Scrivere per vocazione o scrivere per egocentrismo?

Non capisco perché oggigiorno tutto ciò che ruota attorno ai libri, intesi come libri di narrativa o di poesia e non certo quelli scolastici, purtroppo, risulta affascinante. Il controsenso è che, statisticamente, l’Italia è una nazione con pochi lettori. Eppure tutti scalciano per scrivere un libro o per lavorare in ambito editoriale. Tutti hanno una storia da scrivere e vogliono scriverla, pubblicarla, farla leggere. Oggi è più facile trovare una persona che abbia scritto un romanzo, anziché una che abbia semplicemente letto, che so, I miserabili, tanto per menzionare uno dei classici basilari per chi intende fare narrativa.

Proprio quest’ondata di aspiranti scrittori ha dato il via a folate di addetti ai lavori in ambito editoriale: o meglio, spesso presunti addetti ai lavori.

Conosco centinaia di persone che frequentano corsi per diventare scrittori, correttori di bozze o editor, e poi non conoscono la differenza fra una scena e un sommario.

Cattivi maestri? Alcune volte sì, ma non sempre, fortunatamente. Io credo che la chiave sia nel quesito iniziale: perché tante persone sono affascinate dai libri? Cosa vogliono davvero dai libri?

Vorrei poter rispondere nel modo più ovvio, ossia perché leggere è bellissimo, ma ciò va in contrasto con i dati che mostrano una nazione in cui si legge sempre di meno.

Che dunque i libri siano diventati un prodotto di moda? Qualcosa da esibire tipo una bella borsetta, un cappellino?

Adoro gli annusatori di libri, quelli che girano le bancarelle del centro storico sfogliando libri e sniffandoli, ma senza comprarli; o ancora quelli che, chissà come mai, vengono fotografati sempre, puntualmente, mentre stanno leggendo un libro: perché lo stanno sicuramente leggendo, certo, non è mica una posa per mostrarsi mentre fingono di leggere, quanto mai.

Tutto si riduce a vanità, non altro che mera ostentazione di se stessi.

Basti pensare ai tantissimi Bookblogger (che termine figo) e Youtuber che spuntano come funghi assieme alle loro recensioni fatte di: fighissimo, adoro, meraviglioso, e tanti altri aggettivi fashion che non dicono nulla del libro di cui si tratta. Poi ci sono quelli che offrono consulenze editoriali, forti di un dominio WordPress e di articoli rubati dal web, senza manco degnarsi di citare le fonti; e come non menzionare le grandi agenzie letterarie con un portfolio di autori che hanno pubblicato in self publishing o con minuscole realtà editoriali.

Insomma, senza formazione alcuna e senza una vera passione per la lettura si desidera parlare di libri, insegnare persino le tecniche di scrittura.

Ovviamente non generalizzo, per fortuna esistono tantissime persone competenti, le si riconosce per la loro passione e la voglia di formarsi, ma questa carica non solo di scrittori, ma di editor, correttori di bozze, agenti letterari ed esperti di scrittura, mi porta a chiedermi cosa ci sia di tanto potente in questi libri, al punto da attirare persino chi non si degna di recuperare dei classici secolari?

Ogni volta che mi pongo questa domanda penso a Rosa Montero e al suo libro La pazza di casa, edito nel 2003 da La loca de la casa, e portato in Italia nel 2004 da Frassinelli.

Non è facile inquadrare questo libro: romanzo, saggio, autobiografia; Rosa Montero ci parla della sua vita fatta di libri e di scrittura, e in essa ci offre una traccia, forse una visione, per inquadrare il senso intimo della scrittura, e dunque di ciò che è – o dovrebbe essere – un libro di narrativa.

Eppure quasi sicuramente molti Bookblogger, Youtuber e competentissime persone che si arrogano il diritto di offrire consigli a provetti scrittori, senza aver mai studiato per farlo, ma forti di una connessione internet, un blog e simpatiche emoticon, non abbiano mai sentito parlare di questo libro, né di Rosa Montero.

Nata a Madrid nel 1951 e laureatasi in Lettere, Rosa Montero ha collaborato con prestigiosi giornali, scritto numerosi saggi, racconti, opere per l’infanzia e circa quindici romanzi, editi qui in Italia da Frassinelli, Salani e Ponte delle Grazie.

Eppure a molti è sconosciuta.

Perché parlare proprio di lei nel cercare il senso di quello che dovrebbe essere un libro? Perché Rosa Montero è una di quelle scrittrici che incarna il vero senso della scrittura: ossia un’ossessione, una vocazione; cose che non lasciano spazio alle apparenze o all’approssimazione di chi utilizza i libri solo per la propria vanagloria.

Ma vediamo subito il pensiero di Rosa Montero.

 

Ho sempre pensato che la narrativa fosse l’arte primordiale degli umani. Per esistere dobbiamo raccontarci, e raccontando noi stessi raccontiamo un sacco di storie: menzogne, fantasie, inganni. Quello che narriamo oggi della nostra infanzia non ha niente a che vedere con quello che narreremo tra vent’anni. E quello che uno ricorda della comune storia famigliare di solito è totalmente diverso da quello che ricordano i fratelli. Ogni tanto mi capita di scambiare qualche immagine del passato con mia sorella Martina, come bambini che giocano a scambiarsi le figurine: il focolare infantile disegnato da noi due ha pochissimi punti in comune. I suoi genitori si chiamavano come i miei e abitavano in una strada che aveva lo stesso nome, ma erano senza dubbio persone diverse.

Dunque inventiamo i nostri ricordi, come dire inventiamo noi stessi, perché la nostra identità risiede nella memoria, nel racconto della nostra biografia. E quindi potremmo dedurre che noi umani siamo, al di là di tutto, romanzieri, autori di un unico romanzo la cui stesura impegna tutta la nostra esistenza e nel quale ci riserviamo il ruolo di protagonisti. È una scrittura senza testo, ma qualsiasi narratore di professione sa che si scrive soprattutto dentro la testa. È un ronzio creativo che ti accompagna mentre guidi, quando porti a spasso il cane, mentre sei a letto e cerchi di dormire. Si scrive tutto il tempo”.

Questo toccante pensiero di Rosa, presente a pagina due del libro, mostra alcuni punti fondamentali di quello che dovrebbe essere il cuore della scrittura, tra questi uno principale è che si scrive per celebrare i propri ricordi, non se stessi. Abbiamo il bisogno di raccontarci, di fissare la nostra vita prima che sfugga via, essendo noi esseri mortali, in viaggio verso la fine. Ma è diverso volersi raccontare dal volersi celebrare. Nel primo caso, si deve appunto fare memoria, guardarsi; nel secondo caso, invece, si cerca di oscurare ciò che non piace e vedere solo il riflesso del proprio viso che si specchia in un lago.

Dunque, potremmo riassumere il tutto dicendo che scrivere è un bisogno atavico di fare memoriale della propria vita e immortalarla. Ciò vuol dire limitarsi all’autobiografia?

Credo che nessuno al mondo abbia avuto una vita talmente interessante da riportarla in più di un libro. Infatti Rosa Montero si sofferma sulla confusione dei ricordi. Sono chiazze, reminiscenze, e sorgono all’improvviso, in momenti inaspettati, perché come dice Rosa “si scrive tutto il tempo”.

Noi cogliamo una traccia, qualcosa di prezioso, e da lì nascono le storie che contengono sempre una parte di noi, qualcosa di intimo e che sentiamo fondamentale raccontare.

Rosa Montero ci fa capire questa urgenza raccontandoci una sua bellissima esperienza.

 

Era una mattina tiepida e luminosa, gli isolotti risplendevano verdissimi all’orizzonte e il silenzio si posava sulle nostre spalle come un velo, esaltato dal rumore dell’acqua che lambiva lo Zodiac o dal grido di un gabbiamo. Siamo rimasti così, senza dire una parola, per più di quindici interminabili minuti. E tutt’a un tratto, senza alcun preavviso, accadde. Una terribile esplosione squassò il mare vicino a noi: era un fiotto d’acqua, il fiotto di una balena, possente, enorme, spumeggiante, una tromba d’acqua che ci bagnò dalla testa ai piedi facendo ribollire il Pacifico intorno a noi. E il rumore, quel suono incredibile, il bramito primordiale, un respiro oceanico, il respiro del mondo. Questa fu la prima sensazione: assordante, accecante; e subito dopo ecco emergere la balena. Era una humpback, una megattera, una delle balene più grandi; e iniziò a risalire in superficie proprio dalla nostra parte, a due metri dalla barca, perché i cetacei sono animali curiosi e vogliono conoscere gli estranei. E così dapprima abbiamo visto emergere il muso, che si rituffò subito nell’acqua; e poi iniziò a scivolare fuori tutto il resto, in una onda immensa, un colossale arco di carne sulla superficie dell’acqua, carne e ancora carne, lucente e scura, gomma e pietra insieme, e a un certo punto ecco passare l’occhio, un occhio rotondo e intelligente che si fissò su di noi, uno sguardo intenso dagli abissi; e dopo quell’occhio commovente continuava a passare balena e poi ancora balena, un muro muscoloso irto di crostacei e ciuffi d’alghe, e alla fine, quando ormai eravamo senza fiato di fronte a tanta immensità, l’animale sollevò in alto la coda gigantesca per rituffarla in verticale con elegante lentezza; nello spostare la sua tremenda mole non sollevò la minima onda, non provocò nessuno spruzzo, non si sentì alcun rumore oltre al dolce bisbigliare di quella carne monumentale che accarezzava l’acqua. Quando scomparve, subito dopo essersi immersa completamente, era come se non fosse mai stata lì”.

E poco più avanti…

Con la scrittura succede lo stesso: sovente intuisci che sulla punta delle tue dita c’è il segreto dell’universo, una cascata di parole perfette, l’opera essenziale che dà un senso a tutto. Ti ritrovi sulla soglia della creazione, e nella tua testa prendono vita trame meravigliose, romanzi immensi, balene grandiose che ti mostrano soltanto il luccichio del dorso umido, o meglio, soltanto frammenti di quel dorso, schegge di balena, briciole di bellezza che ti lasciano intuire  l’insopportabile bellezza dell’animale intero; ma prima che tu abbia avuto il tempo di fare un gesto, prima di essere riuscito a calcolare il suo volume e la sua forma, prima di aver compreso il significato del suo sguardo penetrante, la prodigiosa bestia s’immerge e il mondo rimane immobile e sordo e completamente vuoto”.

Questo esempio è davvero azzeccato. Arriva un’intuizione, non la cosiddetta ispirazione, ma una vera e propria visione: un’immagine che prende vita, e da quell’immagine sorge un’altra immagine, sempre più grande, e ancora, e ancora, e ancora immagini immense, così smisurate da formare un globo di volti, di occhi, di voci: la tua storia.

Se non si arpiona subito la balena, svanisce, restano solo chiazze di balena, frammenti difficili da recuperare. La storia si sfilaccia, si perde.

Oggigiorno è sempre più difficile trovare un testo di narrativa (almeno in Italia) in cui si possa scorgere la grandezza di una visione, forse perché la nostra epoca caotica e le difficoltà sempre crescenti ci impediscono di notare il gigante che emerge dagli abissi, o magari semplicemente perché neppure lo si vuole vedere questo gigante, in molti casi non interessa, ci si accontenta della chiazza di un frammento di una scheggia dell’immagine primordiale.

Nel caso di Rosa Montero, dunque di una vera scrittrice, la questione è diversa, e la riporto in questo estratto che, seppur lungo, non posso evitare di condividere.

 

Ieri mi sono tenuta l’intera giornata per scrivere. E quando dico scrivere così, semplicemente, senza aggettivi, mi riferisco ai testi miei, personali: racconti, romanzi, questo libro…

…Mi sono accomodata meglio sulla sedia. E all’improvviso mi è venuto in mente che da almeno due mesi non rispondevo alle lettere che ricevevo sulla mia pagina web, e ho aperto la directory in cui le archivio per dare un’occhiata. Erano tante, tantissime. Ho iniziato a rispondere. Passavano le ore. Mi sono fermata soltanto una ventina di minuti per mangiare qualcosa. Ho ricominciato a lavorare. Ho finito di inoltrare la posta alle otto di sera, distrutta, con il mal di testa e il collo irrigidito a forza di pestare sui tasti. Ho telefonato a Carmen Garcìa Mallo, una delle mie migliori amiche, in uno stato d’animo cupo e furibondo.

«Oggi volevo scrivere, avevo tutto il giorno per scrivere e l’ho sprecato a rispondere alle e-mail.»

«Perché?»

«Non lo so. Certe volte evito di mettermi a lavorare. È una cosa strana.»

«Per pigrizia?»

«No, no.»

«E allora?»

«Per paura.»

Non ho saputo spiegarglielo, ma ieri sera, nella vulnerabilità estrema della notte, nella nitidezza allucinata della notte, mentre mi rigiravo nel letto ho capito esattamente che cosa intendevo dire. Per paura di tutto quello che rimane non scritto una volta che sei passato all’azione. Per paura di concretizzare un’idea, di incarcerarla, deteriorarla, mutilarla. Finché rimangono nel limbo sfolgorante dell’immaginario, finché sono soltanto idee e progetti, i tuoi libri sono assolutamente meravigliosi, i libri migliori che siano mai stati scritti. È soltanto dopo, quando li inchiodi alla realtà parola per parola, come faceva Nabokov inchiodando le sue povere farfalle sopra il sughero, allora sì che li trasformi in esseri inevitabilmente morti, insetti messi in croce, anche se ti ostini a ricoprirli con una misera polverina d’oro.

Ci sono giorni in cui la sconfitta della realtà ti pesa di meno. In effetti, ci sono giorni in cui ti senti così ispirata, così piena di parole e immagini, che scrivi come se volassi alto sopra la linea dell’orizzonte, e ti meravigli da sola per quello che hai scritto: ma come, io sapevo tutto questo? Come ho fatto a scrivere questa frase? A volte succede che stai scrivendo al di sopra delle tue capacità, scrivi meglio di quello che sai scrivere. E non vorresti muoverti dalla sedia, non vorresti respirare e nemmeno sbattere gli occhi e tanto meno pensare, per non spezzare il miracolo. In quegli strani rapstus di levità, scrivere è come ballare con qualcuno un valzer complicatissimo, e farlo alla perfezione. Volteggi, volteggi fra le braccia del partner, intrecciando passi difficili e bellissimi con le ali ai piedi: e riecheggia la musica delle parole al tuo orecchio, e il mondo intorno a te è uno sfavillio di lampadari di cristallo e candelabri d’argento, sete lucenti e scarpe lucidissime, il mondo è una voragine di luce e la tua danza sta sfiorando la bellezza assoluta, un giro e un altro e un altro ancora e vai avanti così, senza spezzare il ritmo, è prodigioso, con la paura che hai di andare fuori tempo, di pestare i piedi al tuo partner, di essere per l’ennesima volta goffa e umana; e invece riesci a muovere ancora un passo, e un altro e forse ancora un altro ancora, volteggiando fra le braccia della scrittura.

Ho detto che nei momenti di grazia ti sforzi soprattutto di non pensare perché, in effetti, il pensiero razionale e la consapevolezza dell’io distruggono la creatività, una forza che deve fluire libera come l’acqua e aprirsi da sola la propria strada, senza l’intervento della conoscenza e della volontà. Nel suo interessante discorso d’ammissione alla Real Academia de la Lengua, la storica Carmen Iglesias raccontò una favoletta che riflette alla perfezione il carattere inconsapevole e autonomo dell’impulso creativo. Uno scarafaggio cattivo e invidioso, irritato perché il millepiedi aveva molte più zampe di lui, un giorno lo adulò malignamente: «Quale grazia meravigliosa possiedi nel camminare, quale incredibile coordinazione, non so come tu faccia a muoverti con tanta sinuosa facilità con tutte le zampe che hai, potresti spiegarmi come ci riesci?» Il millepiedi, lusingato, studiò com’era fatto e poi gli spiegò volentieri il procedimento: «È facilissimo: basta muovere in avanti le cinquecento zampe del lato destro e contemporaneamente muovere all’indietro, in sincronia, le cinquecento zampe del lato sinistro, e viceversa». Lo scarafaggio finse di meravigliarsi: «Ma è fantastico! Potresti darmi una dimostrazione?» E il millepiedi non riuscì a muoversi mai più.

L’arte è illuminata dalla stessa grazia cieca che faceva camminare il povero insetto. È un dono che Rudyard Kipling chiama daimon, demone, sebbene si tratti di quei demoni grecoromani o vedici che sono geni tutelari, spiriti mediatori tra gli esseri umani e l’aldilà; e consiglia ai giovani scrittori: «Quando il vostro daimon ha preso il comando, non cercate di pensare coscientemente. Seguite la corrente, aspettate, obbedite». È evidente che anche Kipling ballava furiosamente il valzer, ogni tanto.

Ed è questo che ti fa paura, ti terrorizza: metterti a scrivere e non riuscire a trovare il tuo daimon, temi che stia dormendo, o che sia in viaggio, o sia arrabbiato con te, o che non abbia voglia di portarti a ballare. Hai paura di non riuscire più a muoverti, come il millepiedi”.

 

MADRID 08 09 2016 Rosa Montero escritora y periodista FOTO JOSE LUIS ROCA

Questo capolavoro dice davvero tutto sul senso profondo della scrittura, ma voglio cominciare a parlarne dalla fine, per non creare fraintendimenti.

Da premettere che Rosa Montero in questo libro dona un faro a molti scrittori, come se stesse insegnando il senso della scrittura. Eppure qui parla d’istinto, di scrivere senza pensare, di lasciarsi andare.

È quello che da anni cerco di far capire a tutti quelli sempre pronti a dire: «Si scrive con il cuore…» e che denigrano le scuole di scrittura creativa, perché nelle scuole di scrittura creativa, quelle vere, si fa proprio ciò che qui dice Rosa: si spegne il cervello e, rigorosamente su carta, si scrive senza fermarsi e senza badare alla punteggiatura né agli errori, e lo si fa per un tempo che può essere tanto di cinque minuti, quanto anche di un’ora. Questo si fa. È la base della scrittura creativa. Poi vengono le tecniche e tutto il resto, solo dopo, perché lo scopo principale è lasciare libero il daimon: quella parte che ci unisce al divino, la cosiddetta creatività che va appunto ricercata, coltivata. Ed è proprio la paura di non trovare questo daimon a bloccarci. Il terrore di non riuscire più a immortalare la visione della gigantesca balena.

Tutto ciò mostra perché la scrittura è qualcosa di grande, di immenso; sempre che sia fatta appunto con onestà, cercando sempre di lasciare libero il proprio daimon.

Ma scrivere è anche pericoloso, cercare nella memoria, agguantare visioni, lasciare che la parte più intima di se stessi, il daimon, prenda il sopravvento, può essere pericolo. Anche per questo si ha paura, perché scrivere non è un gioco e spesso la danza è talmente forte da sovrastare ogni altro aspetto della vita.

 

Durante il periodo di realizzazione vivi a metà fra la tua esistenza reale e quella immaginaria, fra la tua quotidianità e il romanzo; eppure, a mano a mano che si procede nel lavoro, la sfera narrativa si appropria di uno spazio sempre maggiore. Finché, quando il romanzo è ormai giunto a uno stadio avanzato, arriva il giorno in cui ti sembra che le pareti divisorie fra i due mondi inizino a fondersi. Io la chiamo la fase dell’imbuto, perché è come se collocassi un imbuto in cima al romanzo, per cui tutto quello che succede nella vita quotidiana inizia a cadere sopra quello che scrivi in una esplosione di coincidenze. Anche se a ben guardare può darsi che succeda l’esatto contrario; in realtà, il fenomeno assomiglia più a una inondazione: il romanzo cresce, cresce fino ad allargare il territorio della realtà.

E ancora…

E questa frenesia di coincidenze non è l’unico mistero che circonda la scrittura. Esistono molti altri enigmi di questo tenore, ma una delle peculiarità più straordinarie è la dittatura dei fantasmi. I fantasmi di uno scrittore sono quei personaggi, o particolari o situazioni che inseguono l’autore, come cani da caccia, lungo tutti i suoi libri. Sono immagini che per il romanziere nutrono un profondo valore simbolico, un significato di solito incomprensibile perché i fantasmi sono scaltri, oltre che testardi, e si nascondono ad arte fra le pieghe del subconscio, tanto che sovente lo scrittore non sa neanche di averli; e così magari succede che un autore sia solito infilare nei suoi libri personaggi zoppi, ma non si rende conto di averlo fatto.

E in ultimo…

Infine, qualche anno fa ho iniziato a pensare che in alcuni casi eccezionali la letteratura fosse addirittura dannosa per l’autore. Succede quando quello che scrivi entra a far parte del delirio; quando la pazza di casa, invece di essere un’inquilina che alloggia nel nostro cervello, si trasforma nell’intero edificio e lo scrittore diventa prigioniero al suo interno.

Fu quello che accadde ad Arthur Rimbaud, lo splendido poeta che redasse tutta la sua opera prima di compiere vent’anni…

… Nel novembre del 1875, Arthur Rimbaud diede fuoco ai suoi manoscritti e smise per sempre di scrivere. Aveva ventun anni.

Molto tempo dopo, la sorella gli chiese come mai avesse abbandonato la scrittura e lui rispose che se avesse continuato a fare poesia sarebbe impazzito”.

Il fenomeno illustrato da Rosa Montero, ossia quello delle coincidenze, l’ho vissuto decine di volte durante la lavorazione di diversi romanzi: è come se la vita creativa e quella fisica si mischiassero. Un fenomeno inspiegabile, come inspiegabili sono i fantasmi della mente che ci seguono e prendono forma sulle pagine senza che ce ne rendiamo conto.

Nella scrittura esiste qualcosa di mistico, forse perché attinge dall’intimità dell’essere umano, in alcuni casi in modo devastante, come appunto per Rimbaud.

Credo sia questo fattore a donare ai libri un aspetto quasi sacro.

Purtroppo non è sempre così. In alcuni casi, come in quelli citati all’inizio dell’articolo, il libro è solo un prodotto utilizzato per elevare se stessi. Non c’è ricerca, niente daimon, i fantasmi e la pazza di casa non esistono, sono inutili. Una deriva non solo culturale, ma mentale, che sta prendendo piede alla velocità della luce e già illustrata dal Rosa Montero nel 2003, in questo stesso libro.

 

Oggi i libri sono un prodotto di mercato e si vendono con tecniche commerciali aggressive simili a quelle dei fabbricanti di bibite o di automobili. Il che ha i suoi lati negativi, ma anche alcuni positivi: i libri arrivano a più persone; e poi essendo sul mercato stanno dentro alla vita, perché oggi tutto è mercato, e se la letteratura fosse completamente tagliata fuori rischierebbe di diventare una attività elitaria, artificiosa e pedante. Ma i lati negativi sono davvero molto negativi; come il fatto che i libri con scarsa tiratura non riescano a sopravvivere, perché per vendere tremila copie un’opera dovrebbe restare per un anno nei negozi, un paio di copie qui, un paio di copie là; e invece oggi questi libri vengono restituiti e ghigliottinati dopo quindici giorni perché le librerie non dispongono dello spazio in cui esporli, invase come sono dalle pile torreggianti dei best-seller. È una tragedia, perché la letteratura e la cultura di un paese hanno bisogno di quelle opere di tremila copie che oggi stiamo perdendo.

Questa è una delle conseguenze dell’obbligo del successo commerciale, che è divenuto una pretesa quasi frenetica. Sembrerebbe che oggi l’unica stima del valore libro sia la quantità di copie che riesce a vendere, una valutazione assurda perché vi sono opere orrende che si vendono alla grande e libri stupendi che a malapena vengono messi in circolazione (ma non vuol dire che i buoni libri siano per definizione quelli che non si vendono e i cattivi invece sì: questa è un’altra idiozia che andava di moda qualche anno fa). Oggi tutto ti spinge, ti tenta, ti stimola e ti premia per farti vendere, vendere, vendere, altrimenti non esisti. E così autori ed editori mentono sul numero di copie vendute, e i tuoi amici, parenti e nemici leggono le classifiche dei best-seller con l’avidità di chi legge un romanzo giallo. Ma se perfino tua madre ti telefona per dirti compunta: «Figliola, sei scesa di tre punti in classifica!» Così, quando finalmente sparisci da quella maledetta classifica avverti un sollievo malinconico simile a quello che provi quando ti rigano per la prima volta la carrozzeria dell’automobile nuova”.

Bene, credo che il cerchio si sia chiuso, no?

Dapprima abbiamo visto l’aspetto positivo di un libro, ciò che rende la scrittura un’arte profonda, immensa quanto una balena; poi Rosa Montero ci ha mostrato quanto oggi il valore dei libri venga attribuito a ciò che la società ti impone di seguire: il successo veloce e facile. Solo fumo negli occhi.

Ecco perché spuntano fuori tantissimi scrittori. Ecco perché tutti vogliono parlare di libri, pur leggendone pochi. È la logica del successo, il desiderio di essere famosi: illusione alimentata da chi ha bisogno di vendere, di vendere e di vendere.

Credo che, invece, sia il caso di seguire i preziosi insegnamenti di Rosa Montero e far sì che la scrittura torni a essere una ricerca alta e ossessiva di un mondo interiore che stiamo perdendo giorno dopo giorno, e rendere ai libri il giusto rispetto che meritano.

Abbiamo bisogno di letteratura, non di prodotti commerciali fatti con lo stampino.

Vi lascio con un ultimo estratto di questo bellissimo libro: estratto che, a mio dire, ogni scrittore e addetto ai lavori editoriali dovrebbe incorniciare e tenere sempre in bella vista.

Non conosco nessun romanziere immune dal vizio sfrenato della lettura. Siamo per definizione animali che leggono. Rosicchiamo le parole dei libri senza sosta, così come il tarlo divora il legno mettendoci tutto se stesso. Per imparare a scrivere occorre leggere molto.

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