Progetto editoriale: Cattedre, vicoli e polacche

Il giorno in cui il bidello Geppino condusse frenetico e ansioso l’intero corpo docenti nella 3ͣ F fu quello in cui ebbe inizio la più dura inchiesta inquisitoria che l’Istituto Isabella D’Este avesse mai visto. Su una parete dell’aula, a caratteri cubitali, era stata rinvenuta la scritta: “A Sisto De Mare piace il cazzo, e pure a sua madre”, sovrastata da un enorme, imponente fallo disegnato in modo elementare.

Come previsto, Sisto De Mare subito chiamò suo padre, e il genitore come risposta mandò immediatamente il proprio legale a scuola.

Non era solo una semplice marachella, no, il nome e cognome parlavano chiaro, in quella scuola non esistevano altri Sisto De Mare. Era pura diffamazione. Punibile con l’articolo 595 del Codice Penale. E che volevamo fare noi professori, essere complici in forma omissiva? Non lo sapevamo a cosa andavamo incontro? Eppure avevamo studiato, no? C’erano multe, la galera, e di sicuro avremmo perso il posto.

Non era una cosa da scherzarci su, la vittima era un minore, e fragile, sensibile, un’anima che si stava appena affacciando alla vita. Di sicuro aveva riportato dei traumi. E se fosse diventato omosessuale a causa di quella calunnia? Avrebbe potuto anche suicidarsi, ne eravamo consapevoli? E poi la madre! Con quali occhi adesso il bambino avrebbe visto sua madre? Nel vederla non si sarebbe forse chiesto se quella scritta non corrispondesse al vero? Avrebbe potuto sviluppare il complesso di Edipo, addirittura ucciderla. La sapevamo noi la storia di Ed Kemper? E quella di Ted Bundy?

C’erano i traumi, i danni, la reputazione. C’era tutto! Tranne il colpevole.

Il preside Sodano era stato chiaro: o gli portavamo il colpevole, oppure potevamo scordarci permessi, giustificazioni per i ritardi, extra o ferie, a ogni malattia ci avrebbe mandato il medico di controllo, a qualsiasi ora. Avevamo sulle spalle il buon nome dell’Istituto Isabella D’Este.

Dapprima fummo tentati di addossare la colpa allo spettro della Pirozzi, ma la famiglia del De Mare chiedeva risultati immediati, mente il Papa aveva risposto alla Perpetua che non avrebbe potuto mandare lì una squadra di esorcisti prima di una settimana, perché c’era il campionato di calcio.

Solenne e implacabile come Torquemada, il preside Sodano aveva istituito in tutta la scuola una serie di spie, aveva pagato gli alunni più devoti, in particolare quelli della 3ͣ A, per portargli informazioni. Non aveva lesinato neppure di offrire le opere di Gramsci nella prima edizione de I Meridiani al diciottenne Renato Curcio, pur di stanare il colpevole.

Noi docenti non ci davamo pace. Se volevamo continuare a fare assenteismo dovevamo trovare il colpevole o la colpevole che aveva offeso la dignità del giovane De Mare.

Ognuno di noi si dava da fare a proprio modo. De Blasio, in palestra, ai ragazzi li spaccava con le flessione e alle ragazze con la ginnastica. Nel farlo marciava davanti a loro, avanti e indietro, gli diceva che erano una squadra, che l’intera scuola lo era, dunque se uno sbagliava tutti venivano puniti, a meno che il colpevole non fosse uscito fuori.

Tondelli aveva scelto una via più filosofica, com’era prevedibile. Aveva incarnato le parole di Seneca: La principale e la più grave punizione per chi ha commesso una colpa sta nel sentirsi colpevole.

Quasi non parlava con i suoi alunni. A testa china, i capelli argentei che gli coprivano la faccia, li scrutava con muta attenzione, come se fossero tutti colpevoli. Aveva abbandonato il programma scolastico e leggeva di continuo le tragedie greche. Parlava loro di Agamennone che voleva fregare Achille, di Medea, di Edipo e di Filottete. Non contento spaziava nella letteratura inglese, leggeva loro Shakespeare. Lo sapevano che aveva fatto Aronne? E Macbeth? E Iago? E perché, vogliamo parlare di Claudio, lo zio di Amleto? Quello ha ucciso il fratello per fottergli il regno e si è anche fatto la moglie. Una volta era pure entrato in aula vestito da Sisto De Mare. Pallido, avanzava lento, gli occhi spalancati e colmi di angoscia sugli alunni che lo fissavano impietriti.

I ragazzi erano terrorizzati. Alcuni dicevano alla psicologa Tammaro che di notte facevano brutti incubi, roba di teste mozzate, gente legata, persone a cui strappavano la lingua. Ma lei di tutta risposta sorrideva con fare maligno e li fissava dritto negli occhi, per poi sibilare: «Forse è la tua coscienza che ti rinfaccia una colpa. Hai qualcosa da confessarmi?»

La De Gennaro, invece, in suo stile, aveva dato alla propria ricerca un tono delirante, diversamente dalla Perpetua che si limitava a citare la Bibbia: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.» Passava lungo le postazioni durante le lezioni pratiche di biologia. Prendeva campioni e provette e li agitava contro i volti dei suoi allievi: «Ci pensate che questo sperma sarebbe potuto diventare un bambino se qualcuno non lo avesse gettato via? Secondo voi quanto vale una vita?»

Nei momenti più epici afferrava qualche insetto imbalsamato e lo faceva volteggiare sotto il naso degli alunni: «A te piacerebbe essere schiacciato come un insetto? Ci pensi mai che con un solo passo, magari fatto per gioco, potresti calpestare centinaia di formiche? Insetti con una madre.»

La Corcione si era messa in malattia, incurante delle visite del medico fiscale che il preside Sodano le mandava ogni giorno.

Dalla De Sanctis che, al pari del professore D’Amore, si era mostrata contraria a questa rigida indagine che opprimeva la creatività dei ragazzi, avevamo saputo che il medico, suo amico, aveva trovato la Corcione rannicchiata in una trapunta a farfugliare: «Lui mio odia. Lui mi odia. Vuole me!»

Per quanto mi riguardava, avevo continuato con le mie solite lezioni e come sempre nessuno mi calcolava, tranne quando andavo nella 2ͣ A e trovavo Monica Luce, bionda e cerea, sempre pronta a rispondere a ogni mia domanda, al punto che avevo smesso di farne e avevo lasciato che fosse lei a guidare la classe.

Le poche volte che entravo in aula mi mettevo a giocare al solitario con le carte.

In ogni caso quella situazione durò fino a poco prima della metà di novembre. C’erano stati interrogatori tenuti nella sala professori, altri più rigidi avevano avuto luogo nella casupola del custode Gerardo Capesce: si vociferava di studenti entranti lì e che non avevano più fatto ritorno. Ma tutti noi nell’intimo e in totale silenzio attribuivamo la colpa a una sola persona, e quella persona era Mariarca Pezzella.

Aveva il movente, aveva i precedenti, e a detta di alcuni era stata vista aggirarsi davanti alla classe prima delle lezioni.

Ma inchiodarla non sarebbe stato facile. Inoltre nessuno osava anche solo pensare di mettersi contro la sua famiglia, e lei alle nostre violenze psicologiche e fisiche ci pisciava sopra, diceva. Non gliene fregava un cazzo. Continuava a starsene stravaccata durante le lezioni a masticare la gomma, a guardare il cellulare oppure a tormentare il malcapitato di turno. Ma il preside, perseguitato dalla famiglia De Mare, pretendeva dei risultati, ci minacciava con note di richiamo, contestazioni, provvedimenti disciplinari di ogni tipo.

Così un pomeriggio ci barricammo tutti nella sala professori, tranne la Perpetua, tenuta all’oscuro del nostro losco piano. C’erano con noi anche la De Sanctis e D’Amore, ovviamente fianco a fianco. La seduta durò più di un’ora, un tempo in cui nessuno di noi aprì bocca. A testa bassa ci spiavamo di sottecchi, attendevamo che qualcuno parlasse, che un eroe si addossasse la greve responsabilità di quella scelta che in cuor nostro tutti avevamo considerato e, infine, approvato, senza averla però proclamata.

Arrivati alle quattro del pomeriggio, esausto e affamato, mi alzai dalla sedia e accettai quel pesante fardello.

«Al diavolo!» sbottai. «Lo sappiamo tutti che è stato Gennarino Piscopo, no?»

Il corpo docenti si tirò su dalle sedie. Ci furono applausi, urla di gioia, capriole improvvisate da De Blasio, Tondelli che continuava a stringermi la mano e a citarmi i concetti di Platone sull’amicizia. La De Sanctis mi sorrise persino. D’Amore era dell’idea che io avessi salvato la vita a quella santa donna della Corcione.

Io invece volevo solo tornare a casa a studiare la polacca, magari mettere mano al romanzo.

Comunque fosse, il minuto e taciturno Gennarino Piscopo fu accusato del crimine ai danni del borioso e superbo Sisto De Mare e condannato a tre giorni di sospensione. Il piccolo Gennarino durante la sentenza ci osservava con occhi enormi e smarriti, sembrava stesse per piangere, ma nessuno di noi ci badò né lui osò replicare contro il nostro comune verdetto.

Era tornata anche la Corcione. Adesso sorrideva. Tremava e al contempo rideva.

Forse non fui il solo a pensare che l’atto di ribellione contro il potere economico e sociale di De Mare, e la sua stronzaggine, non fosse stato perpetuato dalla Pezzella, né da un alunno.

Ma la sera stessa, una volta a casa, accadde una cosa che mi distolse da ogni rimorso.

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