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Progetto editoriale: Bambini in pausa

L’antologia Bambini in pausa, edita da Meligrana Edizioni, nasce da un’idea mia e di Carmela Manco, presidente della O.N.L.U.S. Figli in Famiglia. Scopo del progetto è dar voce ai bambini di San Giovanni a Teduccio (Napoli) e lasciare che ci raccontino come hanno vissuto uno dei periodi più strani del nostro tempo: la quarantena dovuta all’emergenza sanitaria.

Diciassette autori hanno cercato di elaborare disegni e temi creati dai bambini durante il lockdown, al fine di tramutare paure, gioie e speranza di ognuno di loro in diciotto racconti.

La paura di non vedere tornare le persone andate via, il bisogno di ascoltare un amico immaginario, la nostalgia del mare e dei primi baci, il terrore di essere dimenticati da chi si ama, le incomprensioni famigliari ma, soprattutto, la speranza di tornare a sorridere.

Sono solo alcuni dei sentimenti di cui gli autori si sono fatti portavoce, perché queste storie appartengono ai bambini, non a noi: storie che ci hanno fatto intuire quanto questo assurdo periodo sia stato capito solo da loro, capaci come sempre di cogliere i valori fondamentali della vita.

Bambini in pausa non è solo un progetto editoriale, ma un viaggio, un ideale.

Potrete acquistare il libro su Amazon e sul sito dell’editore, ai seguenti link. Il 50% sarà devoluto alle attività della Figli in Famiglia O.N.L.U.S.

Ringrazio tutti per il vostro sostegno.

Hanno partecipato al progetto: Giuseppe Meligrana, Carmela Manco, Francesco Costa, Gennaro Varriale Gonzalez, Monia Rota, Maria Masella, Laura Scaramozzino, Serena Pisaneschi, Mara Fortuna, Claudio Santoro, Elisabetta Carraro, Paola Giannò, Claudia Moschetti, Monica Gentile, Erna Corsi, Giovanna Esposito, Floriana Naso, Maria Concetta Distefano, Andrea Cinalli e Mario Emanuele Fevola.

Cliccando sul simbolo di Amazon (sotto la copertina) sarai riportato direttamente alla pagina del libro.

Progetto editoriale: Cattedre, vicoli e polacche

Zio Enzuccio sorrideva fiero di entrambe. Con le nipotine non lesinava in affetto, pensava a loro in ogni momento.

Appena vedeva la corpulenta Tiziana sfrecciare nel vicolo, seguita dalla minuta Rosaria, si aggrappava alla ringhiere e urlava: «Perniacchie’, te buò movere a sagli’ nngopp?»

La bambina Tiziana e la bimba Rosaria non si esimevano dallo scherzare con lui. Mentre continuavano a correre di vicolo in vicolo, la voce appena altina della bambina Rosaria si scagliava contro i palazzi: «‘O zio, ‘o zio, ‘o zio…», e nel preciso istante in cui il forzuto zio Enzo si protendeva nel vuoto e strillava un gioviale: «Che è, Rose’?», subito interveniva la bambina Tiziana che urlava: «Par ‘o cazz!», e un secondo dopo delle due bambine non restavano che risate disperse nei vicoli, mentre il caro zio Enzo brontolava bonario: «Sti’ doje cess!»

Si mostrava particolarmente legato alla piccola Rosaria, la bambina apprendeva avidamente da lui. Che si trovasse in strada a rincorrere la carismatica Tiziana, oppure al primo piano a rallegrale la solitudine di suo nonno con grida e risate isteriche, o ancora nella casa della nonna a sfuggire dalle minacce di morte o di pene corporali propinate da sua madre Marina, quando lo zio Enzuccio dal balcone diceva qualcosa o magari chiamava qualcuno, lei subito lo imitava. Ovunque fosse la si udiva ripetere le parole di zio Enzuccio con la sua voce stridente: «‘O Ge’, ‘o Ge’. ‘E bucchin! ‘E bucchin! Carle’, Carle’, te piacc ‘o pesc, te piacc ‘o pesc.»

Zio Enzuccio sorrideva commosso nell’udirla, talvolta pure io, anche se Marina nel sentire le grida di sua figlia non appariva altrettanto partecipe alla nostra gioia, forse invidiosa dell’affetto che la figlia riversava sullo zio Enzo, anziché su di lei.

«Rosa’, te ‘a sta zitt! Zitt! Nun c’a facc chiù a te suppurtà! Schiattete cu chella sfaccimm ‘e capp nnfacc ‘o mur!»

Oltre a lei, anche un’altra persona non pareva rallegrarsi del tenero e fanciullesco rapporto che univa zio Enzo alla bimba Rosaria: la polacca!

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Progetto editoriale: Cattedre, vicoli e polacche

Verso inizio serata finalmente feci la conoscenza dello zio Enzo. Il suo arrivo fu accolto nel Vico Cangiani al Mercato con urla di gioia, fischi, applausi e petardi fatti scoppiare in cielo. La bimba Rosaria, sul ballatoio, assieme alla bambina Tiziana, ora del tutto domata, saltava e batteva le mani mentre urlava il nome di zio Enzuccio, accanto alla dolce Nanà che stingeva la ringhiera con le sue delicate manone e guardava giù, in lacrime, il suo amato Totore pronto ad accogliere l’entrata in scena del tanto atteso zio Enzo.

Arrivarono due volanti dei carabinieri, ricevute subito da applausi e parole gioviali che incitavano il caro Enzo a farsi avanti e ai guardi di andarsene, possibilmente a fare i bucchini.

Non riuscii a scorgerlo bene, vidi solo una sorta di scimmione avvolto da una fiumana di persone che lo acclamavano, lo volevano toccare, gli porgevano bambini da accarezzare. Dai balconi donnone in pigiama e vecchie minute urlavano e battevano le mani, la chiattona bionda per l’occasione aveva messo su Carcerato di Mario Merola, Carletto penzolava da un paniere e applaudiva, il chiattone del garage corse ad abbracciare Enzuccio, senza curarsi della gente che calpestava. Nana’, dal proprio terrazzo, strillava: «Enzu’, Enzu’, ammor mio! Fratem carnale!»

Di Enzuccio inquadrai nitidamente solo una mano pelosa sbucare fra la folla, issata a salutare la sua sorella commossa.

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Progetto editoriale: Cattedre, vicoli e polacche

Iniziai a pensare che riguardo alla polacca fosse meglio chiamare la polizia, ma a scuola la visita del Presidente della Repubblica venuto lì per consegnare a Monica Luce la nomina di Cavaliere alla cultura, aveva di colpo frenato le mie ricerche.

Il preside era in fervore, per l’occasione aveva persino rispolverato un vecchio abito da sera appartenuto a Roby Facchinetti. Ci aveva ordinato di far sparire l’intera sezione F quando sarebbe arrivato il Presidente, a sostituirla avremmo messo dei piccoli cinesi, per l’esattezza centoventi, da lui affittati nelle botteghe a ridosso di Piazza Garibaldi per la modica somma di centoventi euro, praticamente un euro a moccioso. De Blasio aveva avuto l’incarico di ripulire la palestra dalle macchie di sangue lasciate sul pavimento dall’alunno Gennarino Piscopo e di attrezzarla come quella di Ivan Drago in Rocky IV. La De Gennaro doveva far sparire testicoli, peni immersi nella naftalina e qualsiasi altra schifezza nel suo laboratorio. Alla Corcione aveva ordinato di marcare malattia, guai se si fosse fatta viva lei e le sue cazzo di lacrime! Tondelli la doveva finire di dire stronzate, niente cazzate sulla riforma politica di Platone. Muto doveva stare! La De Sanctis e D’Amore semplicemente dovevano stare lontani fra loro: che nessuno sospettasse tresche amorose fra i docenti della sua scuola! Il supplente Giotto, forte di alcuni oggetti sacri appartenuti a padre René Chenesseau e a lui consegnati dalla Perpetua, aveva il compito di restare nei sotterranei e bloccare eventuali visite della Pirozzi. Alla psicologa Tammaro era stato consegnato in custodia Gennarino Piscopo, così da far vedere quanto lì all’Isabella D’Este avessero a cuore i diversamente abili. Io, invece, dovevo solo limitarmi a fare ciò che facevo sempre: essere mera tappezzeria nell’istituto.

Non ne potevo più di tutti quei preparativi, speravo solo in quella famosa lettera dal liceo classico Vittorio Emanuele II. Ma niente. Mancava quasi una settimana all’avvento del Presidente e la scuola era già in subbuglio. Tutti correvano a destra e a manca. Il bidello Geppino e il bidello Gigetto passavano di continuo lo straccio lungo i corridoi, raschiavano le scritte dalle pareti, avevano cosparso i cessi di candeggina. Il custode Gerardo Capesce aveva avuto l’ordine di prendere delle ferie. La sua casupola era stata praticamente rasa al suolo: bruciate le riviste e i DVD porno, gettate via le infinite bottiglie di vino, vuote e piene che fossero, e buttati in un vicolo tutti i mobili sfasciati. La casetta era stata messa a nuovo, tinteggiata e arredata con graziosi mobili Ikea, mentre per il santo giorno il custode Gerardo Capesce sarebbe stato sostituito con un allegro e soprattutto muto manovale serbo.

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Progetto editoriale: Cattedre, vicoli e polacche

I soli momenti buoni che mi erano rimasti li passavo a studiare la polacca. Irina e Svetlana ormai neppure più le sentivo, assuefatto com’ero ai loro versi. La bambina Tiziana e la sua famiglia erano ulteriore materia di studio.

Avevo quaderni per la polacca e quaderni per la bambina Tiziana. Annotavo tutto, avidamente, e quando finivo i fogli scrivevo sulla mia pelle, sulle mura, sui mobili, sul gatto.

Avevo appreso che il via vai di Totore serviva a far star bene alcuni nobili signori che di tanto in tanto si presentavano lì a bordo di lussuose auto, accolti da urla di gioia e applausi di Nanà. Inoltre Totore era un vero mago della finanza.

Mentre avanzava di vicolo in vicolo, la pancia in avanti avvolta da una maglietta del Napoli, gli occhi enormi e allucinati fissi nel vuoto e la coscia trascinata a raschiare il selciato, lui elaborava piani, studiava soluzioni, erigeva imprese e mondi.

La pensione per la gamba, il reddito di cittadinanza, gli ottanta euro richiesti da nonna Maria, gli assegni per la spesa. Aveva tutto, arraffava ogni cosa col suo lesto e instancabile camminare zoppo, eppure non gli bastava. C’erano sempre affari da fare, commissioni da svolgere, imprese da compiere.

«Toto’, Toto’! Ma che sfaccimm, me sient o no? Toto’! Mannagg ‘a bucchina da’ morte can un te chiamm!»

E lui che guizzava ora da un vicolo, ora da un negozio, ora da un garage: «Nanà! Managg ‘a Getzsù Critzst! Muor! Muor! ‘E ‘a muri’! M’ buo’ latzssa’ fa?»

C’era da dire che il buon Totore doveva anche badare alla piccola Tiziana e, talvolta, anche alla minuta Rosaria che correva dietro di lei di vicolo in vicolo, entrambe seguite da minuscoli bambini cui urla incomprensibili si mischiavano con le canzoni napoletane che giungevano dai ballatoi.

Abbracceme chiu’ forte…

Comm è doce comm è bella ‘a città e Pullicenella…

Ma ‘o saje comm fa ‘o core?

«Titsziaaaa’, int ‘a chella fetzss tzsguarrat ‘e mammet, buo’ veni’ acca’?»

E poi Tiziana che sfrecciava sotto il balcone di casa sua, eludendo Totore che urlava e la rincorreva, limitato dalla sua gamba zoppa, mentre Nanà strillava dal terrazzo e la piccola Rosaria la inseguiva allegra e urlava: «Tanto nuje sajemmo quann vulimm, e vui ce facit ‘nu bucchin! Po’ po’ po’. Tà, tà, tà.»

Il gatto guardava assorto quanto me, mentre io annotavo tutto sul mio taccuino.

Ma la sorpresa più grande la ebbi di nuovo dalla polacca.

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Progetto editoriale: Cattedre, vicoli e polacche

Il giorno in cui il bidello Geppino condusse frenetico e ansioso l’intero corpo docenti nella 3ͣ F fu quello in cui ebbe inizio la più dura inchiesta inquisitoria che l’Istituto Isabella D’Este avesse mai visto. Su una parete dell’aula, a caratteri cubitali, era stata rinvenuta la scritta: “A Sisto De Mare piace il cazzo, e pure a sua madre”, sovrastata da un enorme, imponente fallo disegnato in modo elementare.

Come previsto, Sisto De Mare subito chiamò suo padre, e il genitore come risposta mandò immediatamente il proprio legale a scuola.

Non era solo una semplice marachella, no, il nome e cognome parlavano chiaro, in quella scuola non esistevano altri Sisto De Mare. Era pura diffamazione. Punibile con l’articolo 595 del Codice Penale. E che volevamo fare noi professori, essere complici in forma omissiva? Non lo sapevamo a cosa andavamo incontro? Eppure avevamo studiato, no? C’erano multe, la galera, e di sicuro avremmo perso il posto.

Non era una cosa da scherzarci su, la vittima era un minore, e fragile, sensibile, un’anima che si stava appena affacciando alla vita. Di sicuro aveva riportato dei traumi. E se fosse diventato omosessuale a causa di quella calunnia? Avrebbe potuto anche suicidarsi, ne eravamo consapevoli? E poi la madre! Con quali occhi adesso il bambino avrebbe visto sua madre? Nel vederla non si sarebbe forse chiesto se quella scritta non corrispondesse al vero? Avrebbe potuto sviluppare il complesso di Edipo, addirittura ucciderla. La sapevamo noi la storia di Ed Kemper? E quella di Ted Bundy?

C’erano i traumi, i danni, la reputazione. C’era tutto! Tranne il colpevole.

Il preside Sodano era stato chiaro: o gli portavamo il colpevole, oppure potevamo scordarci permessi, giustificazioni per i ritardi, extra o ferie, a ogni malattia ci avrebbe mandato il medico di controllo, a qualsiasi ora. Avevamo sulle spalle il buon nome dell’Istituto Isabella D’Este.

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Progetto editoriale: Cattedre, vicoli e polacche

Devo dire che il nostro primo incontro, con lei, la polacca, avvenne in modo atipico e del tutto inatteso. Sceso in mutande dalle scale del soppalco, al buio, diretto in cucina per prendere una birra e sfuggire dalle risate e dalle urla di Irina e Svetlana, nel voltarmi la vidi: era un culo!

Avevo già notato in precedenza la luce accesa nell’appartamento di fronte, praticamente incollato al mio salotto, ma non avevo mai visto nessuno al suo interno, solo un cucina linda, immacolata, nuova di zecca.

E adesso davanti a me c’era un culo.

Dapprima mi stropicciai gli occhi. Forse era colpa della stanchezza. Magari tutta la situazione di Gennarino Piscopo e Rosaria Potenza mi aveva sconvolto, forse era colpa delle stronzate comuniste di Renato Curcio.

Non poteva essere un culo vero!

Di certo indossava una tuta, un fuson, un pantaloncino. Ma poi guardai bene, aguzzai la vista: era proprio un culo quello davanti a me, un culo da donna, un culo tondo, all’apparenza morbido, appetitoso.

La spiai svanire in fretta nell’altra stanza, ma non mi mossi, restai lì in attesa, e quando tornò aveva ancora il culo fuori. E il pezzo davanti. Cucinava con addosso solo una maglietta, incurante di me che la studiavo con ingordigia.

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Progetto editoriale: Cattedre, vicoli e polacche

Al termine delle due infinite ore nella 3ͣ F fui condotto in spalla dall’alunno Salvatore Petrone che, sia per pietà, sia perché gli avevo permesso di percuotere avidamente Gennarino Piscopo e Sisto De Mare, mi abbandonò su una sedia nell’aula professori. De Blasio mi sosteneva, mi rimpinzava di caffè rubati dal distributore automatico, mi diceva che andava tutto bene, ci erano passati tutti, la sezione F, la terza classe in particolare, era l’oscuro segreto dell’Istituto Isabella D’Este. I ragazzi venivano nascosti a ogni attività pubblica. Fatti sparire durante le visite dell’ispettorato. Dovevo solo lasciarli fare. Per Gennarino Piscopo non dovevo preoccuparmi, non sarebbe morto, era abituato a prenderle, lui lo sapeva bene, perché durante gli allenamenti di boxe in palestra lasciava che i ragazzi lo usassero come sacco. E no, non era uscito scemo per i cazzotti, era sempre stato così, con le fate, i cinghiali, i satiri, i maghi e le sirene. La psicologa della scuola, Rossella Tammaro, diceva che si trattava di un trauma infantile. Piscopo stava solo reprimendo la propria sessualità, ne era certa, diversamente dall’erotomane Gioacchino Vitale che nei suoi continui atti di autoerotismo – pubblici e non – cercava di riconciliarsi con la figura materna. Dunque li lasciassi liberi di esprimersi! La professore di storia dell’arte, Licia De Sanctis, lo diceva sempre che i ragazzi si devono esprimere. E avevo fatto bene a lasciare che Petrone pestasse De Mare, si stava esprimendo pure lui contro ‘a chillù strunz ‘e merda! Quella palla di lardo che, inchiavicato di soldi com’è, minaccia sempre di farci finire in strada, a pulire i cessi. E che non mi preoccupassi di tornare subito in classe, era accorso il supplente Orazio Giotto.

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