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il doloroso punto di vista di un emarginato

Essendo la vigilia di Natale probabilmente ci si sarebbe aspettati che parlassi di A Christmas Carol del grande Dickens, ma sarebbe stato troppo scontato. Ho preferito scegliere un libro che, in un certo senso, accusa allo stesso modo, se non con maggior brutalità, l’ipocrisia della società che proprio durante le feste emerge in tutto il suo impeto.

Il libro in questione è L’ultimo giorno di un condannato a morte, capolavoro di Victor Hugo scritto nel 1829, in cui sono narrati gli ultimi giorni di vita di un prigioniero del carcere di Bicêtre. Una critica diretta, spietata, fatta da Hugo nei confronti dei bagni penali e della pena capitale, ma non solo; in questo libro si nota un’accusa estesa all’intera società francese in cui la vita umana, quella degli ultimi, non aveva alcun valore: tema da lui trattato in ogni suo capolavoro, ossia l’estremo divarico fra le classi sociali.

Del condannato in questione non sappiamo di preciso la classe sociale, ma dalla descrizione della sua famiglia possiamo immaginare non sia di un ceto autorevole, benché non si tratti neppure di un poveraccio, ma la sua condizione di forzato, peggio, di condannato al patibolo, lo rende una nullità, non altro che immondizia sociale, un cane rognoso sbeffeggiato dal popolo stesso. Continua a leggere il doloroso punto di vista di un emarginato

Giuseppe montesano: una voce autoriale inimitabile

Si dice che saper far ridere e al tempo stesso riflettere sia la cosa più difficile nella narrativa, e io credo sia vero. Non basta essere comici, bisogna essere intelligenti, acuti, colti e audaci.

Una voce grottesca e irriverente, perché di questo stiamo parlando, sa rompere ogni schema perché li conosce pienamente. Sa creare la follia rendendola lucida, il demenziale diventa reale, persino edificante. È un vortice caotico ma consapevole, come le opere di Escher in cui tutto appare disordinato, ma, invece, sono di una precisione tale da non solo affascinare chi le osserva, ma da interrogarlo.

È questo il caso di Giuseppe Montesano, gradissimo scrittore napoletano classe 59.

Professore di filosofia, scrittore, critico letterario e traduttore, Montesano è stato finalista al Premio Strega, ha vinto il Premio Napoli con Nel corpo di Napoli, ha meritato il Premio Viareggio per la narrativa con Di questa vita menzognera, nonché il Premio Selezione Campiello. Il suo saggio, Lettori selvaggi, ha vinto il Premio Viareggio per la saggistica. Ha inoltre curato con Giovanni Raboni l’edizione delle Opere di Charles Baudelaire per I Meridiani: poeta a cui ha dedicato anche un romanzo intitolato Il ribelle dai guanti rosa.

Giornalista per Il Messaggero, Il Mattino, Diario e Lo straniero, nonché collaboratore presso la scuola di scrittura Lalineascritta, della scrittrice Antonella Cilento, Montesano è un uomo che ha dato e dà tutto se stesso per la letteratura, e il libro Lettori selvaggi ne è la prova. Ma in questo articolo voglio parlarvi del suo libro d’esordio: A capofitto, edito dapprima, nel 1996, da Edizioni Sottotraccia, poi nel 2001 da Mondadori. Continua a leggere Giuseppe montesano: una voce autoriale inimitabile

il punto di vista è un patto con il lettore

In narrativa una delle cose più difficili da gestire è il punto di vista della storia. Con quali occhi guardiamo ciò che accade sulla pagina? Chi sta raccontando la storia? È un punto di vista affidabile? Ci sta raccontando oggettivamente quanto accaduto, oppure gli eventi sono filtranti dal suo essere un individuo?

Spesso scrivendo si dimentica che i personaggi, tutti i personaggi, hanno un proprio vissuto, una propria formazione, e in quanto individui risponderanno in modo diverso a un evento esterno, così come lo racconteranno in modo diverso: appunto a seconda del proprio personale punto di vista.

Un sadico e un uomo mite osservando un omicidio non risponderanno interiormente allo stesso modo, così come non potranno raccontarci l’evento alla stessa maniera. Un uomo che ha vissuto un tradimento non lo racconterà al pari di chi ne ha solo sentito parlare, e così via.

Quando scriviamo è necessario focalizzare sempre chi sta raccontando la storia, perché noi siamo gli scrittori, non i narratori delle nostre storie. Non dobbiamo mai permettere che i nostri pensieri sostituiscano la voce narrante.

Sembra una cosa facile, ma non lo è, anzi, è forse la cosa più difficile quando si scrive, perché richiede un forte distacco pur restando totalmente dentro i nostri personaggi.

Non sono un maestro di scrittura creativa, anche se oggi molti si attestano tali dopo qualche minuscolo corso, dunque preferisco che a parlare del punto di vista sia il grandissimo Yasunari Kawabata, Premio Nobel per la letteratura nel 1968.

Uno dei suoi racconti, Le ossa di Dio, è un capolavoro che mostra pienamente come utilizzare il punto di vista narrativo nonché come gestire il tempo di una storia. Un racconto di a malapena tre pagine in cui c’è tutto: prova che quando si ha la padronanza dello strumento si può dire tanto, tutto, in poco spazio. Continua a leggere il punto di vista è un patto con il lettore

Il bisogno intimo di raccontare una storia

È curioso vedere come negli ultimi anni il panorama editoriale italiano sia pieno di romanzi autobiografici, basti pensare a molti dei libri finalisti nelle ultime edizioni del Premio Strega, fra cui, esempio eclatante, La più amata, scritto da Teresa Ciabatti, libro in cui l’autrice non cela neanche minimamente la natura autobiografica del testo, e lo si capisce anche dall’incipit: Mi chiamo Teresa Ciabatti, ho quattro anni, e sono la figlia, la gioia, l’orgoglio, l’amore del Professore.” Il Professore è Lorenzo Ciabatti, primario dell’ospedale di Orbetello.

Alla luce di un simile incipit viene da chiedersi dove sia finita la creatività e la voglia di inventare storie e personaggi, e se gli scrittori di oggi non siano solo vittime di un malsano egocentrismo che li pone al centro del testo.

Non possiamo scrivere se non partendo da ciò di cui abbiamo fatto esperienza, è vero, ed è altrettanto vero che le opere più belle racchiudono le profonde inquietudini di chi le ha scritte, così da dar vita a quello che Julio Cortázar definiva Il nucleo atomico di una storia; ma da sempre un autore trasfigura le proprie emozioni e se stesso in personaggi e storie, mette se stesso a servizio della pagina, e non al centro di essa. Basti pensare a Kafka. In opere come La metamorfosi, La tana o Il digiunatore sono ben evidenti le inquietudini personali dell’autore, eppure camuffate, trasfigurate. Ecco perché riescono ad angosciare chiunque, perché Kafka ha saputo, come tanti altri maestri della letteratura, donare al lettore ciò che è suo senza tenerlo per sé, rendendolo universale, diversamente da altri che preferiscono usare un libro solo per autocelebrare se stessi o innalzarsi su figure famigliari che hanno fatto loro del male. Continua a leggere Il bisogno intimo di raccontare una storia