L’importanza delle parole: sussurri mischiati per rendere tangibile l’invisibile

È triste vedere come oggigiorno la lingua italiana sia continuamente svenduta, mercificata. Non si tratta soltanto di una questione stilistica, tanto meno di un lessico ridotto sempre più all’osso, è proprio il senso intrinseco della lingua italiana a essere stato deturpato, ciò di cui è formata: le parole.

Alcuni credono che l’inventare nuovi termini, come petaloso, oppure modernizzare alcune frasi equivalga a un vilipendio della nostra lingua, una storpiatura delle nostre preziose parole. In parte è così, ma non credo affatto sia questo il problema. Il vero dramma comincia lì dove ci si crede capaci di impadronirsi delle parole. Usarle a proprio piacimento, catalogarle, ridurle persino a uno strumento di vile mercificazione.

Si parla tanto di parole, di lingua italiana, eppure per la parola scritta continua a non esserci rispetto. In TV, ad esempio, vediamo presentatori e presentatrici poco avvezzi alla lettura mettere bocca sulla nostra lingua. In una misera ora di girato si ha la pretesa di spiegare quanto si apprende in anni di filologia. Assistiamo a comici che non hanno soltanto la pretesa di recitare un sommo poeta quale Dante, ma di spiegarlo, senza avere la preparazione culturale per farlo.

Tutto questo mostra con quale mancanza di rispetto ci si avvicina alla cultura, soprattutto alla cultura letteraria. In questo tempo dove tutti credono di poter mettere bocca su tutto, e farlo senza formarsi, di certo la nostra lingua non è stata risparmiata; anzi, essendo essa formata di parole sembra qualcosa di facilmente ingabbiabile, manipolabile. Dunque si parla di libri, senza averli mai letti. Si parla di film, senza averli mai visti. Si cita Dante, deformando il senso delle sue parole. Si interpreta a proprio piacimento qualsiasi dottrina, credendo di poterla assimilare in un tempo di poco superiore a quello di un pasto.

Chi rispetta la nostra lingua ha un devoto timore delle parole. Non le sottovaluta. Sa che sono vive, indomabili, irrefrenabili.

Le parole sono capaci di tessere relazioni e di distruggerle. Le parole sono capaci di donare amore oppure odio. Le parole sono capaci di dare la vita oppure uccidere.

Le parole possono creare dal nulla universi.

Le opere letterarie che amiamo sono fatte solo di parole, se ci pensante. Mondi, personaggi, vicende: sono solo parole. Sono lettere, un insieme di vocaboli, di verbi, di aggettivi e avverbi.

Eppure queste parole sono capaci di creare la vita. Le parole hanno plasmato storie che non potremo mai dimenticare.

Le parole sono potenti, grazie a loro la vita umana è prosperata; la cultura è passata prima di bocca in bocca, per poi essere immortalata sulle pagine.

Un vero scrittore teme e venera le parole, ecco perché non sopporta che vengano sminuite.

Credo che questa poesia di Francisca Aguirre possa rendere meglio il senso di ciò che sto cercando di dire.

Questo mestiere, Dio mio, così precario

di andare coniugando sguardo e verbo,

questo mestiere così ambizioso e scarso,

così a tentoni, così nell’ombra

che insegue la luce come un annegato,

questo mestiere di viscere che ignorano

e tuttavia sentono,

questa rivoluzione di trogloditi

in cerca dell’unione tribale,

Dio mio, che audacia irrimediabile,

che destino necessario

trasmettere la vita di bocca in bocca,

difendere l’albero come fosse un uomo

e difendere l’uomo come fosse un pianeta,

come un astro da cui dipende

l’equilibrio della costellazione,

Signore,

e difenderlo con onomatopee,

con sillabe, parole.

Parole nient’altro, gemiti, lamenti.

Che mestiere, fratello, che impresa.

Che mestiere tanto umile e ambizioso,

che meta irraggiungibile,

che bel mestiere

a cui dedicarsi tutta la vita.

Dai bellissimi versi di Francisca Aguirre traspare l’amore e il rispetto per le parole: la consapevolezza che esse, seppur invisibili, possono formare la vita. Non sono manipolabili, non le si può possedere con forza. Bisogna ascoltarle, accoglierle, talvolta sottomettersi a loro.

Purtroppo, se da una parte i tanti pagliacci che starnazzano in TV non possono comprendere questa poesia di Francisca Aguirre, dall’altra ci troviamo di fronte a una generazione di scribacchini – spesso anche vincitori di grandi premi o campioni di incassi – che non riescono o non vogliono comprendere il senso di questa bellissima ma anche drammatica poesia; preferiscono parlare di se stessi nei salotti televisivi, anziché dei libri, o quando lo fanno è solo per celebrare un proprio pensiero, spesso estrapolando da essi frasi e concetti a proprio piacimento.

A queste persone si dà spesso il titolo di accademici, di intellettuali, di scrittori, persino di artisti. Invece sono solo mercanti delle parole. Le hanno ingabbiate, le usano come fossero cani da lanciare durante una battuta di caccia, con il solo scopo di raggiungere una preda.

Se presentatori televisivi e comici sono quasi perdonabili per la loro stupidità e il disamore nei confronti della parola scritta, simili mercanti di frasi no, non lo sono. Inoltre, a loro dobbiamo anche lo svilimento della lingua italiana. Ci troviamo di fronte a una narrativa sempre più scarna, priva di bellezza e di eleganza. Talvolta si ha l’impressione di leggere sceneggiature cinematografiche anziché testi di narrativa, oppure diari personali dove la prosa si gonfia e il melodramma strabocca, senza che la lingua italiana si evolva in alcun modo. In ambedue i casi non c’è traccia alcuna di ricerca. Non solo, sembrano testi scritti soltanto per vendere o per celebrare se stessi. Non si evince un bisogno carnale, lo stesso che ti porta a lavorare anni a un testo, curando ogni minima frase.

Riguardo la cura della lingua, il rispetto delle parole e il dedicare anni a un proprio lavoro, mi viene subito in mente Aldo Busi e il suo libro di esordio: Seminario sulla gioventù, edito da Adelphi nel 1984; libro che fu accolto con fermento dal pubblico ma meno dalla critica.

Per Busi, autore bresciano classe 1948, l’utilizzo delle giuste parole è fondamentale. Nel suo libro d’esordio ne appare quasi ossessionato. Non a caso ha impiegato circa vent’anni per scriverlo.

Oggi abbiamo giallisti che si vantano di impiegare un mese per scrivere un romanzo, o autori best-seller che non si vergognano di essere stati condannati per plagio.

In entrambi i casi, la differenza fra loro e Aldo Busi è lampante. Le motivazioni che portano alla scrittura sono evidenti. Ancor più se esaminiamo la vita di Busi.

Nato a Montichiari da una famiglia povera, non ha finito gli studi superiori pur di lavorare. Ha fatto di tutto, ogni tipo di lavoro. Nel 1968 ottiene l’esonero dal servizio militare, essendosi dichiarato omosessuale; a partire dal 1969 lascia l’Italia per andare prima in Francia, poi in Inghilterra e ancora in Germania: luoghi dove continua a fare umili lavori pur di mantenersi, apprendendo intanto alla perfezione le lingue.

Tornato in Italia, inizia a lavorare saltuariamente come interprete. Poi cura traduzioni di testi inglesi e tedeschi: Joe Ackerley, H. von Doderer, J.W. Goethe, Meg Wolitzer, C. Stead. Nel frattempo si diploma a Firenze nel 1976 e nel 1981 si laurea in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università di Verona, presentando una tesi sul poeta statunitense John Ashbery. Dello stesso Ashbery, nel 1983, traduce Autoritratto in uno specchio convesso.

Già questo percorso, così atipico eppure viscerale, potrebbe sbeffeggiare tutti quelli che fanno i saccenti in TV, vantandosi di una laurea presa con faciloneria e senza il travaglio vissuto da Busi. Inoltre la sua dedizione nello scrivere Seminario sulla gioventù (inizialmente intitolato Il Monoclino), nonostante le scarse possibilità di pubblicarlo, fa evincere appunto quel bisogno di cui parlavo poco prima: il bisogno di scrivere.

Proprio questo porta a rispettare la lingua italiana e le parole di cui è formata, perché scrivendo Seminario sulla gioventù Busi non sta creando un prodotto per fare soldi o raggiungere la fama, sta dando vita a qualcosa per lui indispensabile, un bisogno al pari di respirare. A tal motivo ogni frase è importante. L’eleganza della nostra lingua è centro e al tempo stesso cornice della narrazione. Ogni vocabolo deve essere una stretta al cuore: al suo cuore.

Insomma, secondo i criteri attuali, un capolavoro come Seminario sulla gioventù non avrebbe mai visto la luce.

Ma come sempre lasciamo che sia l’autore a parlarci, e a farlo non con l’autoreferenzialissimo visto nei programmi televisivi, no, ma solo con il potere della parola scritta.

 Che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani? Niente, neppure una reminiscenza. Il peggio, una volta sperimentato, si riduce col tempo a un risolino di stupore, stupore di essercela tanto presa per così poco, e anch’io ho creduto fatale quanto si è poi rivelato letale solo per la noia che mi viene a pensarci. A pezzi o interi, non si continua a vivere ugualmente scissi? E le angosce di un tempo ci appaiono come mondi talmente lontani da noi, oggi, che ci sembra inverosimile aver potuto abitarli in passato.

Di venerdì all’alba, Maria in Cèlo, la madre di Barbino, partiva con la bicicletta per andare al mercato a vendere i suoi prodotti, dalla frazione di Vighizzolo al comune di Montichiari, e stava via tre ore buone: quattro chilometri a andare, quattro a ritornare. E il tempo che ci voleva per tirare sul prezzo di quello che comprava lei, sale, zucchero, farina bianca e gialla, soda caustica, olio, orzo, burro, stracchino, tela, refe, lana, zoccoli interi o sole tomaie, baccalà, a ogni morte di papa, e, sempre, matassine di cotone per fare i centritavola e i pizzi per i colletti delle camicette delle signore più di riguardo. Al ritorno ci impiegava appena un po’ di più che all’andata, per via dei manubri carichi di sporte e del portapacchi appesantito dai sacchetti di miscela per i polli. Per tutta la settimana aveva palpato il culo alle sue diciotto galline e alle quindici anatre come i gioiellieri calibrano i diamanti con guanti bianchi, lenti e pinzette. Allora non c’era gallina che non facesse uova d’oro. Però lei, soprattutto, aveva un piccolo commercio di conigli che allevava in due gabbie coperte da sacchi di iuta in fondo all’orto.

Da quando, una decina d’anni prima, con uno di quelli, anzi con il solo che c’era, e era d’angora, bianco immacolato e grasso e non del tutto suo, lei aveva salvato Dolfo, il secondo figlio che stava morendo di polmonite, i conigli erano diventati tutti bianchi, tutti della stessa razza con quegli «occhi d’un rosso che parla» e potevano scuoiarli gli altri per farli a toccio, lei no, non più.

Suo suocero a quel tempo (mio padre era ancora «via in guerra» e lei e tutti gli altri parenti dipendevano dal vecchio Angelotto, vecchio mica tanto se poi «se la faceva con tutte le donne di tutti» e tentava anche con le spose dei suoi figli, in guerra e no) le disse chiaro e tondo che i figli che non ce la fanno da soli li si lascia morire, e che se lei voleva i palanconi delle medicine e il calesse per andare in città a Brescia all’Ospedale dei Bambini, un modo c’era… Lei aveva supplicato il suocero, niente mani addosso, e lo aveva graffiato; Dolfo sembrava abbassare la testolina ogni istante di più. C’era anche la neve.

Questo è l’inizio del romanzo. Già l’incipit, ossia il primo paragrafo, rapisce per lo stile elegante eppure brutale. Ciò che viene detto ci travolge, ma non solo per il contenuto, quanto per il modo in cui è espresso il pensiero del protagonista. La scelta giusta dei vocaboli; scelta che determina la musicalità del testo, il ritmo.

Persino alla fine, con quel netto “C’era anche la neve” Busi dimostra che in narrativa ogni frase, ogni parola, deve essere collocata al punto giusto perché l’intero testo funzioni.

Tuttavia, al di là dell’eleganza, capiamo da subito che ci troviamo davanti a una storia drammatica. Da qui la maestria di Busi nel gestire un registro alto con uno ordinario, mischiare la raffinatezza allo squallore: cosa che potrebbe sembrare normale, ma non lo è affatto, perché spesso – troppo spesso – si finisce per eccedere nell’una o nell’altra, dando troppo pathos alla narrazione, dunque rendendola melensa, oppure estremizzando dolore e sofferenza fino ad appiattire il dramma.

Questo, qui non accade per due motivi: lo sguardo di Busi riesce a sollevarsi sulla pagina; la storia si muove in lui, la osserva e la riporta, e nel farlo usa le parole giuste: le sceglie, le vuole, le imprime nella mente, nelle pupille, e sul foglio.

Ecco l’importanza delle parole. Il rispetto della lingua. La consacrazione al verbo.

Potremmo definire questo romanzo un seminario sulla lingua italiana, un percorso di crescita delle parole sia nel protagonista che nell’autore, visto che – come abbiamo detto – questo libro è frutto di vent’anni di scritture e riscritture; riscritture continuate persino a romanzo pubblicato, dando vita nel 2003 a una nuova edizione.

Definito un romanzo di formazione, viviamo le vicende di Barbino tra l’Italia, la Francia e l’Inghilterra.

Impossibile non vedere in queste pagine tracce dell’autore, tanto che Busi ha dovuto smentire la natura autobiografica del testo.

A mio dire, i lettori avrebbero dovuto smettere di cercare “lo scandalo” narrativo e limitarsi a capire che ogni scrittore – quando fa sul serio – trasfigura parti di sé nelle pagine.

In ogni caso, le vicende di Barbino si evolvono fino all’età adulta. Con la sua vita, con le sue esperienze. Barbino si evolve. Le pagine crescono. La scrittura matura.

«Ma tu non sei Barbino, non venivi a scuola da me a Castenedolo?» mi ha detto Comare Volpe parandomisi davanti sul marciapiede del metrò a Palais-Royal. Barbino chi? mi è venuto da rispondere, chi è Barbino?

«Ah! sì».

Nello stesso istante, perdendomi con comodo in quel colpo di fortuna, ho eliminato tutti i Macigni, i Faraoni, gli Orefici, gli Antiquari, i Poeti, i Direttori Editoriali di Milano, il Ciondolo di Lille e, così speravo, lo Strabico di Fontainebleau. Non ho voluto nemmeno prendere in considerazione la prima cosa che mi è saltata in testa riconoscendo in quel bell’uomo un po’ all’inglese il mio ex insegnante di religione: che io alle sue ore di religione non c’ero andato a lungo, anzi, avevo smesso di andarci del tutto, sacrificando le filmine gratis dell’oratorio dopo che lui mi aveva colpito con un tocchetto di legna per la stufa perché «non stavo fermo». Con tutte le botte che venivano distribuite fra le mani di casa ci mancava pure di andare a prenderle ecclesiasticamente. Ma il fascino che ogni cattolico di successo esercita su di me è stato più forte del fuggevole ricordo di un’ecchimosi sul mento: come ogni altra volta, affascinato da un rabbioso quanto inarticolato disprezzo, fluivo verso la grande borghesia dei padri della Chiesa, sperando che tutti i ricordi disgustosi impressi in me da quella piccola, media o addirittura millantata, si sarebbero sciolti se lui, dall’alto della sua posizione gerarchica, mi avesse permesso di esporglieli naturalmente, cioè dal basso all’alto, da me a lui, partendo da un diacono di nome Giacomino, passando fra monsignori vari per arrivare ai cardinali, alle porpore di via Montenapoleone.

E adesso eccomi qui, muto, con un brutto ricordo in più: quello del seminarista assurto a manager, dogmatico e sordo quanto gli altri, se non peggio. La grande borghesia è uccel di bosco, o forse le messe le fa nere apposta perché tu non le veda mai.

E subito nella pagina successiva…

Mi chiedo sempre perché vado a trovarlo, che ci sto a fare con lui. Io, di sicuro, non sono niente, visto questo suo potere di farmi sentire una cosa; potrebbe essere chiunque altro al mio posto o qualsiasi altra cosa, un cane o un aggeggio di plastica e avrebbe lo stesso godimento con lo stesso impiego di energie. Che questo coso, sono io, non s’illuda per un attimo di avere un posto reale in questo rapporto o non acquisisca il diritto all’abbandono.

Il rito della deflorazione a quasi-pagamento ci sovrastava, era la mitica verginità che lo liberava di sé – la grande protagonista, non lui, non io. Io? io non sono più vergine da un pezzo, so come vanno queste cose, una fatica boia, e poi tutto questo dài-no-dài, tutto concentrato sul buco del culo da ex seminarista in fregola ma neanche tanto; loro non lo danno molto a vedere: gli urletti, se li fanno, li fanno dentro, confessionalmente, e lui non aveva un minimo di comprensione per me che stavo sudando le sette camicie, ridotto a un’erezione a comando; la saliva no, la crema sì, ecco! il sapone neutro!

Mi guardava strabuzzando gli occhi celesti e c’era astio nel suo sguardo, certo pensa a cose frammischiate a crocefissi, maledizioni bibliche, lettere ai Corinzi, imperativi di scuola psicanalitica («bisogna provare a prenderlo nel culo per immedesimarsi nell’ossessione anale del maschio europeo occidentale») e a quel centinaio di franchi che gli costavo di tanto in tanto, una bazzecola per lui. Eppoi, io non lo faccio mica per mestiere, non potrei, gli avevo chiesto un favore, è brutto essere senza soldi e senza lavoro. Insomma, io avrei voluto dirgli, ecco, io ho ventun anni e tu trenta e passa, tu ti sei fatto avanti a forza di, come dire, vendere reliquie e indulgenze, ecco, hai coltivato le solite relazioni di prelati e loro ti hanno indirizzato alle migliori scuole di business; io a otto anni, quando mi hanno messo l’ostia in bocca per la prima comunione, mi sono messo a masticarla perché mi avevano detto che era peccato anche solo sfiorarla con i denti. E forse anche perché, a pensarci ora, non sopportavo l’idea che qualcuno avesse preteso di aver sofferto più di me, che limitasse d’emblée le mie possibilità presenti e future di martirio. E da allora ho fatto la comunione anch’io come tutti i ragazzini poveri del paese solo quando i preti mi davano il biglietto gratis per andare a vedere le comiche di Ridolini.

Qui siamo nella seconda parte del libro. Come di certo avrete notato, il protagonista è cresciuto. Al di là della trama, su cui non voglio soffermarmi (non è la trama che ci interessa, non qui, non ora), si nota un’evoluzione della lingua: più spietata, tagliente, diretta e matura. Il punto di vista di Barbino è cambiato. Il triste disincanto del fanciullo ha lasciato spazio a un amaro cinismo. L’eleganza delle parole, scelte con una cura maniacale, mista alla narrazione di situazioni tanto concrete quanto brutali, crea un sinuoso vortice in cui ci si perde: siamo nel dolore metabolizzato di Barbino, nel suo disgusto, nella sua noia.

Eppure, se questa situazione, questi ricordi, fossero stati scritti in modo diverso, probabilmente quanto letto non ci avrebbe affascinato.

È la lingua, appunto, la chiave di questo capolavoro; la lingua e lo sguardo che l’autore riesce a mantenere.

Credo che le due cose camminino di pari passo. Busi continua a tenere uno sguardo alto sulle vicende, di certo perché ormai assorbite in lui durante una gestazione ventennale. È dentro ma al tempo stesso fuori. Proprio questa pazienza, tipica di chi conosce la fatica di scrivere, gli permette di trovare subito la parola giusta. Il termine esatto. Quello necessario, indispensabile.

Da notare anche l’uso perfetto degli aggettivi. Abbondano, ed è una fortuna che sia così. Ogni aggettivo dà vita alla frase, così come dovrebbe essere. Non sostituisce la narrazione, ma la completa.

Vorrei davvero portarvi dentro il meraviglioso e doloroso percorso di Barbino, ma spero lo facciate da soli, leggendo questo capolavoro. Intanto voglio condividere con voi altri estratti, restando sempre sul tema portante dell’articolo: il rispetto della lingua e delle parole che la formano.

Nessuna possibilità di lavoro, per ora; alla Bella Napoli passano venti italiani al giorno a cercare lavoro, e il vecchio ne gode, mi sente sempre più alla sua mercé, ci gode un mondo a darmi speranze e a rimangiarsi ogni promessa sostituendola ogni volta con una promessa più grande e sempre meno realizzabile. Ed è scomparso anche l’archibugio dalla parete; secondo me si sta mangiando anche le foto di famiglia; è come se stesse preparando un bunker o una gabbia finale destinata a durare per sempre. Ma non credo sia destinata a me, anche se il mio lungo allenamento al vittimismo e la mania di persecuzione fanno di tutto per convincermene. Non mi sento così importante da venir sepolto vivo come uno schiavo insieme al suo faraone, la lungimiranza mortuaria del vecchio non è eterodiretta come quella di Adel l’Egiziano. Lo Strabico sta ubbidendo a impulsi suoi, errabondi nel chiuso del suo cervello; non è me che vuole accerchiare e inchiavardare, ma se stesso, che cosa sarebbe, altrimenti, questa follia che lo trascina a trasformare tutto in qualcosa di tolto, di spoglio, di tombale. Non c’è più neanche una sedia; ogni volta che rientro lui nel frattempo ha portato altrove – venduto? – un quadretto, il cassettone della stanza dove dormo, la scrivania in radica di noce del salone.

Vado in giro per Fontainebleau agghindato alla bell’e meglio da hippy, mi sembra di essere più credibile quando non resisto alla tentazione di chiedere ai bambini mezzo del loro panino se si allontanano dalle mamme e dalle balie, e provo una vergogna del diavolo. E chiedo anche un gettone telefonico a una signora in nero con un libro di preghiere in grembo.

 Ecco che i discorsi che intendo fargli partono da soli: è inconcepibile che io sia ridotto all’elemosina; visto che per te non sono che il forcipe di un tuo esperimento, sarebbe anche giusto che tu mi pagassi per la manodopera. Che mi pagassi salatamente. Altrimenti piantala con la storia dello psicanalista, dimmi la verità, che ci provi gusto da matti e facciamola finita. Ma non saresti un commerciante per niente, tu vieni dalla terra come me: sai valutare sufficientemente la merce che vuoi comprare. Cerca di riconoscere una volta per sempre di essere un tirchio e che non puoi farci niente, che la cosa ti piace così com’è; dà una spiegazione qualsiasi a questo morto di fame, spiegagli perché hai paura di questo rapporto che ti è necessario e che disprezzi tanto. E anche tu con la tua mania di darmi cose smesse, altre cravatte, un papillon! come se non avessi nient’altro in testa che vernissages e ricevimenti chez «L’Humanité».

Pronto? fa. Pronto… sono Barbino. E riattacca.

Avete notato come la focalizzazione della narrazione si è avvicinata? Eppure non percepiamo alcun fastidio, pur essendo nei pensieri del personaggio. Da una parte, le sue emozioni e riflessioni nascono da fattori esterni, dunque è lo stesso personaggio a tenere uno sguardo alto, permettendoci di vedere un mondo e in esso ciò che ha vissuto e che vive; dall’altra parte, ancora una volta è il lessico a inchiodarci. Similitudini meravigliose che rendono appieno e in un lampo ciò che lo tormenta. Ogni singola parola cesella il personaggio e il suo conflitto.

Ma andiamo avanti.

La società, esiliandomi fuori dalle mura, dove stanno le streghe e le prostitute e i teatri, mi ha tenuto in vita soltanto in cambio di piccole, ma remunerate prestazioni di sessual-terrorismo così di moda ora fra i benpensanti, esigendo da me silenzio o un comportamento da puttana picchiatella che non avrebbe mai potuto accumulare un minimo di credibilità quando si sarebbe messa a raccontare. Giorno e notte rubo ore al sonno per stillare la mia vendetta globale. Che non ignora però nessuna vendettina di passaggio, l’aperitivo a base di gonococchi e stafilococchi: ciò che mi spinge ai bagni turchi di rue Poncelet non è «la douceur de vivre»: è beccarmi la sifilide e impestare il mondo, tutti quanti, impestarlo anche nei feti che si stanno affagiolando in questo istante. Inoculare immantinente il terzo stadio. Ma adesso, adagiato nel lettone, chiudere gli occhi non è così facile, né auspicabile. Il ronzio del frigorifero per l’orecchio è una pestilenza da bulldozer. Sono stremato e non c’è buio che tenga. Vedo tutta la stanza come se fosse illuminata da potenti riflettori. Vorrei gridare. Quando mi svegliavo fra Carolina e Primo, i miei padrini di battessimo, Carolina mi diceva: «Se hai voglia di gridare quando ti svegli, fallo». E ci mettevamo a gridare insieme.

E davanti a me c’è quella lucina al neon che sciaborda fra le stanghette di metallo senza intermittenza, pervicace. Non dormo, non dormo. Non dormirò mai.

È il lembo del passaggio sacrificale di Geneviève in questa stanza. Comperare una gabbietta, uccidersi, imbalsamarsi, entrarci e richiuderla, sistemarsi sul trespolo col collo proteso verso l’alto, nell’atto di gorgheggiare, regalarsi e farsi sospendere in aria per avere l’imitazione della vita.

Qui troviamo persino termini dimenticati nel nostro lessico, eppure molto attuali e perfetti per definire la narrazione. Ciò fa evincere l’ossessione di Busi per la parola giusta: le parole! Ciò che ogni narratore venera e teme, la materia organica che insegue per tutta la vita al fine di incarnare idee, sentimenti, il proprio mondo. Queste parole così sfuggevoli, inafferrabili, sussurri mischiati per rendere tangibile l’invisibile.

Credo sia palese quanto la narrazione di Busi sia ben diversa dai gelidi best seller che tante volte ci è capitato di leggere. Raffinata, elegante, sono termini riduttivi per definirla. Non ci troviamo davanti a una mera esibizione di stile, come piace fare a tanti scrittori attuali, sempre pronti a contendersi le poltrone nei salotti letterari. No, qui l’utilizzo delle parole giuste non è ostentazione, ma bisogno. Quella parola, semplice e diretta, serve a comporre un mosaico perfetto. Non c’è traccia di affabulazione. Il lessico non appesantisce la narrazione, ma la compone.

Inutile dire che oggi, nel nostro panorama editoriale, uno come Busi difficilmente troverebbe il giusto orecchio. Oggi le parole non sembrano più necessarie, ci si concentra su cosa vuole il lettore, su una trama calzante, personaggi affascinanti, dinamiche che possano coccolare il lettore e tenerlo al calduccio nelle proprie certezze: anche quando si trattano temi – apparentemente – forti. Bisogna essere asciutti, pulitissimi, comprensibili a chiunque e, soprattutto, essere rapidi, veloci: capitoli brevi, periodi corti, termini alla portata di ogni persona.

Ed è così che abbiamo romanzi simili a sceneggiature. Così la lingua italiana viene svilita, le parole sono private della loro ragione di esistere. Restano sole, abbandonate, incomplete.

Bene, spero abbiate apprezzato. Era da molto che intendevo parlare di questo libro, proprio per mostrare quanto sia importante il rispetto per la lingua e per le parole.

Vi lascio con un ultimo estratto del romanzo, sperando in seguito di avere più tempo per scrivere altri articoli.

Che cosa si prova nel buio per tanto tempo? niente che possa venir veramente descritto. Essere murati vivi, dopo le prime ventiquattro ore, quando la luce dell’oblò ha rischiarato lo sgabuzzino quasi a giorno e si è gradualmente ritrasformata nel buio iniziale, diventa un’abitudine incapsulata in un evento incredibilmente irreale – eppure sei tu ad essere lì, con i tuoi bisogni corporali, le mani che si sono spellate contro la porta, la gola che ha emesso poche grida e ha poi lasciato perdere, la prima scatola aperta tremando e la prima ferita al pollice, e questa furia di mangiare, di svuotare la scatola e passare a un’altra. E, poi, ovviamente, insieme all’aerofagia, compare il muco. Il muco che cola a catinelle dal naso e credo anche dalla bocca e anche dagli occhi; tutto è denso, vischioso; al secondo giorno si è diventati una specie di melma formicolante di pruriti e di nuovi odori. Defeco nelle lattine e poi cerco di mirare bene l’oblò e di farle uscire di là, ma non sempre ci riesco al primo colpo. E sono botte sulle spalle, in testa, un taglio di striscio sulla guancia – oltre a capelli setolosi, da cui scende un liquame ruvido, pieno di bucce. Ritornerà? sopravvivrò? ma sono domande che ben presto non sono più mentalmente formulabili, la nozione stessa del linguaggio si sgretola. Le pupille si dilatano, vedono tutto meno quello che c’è davanti – scatole senza etichetta e decine di pezzi di argenteria nascosti in stracci di feltro. Vedono, osano ancora vedere l’amore immaginario, e il linguaggio (insufficiente a far fronte alla scossa dei nervi attimo dopo attimo) si ricompone, perché le frasi sono antiche, come frasi fatte, imparate a memoria una volta per sempre. E m’intrattengo ad alta voce: ho deciso che dovevo crearti nei miei pensieri e darti tutto il mio buio, anche il passato, e una storia a noi mai stati, stati di buio nel buio. Non ti ho mai rinfacciato di non esistere, di essere mia pura macchinazione mentale, ti prendevo per quel che non eri, sensazione d’amore, giocattolo spensierato, metafisica purezza, capra espiatrice. Nessuno.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...