scavo nel quale si voglia infilarsi con un massimo di sicurezza? Certo essa è anche questo scavo sicuro, o dovrebbe esserlo, e quando mi figuro di trovarmi in un pericolo voglio a denti stretti e con tutta la mia forza di volontà che la tana non sia se non il buco destinato a salvarmi la vita e che adempia questo compito ben definito con la massima perfezione, e sono disposto a condonarle qualunque altro compito. Se non che le cose stanno così: in realtà – e a questa non si presta attenzione nei grandi pericoli, e l’attenzione bisogna acquistarla persino in momenti pericolosi – offre, sì, molta sicurezza, ma non mai abbastanza, poiché vi scompaiono forse mai del tutto le apprensioni? Sono apprensioni diverse, più ambiziose, più ricche di contenuto, sovente più represse, ma il loro effetto deleterio è magari uguale a quello delle apprensioni che ci dà la vita qui fuori. Se avessi costruito la tana soltanto per assicurarmi la vita, non sarei truffato, ma il rapporto tra l’enorme fatica e la sicurezza effettiva, almeno in quanto sono capace di sentirla e di approfittarne, non sarebbe in mio favore. E’ molto doloroso ammetterlo, ma non posso farne a meno, proprio qui di fronte all’ingresso che ora si chiude, anzi, dirò così, si stringe convulso contro di me che ne sono il costruttore e proprietario. Fatto è che la tana non è soltanto un rifugio. Quando mi trovo nella piazzaforte circondato dalle provviste di carne ammucchiata, guardando verso le dieci gallerie che di lì si dipartono, ciascuna secondo il piano generale in salita o in discesa, diritta o curva, allargantesi o restringentesi, e tutte uniformemente silenziose e deserte, pronte ciascuna a suo modo a condurmi verso le numerose piazzette, deserte e silenziose anche queste – allora è lontana da me l’idea della sicurezza, allora so benissimo che questa è la mia rocca strappata al suolo renitente, raspando e mordendo, pestando e pigiando, la rocca che non può in alcun modo appartenere ad altri ed è talmente mia che in fin dei conti vi posso anche accettare dal nemico la ferita mortale, poiché il mio sangue imbeverebbe il suolo mio e non andrebbe perduto. E che altro se non questo è anche il significato delle belle ore che tra il sonno pacifico e la veglia serena passo nelle gallerie le quali sono calcolate esattamente per me, perché possa crogiolarmi, avvoltolarmi come un bambino, giacere sognando, addormentarmi beatamente. E le piazzette, tutte ben note, che nonostante siano perfettamente uguali distinguo nettamente ad occhi chiusi dalla curva delle pareti, mi accolgono in pace e tepore come nessun uccello è accolto dal suo nido. E tutto, tutto è deserto e silenzioso. Ma quand’è così perché indugio, perché temo l’invasore più della possibilità di non rivedere forse mai la mia tana? Via, questa è fortunatamente una cosa impossibile, non sarebbe affatto necessario farmi capire con riflessioni che cosa sia la tana per me; io e la tana siamo talmente uniti che mi ci potrei insediare tranquillo, tranquillo nonostante i miei timori, e non dovrei neanche tentare di farmi forza per aprire l’ingresso contro ogni preoccupazione; basterebbe pienamente che aspettassi inoperoso, poiché nulla ci può separare a lungo andare e in qualche modo vi scenderò certissimamente. Ma quanto tempo potrà passare fino allora e quante se potranno accadere in questo tempo, sia qui sopra, sia laggiù? Eppure soltanto da me dipende abbreviare questo tempo e fare subito quanto occorre.

Ora. già incapace di pensare a causa della stanchezza, con la testa ciondoloni, malfermo sulle gambe, quasi dormendo, più a tentoni che camminando, mi avvicino all’entrata, sollevo lentamente il museo, scendo adagio, per distrazione lascio l’ingresso scoperto più di quanto sia necessario, mi ricordo di questa omissione, risalgo per porvi riparo, ma perché mai dovrei risalire? Devo soltanto assestare la coperta di musco; bene, ridiscendo dunque e finalmente tiro la coperta. Soltanto in queste condizioni, esclusivamente in queste condizioni lo posso eseguire.

Allora sto dunque sotto il museo, sopra la preda raccolta, in mezzo a pozze di sangue e succo di carni e potrei abbandonarmi al sonno desiderato. Nulla mi disturba, nessuno mi è venuto dietro, sopra il musco pare che tutto sia calmo, almeno finora, e se anche non fosse, penso che ora non potrei indugiare in osservazioni; ho cambiato luogo, dal mondo superiore sono entrato nella mia tana e ne sento immediatamente gli effetti. E’ un mondo nuovo che infonde energie nuove e quella che di sopra è stanchezza, qui non è considerata tale. Sono ritornato da un viaggio, stanco morto dallo strapazzo, ma la vista della vecchia dimora, il lavoro di assestamento che mi attende, la necessità di visitare in fretta tutti i locali, almeno superficialmente, di andare soprattutto in gran fretta nella piazzaforte, tutto ciò trasforma la mia stanchezza in inquietudine e fervore; si direbbe che nel momento in cui sono entrato nella tana abbia fatto un sonno lungo e profondo. Il primo lavoro è molto faticoso e m’impegna tutto: si tratta di trasportare la preda attraverso le gallerie strette e fragili del labirinto. Spingo avanti con tutte le mie forze e ci riesco, ma con troppa lentezza; per accelerare tiro indietro una parte dei mucchi di carne, vi passo sopra e attraverso, di modo che ne ho soltanto una parte davanti a me, e ora è più facile portarla avanti, ma mi trovo talmente circondato dalle masse di carne, in queste gallerie strette nelle quali non mi è sempre facile passare neanche quando sono solo, che potrei restare soffocato dalle mie stesse provviste, e talvolta riesco a salvarmi dalle loro masse urgenti solo divorando e bevendo. Il trasporto però mi riesce, lo porto a termine in un tempo non troppo lungo, il labirinto è superato, tiro il fiato in una galleria regolare, spingo la preda da una galleria di collegamento in una galleria principale, preparata apposta per questi casi, la quale con ripida pendenza scende nella piazzaforte. Ora non c’è più da faticare, tutto rotola e scorre in discesa quasi da sé. Finalmente, nella mia piazza! Finalmente potrò riposare. Nulla è mutato, a quanto pare non è successo alcun guaio notevole, i piccoli guasti che noto alla prima occhiata saranno presto riparati, prima però dovrò fare la lunga esplorazione delle gallerie, ma questa non è una fatica, è come chiacchierare con amici, similmente a ciò che facevo in altri tempi o – non sono ancora molto vecchio, ma in molti casi la memoria già mi tradisce – come ho sentito dire che suole accadere. Mi avvio apposta adagio nella seconda galleria; dopo aver visto la piazza centrale ho tempo all’infinito – entro la tana ho sempre tempo all’infinito – perché tutto ciò che vi faccio è buono e importante e, per così dire, mi satolla. Incomincio la seconda galleria e interrompo la revisione a metà, passo alla terza e da questa mi faccio ricondurre alla piazzaforte, dopo di che devo prendere un’altra volta la seconda galleria, e così mi trastullo col lavoro e lo vado aumentando e me la rido e sono contento e, pur essendo stordito dal gran daffare, non smetto. Per voi, gallerie e piazze, e per le tue questioni anzitutto, piazza centrale, sono venuto. Ho disprezzato la vita dopo essere stato a lungo così sciocco da tremare per essa e da ritardare il mio ritorno a voi. Che m’importa il pericolo ora che sono con voi? Voi siete mie, io sono vostro, siamo legati: che cosa ci può capitare? Si affollino pure lassù e tengano pronto il grifo che forerà il musco!. Muta e deserta saluta anche me la tana e conferma ciò che dico.

Adesso però mi prende una certa indolenza e in un punto tra i miei preferiti mi acciambello per un po’ sono ben lontano dall’aver visitato tutto, ma voglio continuare la mia visita sino alla fine, non voglio dormire qui, cedo soltanto alla lusinga di sistemarmi come se volessi dormire, voglio soltanto vedere se mi riesce bene come una volta. Sì che mi riesce, ma non so invece staccarmi e rimango profondamente addormentato.

Devo aver dormito molto tempo. Vengo svegliato soltanto dall’ultimo sonno, quello che si dilegua da sé; il sonno deve essere ormai molto leggero, poiché mi sveglio a un sibilo quasi impercettibile. Capisco subito: le bestiole troppo poco sorvegliate da me, troppo risparmiate, durante la mia assenza hanno forato in qualche punto un nuovo passaggio che si è incontrato con uno vecchio: l’aria vi si ingolfa e produce questo rumore sibilante. Come sono sempre attive queste bestioline e come è molesta la loro assiduità! Origliando alle pareti della mia galleria dovrò anzitutto scoprire con scavi di prova il luogo dei disturbo per poter poi eliminare il rumore. D’altro canto il nuovo cunicolo, purché risponda in qualche modo alle condizioni della tana, potrebbe anche essere utile per un nuovo afflusso d’aria. Da ora in poi però starò più attento a questo minutame e nessuno dovrà più essere risparmiato.

Siccome ho molta pratica di siffatte indagini, non ci metterò molto tempo; posso incominciare subito, benché ci siano anche altri lavori da fare, ma questo è il più urgente: le mie gallerie devono essere silenziose. Questo rumore però è relativamente innocuo; non l’ho neanche udito quando entrai, benché ci fosse già certamente; ho dovuto riambientarmi per udirlo, lo sentono, dirò così, soltanto le orecchie del padrone di casa. E non è neanche continuo come sono di solito questi rumori, ci sono lunghe interruzioni dovute evidentemente a ingorghi della corrente d’aria. Comincio le ricerche, ma non riesco a trovare il punto nel quale dovrei intervenire, faccio alcuni scavi, ma soltanto a casaccio; s’intende che così non arrivo ad alcun risultato, e la grande fatica di scavare e quella ancor maggiore di colmare e pareggiare è vana. Non m’avvicino nemmeno alla sorgente del rumore che continua ugualmente sottile a intervalli regolari ed è ora un sibilo, ora una specie di fischio. Potrei anche non occuparmene, per il momento; certo è un grave disturbo, ma non vi dovrebbe essere dubbio intorno alla supposta origine del rumore, perciò non si rafforzerà, anzi, al contrario può accadere – finora, a dire il vero, non ho mai aspettato tanto – che siffatti rumori scompaiano da sé con l’andar del tempo in seguito al successivo lavoro dei piccoli scavatori e, prescindendo da ciò, molte volte si arriva per caso a scoprire il disturbo, mentre la ricerca sistematica può essere per molto tempo un fallimento. Così mi consolo e preferirei perlustrare le gallerie e visitare le piazze, molte delle quali non ancora rivedute, e passarmela un poco, tra una visita e l’altra, nella piazzaforte; ma non trovo pace e devo continuare le mie ricerche. Molto tempo, molto tempo che potrei impiegare meglio mi costa questa minutaglia. In siffatte occasioni mi attira di solito il problema tecnico, dopo il rumore, per esempio, che il mio orecchio è esercitato a distinguere in tutte le sfumature e che può essere esattamente registrato, me ne figuro la causa e allora sento la smania di controllare se la realtà vi corrisponde. E faccio bene perché fintanto che non ho trovato la causa, non posso neanche sentirmi sicuro, dovesse anche trattarsi solamente di sapere dove andrà a rotolare un granello di sabbia che scende da una parete. Un rumore così non è certo privo d’importanza. Ma importante o no, per quanto vada cercando, non trovo nulla o, meglio, trovo troppo. Proprio nel mio posto preferito doveva accadere, penso, e mi porto possibilmente lontano da quel punto. quasi a mezza via tra questo e il posto seguente, ma a rigore non è che uno scherzo, quasi volessi dimostrare che non è stato proprio il mio solo posto preferito a produrre questo disturbo,ma disturbi ne esistono anche altrove, e sorridendo mi metto a origliare, ma tosto smetto di sorridere, perché in verità anche qui sento un sibilo uguale. Non è niente, penso che nessuno tranne me lo udirebbe, lo sento però sempre più distintamente con l’orecchio reso più sensibile dall’esercizio; benché in realtà si tratti dappertutto del medesimo rumore, come posso convincermi facendo confronti. Non diventa neanche più forte, me ne rendo conto quando sto in ascolto nel mezzo della galleria senza origliare proprio alla parete. Allora, solo facendo uno sforzo o addirittura concentrandomi, più che sentire indovino il soffio di un suono. Ma proprio questa uniformità in ogni luogo mi disturba più che mai perché non posso farla concordare con la mia ipotesi iniziale. Se avessi indovinato giustamente la causa del rumore esso avrebbe dovuto emanare con la massima intensità da un determinato punto che si sarebbe potuto trovare, per poi diventare sempre meno forte. Se invece la mia spiegazione non era esatta, di che mai si trattava? Rimaneva ancora l’eventualità che ci fossero due centri di rumore, che io finora avessi ascoltato lontano dai centri, e quando mi avvicinavo a uno di essi, i suoi rumori aumentassero bensì, ma diminuendo quelli dell’altro centro il risultato totale rimanesse . per l’orecchio approssimativamente sempre uguale. E stando attento in ascolto quasi mi pareva di afferrare differenze di suono che rispondevano alla nuova ipotesi, sia pure molto vagamente. In ogni caso dovevo allargare il campo di prova molto più di quanto non avessi fatto finora. Scendo pertanto la galleria fino alla piazzaforte e là mi metto in ascolto. Strano, anche qui il medesimo rumore. Sarà un rumore prodotto dagli scavi di chissà quali animaletti insignificanti che hanno approfittato indegnamente della mia assenza; in ogni caso non hanno alcuna cattiva intenzione contro di me, si occupano soltanto del loro lavoro e, finché non incontrano un ostacolo, seguono la direzione una volta presa: tutte cose che so, eppure mi riescono incomprensibili, mi irritano e confondono la mia mente così necessaria per i miei lavori, perché hanno osato arrivare fino alla piazza. In questo punto non voglio distinguere: che sia stata la profondità abbastanza notevole della piazzaforte, la sua ampiezza e il corrispondente forte movimento d’aria a spaventare gli scavatori, o fu semplicemente il fatto che la stessa piazza, in seguito a chissà quali notizie, giunse a fare impressione alla loro scarsa intelligenza? Vero è che fino allora non avevo osservato scavi nelle pareti della piazza centrale. Arrivavano, sì, animali in grandi quantità, attirati dalle acri evaporazioni, lì facevo le mie cacce sicure, ma erano penetrati da qualche parte nelle mie gallerie e scendevano poi di corsa, angosciati bensì, ma irresistibilmente attratti. Dunque ora scavavano anche nelle pareti. Avessi almeno eseguito i più importanti progetti della mia giovinezza e della prima virilità, o piuttosto avessi avuto la forza di eseguirli, perché la volontà non mi era certo mancata. Secondo uno di questi piani prediletti bisognava staccare la piazzaforte dalla terra circostante, vale a dire lasciare le pareti soltanto per uno spessore uguale pressa poco alla mia statura, e creare più sopra, tutto intorno alla piazza, tranne un piccolo fondamento non staccabile purtroppo dalla terra, un’intercapedine uguale alla parete. In questa cavità mi ero sempre figurato, e forse non a torto, di avere il più bel soggiorno che per me potesse darsi. Oh, attaccarmi a questa convessità, tirarmici su, scivolare giù, fare una capriola e ritrovare il terreno sotto i piedi, eseguire tutti questi giochi, per così dire, sul corpo della piazza, eppure non entro il suo spazio vero e proprio; poter evitare la piazza, riposare gli occhi dalla sua vista, rimandare a più tardi la gioia di vederla e pure non doverne fare a meno, ma tenerla salda, dirò così, tra gli artigli, cosa impossibile quando si ha soltanto il solito accesso comune; ma soprattutto poterla sorvegliare, essere dunque talmente indennizzati del non vederla, che certamente, dovendo scegliere tra il soggiorno nella piazza e quello nell’intercapedine, si sceglierebbe quest’ultima per tutta la vita, in modo da passeggiarvi sempre in su e in giù e da proteggere la piazza. Allora non ci sarebbero rumori nelle pareti, non si farebbero scavi impudenti fino alla piazza stessa, la pace vi sarebbe garantita, e io ne sarei il custode; non avrei la necessità di star a sentire con disgusto gli scavi della minutaglia, ma ascolterei con delizia una cosa che ora mi manca del tutto: il rombo del silenzio nella piazzaforte.

Sennonché tutte queste belle cose non ci sono e io devo recarmi al lavoro, devo essere quasi contento che questo stia in rapporto diretto con la piazza, perché ciò mi mette le ali ai piedi. Certo, come appare sempre più chiaramente, mi occorrono tutte le energie per questa fatica che sulle prime sembrava così trascurabile. Ora sto in ascolto alle pareti della piazza e dovunque tenda l’orecchio, in alto e in basso, alle pareti o al suolo, agli ingressi o nell’interno, dappertutto, dappertutto, lo stesso rumore. E quanto tempo, quanta tensione richiede questo ascolto del rumore intermittente! Un piccolo conforto per illudermi posso trovare, se vogliamo, nel fatto che qui nella piazza, allontanando l’orecchio dal suolo, a causa della vastità della piazza, non si sente niente affatto, mentre si sente nelle gallerie. Faccio queste prove talvolta solo per riposare, per ritrovare me stesso, ascolto attentamente e sono felice di non udire nulla. D’altro canto, che cosa è successo? Di fronte a questo fenomeno tutte le mie prime spiegazioni sono un fallimento. Devo però respingere anche altre spiegazioni che mi si offrono. Si potrebbe credere che ciò che odo proviene dalle bestioline stesse che sono al lavoro. Ma ciò sarebbe contrario a tutte le esperienze: non posso certo cominciare a sentire all’improvviso ciò che non ho mai udito, benché ci fosse sempre. La mia sensibilità ai disturbi potrà essere aumentata nella tana con gli anni, ma l’udito non si è certo fatto più acuto. La natura stessa delle bestiole fa sì che non si odano. Le avrei forse tollerate se non fosse così? A rischio di morir di fame le avrei distrutte. Forse però – anche questo pensiero mi si insinua nella mente – si tratta di un animale che non conosco ancora. Potrebbe anche darsi. E’vero che da molto tempo e con sufficiente attenzione osservo la vita quaggiù, ma il mondo è vario e le brutte sorprese non mancano mai. In ogni caso non potrebbe essere un animale singolo, ce ne dovrebbe essere un branco entrato improvvisamente nel mio territorio, un grande branco di piccoli animali che essendo percettibili sono superiori alla minutaglia, ma superiori soltanto di poco, dato che il rumore del loro lavoro è molto tenue. Potrebbero essere dunque animali ignoti, un branco di passaggio che mi disturba, il cui passaggio però dovrebbe cessare presto. A rigore dunque potrei aspettare, senza essere infine costretto a una fatica superflua. Ma se sono animali estranei, perché non si fanno vedere? Ho fatto già molti scavi per afferrarne uno, ma non lo trovo. Mi viene in mente che potrebbero essere animali minuscoli, molto più piccoli di quelli che conosco, e che soltanto il rumore che fanno è maggiore. Esamino perciò la terra scavata, butto in aria le zolle per farle sbriciolare in particelle piccolissime, ma non vi si trovano i produttori del rumore. Piano piano capisco che con questi piccoli scavi di fortuna non raggiungerò nulla, non faccio che frugare dentro le pareti della tana, raspo qua e là in fretta, non ho tempo di colmare i buchi, in qualche punto ci sono già mucchi di terra che impediscono il passaggio e la vista. Sono tutti fastidi di poca importanza, non posso né fare le mie passeggiate, né guardarmi in giro, né riposare; più volte durante il lavoro mi sono già appisolato in qualche buca per un momento con una zampa aggrappata alla terra dalla quale nel dormiveglia stavo per staccare un pezzo. Ora cambierò metodo. Scaverò un grande cunicolo regolare in direzione del rumore e non smetterò di scavare finché, indipendentemente da ogni teoria, non avrò trovato la vera causa del rumore. Allora, se starà in me, la eliminerò, altrimenti avrò acquistato almeno la certezza. Questa mi darà o la tranquillità o la disperazione, ma sia l’una. sia l’altra, saranno al di là di ogni dubbio e giustificate. Questa deliberazione mi fa bene. Mi sembra di aver precipitato tutto quanto ho fatto finora; nell’agitazione del ritorno, non ancora libero dalle apprensioni del mondo esterno, non ancora interamente accolto nella pace della tana, reso ipersensibile per averne dovuto fare a meno tanto tempo, mi sono lasciato sconcertare da un fenomeno che riconosco quanto sia strano. Che cosa è, in fondo? Un leggero sibilo, udibile soltanto a lunghi intervalli, un nulla al quale non dirò che ci si possa abituare, no, non ci si potrebbe abituare, ma senza prendere per il momento alcuna misura di difesa lo si potrebbe osservare per qualche tempo, stando cioè in ascolto ogni due ore e registrando pazientemente il risultato anziché, come faccio io, strisciare con l’orecchio lungo le pareti e scavare la terra ogni qualvolta sento il rumore, non già per trovare qualcosa, ma per fare qualcosa che corrisponde all’inquietudine interna. Ora spero che le cose andranno diversamente. D’altro canto non lo spero affatto-come ammetto ad occhi chiusi, furibondo contro me stesso – perché tremo dall’inquietudine esattamente come da molte ore e se il buon senso non mi trattenesse, mi metterei probabilmente a scavare in qualche punto, indifferente se vi sia qualcosa da sentire o no, cocciuto, ottuso, pur di scavare, quasi simile ormai al minutame che o scava senza alcuna ragione o soltanto perché mangia la terra. Il mio nuovo piano razionale mi alletta e non mi alletta. Non vi è nulla da obiettare, io almeno non saprei alcuna obiezione e, per quanto vedo, il piano dovrà portare alla mèta. Eppure, in fondo non ci credo. ci credo così poco che non temo nemmeno i possibili orrori delle sue risultanze, non credo nemmeno in un risultato pauroso; anzi, fin dalla prima comparsa del rumore mi pare di aver pensato a un siffatto scavo razionale e non averlo ancora cominciato soltanto perché non riponevo alcuna fiducia. Ad onta di ciò lo comincerò naturalmente, non mi resta alcun’altra possibilità, ma non comincerò subito, rimanderò un tantino il lavoro. Se il buon senso deve trionfare un’altra volta, voglio che trionfi del tutto e non mi precipiterò a eseguire questo lavoro. Prima in ogni caso riparerò i danni prodotti da quei miei assaggi; ciò richiederà molto tempo ma è necessario; se il nuovo cunicolo dovrà portare davvero a una mèta, sarà probabilmente esteso, e se non dovesse portare a una mèta sarà interminabile; in ogni caso questo lavoro richiede una assenza piuttosto lunga dalla tana, non così grave come quella del mondo di sopra; volendo, posso interrompere il lavoro, venire a visitare la mia dimora, e quando anche lo facessi, l’aria della piazzaforte mi raggiungerà e mi investirà durante il lavoro. Sarà sempre, però, un allontanamento dalla tana e l’abbandono a una sorte incerta; perciò voglio lasciarmi alle spalle la tana in perfetto ordine, non voglio si dica che lottando per la sua tranquillità io stesso l’abbia turbata e non immediatamente ristabilita. Comincio dunque a colmare di terra le buche, lavoro che so fare molto bene, che ho fatto infinite volte, quasi senza considerarlo un lavoro, specie nell’ultima compressione e lisciatura – non è soltanto per lodare me stesso, è semplicemente la verità – sono capace di eseguirlo in maniera insuperabile. Questa volta, però, il lavoro mi pesa, sono troppo distratto, mentre lavoro appoggio continuamente con l’orecchio alla parete, sto in ascolto e con indifferenza lascio che la terra appena scavata riscorra sotto di me giù per la china. Quasi noti riesco a dare gli ultimi tocchi di abbellimento che richiedono un’attenzione maggiore. Rimangono brutte sporgenze, fastidiose fenditure, senza dire che anche nel complesso in queste pareti così rappezzate viene a mancare la vecchia linea. Cerco di confortarmi pensando che è un lavoro provvisorio. Quando ritornerò, quando la pace sarà ristabilita, aggiusterò ogni cosa definitivamente e allora tutto si potrà fare di volo. Già, tutto si fa di volo nelle fiabe, e anche questa consolazione va messa tra le fiabe. Meglio sarebbe fare subito un lavoro perfetto, sarebbe molto più utile che interromperlo continuamente, andate in giro per le gallerie e scoprire nuove sedi del rumore, la qual cosa in verità è molto facile, perché basta fermarsi in un posto qualunque e stare a sentire. Faccio anche altre scoperte inutili. Talvolta mi pare che il rumore sia cessato, tanto è vero che fa lunghe pause, talvolta il sibilo mi sfugge perché troppo forte mi pulsa il sangue nelle orecchie, e allora due pause si uniscono e per un poco ho l’impressione che il sibilo sia cessato per sempre. Allora non continuo ad ascoltare, balzo in piedi, tutta la vita subisce un rivolgimento, è come si aprisse la fonte dalla quale sgorga il silenzio della tana. Mi guardo dall’andare subito a controllare la scoperta, cerco qualcuno cui poterla prima confidare senza dubitarne, ritorno al galoppo nella piazza; e siccome con tutto ciò che sono mi ridesto a una vita nuova, mi accorgo che da un pezzo non ho mangiato, scavo qualcuna delle provviste mezzo interrate e mentre ancora sto inghiottendo ritorno sul posto dell’incredibile scoperta; soltanto di sfuggita mentre ancora mangio, voglio riassicurarmi del fatto che sto in ascolto; ma questo ascolto fugace mi dimostra subito che mi sono miseramente ingannato poiché sibilo lontano continua imperterrito. Allora sputo il boccone, vorrei sotterrarlo a zampate e ritorno al lavoro senza neanche sapere quale; in qualche luogo dove sembra necessario, e questi luoghi non manca incomincio a fare qualcosa macchinalmente ‘ come fosse arrivato l’ispettore e dovessi recitare la commedia. Ma dopo aver lavorato così per qualche istante può capitare di fare un’altra scoperta. Il rumore è aumentato d’intensità, non di molto beninteso, si tratta sempre di minime differenze, ma un poco più forte, l’orecchio lo nota chiaramente. E questo intensificarsi sembra un avvicinamento e, ancor più chiaramente di quanto non si senta la maggior intensità, vede, per così dire, il passo col quale il rumore avvicina. Allora mi stacco dalla parete, cerco di affrontare con uno sguardo tutte le eventuali conseguenze che la scoperta potrà avere. Ho l’impressione di non aver mai organizzato la tana alla difesa contro un attacco; ne ho avuto l’intenzione, ma il pericolo di attacco mi era parso contrario a tutte le esperienze della vita, la difesa quindi una cosa lontana – o piut tosto non lontana (come sarebbe mai possibile?), ma di grado inferiore alle disposizioni per una vita pacifica alle quali ho dato quindi sempre la preferenza nella tana. Molte cose si sarebbero potute fare quel senso senza turbare il progetto fondamentale ma non si sa come siano state trascurate. Ho avuto molta fortuna in tutti questi anni, la fortuna mi viziato; ero stato inquieto, ma l’inquietudine, quando si è fortunati, non conduce a nulla. La prima cosa da fare ora sarebbe veramente un’ispezione della tana per vederne le difese e tutte le eventualità immaginabili, l’elaborazione di un piano di difesa e del relativo progetto di costruzione e poi l’inizio immediato del lavoro, come avessi le energie fresche dei giovani. Questo sarebbe il lavoro necessario per il quale, diciamo pure, è troppo tardi, ma sarebbe necessario davvero, invece di stare a scavare qualche grande galleria esplorativa con l’unico scopo di dedicarmi, senza difesa e con tutte le mie forze, alla ricerca del pericolo, nello stupido timore che questo non possa sopraggiungere abbastanza presto da sé. Ora non capisco più il mio piano precedente. Sensato com’era a suo tempo, non vi riscontro il minimo buon senso, di nuovo abbandono il lavoro, smetto anche di stare in ascolto, non voglio più scoprire altri aumenti d’intensità, ne ho abbastanza delle scoperte, pianto in asso ogni cosa, e sarei già soddisfatto se potessi placare il mio dissidio interiore. Ancora una volta mi lascio trasportare dalle mie gallerie, arrivo in quelle sempre più lontane, non ancora rivedute dopo il mio ritorno, non ancora toccate dal raspare delle mie zampe dove al mio arrivo il silenzio si desta e mi cala addosso. Non mi abbandono, passo di corsa, non so più che cosa vada cercando. Probabilmente soltanto un rinvio. Mi avventuro così lontano che arrivo fino al labirinto, sono tentato di stare in ascolto sotto la coperta di musco: a cose così lontane, lontane per il momento, m’interesso. Mi avanzo fino lassù e sto ad ascoltare. Silenzio profondo. Come è bello qui, nessuno si cura della mia tana, ognuno va per i fatti suoi che non mi riguardano punto: come ho fatto a ottenere tutto ciò? Qui sotto il musco è forse l’unico punto della tana dove posso origliare per ore e ore inutilmente.

La situazione interna si è capovolta, quello che finora era il punto pericoloso, è diventato un’oasi di pace, mentre la piazzaforte è ormai travolta nel rumore del mondo e dei suoi pericoli. Peggio ancora: in realtà non vi è pace nemmeno qui, qui nulla è mutato; sia tacito o rumoroso, il pericolo sta in agguato come prima sopra il musco, ma io sono diventato insensibile, impegnato come sono ad ascoltare il sibilo nelle mie pareti. Vi sono impegnato? Esso diventa più forte, si avvicina, mentre io striscio nel labirinto e sosto quassù sotto il musco, quasi volessi lasciare ormai la dimora a chi sibila, pur di godere quassù un po’ di pace. A colui che sibila? Possiedo forse una nuova esatta opinione intorno alla causa del rumore? Esso proviene certamente dai condotti che le bestiole scavano, non è vero? non è questa la mia precisa opinione? Non pare che l’abbia ancora abbandonata. E se non proviene direttamente da quei canali, viene in qualche modo indirettamente. E se non dovesse connettervisi in alcun modo, non si può certo fare nessuna ipotesi a priori e si deve aspettare finché non si scopra la causa o essa non si manifesti da sé. Certo, anche ora potrei fare un giuoco di supposizioni, potrei dire, per esempio: in qualche punto lontano c’è stata una irruzione d’acqua e quello che mi sembra un fischio o un sibilo sarebbe in realtà uno scroscio. Ma prescindendo dal fatto che in questo campo non ho alcuna esperienza – l’acqua sotterranea che avevo trovato da principio l’ho subito deviata e non ne ho più trovata in questo terreno sabbioso – prescindendo da ciò si tratta precisamente di un sibilo e non lo si può interpretare come uno scroscio. A che servono però tutti gli inviti alla calma? La fantasia non si ferma e io tengo effettivamente a credere – non ha scopo negarlo a me stesso – che il sibilo provenga da un animale, non già da molti e piccoli, ma da uno solo e grande. Si possono fare parecchie obiezioni: che il rumore lo si ode dappertutto, sempre con la stessa intensità e per giunta regolarmente di giorno e di notte. Certo, sulle prime verrebbe fatto di supporre l’esistenza di numerosi animaletti, ma siccome avrei dovuto trovarli nei miei scavi e non ho trovato nulla,  non rimane che supporre l’esistenza dell’animale grande, tanto più che contrarie a questa ipotesi sarebbero soltanto cose che non annullano la possibile esistenza dell’animale, ma lo rendono soltanto pericoloso al dì là di qualsiasi immaginazione. Solo per questo mi sono opposto a tale ipotesi. Non voglio più saperne di questa illusione. Già da un pezzo mi trastullo con l’idea che lo si ode a grandi distanze per il fatto che lavora febbrilmente e penetra nella terra con la velocità di chi passeggia per la strada aperta; la terra trema a quegli scavi anche quando sono gìà finiti, e questa vibrazione successiva si fonde col rumore del lavoro stesso in lontananza, di modo che io udendo l’ultimo dileguarsi del rumore, lo sento uguale dappertutto. A ciò contribuisce il fatto che l’animale non da sé. Certo, viene verso di me, e perciò il rumore non muta, ci deve essere un piano del quale non afferro il significato; suppongo soltanto che l’animale – e non voglio mica affermare che sappia della mia esistenza – mi accerchi, e già deve aver tracciato alcuni cerchi intorno alla tana da quando l’osservo.

Molto mi dà da pensare la qualità del rumore: sibilo o fischio? Quando gratto e raspo la terra a modo mio ne viene un suono tutto diverso. Mi spiego il sibilo solo pensando che il principale strumento dell’animale non siano le unghie con le quali semmai si aiuta, bensì il muso o il grifo che oltre alla forza enorme possono anche avere qualche parte tagliente. E’ probabile che esso fori la terra con un unico potente urto del grifo e ne strappi un bel pezzo; in questo tempo non sento niente, questa è la pausa, ma poi esso aspira di nuovo l’aria per un altro urto. Questo aspirare che deve provocare un rumore da far tremare la terra, non solo per la forza dell’animale, ma anche per la sua fretta, per il fervore che mette nel lavoro, questo rumore lo afferro come un, leggero sibilo. Mi rimane però incomprensibile la sua capacità di lavorare senza smettere; può darsi che le brevi pause offrano anche la possibilità di un minimo riposo, ma un riposo vero e lungo non deve esserci ancora stato; l’animale scava giorno e notte, sempre con la stessa energia e freschezza, tenendo presente il progetto che vuole eseguire in fretta con tutte le capacità che possiede. Ebbene, non potevo aspettarmi un simile avversario. Senza contare però le sue particolarità, ciò che avviene è soltanto una cosa che avrei dovuto temere sempre, contro la quale avrei sempre dovuto prendere provvedimenti: qualcuno, cioè, si avvicina! Come è stato possibile che per tanto tempo tutto procedesse felicemente e in silenzio? Chi ha guidato i nemici, in modo da far fare loro un giro largo intorno ai miei possedimenti? Perché sono rimasto tanto tempo protetto e incontro ora tanta minaccia? Che cos’erano mai quei piccoli pericoli che passavo il tempo a considerare in confronto di questo! Speravo forse, quale proprietario della tana, di avere il sopravvento su chiunque arrivasse? Appunto come proprietario di questo grande, vulnerabile impianto, mi trovo inerme davanti a ogni considerevole attacco. La felicità del possesso mi ha viziato, la delicatezza della costruzione mi ha reso sensibile, le sue ferite mi fanno male come fossero inferte a me. Avrei dovuto prevedere tutto ciò e non pensare soltanto a difendere me stesso – con quanta leggerezza e inutilità ho fatto persino ciò! – ma a difendere anche la tana. Bisognava provvedere anzitutto a che singole parti della tana, possibilmente molte, quando fossero attaccate da qualcuno, venissero isolate mediante frane che si potessero provocare in minimo tempo dalle parti meno in pericolo e si potessero separare con masse di terra tali e così efficaci da impedire all’aggressore di immaginare che la tana vera e propria fosse al di là.

Non basta: questi franamenti dovrebbero, non solo nascondere la tana, ma seppellire anche l’aggressore. Non ho fatto neanche il più piccolo tentativo in questo senso, niente, assolutamente niente è avvenuto in proposito, sono stato spensierato come un fanciullo, ho sprecato gli anni virili in giuochi da bambini, persino con l’idea dei pericoli mi sono limitato a trastullarmi, ho trascurato di pensare realmente ai pericoli reali. E non sono mancati gli avvertimenti.

E’ vero che non è stato fatto nulla di uguale al momento presente, ma qualcosa di simile fu fatto nei primi tempi della costruzione. La differenza fu appunto che erano i primi tempi… lo lavoravo allora, direi da piccolo apprendista, alla prima galleria, il labirinto era appena tracciato a grandi linee, avevo già scavato una piazzetta che però nelle misure e nel trattamento delle pareti era un disastro; insomma, tutto era talmente nella fase iniziale che poteva considerarsi soltanto un tentativo, una cosa che quando si perde la pazienza si può anche abbandonare senza molto rimpianto. Allora, in, una pausa – nella mia vita ho sempre fatto troppe pause nel lavoro – mentre stavo in mezzo ai mucchi di terra, udii improvvisamente un rumore lontano. Giovane com’ero, provai più curiosità che paura. Smisi di lavorare e stetti in ascolto, sì, in ascolto, senza correre lassù sotto il musco, per stendermi là e non dover ascoltare. Per lo meno stetti in ascolto. Distinguevo benissimo che si trattava di uno scavo simile al mio, era bensì un po’ più debole, ma non si poteva calcolare quanto ciò dipendesse dalla distanza. Ero tutto proteso, ma freddo e tranquillo. Può darsi che mi trovi in una tana altrui, pensavo, e che il proprietario muova verso di me. Se la mia supposizione fosse risultata giusta, dato che non sono mai stato avido di conquiste o aggressivo, me ne sarei andato a costruire altrove. Certo ero ancora giovane, non possedevo ancora una tana, potevo quindi essere freddo e calmo. Nemmeno, il seguito mi mise in particolare agitazione, fu so. tanto difficile da interpretare. Se quello che stava scavando veniva realmente verso di me perché mi aveva udito scavare, nel momento in cui – come fece effettivamente – cambiava direzione, non era possibile stabilire se lo facesse perché con la mia interruzione nel lavoro gli toglievo ogni possibilità di orientamento o piuttosto perché egli stesso mutava parere. Ma forse mi ero ingannato e quello non si era mai diretto verso di me; certo è che il rumore andò ancora intensificandosi per qualche tempo come si avvicinasse io, così giovane, non sarei stato neanche scontento di veder sbucare improvvisamente dalla terra lo scavatore; ma ciò non avvenne, a un certo punto i rumore cominciò ad affievolirsi, diventò sempre più fioco, come se lo scavatore deviasse a poco a poco dalla direzione primitiva, finché s’interruppe improvvisamente, come se quello si fosse deciso a prender, la direzione opposta e si allontanasse da me. Nel silenzio porsi ancora a lungo l’orecchio, prima di riprendere il lavoro. Ebbene, l’avvertimento era abbastanza chiaro, ma me ne dimenticai subito e posso dire che non ebbe alcuna influenza sui miei piani edilizi. Tra quel tempo e oggi intercorre la mia età virile; ma non sembra quasi che frammezzo non ci sia nulla? Ancora interrompo a lungo il lavoro, sto in ascolto alla parete, ancora lo scavatore ha mutato parere, ha preso la direzione opposta, ritorna dal víaggio e crede di avermi lasciato il tempo di prepararmi a riceverlo. Dalla mia parte però tutto è disposto meno bene di allora, il grande edificio è indifeso, io non sono più un piccolo apprendista, ma un vecchio costruttore, e le poche forze che mi rimangono mi abbandonano quando si arriva al momento decisivo ma per quanto sia vecchio, mi pare che accetterei volentieri di essere ancora più vecchio di quel che sono tanto vecchio da non poter più alzarmi dal giaciglio sotto il musco. In realtà qui non resisto, mi alzo e scendo rapidamente nella mia dimora, come se invece di pace avessi raccolto qui nuove preoccupazioni.

A che punto eravamo dianzi? Il sibilo si era attenuato? No, era aumentato. Ascolto in dieci luoghi qualunque e noto benissimo l’illusione, il sibilo è rimasto uguale, nulla è mutato. Di là non avvengono mutamenti, là si sta tranquilli e si è superiori al tempo, qui invece ogni istante scrolla chi ascolta. E intanto ripercorro il lungo tragitto fino alla piazzaforte, ogni cosa intorno mi sembra agitata, pare che mi guardi e poi distolga subito lo sguardo per non disturbarmi, e di nuovo si sforzi di scoprire sul mio volto le decisioni per la salvezza. Io crollo il capo perché non ne ho prese ancora. E non ritorno nella piazza per attuarvi qualche progetto. Passo dal posto dove volevo scavare il cunicolo di assaggio, mi soffermo a esaminare il luogo che sarebbe stato buono, il cunicolo avrebbe portato verso la maggior parte dei piccoli canali di aerazione i quali mi avrebbero facilitato di molto il lavoro, forse non avrei neanche dovuto scavare lontano per avvicinarmi all’origine del rumore, forse sarebbe bastato accostare l’orecchio a quei canali. Ma nessuna considerazione è tanto forte da indurmi a questo lavoro di scavo. Questa galleria dovrebbe darmi la certezza? Sono arrivato al punto che la certezza non la voglio neanche. Nella piazza centrale scelgo un bel pezzo di carne rossa spellata e mi rannicchio con essa in uno dei mucchi di terra dove regnerà certamente il silenzio, in quanto qua dentro esista ancora il silenzio vero e proprio. Lecco e gusto la carne, penso ora alla bestia ignota che in lontananza se ne va per la sua strada, poi penso che, finché mi è possibile, dovrei godermi lautamente le mie provviste. Quest’ultimo è probabilmente l’unico piano attuabile che io possieda. Oltre a ciò procuro di indovinare il piano dell’animale. Sta viaggiando o lavora alla sua tana? Se è in viaggio si potrebbe anche venire a un’intesa. Se realmente giunge fino a me, gli do un po’ delle mie provviste e proseguirà per la sua strada. Sì, proseguirà. Tra i miei mucchi di terra posso naturalmente sognare qualunque cosa anche un’intesa, pur sapendo benissimo che una cosa di questo genere non esiste e che nel momento cui ci vedremo o anzi soltanto ci figureremo di essere vicini, moveremo l’uno contro l’altro ugualmente furenti, nessuno prima e nessuno dopo, con gli artigli e coi denti e con novella fame, anche se saremo del tutto sazi. E, come sempre, anche qui a buon diritto: chi infatti, pur essendo in viaggio, non mi metterebbe di fronte alla tana i suoi progetti per viaggio e per l’avvenire? Ma forse l’animale sta scavando nella propria tana e in questo caso non posso nemmeno sognare un’intesa. Fosse anche un’anima così singolare che la sua tana potesse tollerare un vicinato, non lo tollera la mia, non tollera almeno un vicinato che si possa udire. Ora l’animale sembra molto lontano; e se si ritirasse ancora un poco più in là, penso che anche il rumore scomparirebbe penso che tutto potrebbe aggiustarsi come ai bei tempi. poi rimarrebbe soltanto una brutta, ma benefica esperienza che mi spingerebbe alle più svariate migliorie; quando sono tranquillo e il pericolo non è immediato sono ancora ben capace di ogni sorta di lavori considerevoli; può darsi che l’animale, date le enormi possibilità che ha a sua disposizione in rapporto alla sua capacità di lavoro, rinunci ad ampliare la tana in direzione della mia e trovi compenso da un’altra parte. Nemmeno questo si può raggiungere mediante trattative, ma soltanto con l’intelligenza dell’animale stesso o con una pressione esercitata da parte mia. In entrambi i casi deciderà il fatto se e fin dove l’animale è informato sul conto mio. Quanto più ci penso, tanto più mi sembra inverosimile che esso mi abbia udito; può darsi, anche se non riesco a figurarmelo, che abbia avuto notizia di me per altre vie, ma non credo che mi abbia udito. Non può avermi udito fintanto che io non sapevo niente di lui, perché allora me ne stavo silenzioso: non esiste nulla di più silenzioso che il rivedere la tana; poi, quando feci gli scavi di assaggio, avrebbe, sì, potuto udirmi, benché la mia maniera di scavare faccia pochissimo rumore; ma se mi avesse udito, anch’io me ne sarei dovuto accorgere; almeno durante il lavoro avrebbe dovuto più volte sostare e rimanere in ascolto. Tutto invece è rimasto immutato…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...