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Progetto editoriale: La finestra chiusa

Ormai mio padre non ci riconosceva quasi più, nemmeno si alzava dal letto. I medici ci avevano consigliato di continuare a dargli la morfina: non c’era altro da fare, solo attendere.

Mia madre, mutata in una vecchia consunta, vegliava su di lui notte e giorno. China sul letto, a volte gli carezzava il viso come fosse un bambino: quel volto ridotto a ossa che sembravano stracciargli la pelle ingiallita, gli occhi affossati in due grotte buie, la mano ossuta che fendeva l’aria in cerca di qualcosa che solo lui vedeva.

«Ono’, che c’è, sto qua?»

Non avevo mai udito mia madre chiamarlo per nome, non l’avevo mai vista accarezzarlo, ma forse quel mucchio di ossa, di pelle macera che puzzava di sudore dolciastro e di decomposizione, quel cumulo di carne arenata in un letto, quegli occhi spalancati e gonfi di terrore, non erano mio padre: mio padre era già morto, di lui restava solo l’essere umano che non era mai riuscito a essere: un bambino che chiedeva affetto, piangeva, e ora non più da ubriaco.

Più volte io e Anna provammo a portare via mia madre da quel letto a cui sembrava essersi aggrappata, come Onofrio continuava ad avvinghiarsi ostinatamente agli ultimi barlumi di una vita mai vissuta, ma lei non si convinse mai, restava lì ferma al capezzale di quel marito che forse un tempo aveva davvero amato, senza che io ne capissi il motivo.

Si poteva amare Onofrio? Quel composto di urla, brutalità e parolacce; quelle carni sporche, quei denti marci, potevano meritare amore?

A volte sgranava gli occhi verso il soffitto, tendeva la mano in alto come se stesse finalmente toccando qualcosa sospeso in aria, sul suo viso imperlato di sudore appariva appena un sorriso.

«Mamma…»

Poi il suo braccio crollava nel vuoto, reciso.

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Progetto editoriale: La finestra chiusa

La porta di casa era già spalancata. Il corridoio era pieno di persone che non vedevo da anni, immobili come statue.

Contro le pareti, sembravano lì per accogliere il mio passaggio.

C’era pure il papà di Alfonso, Giannino Vitagliano, proprio lui che aveva sempre giudicato mio padre un cafone, un animale. Era venuto anche Sciabolone. Nel vedermi mi pose la mano sulla spalla, incapace di guardarmi negli occhi, come tutti.

Avanzavo in quel varco di carne, mano nella mano di Lia. Udivo appena qualche sospiro, la fasulla pena di quei deficienti che non avevano mai sopportato né me né mio padre.

In fondo al corridoio la luce della camera da letto dei miei era accesa, da essa giungevano pianti, lamenti e voci.

Riconobbi il gemito doloroso di mia madre ed ebbi voglia di andare via, perché più della morte di mio padre mi terrorizzava il pensiero della sofferenza di mia madre e di ciò che avrei dovuto fare per lenirla.

Era seduta accanto al letto, stravolta dalle lacrime, la mano ferma sul corpo esangue di mio padre ridotto solo a un corteccia di pelle.

In piedi alle sue spalle c’era mia sorella, lo sguardo chino per non vedere cosa era rimasto di suo padre.

In un angolo c’era mio fratello.

Lia continuava a tenermi forte la mano, ma non la guardai, non dissi nulla, insieme a lei avanzai lento verso il letto, seguito dagli sguardi invisibili di tutti i presenti e di mio fratello che dalla sua tana sembrava fiutasse ogni mio passo.

Appena raggiunsi mia madre, lei, senza riuscire ad alzarsi, mi afferrò il braccio e mi tirò a sé.

Sentivo le sue lacrime bagnarmi il petto, come se volessero scavarmi nelle carni ed entrami nel cuore. Sembrava mi stesse chiedendo di ridarle Onofrio, e perché, non lo capivo.

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Progetto editoriale: In cerca della Morte

Giunto sul mio pianerottolo vidi la piccola Tiziana guizzare subito nel mio appartamento. Prima di svanire mi fissò di sottecchi, mi parve di vederla sorridere con aria di sfida.

Mi voltai e osservai le piante della signora Torelli: erano intatte, fortunatamente. Avevo temuto che quelle bestie le avessero distrutte, che i nazisti di Josy le avessero incendiate, privandomi della mia vendetta. Invece erano lì, sane e salve. Ma un istante dopo notai con mio sommo stupore che erano fradice.

Dannata, me l’aveva fatta! Ma stavolta me l’avrebbe pagata. Oh sì! L’avrei rispedita a casa sua a calci.

Entrai furioso in casa, pronto a mettere in atto il mio piano, seguito da Bambi e Akim che trascinavano il corpo stecchito di Madame Bovary, ma appena messo piede in cucina Vera mi si fiondò addosso come una furia.

Dio, preoccupato com’ero per le piante della signora Torelli l’avevo completamente dimenticata. Come al minimo nel vedermi pesto e stracciato, seguito da Bambi e Akim nudi che tenevano il corpo svestito di Madame, avrebbe pensato che fossimo andati a far baldoria fino a uccidere a colpi di pene una mignotta.

Mi spinse al muro e mi colpì al viso con una sberla.

«Si può sapere chi cazzo è la troia che ti chiama qui a casa?».

La guardai confuso, perplesso, non sapevo che dirle, quella situazione mi giungeva del tutto nuova.

Cercai una via di fuga. Dalla finestra penetravano i bagliori delle fiamme, ogni tanto un grido proveniva dalla strada, ma Vera sembrava non curarsene.

«Allora, ti decidi a rispondere?».

Osservai Madame ai piedi di Bambi e Akim, frastornati quanto me.

No, non poteva essere Lei! No.

Tiziana, seduta sul divano, gli occhi enormi e sadici su di me sorrideva mentre accarezzava il gatto.

Che si trattasse di una sua mossa per avere tutte per sé le piante della signora Torelli? Magari era stata lei a chiamare la Morte e dirle di telefonarmi.

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Francesco Costa: farci amare un assassino e nel farlo tenerci sempre in tensione

Uno dei temi più trattati nella narrativa, nonché nel cinema e oggi nella serialità, è la dualità. È affascinante pensare a una doppia personalità. Ognuno di noi, che ne sia consapevole o meno, porta dentro di sé una bestia, un lato oscuro: un aspetto della natura umana che affascina e al contempo spaventa.

È però complesso creare un personaggio dalla doppia personalità, si rischia di diventare banali, oppure di eccedere nel dramma e nella brutalità, creando così non più un personaggio duale, ma soltanto una personalità contrastata fino all’inverosimile, oggetto di sbalzi d’umore così repentini da risultare artefatti, persino grotteschi.

In fondo oggi, come per ogni cosa, si tende a credere di sapere tutto e di essere in grado di fare tutto, e senza fatica alcuna. Si mischia ogni cosa in un calderone di conoscenza spicciola, si sminuisce il valore di qualsiasi dottrina, usurpando persino i nomi, utilizzandoli a proprio piacimento e deformandone il senso.

Borderline! Oggi va tanto di moda questo termine, lo si usa senza nemmeno conoscerne il senso; forse perché fa figo, forse proprio a causa di pessimi film e scadenti serie tv che fanno passare ogni eccesso come un disturbo della personalità. Si arrivare persino ad attribuire al disturbo borderline di personalità quelli che sono i tratti del disturbo dissociativo dell’identità.

Questo per dire quanto sia difficile creare un personaggio davvero disturbato, oggi più che mai. Si cade in mille stereotipi. Si creano solo macchiette, personaggi gonfiati fino all’inverosimile. Continua a leggere Francesco Costa: farci amare un assassino e nel farlo tenerci sempre in tensione

Parole che danzano dipingendo nuovi mondi

Esistono libri che si rimpiange di aver letto, ma non in senso negativo, quanto perché durante la lettura ci si accorge che dopo non si potrà trovare di meglio in un altro testo. Sono libri rari, tesori inestimabili che racchiudono il senso intimo della letteratura.

Forse non a casa gli autori di questi preziosi capolavori hanno scritto ben poco, perché probabilmente a loro volta non avrebbero potuto fare di meglio: superare quel meraviglioso grido che hanno inciso sulla carta e nei secoli.

Purtroppo nel caso di Bruno Schulz la sua opera letteraria fu stroncata da una pallottola sparata da un ufficiale della Gestapo il 19 novembre 1942.

Sono sicuro che molti non conoscono neppure il nome di questo magnifico scrittore, ritenuto oggi uno dei più grandi (se non il più grande) esponente della letteratura polacca.

Nato da una famiglia ebrea della Galizia orientale nel 1982, a Drohobyč, è stato uno scrittore, pittore e critico letterario, ma “grazie” all’olocausto compiuto dalla Germania la maggior parte dei suoi scritti sono andati perduti, fra cui il suo unico romanzo, all’epoca incompiuto, denominato Il Messia. Continua a leggere Parole che danzano dipingendo nuovi mondi

Čechov: quando persino da uno starnuto si crea una storia.

Trovo assurdo che oggi coloro che si avvicinano alla narrativa, o almeno con l’intento di pubblicare, si cimentino subito nella scrittura di un romanzo, pur non avendo esperienza alcuna, o quasi nulla, della scrittura di un racconto.

Con questo non voglio dire che scrivere un romanzo sia più difficile che scrivere un racconto, si tratta di due generi diversi di narrazione, hanno finalità diverse e un respiro narrativo diverso; dunque non vedo assolutamente i racconti come una palestra per arrivare a un romanzo, perché un buon racconto non è una bozza di romanzo, né un buon romanzo è un racconto portato per le lunghe: sono due cose diverse. Il romanzo è un insieme di azioni drammaturgiche che si muovono nello spazio e nel tempo, mentre il racconto è una sola e potente azione drammaturgica condensata in un unico tempo. Potremmo paragonare i due stili narrativi al pugilato: il romanzo vince ai punti, il racconto vince per knockout.  

Dunque, è certo difficile scrivere un romanzo ricco di personaggi cui vicende si intrecciano, ma è altrettanto complicato scrivere un racconto in cui si segue una sola e unica azione drammatica così potente da stendere in poco tempo i lettori.

La cosa che mi fa storcere il naso quando vedo aspiranti scrittori alle prese con un romanzo, senza però aver mai scritto un solo racconto, è il pensiero di trovarmi al cospetto di una persona che non sente il bisogno selvaggio di scrivere. Continua a leggere Čechov: quando persino da uno starnuto si crea una storia.

Come Achab, uno scrittore deve inseguire la propria personale balena bianca; deve raggiungere il prorio Dáimōn.

Credo che da tutti gli articoli qui presenti sia ormai chiaro che, almeno a mio dire, uno scrittore non può scrivere roba decente, forte, di carne e sangue se non partendo da qualcosa di intimo. Certo, come abbiamo già detto, un vero scrittore riesce a trasfigurare le proprie esperienze, a fissarle ed esorcizzarle donandole alla propria storia, persino quando essa è dichiaratamente autobiografica; questa capacità rende una storia pubblica, ossia non più un’esperienza privata, ma intima anche per altri, un’esperienza dello scrittore che diventa specchio per quelle del lettore.

Ovviamente ci sarebbe tanto da discutere sulla capacità dei lettori di farsi davvero toccare da qualcosa di talmente intimo da risultare spesso doloroso, cosa che porta molti scrittori a scrivere piccole cose, farse piene di luoghi comuni atte a soddisfare proprio persone desiderose di entrare in empatia con cose che, a conti fatti, altro non sono che lo specchio delle proprie illusioni e di un’immagine distorta e infantile del sé. Tralasciando però questo tipo di narrativa che non mi interessa e questi lettori che spero possano maturare, tornando al precedente discorso credo che sia l’ossessione verso qualcosa a condurre uno scrittore a creare pagine vive, grondanti sangue; un’ossessione spesso verso qualcosa di intangibile a cui neppure si riesce a dare un nome concreto ma che c’è, perennemente presente nello scrittore.

Rosa Montero lo definiva il Dáimōn. Continua a leggere Come Achab, uno scrittore deve inseguire la propria personale balena bianca; deve raggiungere il prorio Dáimōn.

Parole che si tramutano in un dipinto e diventano visive, tangibili.

Ho riflettuto a lungo prima di recensire questo libro, sia perché non è stato facile leggerlo, sia perché sapevo che per farlo avrei dovuto scrivere un articolo molto lungo: due motivi connessi, in quanto a rallentare la lettura è stata la formidabile capacità dell’autore a rendere vivida ed evocativa ogni pagina di questa drammatica e brutale storia, dunque, proprio in virtù di ciò, parlarne senza mostrare pagine e pagine di questo capolavoro non renderebbe piena giustizia al romanzo.

Il libro di cui sto per parlarvi è Regno animale, scritto dallo scrittore francese classe 81 Jean Baptiste Del Amo nel 2016 ed edito in Italia nel 2017 da Neri Pozza.

In un precedente articolo ho già recensito un altro capolavoro di Del Amo: Il sale, edito da NEO edizioni nel 2013. Dunque non voglio soffermarmi a lungo su chi sia Del Amo, potrete leggere più su di lui nell’altro articolo, mi limito a dire che a ragion veduta in Francia, a seguito del suo romanzo Une éducation libertine, fu definito come un novello Flaubert.

Infatti, nella scrittura di Del Amo ogni parola ha la propria importanza; ogni parola si sussegue in un puzzle che rende scenari, personaggi e sentimenti del tutto vivi. Ecco perché non è stato facile finire questo romanzo: più volte mi è mancato il respiro. Continua a leggere Parole che si tramutano in un dipinto e diventano visive, tangibili.

L’omologazione della narrativa italiana nei sontuosi salotti letterari

Alle porte di questa strana primavera del 2020, in una nazione bloccata da una pandemia, ci si chiede spesso come le imprese affronteranno la crisi economica che ha investito, in un modo o in un altro, ogni settore. Ovviamente l’editoria non è immune da questa crisi, basti pensare alla chiusura di ogni tipo di evento culturale, fra cui i più famosi Saloni del Libro; l’impossibilità di svolgere fisicamente presentazioni dei libri e dunque di vendere delle copie; la chiusura prima delle librerie, poi degli Store online, non essendo i libri reputati bene di prima necessità. Un simile colpo, inferto a una realtà perennemente in crisi e in continuo mutamento, di certo richiederà una risposta immediata e forte da parte degli editori, e la parola d’ordine sarà solo una: fare soldi. Dunque, almeno confrontandomi con molti scrittori, si dà quasi per scontato che già dal prossimo inverno, salvo contratti già firmati, le grandi case editrici tenderanno a puntare sui cosiddetti cavalli vincenti: scrittori molto affermati, persone famose nell’ambito dello spettacolo o dello sport, o ancora Influencer e chi come loro dispone di un numeroso seguito di persone. Una prospettiva tragica, seppur economicamente comprensibile, in un panorama dove la qualità letteraria è sempre più bassa.

Come appena scritto, in una situazione del genere una tale scelta, ossia puntare solo al guadagno, sarebbe più che comprensibile, visto che le case editrici non sono delle ONLUS; il problema di base è un altro: tralasciando i soliti libri dei VIP o dei calciatori, o l’attuale fenomeno di meteore quali Influencer e Youtuber, viene da chiedersi come sia possibile che a vendere di più siano libri di fragile valore letterario, o almeno così sarebbero stati reputati fino a venti o trent’anni fa. Non stiamo infatti parlando di letteratura d’intrattenimento, come potremmo definire quella di Volo o di Moccia, anzi, ben vengano scrittori come Volo e come Moccia, perché con l’incasso dei loro libri gli editori potrebbero investire in opere d’alto valore letterario; il punto è che parliamo di opere di livello mediocre, talvolta appena passabili o nella migliore delle ipotesi buone, spacciate come perle della letteratura contemporanea, tanto da aggiudicarsi importanti premi letterari. Sono proprio queste le opere d’alto valore su cui investono gli editori: i cavalli da battaglia. Continua a leggere L’omologazione della narrativa italiana nei sontuosi salotti letterari

Scrivere significa scavare nel pozzo delle proprie inquietudini

In un precedente articolo ho già parlato di Edgar Allan Poe, autore nato a Boston il 19 gennaio 1809 e morto a Baltimora il 7 ottobre 1849. Come potrete leggere nell’altro articolo, in cui è riportato il suo meraviglioso racconto La maschera della morte rossa, Poe non ha avuto vita facile sotto nessun aspetto. Morto giovane in preda al delirio e senza aver mai raggiunto il meritato successo, è oggi definito l’indiscusso maestro del terrore. Un genio della letteratura. Uno scrittore capace di portare ai limiti estremi l’angoscia umana.

Poe non usa mostri, lupi mannari o vampiri per terrorizzare il lettore, no, lui fa qualcosa di più: le sue pagine sono specchi in cui il lettore ci si riflette, incapace di sfuggire dalle proprie paure più intime. È nel deliro umano che Poe ci porta con le sue storie, negli incubi che accomunano gli uomini, nelle paure più ataviche che da sempre ci tengono svegli.

Non consiste forse in questo la vera arte di uno scrittore? Condurre il lettore in un vortice, spesso soffocante. Portare il lettore al limite massimo dei conflitti interiori dei personaggi di cui legge, scendere assieme a loro nel baratro, condividere le loro paure. Continua a leggere Scrivere significa scavare nel pozzo delle proprie inquietudini