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Non un romanzo profetico, ma attuale, come il cuore umano mostrato da Saramago

A dire il vero, vista l’attuale situazione che coinvolge tutti, l’intero mondo, volevo evitare di scrivere un articolo su questo romanzo letto anni fa, uno dei pochi che mi ha davvero angosciato, ma infine ho sentito di doverlo fare.

Il compito di un narratore – si spera – è quello di trasfigurare una parte di sé e donarla a una storia. Non deve mai apparire, eppure il proprio vissuto deve essere carne e sangue sulle pagine. Non deve mai giudicare il proprio tempo, eppure tramite il vissuto dei propri personaggi deve mostrarlo crudamente, lasciando che ogni critica sociale venga dal loro vissuto, non dalle proprie ideologie.

Oggi, invece, il realismo è talmente abusato da non essere più realismo, non certo quello de Gli indifferenti di Moravia. Oggi il realismo è costruito a tavolino da chi regge il mercato editoriale, dalle lobby delle classifiche, dal gruppo di amici sempre pronto a mostrarsi a ogni festival e vincere premi.

Ma ora di festival non ce ne sono, e forse non ce ne saranno per mesi. Ed è probabilmente per questo che oggi, in questo preciso momento storico in cui l’OMS ha dichiarato lo stato di pandemia a livello globale, fa così paura parlare di realismo? Continua a leggere Non un romanzo profetico, ma attuale, come il cuore umano mostrato da Saramago

una grandiosa scrittrice scoperta troppo tardi

Esistono libri che ti segnano al punto tale da non volerne parlare per paura di usare le parole sbagliate, di non lasciar passare con chiarezza la bellezza che ti ha travolto.

Uno di questi libri è La trilogia della città di K, della bravissima scrittrice e purtroppo poco produttiva Ágota Kristóf.
Nata il 30 ottobre 1935 a Csikvánd, un villaggio dell’Ungheria, e trasferitasi con suo marito nel 1956 a Neuchâtel, a causa dell’arrivo in Ungheria dell’Armata Rossa, è stata drammaturga, scrittrice di poesia e di narrativa, ma, dopo anni in fabbrica, ha raggiunto il successo internazionale solo nel 1987 con Le grand cahier, edito nel 1986 e poi portato a noi italiani da Guanda nel 1988, con il titolo Quello che resta; infine, pubblicato da Einaudi nel 1998 con il titolo Il grande quaderno, uno dei tre libri che forma appunto La trilogia della città di K.

Con ogni probabilità proprio il duro lavoro in fabbrica ha permesso ad Ágota Kristóf di scrivere ben poco, purtroppo; famosa la sua dichiarazione in un’intervista: «Due anni di galera in Urss erano probabilmente meglio di cinque anni di fabbrica in Svizzera». Senza contare che, come lei stessa ha sempre ammesso, non è mai riuscita a padroneggiare pienamente il francese, lingua appresa a Neuchâtel e adottata per la sua scrittura letteraria, al punto che definiva se stessa un’analfabeta, titolo della sua autobiografia uscita per la prima volta nel 2004. Ma forse proprio questa peculiarità ha reso unica la scrittura di Ágota Kristóf, la sua forma essenziale, ridotta all’osso, dove non c’è spazio per leziosità di alcun genere. Continua a leggere una grandiosa scrittrice scoperta troppo tardi