Progetto editoriale: Cattedre, vicoli e polacche

Devo dire che il nostro primo incontro, con lei, la polacca, avvenne in modo atipico e del tutto inatteso. Sceso in mutande dalle scale del soppalco, al buio, diretto in cucina per prendere una birra e sfuggire dalle risate e dalle urla di Irina e Svetlana, nel voltarmi la vidi: era un culo!

Avevo già notato in precedenza la luce accesa nell’appartamento di fronte, praticamente incollato al mio salotto, ma non avevo mai visto nessuno al suo interno, solo un cucina linda, immacolata, nuova di zecca.

E adesso davanti a me c’era un culo.

Dapprima mi stropicciai gli occhi. Forse era colpa della stanchezza. Magari tutta la situazione di Gennarino Piscopo e Rosaria Potenza mi aveva sconvolto, forse era colpa delle stronzate comuniste di Renato Curcio.

Non poteva essere un culo vero!

Di certo indossava una tuta, un fuson, un pantaloncino. Ma poi guardai bene, aguzzai la vista: era proprio un culo quello davanti a me, un culo da donna, un culo tondo, all’apparenza morbido, appetitoso.

La spiai svanire in fretta nell’altra stanza, ma non mi mossi, restai lì in attesa, e quando tornò aveva ancora il culo fuori. E il pezzo davanti. Cucinava con addosso solo una maglietta, incurante di me che la studiavo con ingordigia.

Era magra, chiarissima di pelle, aveva i capelli biondi e gli occhi azzurri. Di certo si trattava di una polacca, di sicuro lo era. Forse conosceva anche Renato Curcio. Probabilmente quella di cucinare con la vagina di fuori, pur indossando una maglietta, doveva essere una loro abitudine. Eppure era ormai ottobre inoltrato. Non faceva più caldo. Però era pur sempre nordica, no? Magari aveva le vampate! Ma perché allora togliersi le mutande e non la maglia?

Era un mistero a cui non riuscivo a venire a capo. Che mi stesse provocando? Di certo aveva visto più volte la luce del mio soggiorno accesa, con ogni probabilità mi aveva visto scorrazzare per casa. Il gatto! Il gatto di sicuro l’aveva notato.

Che fosse davvero un modo per sedurmi? Avrei fatto bene a uscire sul balcone e salutarla? Magari anche io nudo.

C’era però sempre il fatto che si trattava di una polacca. Non ne conoscevo altre. E se davvero quella fosse una loro usanza? Chi mi diceva che non stesse cucinando una pietanza tipica cui tradizione voleva si preparasse stando con la vagina scoperta?

Avevo bisogno di tempo, dovevo capire, prendere appunti. Magari consultarmi con Renato Curcio che di URSS ne capiva.

Rimasi lì finché andò a dormire, e la notte seguente ero di nuovo allo stesso posto, al buio, fottendomene dei compiti da correggere e del romanzo.

Stava sempre con la vagina fuori, e anche la sera successiva, e quella dopo e quella dopo ancora. Non sentivo più neppure le urla della bambina Tiziana né di Totore, né il pianto isterico della bimba Rosaria o le canzoni schifose della chiattona.

Ormai mi ero abituato a fare tutto al buio. Appena rincasavo correvo subito al balcone, mi nascondevo dietro la tenda, sotto al tavolo, mi raggomitolavo sul divano, occultato da una coperta. La osservavo bramoso. Ghiotto.

Andava sempre a letto presto, mai dopo le undici e mezza. Di certo la mattina si alzava alla buon’ora. Che lavoro faceva? Era una polacca! Che lavoro poteva mai fare una polacca? La badante, la barista, la cameriera, la serva?

Non lasciava intendere nulla della propria occupazione. Quando uscivo di casa per andare a scuola, lei già non c’era, e quando tornavo, alle quattro, dopo mezz’ora subito scendeva e rincasava verso le nove. Lesta dava da mangiare alla sua gatta, una micetta nera che non voleva saperne di comunicare con il mio gatto, e un attimo dopo spariva nell’altra stanza.

Io salivo sul divano, mi arrampicavo sui mobili, mi aggrappavo al lampadario e cercavo con ogni forza di scorgere qualcosa all’interno di quella camera, ma la porta socchiusa del balcone mi permetteva soltanto di vedere un misero ritaglio di luce.

Per fortuna, puntualmente, lei tornava svelta in cucina e aveva la vagina fuori. Sempre. Costantemente. E puliva, puliva, puliva. Non faceva che raschiare i fornelli, prima e dopo aver cucinato, sfregava lo sporco invisibile dai mobili, spazzava ovunque, correva da una stanza all’altra ora con in mano una scopa, ora uno straccio per lavare a terra, ora un secchio pieno d’acqua, sempre con la vagina scoperta. Indossava il pantalone del pigiama solo per andare fuori al balcone a stendere i vestiti appena lavati, cosa che compiva almeno tre volte a settimana. Non osavo immaginare quanta elettricità consumasse, la polacca, tra continue lavatrici e la lampada a ultravioletti che usava per la colata di gel sulle unghie, unico suo piacere oltre a ballare con la gattina, da lei presa per le zampette così da farla volteggiare assieme a lei nella cucina, ovviamente sempre con la vagina fuori. Era un centrale nucleare quella casa. Dove li prendeva i soldi per le bollette? Che si prostituisse? Ma gli orari non coincidevano con quelli di chi esercita il mestiere, inoltre a casa sua non avevo mai visto un uomo, né una donna. C’erano sempre lei e la gatta con cui ballava, mezza nuda.

Che si trattasse anche quella di un’usanza polacca?

Non mi davo pace. Ero dimagrito. Mangiavo velocemente, al buio. Mi lavavo i denti nel soggiorno mentre restavo con lo sguardo incollato alla casa della polacca, attento a ogni suo movimento, pronto a prendere appunti, creare vignette, fare congetture di ogni tipo, cercare una soluzione scientifica a quella sua vagina perennemente di fuori, il suo danzare con la gatta, la sua mania per le pulizie.

Intimorito da Curcio, mi consultai con De Blasio, visto che si era sempre dichiarato un gran conoscitore della natura femminile, ma lui, saputa la notizia, voleva venire a casa mia. Insisteva. Diceva che gli era necessario per capire e consigliarmi nel miglior modo possibile.

Infine, dopo il mio ennesimo rifiuto, la sola cosa che mi disse fu di uscire sul balcone con il membro in mano, attirare l’attenzione della polacca con un fischio e subito dirle: «Lo sai cos’è questo?»

Per mia fortuna non sapevo fischiare. Pensai che fosse il caso di studiare ancora, finché un nuovo dubbio attanagliò la mia mente: erano usanze polacche o solo di quella polacca?

Avrei avuto bisogno di più soggetti, almeno dieci! Dieci polacche da analizzare. L’età c’entrava? Sì, dovevano essere giovani, non più di trent’anni, come lei. Avevo bisogno di stendere una statistica: su dieci polacche femmine sui trent’anni, quante erano solite cucinare a vagina scoperta?

Anche il gatto c’entrava! Che per le polacche i gatti neri fossero divinità? Una sorta di Baal.

Dunque avevo bisogno di polacche, e di gatti. Ma dove trovarle? Come adescarle? E se anche ci fossi riuscito, come avrei fatto a esaminarle tutte? La questione richiedeva tempo, e dieci polacche non erano mica uno scherzo. Poi c’era il lavoro, e il romanzo. E chi me lo diceva che il segreto non si celasse proprio nelle ore in cui ero a scuola?

Avevo bisogno di alleati. Pensai persino a De Blasio. Oppure avrei potuto cercare di ingannare Curcio dicendo che di fronte a me c’era una comunista. Magari avrei potuto pagare qualche alunno, o ricattarli, minacciare di bocciarli. Con Gennarino Piscopo di certo sarebbe stato facile, ma pensai subito che non era affidabile, avrebbe scambiato la polacca per una delle sue dannate fate.

Non avevo scelta, dovevo reclutare barboni, pezzenti, gente che avrei pagato dieci euro a giornata. Ma dieci euro per nove barboni faceva comunque novanta euro al giorno, e io ne guadagnavo meno di cinquanta.

Il mio piano richiedeva un dispendio economico non indifferente, adesso lo capivo. Arrendermi? Ero a un passo da una delle più grandi scoperte della storia umana, a un soffio dalla perfetta catalogazione della specie polacca, e io volevo arrendermi a causa del vile denaro? Cosa avrebbero detto di me i libri di storia? Lo vedevo già Darwin sputarmi in faccia.

No, no, no! Dovevo chiedere un prestito. L’avrei chiesto all’alunno Sisto De Mare. Sarei diventato il suo schiavo. Tutto per sciogliere l’arcano della polacca. Ma un’altra e-mail del mio editor mi strappò via dal mio sogno di gloria.

Era arrabbiato, al quanto furioso. A detta sua avevo buttato nel cesso una settimana di lavoro. Ma che cazzo avevo fatto? I suoi appunti li avevo visti o no, eh? La scena di sesso! La sola e unica cazzo di scena di sesso in tutto il romanzo, e io mi ostinavo a fare di testa mia. Ancora con le mie stronzate psicologiche! Questo sono vent’anni che sbava per farsela, e quando lei gliela dà, tu che fai? Che fai? Nudi in un linguaggio da sempre conosciuto e tanto atteso? Ma a chi cazzo vuoi ammorbare la guallera! Che è ‘sta roba, eh? Questo sono vent’anni che se la vuole fare. Dobbiamo vedere che la sfonda! Il divano su cui stanno si deve spaccare, te l’ho scritto pure. L’ho sottolineato!

Replicai che nell’altra stanza c’era il figlio di lei, non potevano far rumore, dovevano essere discreti. Ma lui se ne fotteva del bambino. Che gli dessero i sonniferi! E se proprio li vuoi far scopare piano, vabbuo’, falli scopare piano, ma che scopino! Ma questo è chiavare, me lo dici? I loro corpi che si muovono all’unisono, l’armonia e chi t’è biv in cui esistono solo loro, sto cazzo di linguaggio nudo e poi cosa? Si ritrovano fianco a fianco ancora nudi? Ne’, ma quando li abbiamo visti fottere a questi? Show dont’t tell, show don’t tell! Li dobbiamo vedere scopare! E lui, poi, non può avercelo un fisico migliore? Non può fare palestra? Così facciamo che lei gli accarezza i pettorali torniti, no? E i capezzoli, ‘e zizze! Ce buo’ o no fa vasa’ ‘e zizz ‘e chest?

L’ardore del mio editor mi costrinse a trascurare il mio studio riguardante la polacca. Ero tornato sul soppalco. Scendevo appena potevo, davo giusto un’occhiata, annotavo tutto e poi tornavo a lavoro.

Come se non bastasse a scuola sorse anche il problema dell’enorme e mistica icona apparsa nell’aula della 3ͣ F.

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