Che io chiamo arte: Marosia Castaldi, una scrittrice che merita giustizia

Con Franz Kafka abbiamo mostrato più di una volta quella che potremmo definire la cecità editoriale, o forse sarebbe giusto dire che non si tratta di cecità, quanto di una vista sin troppo acuta ma indirizzata a ciò che richiede il mercato: dare al popolo il prodotto che domanda anziché educarlo alla bellezza.

Più volte ho esposto il mio pensiero, ovvero il non essere contrario alla letteratura di intrattenimento e persino alle autobiografie, spesso autocelebrative, scritte da qualche Ghostwriter per il vip di turno. Non sono questi i problemi dell’editoria, lo ricordo ancora una volta, il problema sussiste quando il livello qualitativo di ciò che viene spacciato per letteratura cala in modo notevole.

La letteratura di intrattenimento o il libruncolo del vip non fa danno alcuno, anzi, potrebbe portare soldi alle case editrici e queste case editrici potrebbero investirli per pubblicare libri di alta qualità e dar spazio a nuove voci, magari difficili da piazzare perché poco affini alle richiesta del mercato, ma innegabilmente degne di essere pubblicate.

Purtroppo non sempre accade. A Kafka non è successo. Superato da incapaci, o comunque da scrittori meno geniali di lui, è morto da sconosciuto, come se non fosse il genio della letteratura che oggi tutti riconosciamo.

A mio dire il successo postumo è lo sbeffeggio a una vita di sofferenze e di umiliazioni, di rifiuti e di frustrazione, quasi una voce ipocrita sussurrasse al malcapitato: «Oh, ci scusi tanto, ci dispiace che lei abbia sofferto, fatto lavori che detestava pur di tirare avanti mentre vedeva altri meno bravi di lei passarle davanti. Ci perdoni per averla lasciata a morire da solo, non avevamo capito il suo genio. Ne siamo davvero spiacenti».

Il vaffanculo ci starebbe tutto, no?

Il problema non si pone, perché Kafka è morto, neppure sa che i suoi scritti sono sopravvissuti (almeno quelli fortunatamente salvati da Max Brod) e che oggi è reputato uno dei più grandi geni della letteratura.

Immagino già gli editori di allora: «Troppo cupo, non si capisce nulla, non c’è linearità, i temi trattati non interessano a nessuno».

Oggi a Kafka cosa avrebbero detto? Magari di scrivere una storia meno pesante e con un linguaggio alla portata di tutti. Perché no, meno digressioni e cose cervellotiche e più show don’t tell. E quei capitoli così lunghi, non sai che oggi le persone vanno sempre di corsa? Hanno poco tempo per leggere. I capitoli devono essere brevi. E ogni tanto inserisci un cliffhanger, no? Così tieni alta la suspense. Magari una bella storia d’amore. E poi più azione, Franz! E già che ci siamo, perché non mettiamo un bel happy ending?

Quanti autori hanno sofferto come Kafka? Quanti autori hanno appena sfiorato un sogno, per poi essere dimenticati, gettati via per il fenomeno commerciale di turno, e solo perché le vendite non sono andate benissimo?

Quanti capolavori abbiamo perso. Quante vite sono state spezzate solo per il dio denaro?

Purtroppo non è tutta colpa dell’editoria, assolutamente, e l’ho spiegato più volte. Un editore è un imprenditore, dunque il suo fine è vendere un prodotto e trarne un guadagno, e i suoi prodotti sono i libri. Certo, quando non si tratta di riviste di intrattenimento, ma di narrativa, e di narrativa venduta come letteratura, ci si aspetta una certa qualità, qualcosa che rasenti l’arte. Ma abbiamo detto che l’editore è un imprenditore, e un imprenditore deve soddisfare una richiesta, e la richiesta è fatta dall’acquirente che desidera in base ai propri gusti: gusti formati nel contesto sociale in cui si vive.

Il nostro è un tempo di analfabeti funzionali, è risaputo, inutile far finta di nulla. In passato i lettori erano di meno, ma persone di un certo intelletto. Oggi tutti bene o male hanno l’istruzione per leggere un testo di narrativa, fortunatamente, ma il gusto letterario è calato notevolmente a cospetto dei pochi lettori letterati di un tempo. Ciò ha portato l’editoria ad adeguarsi, a dare ai lettori le storie che cercano e scritte come desiderano.

Molti scrittori si sono dovuti adeguare, chi poco e chi tanto, e hanno dovuto farlo per sopravvivere, perché ci vuole un nulla a sparire non solo dalla scena, ma dalle librerie. In pochi resistono ancora, e spesso sono detestati da altri scrittori, vedono passare davanti a loro narratori che un tempo non sarebbero rientrati neppure nella letteratura d’intrattenimento.

Dunque l’editoria non ha colpa? “Snì”. È un discorso molto complesso. Di sicuro grandi redattori non sono felici di pubblicare determinati libri e non pubblicarne altri, ma sono comunque dipendenti di un imprenditore, non dimentichiamolo. Sicuramente esiste molta frustrazione anche negli addetti ai lavori, di certo ci sono continue lotte per far prosperare la cultura letteraria. Poi mettiamoci quel gruppo di scrittori a cui fa comodo che la qualità letteraria resti bassa, così da poter conservare il proprio posto nelle classifiche e nei salotti.

Insomma, è un discorso complesso, le colpe sono un po’ ovunque, prima di tutto in chi non promuove la cultura, l’istruzione e l’amore per la lettura: chi ci governa e a cui fa comodo un popolo privo di veri pensatori, di veri creativi, di veri artisti.

In ogni caso, Kafka oggi avrebbe meno possibilità di ieri di trovare spazio nel panorama editoriale.

Alla luce di questo discorso mi viene subito in mente la bravissima Marosia Castaldi, scomparsa nel novembre dell’anno scorso, senza che nessuno ne abbia parlato, tranne la mia maestra Antonella Cilento nella rubrica che cura per Repubblica, La lente azzurra, e uno dei suoi ultimi editori, Manni.

Non mi meraviglia che il nome a molti non dica nulla, neanche io la conoscevo prima di leggere l’articolo di Antonella. Marosia è scomparsa nel silenzio. Non ne hanno parlato i giornali, i telegiornali, su internet non è presente neppure nel tanto “rinomatoWikipedia. Eppure raramente ho letto uno scrittore italiano e contemporaneo del calibro di Marosia Castaldi. La sua scrittura va oltre la narrativa e la poesia, è qualcosa di diverso, di non catalogabile perché personale, intima, irripetibile.

La scrittura di Marosia Castaldi è ciò che definisco arte: qualcosa di innovativo, unico, capace di sconvolgere chi incappa in essa.

Marosia Castaldi, nata a Napoli nel 1951, ha studiato filosofia nella sua città di origine e arte a Brera. Ha esordito con i il racconto Abbastanza prossimo, edito da Tam Tam edizioni nel 1986, di seguito ha pubblicato nel 1990 un altro racconto, Casa idiota, con la casa editrice Tringale, e ancora il racconto Piccoli paesaggi, edito da Anterem nel 1993.

Nel 1991 ha pubblicato il romanzo La montagna, con Campanotto, poi Il Ritratto di Dora, edito da Loggia de’ Lanzi nel 1994, e Fermata Km. 501 per Tranchida editore, nel 1997. Ha inoltre pubblicato il saggio La casa del Caos (Punteggiature, Holden Maps) Bur, 2001, e le prose In mare aperto, Portofranco, 2001.

Nel 1999 finalmente il suo talento l’ha portata a Feltrinelli, con il romanzo Per quante vite. Per lo stesso editore ha pubblicato il romanzo Che chiamiamo anima, 2002; Dava fine alla tremenda notte, 2004; Dentro le mie mani le tue, 2007, e infine sempre per Feltrinelli, ma nella collana digitale Zoom, Paesaggio della stanza (2012) e Vecchi amanti a Milano (2013).

Nel 2006 ha pubblicato Il dio dei corpi, con Sironi; nel 2007 il racconto lungo Televisione, per Manni editore, con cui ha pubblicato nel 2012 anche La fame delle donne. Infine, nel 2013, per Barbera ha pubblicato La donna che aveva visioni.

Il percorso editoriale di Marosia Castaldi fa evincere non solo la sua tenacia e la sua produttività, ma anche qualcosa di molto drammatico che balza subito agli occhi di chi comprende certe dinamiche.

Dopo una brillante (e di certo dura) gavetta di circa dieci anni, nel 1999 finalmente Marosia arriva alla grande editoria, Feltrinelli. Con loro pubblica quattro libri, fino al 2007. Nel contempo, nel 2006 e nel 2007, pubblica altri due libri con due ottimi e degni editori indipendenti, Sironi e Manni, ma, ahimè, non certo del potere del colosso Feltrinelli. Dopodiché, nel 2012, pubblica La fame delle donne, con il coraggioso Manni e non con Feltrinelli, libro che finalmente la porta al Premio Strega, senza però condurla alla rosa dei 12 semifinalisti.

Infine pubblica altri due lavori per Feltrinelli, ma nella collana digitale Zoom, dunque non in cartaceo. Ultimo suo lavoro, nel 2013, esce con Barbera.

Credo che esposta così la situazione sia molto chiara, dunque non voglio esprimermi a riguardo. La sola cosa che mi preme mostrare è la grandezza della scrittura di Marosia Castaldi, e farlo dal suo bellissimo romanzo Che chiamiamo anima, perché è stato proprio lo sconfinato talento di Marosia Castaldi a penalizzarla, è inutile girarci attorno. Certe volte è giusto dire le cose come stanno e fare giustizia, e Marosia Castaldi ne merita tanta di giustizia, perché scrittrici del suo calibro andrebbero celebrate, non messe da parte.

Il problema di Marosia Castaldi? Non è una scrittrice da definirsi commerciale. La sua scrittura, elegante ed evocativa, è complessa non certo per le parole utilizzate, ma per lo stile poetico che rende la narrazione una danza. Inoltre non può essere di certo definita un’autrice da trama, ma di voce, una voce autoriale non facile da capire, perché nella scrittura di Marosia o ti ci tuffi e ti fai portare via, come dalla corrente di un fiume, oppure resti immobile a contemplare un orizzonte che non comprendi e di cui hai paura tanto è immenso. Ultimo aspetto, ma di certo fondamentale, Marosia Castaldi scriveva davvero con il cuore: ma non il “cuore” inteso da molti aspiranti scrittori, ovvero un modo per giustificare il loro scrivere con faciloneria; no, le pagine di Marosia Castaldi sono pregne del suo cuore, del suo sangue, della sua anima. Ogni evento, senza mai cadere nel melodramma (che invece piace tanto alle persone educate a suon di fiction e telenovelas), è carico di un dramma che mozza il fiato, un dolore così forte e al contempo tenero che non sembra finzione ma qualcosa di vero, di intimo, di vissuto.

La scrittura di Marosia Castaldi, seppur totalmente diversa da quella di Kafka, come la sua è arte pura, e sapete quanto io raramente definisca arte la letteratura: una cosa è la creatività, una cosa la bravura, una cosa la genialità, una cosa è l’arte, e Marosia Castaldi ha scritto arte. Non la si dimentica più. La sua scrittura non trasforma la realtà, ma la squarcia: apre una ferità nel mondo reale e porta il lettore in un vortice di sentimenti, di lacrime, di sorrisi, di anni perduti e sogni rincorsi.

Questa scrittrice va assolutamente recuperata e celebrata!

Ma basta parlare, mi sono dilungato molto, ma era necessario. Come sempre voglio che sia la scrittura di Marosia a parlare, e vi avviso che l’articolo sarà lungo, dunque mettetevi comodi e godetevela.

Che io ho un cuore un cervello due orecchie due polmoni un fegato e acqua che ho una milza due reni due braccia due piedi e un’anima. Che tutta questa anima questi piedi questi polmoni questi nervi questi gangli questa acqua questo sangue non mi riguardano. Non sono io la loro casa. Che l’unica cosa che ho è un album di fotografie. Non so se sono io uno di quelli fotografati. Probabilmente è l’unica cosa che sono riuscita a prendere da qualche parte mentre scappavo da qualche altra parte. Che presi una nave che andava in America e vivo in una piccola città del Middle West. Qui non ci sono i segni della guerra. Ci sono le réclame e distributori di cibo. Vivo in una casa di legno con l’uomo che mi ha portata qui.

Ogni tanto vado nei sobborghi della città. Capito in una radura incendiata dal sole. In mezzo al rosso delle rocce e al verde cupo degli alberi c’è una casa da cui colano bagliori di sangue. Busso e viene ad aprire una donna. Mi guarda senza dire niente e va a sedersi in fondo alla stanza. Ha davanti a sé un lembo di coperta con un buco al centro. Dice che è l’unica cosa che le è rimasta della sua casa della sua storia del suo passato. Il tempo passa e la coperta è sempre più lisa e lei deve rimediare rammendare rimettere insieme i fili tessere con i fili tutte le mani che hanno toccato la coperta tutti i corpi che ha riscaldato tutti i bambini che ci hanno dormito tutti i vecchi che ci sono morti tutte le mani di donna che l’hanno rimboccata tutte le parole sussurrate nel letto su cui era posata. E sono anni e anni è un lavoro gigantesco non ce la faccio a sostenerlo da sola sulle spalle ma questa, dice, è la coperta tramandata. L’unica cosa che le resta del passato. E polvere e polvere.

La coperta ha un buco al centro. “Tutto è cominciato da qui, da questo buco – dice – e quando l’ho visto ho pensato che ho questa casa queste montagne questi mobili questa caffettiera due sedie un tavolo la mia solitudine da far sedere al tavolo e tutta questa solitudine queste montagne questa casa questi mobili questa finestra non mi appartengono non sono io la loro casa ma se anche la coperta si distrugge non avrò più niente e mi sono messa con l’ago e i fili a cercare di ricucire il buco. Ma non so cucire – e mi mostra il buco – non faccio che allargare il buco.” Si mette a ridere e la sua faccia diventa bianca. “E se non me ne importasse niente di tutti questi fili delle mani delle donne e degli uomini dei bambini del passato e di tutta questa polvere?” Ride e scuote la coperta che sembra aver accumulato secoli di polvere e anche la polvere si colora di sangue. Il sole non smette di lacerare la stanza.

Poi china le spalle smette di ridere e si piega di nuovo come una brava serva di Dio sulla coperta abbandonata per terra la raccoglie con fatica la tira su e la ridepone su una sedia. Il buco è assai tormentato e per terra giacciono ovunque frammenti di filo.

Prende un paio di forbici e con un gesto deciso mi fa segno di sedere. Punta dritte le forbici al cuore del buco e lacera con un sol colpo tutto il rammendo fatto. “Bisogna stroncare. Stroncare alla radice” sibila. Le vedo di nuovo sulla faccia una risata satanica e inutile.

Mi siedo accanto a lei e ci mettiamo di nuovo a imbastire i fili là dove lei ha lacerato. Ogni tanto guardiamo il lavoro fatto. Ci guardiamo in faccia e non sappiamo che dire perché non sappiamo cucire. Il rammendo è orribile.

“In città deve esserci qualcuno in grado di riparare una coperta,” dico.

“Chi vuoi che lo faccia più? E poi nessuno sa quante mani quanti sospiri quanti sussurri voglio mettere dentro questo buco. Si limiterebbero a copiare i fiori da una parte e a rimetterli qui al centro e io mi troverei con una cosa che non mi appartiene più, uno straccio su cui non si è fermata nessuna carezza nessuna violenza. Niente di niente. Niente altro che polvere.”

Ancora vivi? Fate un bel respiro. Ecco!

La prima impressione, solitamente, è: «Cos’è successo?».

Marosia ci travolge in qualcosa di irreale, eppure lo avvertiamo reale, proprio come quella cosa in noi che chiamiamo anima, sentiamo che c’è ma non la vediamo, non possiamo toccarla e non ha piedi non ha mani non ha cuore non ha polmoni non ha acqua eppure tu sai che hai le mani e hai un cuore e due polmoni e tanta acqua e un’anima grande come un buco in cui vuoi mettere altre mani e altri occhi e altre bocche e le tue parole e le parole di altri tutte le parole e tutto il tempo.

La metafora della coperta e del buco è poi ovvia, no? Si tratta della nostra vita, della nostra anima, di ciò che siamo, di ciò che abbiamo vissuto e viviamo, di tutto quello che desideriamo, di tutto ciò che ci ferisce, di tutto ciò che ci forma. Ma non è una metafora, è una situazione reale, per questo risulta a noi dolorosa. Lo sentiamo nella pancia quel buco, le sentiamo sulla pelle quelle mani.

Ma attenzione, non stiamo parlando di una storia puramente onirica, affatto, questa è la storia di Doroty Malone, una donna che del proprio passato ricorda solo se stessa da bambina sepolta sotto una marea di corpi, in un paese in guerra di cui non ricorda il nome, così come non sa neppure il proprio vero nome. Sa solo di essere sposata con Joseph Malone, l’uomo che l’ha accolta e che si occupa di lei. Con sé ha un vecchio album di foto appartenuto a una bambina, la sola di cui ricorda il nome: Elvira.

La vicenda di Doroty inizia con un processo. Tutto il libro è un processo a Doroty Malone, alla sua vita, e in esso sono coinvolte le persone che ha incontrato e a cui puntualmente ha dato un quaderno su cui scrivere qualcosa di loro: quaderno che ricostruirà le vicende di Doroty Malone.

Ma della trama non voglio svelarvi di più. Continuaimo a leggere Marosia.

Ci vado sempre al tramonto e la casa nel silenzio della valle stilla sangue in mezzo al bruno degli alberi. All’interno un grande bianco e polvere e silenzio. Ogni volta trovo la donna più bianca. La polvere le si sta calcificando addosso. Sta diventando di pietra. I suoi gesti sono sempre più lenti. Fa sempre più fatica ad alzarsi a preparare il tè a risedersi a raccogliere la coperta a prendere le forbici e i fili a tendere le braccia a torcere i polsi a manovrare le dita a dirigere gli occhi. Tutto le sfugge di mano. È di una lentezza esasperante. Anche la bocca si è pietrificata in un’espressione indecifrabile. Uguale. Sta diventando una statua di gesso.

Mi siedo giorno dopo giorno e vedo giorno dopo giorno il suo corpo solidificarsi. Il sangue si sta prosciugando lentamente. Ogni tanto solleva le palpebre pesanti e grigie e scopre il fuoco degli occhi che non riescono a spegnersi. Sono l’unica cosa mobile del viso. Non va più in paese a fare la spesa. Non si mostra più altera alla gente che spettegolava al suo passaggio. Buon giorno signora… Cosa desidera oggi la signora?… Ma come fa a mangiare tutta questa carne signora?… Comunque è tutta roba di prima scelta, soprattutto per una come lei, vero signora? Con la parola “signora” le dicevano puttana straniera figlia di nessuno. Ora non va più. Le porto io da mangiare del pane morbido del formaggio molle dei brodini. La imbocco col cucchiaio. Ogni boccone deve compiere un lavoro enorme per attraversare la cavità della gola, dell’esofago, e arrivare alla caverna dello stomaco le cui pareti sono impermeabili al cibo. Non riesce a trasformarlo. Al suo sangue non arriva più nutrimento ma non dimagrisce. È sempre uguale. Fa fatica a parlare e diventa sempre più grande come se la mancanza di cibo non la debilitasse.

È la pesantezza che le grava sul corpo a stancarla.

Mentre agucchiamo intorno al buco comincio a chiederle: “Ma cosa sta succedendo, Rose?”

Mi guarda e non risponde, guarda di nuovo la coperta.

“Insomma, Rose, mi vuoi spiegare perché diavolo ti stai pietrificando? Ti rendi contro che non è normale?”

Abbozza una specie di sorriso distendendo le labbra bianchissime in una smorfia mostruosa. Era bellissima solo quando se ne stava immobile intenta alla coperta, come uno di quei bassorilievi del Partenone in cui un corpo di donna è completamente avvolto dalle spire di un vestito di pietra. Anche a Rose cadrà la testa e si depositerà nelle spire della coperta di pietra.

“Allora, Rose – dico sempre più impaziente perché il brodino si sta versando tutto sul suo e sul mio vestito e mi affanno a pulire con uno straccio ma sono così nervosa che non faccio che estendere le macchie di unto e penso che Joseph mi aspetta che in paese sparlano di me che mi sono quasi ricostruita una vita e ora la sto sprecando dietro questo ammasso di macerie – allora, mi vuoi dire che succede?”

La strattono violentemente una spalla. Un pezzo cade al suolo e si fa in mille pezzi. La mia mano è bianca e piena di polvere. Mi tiro indietro. Ho paura di un contagio corro in cucina prendo una pentolina la riempio d’acqua. Nell’acqua con un cucchiaio raccolgo i frammenti terrosi e cerco di fare un amalgama duro. Glielo reimpasto sulla spalla e urlo fino al soffitto insomma Rose mi vuoi spiegare cosa sta succedendo?



E cosa sta succedendo?

La realtà si trasforma, come nella scrittura di Bruno Schulz, ma se nei capolavori di Schulz ci troviamo dentro una realtà magica, seppur gonfia di malinconia, qui tutto ciò che accade è estremante doloroso: cadiamo a pezzi assieme a Rose, viviamo l’ansia e la paura di Doroty Malone.

Questo accade non solo per la bravura di Marosia Castaldi a usare le parole, ma per la sua estrema sensibilità che rende cariche le pagine della sua anima.

Mi precipito verso la porta la apro il fumo mi investe mi getto sul lavabo con un secchio e getto acqua sulle fiamme getto secchi e secchi. Sono esausta non ho detto neanche una parola. Il fuoco è finalmente spento. La cucina è annerita il fumo ci avvolge per terra giace bruciacchiata la coperta che è ormai solo un buco gigantesco.

“Perché hai fatto questo, Rose?”

“Non me ne sono accorta…”

“Aspetto un bambino, Rose.”

“Aiutami a morire Doroty.”

“A morire?”

“Sono già di pietra lo vedi anche tu Doroty Malone.”

Sì, vedo le pieghe del vestito e il viso ormai fatti di pietra, di una pietra bianca come il gesso.

“Ti ho spiegato il senso per me di questa coperta, te l’ho fatto capire a poco a poco e tu hai capito che quello che esiste non è quello che vediamo ma quello che non vediamo che la verità non era nella coperta ma nel buco ti ho insegnato a sentire il rombo dei cavalli e tu hai capito che il paradiso non è in alto ma nel basso più basso dove sono tutti i resti i relitti le macerie le ossa le voci i morti inascoltati inutili sai che i cavalli portano in groppa quei morti cosa ho ancora da fare qui?”

“Ma io aspetto un bambino Rose e tu sei l’unica con cui posso parlarne, l’unica che può capire che io non ho un passato e che sono stretta in questo presente come in una camicia di forza, forse per questo odio il Middle West, la terra di mezzo senza passato e senza futuro ma io ora aspetto un figlio Rose non puoi lasciarmi.”

Vorrei continuare, ma rivelerei qualcosa di importante. Peccato, perché se questa parte è meravigliosa, dolorosa al punto da sentirla tutta nelle ossa e voler continuare assolutamente la lettura, nonostante faccia male, il seguito davvero mozza il fiato.

Ci sono tante altre parti di questo capolavoro che vorrei mostrarvi, ma nel farlo vi rivelerei troppe cose. Ne ho selezionate altre due: una in cui incontriamo altri due dei tanti personaggi del libro; un altro in cui ritroviamo Doroty Malone, molto più avanti nella storia, e altri personaggi.

“Mi chiami come vuole: sua eminenza, sua eccellenza, signor pinco pallino… io in fondo non mi formalizzo signor Moreno non siamo mica ai tempi della grande inquisizione. Questa è un’inquisizione piccola piccola, niente di serio…”

“E allora perché sono qui?”

“Perché gli edifici sono stati imbiancati ripuliti ci vuole ordine nel caseggiato lei capisce e se lei, sì dico, se lei…”

“Se io?”

“Se lei si mette a scrivere sui muri dell’Ala Nord… ecco non so come dire… non dà un buon esempio. Ma come? – e Fermhatt si alza gira per la stanza gira intorno al tavolo si ristravacca sulla sedia sputa per terra e si fa rosso – …noi ripuliamo e lei sporca? Se tutti facessero così saremmo al punto di partenza non le pare Moreno? C’è già tanto da fare con tutte queste ruspe e questi camion che lavorano ogni giorno per ingrandire ingrandire con tutti questi immigrati che da dove vengono poi? Non si capisce più niente: chi è andato chi è venuto chi è tornato chi è restato chi è emigrato chi è immigrato bisogna dare un contenimento fare ordine separare distinguere non le pare Moreno?” E Fermhatt fa grandi gesti fendendo l’aria con le mani come se volesse tagliare gole corpi braccia anime mani terra pietre binari tubi del gas condutture dell’acqua sventrate corpi città paesaggi per poi ricomporli nella sua mentre e sopra una carta e sopra la terra.

Si spezza un uomo come si spezza il pane. Si spezza l’orizzonte come si spezza un’anima come si spezza l’erba come si spezza l’acqua come si spezza un fusto una foglia un colore come si spezza un tubo come si spezza un corpo come si spezza una gamba un tronco una barca. Si spezza il mare come si spezza un’onda come si spezza la terra come si spezza il sangue. Si spezza una donna come si spezza il pane come si spezza un fucile un vetro una lancia come si spezza un diamante come si spezza la roccia come si spezza il cielo come si squarcia la terra come si squarcia un respiro come si squarcia un grido. Si spezza un bambino come si spezza il pane come si squarcia uno sguardo un’anima un filo come si squarcia Dio come si squarcia il buio come si squarcia una torre come si squarcia la morte come si squarcia la vita. A terra bruciata si cuciono i pezzi. Si cuce la terra si cuce il pane si cuce l’acqua si cuce un uomo una donna un bambino.

…Si spezzano i fili urlano gridano tutti macchiati di polvere e sangue. Il filo non tiene l’ago si spezza la forbice incombe su chi cerca una mano un viso due braccia. E la terra. La terra trema la terra urla la terra ingoia i suoi frutti perduti richiude nel grembo i frammenti disfatti e oh figli oh figli.

…Quest’uomo grosso imbottito di birra con i vestiti stazzonati e i piedi stravaccati su un tavolo qui davanti a me per lui non fa differenza tra inferno e paradiso purché ogni mondo e sottomondo abbia le sue regole io non credo esattamente signor…

“Mi chiami Fermhatt.”

Qui partiamo da un dialogo che sembra normale, eppure man mano Marosia ci trascina in qualcosa di più profondo, un mondo che va al di là del mondo ordinario e in una questione ben più complessa di quella di cui sembra stiano discutendo Fermhatt e Moreno.

Come in Kafka, ma in modo diverso, anche qui c’è una società, un mondo, fatto di doveri tanto strazianti quanto gelidi nella loro formalità, e bisogna rispettarli questi doveri, non bisogna andare contro le regole, non bisogna neppure essere individui, avere un’anima.

Come si trasforma il dialogo in un sublime monologo interiore è un capolavoro stilistico, eppure dal ritmo capiamo che non si tratta di una scrittura tecnica, ma di pancia, viscerale ma al tempo stesso controllata perché intima, incarnata.

Ogni parola non è mai a caso, eppure Marosia la fa giungere spontaneamente al momento giusto e la colloca nel posto giusto, lì dove deve essere: una capacità solita dei poeti, e Marosia è una poeta, ma la sua poesia si fonde alla narrativa e ne regge persino il respiro, pagina dopo pagina.

Ultimo estratto che voglio mostrarvi, vede di nuovo esposta Doroty Malone, e con lei altri personaggi che incontreremo nel romanzo. Poi purtroppo dovremo fermarci, per non svelare troppo.

Sono stesa immobile con una flebo infilata nel braccio e Lu e Tsu e Cipriano schierati ai piedi del letto. Cipriano se ne sta di fronte a un finestrone canticchiando la sua filastrocca con un mazzo di fiori sgualcito in mano. Lu se ne sta immobile con la faccia pallida e Tsu si sta dando da fare per rassettarmi il cuscino accarezzarmi la fronte chiedere a un’infermiera che le dia un vaso qualcosa per metterci quei fiori tutti spampanati di Cipriano.

“Timoty… Elvira…”

“Ehi Lu… ha detto qualcosa”, dice Tsu.

“Che cosa?”

“Sempre gli stessi nomi… Timoty… Elvira. Non vedi che ha gli occhi sbarrati? Sembra morta ma parla e il cuore batte… sembra fuori di sé un’altra volta. Sarà ancora una conseguenza della botta che ha preso su quel maledetto marciapiede.”

“Sarà…” dice Lu ma lui sa che la botta non c’entra niente. Lui che ha passato tutta l’infanzia nascosto dietro a un libro o a un quaderno per difendersi dalla solitudine quando c’era quel maledetto ristorante cinese e poi dal pensiero della gambe aperte della madre e di lei che si trucca per andare a fare proprio questo: aprire le gambe davanti a degli sconosciuti e dal pensiero che lui non era in grado di fare nulla perché lei non andasse e che lui era un vigliacco e lei una puttana e che c’erano altri mestieri in fondo, che lei poteva fare la donna delle pulizie, se non c’era di meglio e che lui avrebbe potuto fare il lavapiatti in un ristorante, se non c’era di meglio… era colpa sua se sua madre faceva la puttana e lui avrebbe potuto spicciarsi a fare qualcosa invece di stare rintanato nelle pagine per difendersi dalle frustate. La conosceva bene lui la colpa. Conosceva quel sentimento arido e sottile per cui la vita degli altri ti pesa addosso come un macigno e non te ne puoi liberare più. La conosceva bene lui la colpa che gli pesa addosso per il mestiere che fa sua madre la conosce la colpa che Malone sente su di sé per la morte del piccolo figlio per questo l’ha dimenticata. Lu Sun ha capito che la vita degli altri può vivere dentro Doroty Malone solo attraverso quel quaderno. Quel quaderno è la sua porta aperta. Senza quel quaderno Timoty l’avrebbe schiacciata o lei si sarebbe schiacciata da sé perché non ci sarebbe nessuna altra voce a toglierla da quell’assillo costante: sei stata tu sei stata tu… sì, sono stato io sono stato io… È colpa mia se tu vai in strada ad aprire le gambe davanti a tutti… è colpa mia se non ti guardo mentre esci… Lo conosceva bene tutto questo Lu Sun e sapeva che in quel quaderno c’era l’anima disintegrata mai libera di Doroty Malone, che solo lì dentro, nelle storie degli altri, lei trovava quello straccio di identità che aveva perso e che voleva continuare a perdere nei modi più assurdi come andare a sbattere la testa contro un marciapiede inforcando a tutta velocità una bicicletta senza freni.

Ecco, come detto mi fermo qua. Voglio solo farvi notare come nell’ultima parte Marosia Castaldi mostra quel bisogno profondo che porta una persona a scrivere, almeno quando scrive davvero, come lei.

Spero che tutti voi possiate recuperare questo libro, come io cercherò di recuperare gli altri libri di Marosia Castaldi, spesso introvabili. Spero che tutti noi ci si possa muovere per far ristampare e conoscere i libri di questa meravigliosa scrittrice, abbandonata proprio perché non ha voluto corrompere la propria scrittura ai moderni dogmi della narrativa. Ha preferito continuare a fare la scrittrice, ed è stata lasciata sola.

Come detto all’inizio ci sono varie colpe in situazioni simili, anche di noi lettori, talvolta, perché abbiamo il dovere di insegnare alle persone a leggere e a leggere bene, solo così scrittrici complesse e straordinarie come Marosia saranno comprese e desiderata da molti, trovando il posto che meritano e che dovrebbe loro spettare di diritto nel panorama editoriale italiano.

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